03 luglio 2007

Storace: addio AN. Ecco il nuovo partito di destra.


"Vedo praticamente esaurita la funzione di Alleanza nazionale nella rappresentanza dei valori della Destra, con il suo leader molto impegnato nel tentare a tutti i costi, attraverso formule che si modificano quotidianamente e incomprensibilmente, di liberarsi di quello che appare sempre più un fardello ingombrante per i suoi disegni politici.
Credo che sia legittimo il tentativo dell’on. Fini di trasformare Alleanza nazionale nell’ennesimo partito di centro esistente in Italia, e conseguentemente ritengo di avere il diritto di non condividere questa prospettiva. Da un anno reclamo chiarezza, ma in Alleanza nazionale – salvo qualche rara e coraggiosa eccezione – non ho visto nessuno disponibile ad impegnarsi per pretendere coerenza rispetto alle idee con cui fondammo a Fiuggi la nuova destra italiana. Addirittura si rifiuta la celebrazione del congresso nazionale – cinque anni dopo l’ultimo! – con motivazioni assolutamente sconcertanti.
Evidentemente la coerenza e il primato della politica, oltre che il rispetto dello statuto, interessano solo me.
Preferisco lavorare alla strutturazione della Destra nel Paese per restituire una speranza a tantissimi militanti che da tutta Italia la rivendicano spaesati, disorientati, stanchi di svolte continue che ormai non fanno nemmeno piu’ notizia."

26 giugno 2007

Ma chi vogliono prendere per i fondelli?


Claudio Martini, sciaguratamente governatore di questa sciagurata Toscana, annuncia trionfante: “Siamo i primi in Italia a tagliare il numero dei consiglieri regionali!” E’ vero, c’è un disegno di legge in tal senso presentato dal comunista Ghelli. E’ altresì vero che il suddetto disegno è ancora ben lontano dall’essere, non dico approvato, ma finanche discusso. Ma ciò che è più vero di tutto è che Martini finge di scordare che la Toscana è stata l’unica regione italiana ad aumentare il numero dei consiglieri da cinquanta a sessantacinque. Più di due anni fa, grazie al patto scellerato tra i vertici di DS, Forza Italia e Alleanza Nazionale. Un aumento del trenta percento di poltrone che ha automaticamente significato un analogo aumento della spesa per i contribuenti. Un patto sottoscritto dai ras locali di quei partiti nel totale disprezzo della volontà dei rispettivi elettori e sovente anche contro le indicazioni di autorevoli esponenti nazionali. Un inciucio volgare, arrogante e dispendioso al quale, per sovraccarico, si volle aggiungere il colpo di grazia dell’abolizione della preferenza.
Ora, sull’onda emotiva dei mugugni del popolo suddito sempre più alle prese con l’insostenibilità dei costi della pubblica amministrazione, cercano di cavalcare la tigre di una ritrovata “etica della parsimonia”.
Noi pensiamo che sia ormai troppo tardi per recuperare un rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni logorato anche da simili episodi di malcostume. Ma se, per caso, si volesse dare un segnale in questa direzione suggeriamo che tutti i consiglieri che votarano per l’aumento dei seggi si dimettano all’indomani dell’approvazione del disegno di legge Ghelli. E che non si ripresentino alle future elezioni regionali: dal ritorno alle loro importanti occupazioni ne guadagnerebbero le istituzioni e l’intera società civile.

22 giugno 2007

Dietro un grande uomo c'è sempre una grande donna.

Sanità, Daniela Fini finisce sotto inchiesta
La vicenda che riguarda l'ex coniuge di Gianfranco Fini, che alcuni giorni fa ha annunciato con il marito la separazione consensuale, risale al febbraio di due anni fa ed era stata riportata nel marzo scorso da un settimanale. La deposizione di ieri è scaturita anche in seguito a quel servizio giornalistico sulla rapidità con la quale la «Panigea» -di cui Daniela Fini era socia- ottenne nel 2005, in sette giorni, la convenzione dalla Giunta regionale del Lazio allora retta dal governatore Francesco Storace, per la Tac e la risonanza magnetica. Due esami particolarmente costosi. Il coinvolgimento di Daniela Fini in questa parte dell'indagine sulla malasanità laziale deriva però dall'inchiesta della procura di Potenza, condotta dal pm Henry Woodcock, che portò in carcere anche Vittorio Emanuele di Savoia, e da un'intercettazione telefonica dell'aprile 2005 fra la stessa Di Sotto e l'ex segretario di Fini e senatore di An, Francesco Proietti Cosimi, all'epoca dei fatti anche lui socio della «Panigea».
La richiesta della convenzione a favore della «Panigea» è datata 11 febbraio 2005: la Asl Rm/C impiegò appena tre giorni per esaminare la pratica e dare parere positivo all'assessorato regionale alla Sanità. L'accreditamento arrivò il successivo 18 febbraio. Un lasso di tempo troppo breve, che ha insospettito gli inquirenti, visto che, in media, nel Lazio, per ottenere l'ok da parte della Regione ci vogliono sei mesi. Anche se, come è successivamente emerso dalle indagini, già dagli anni Novanta il poliambulatorio «Panigea» (che ha come socio di maggioranza Patrizia Pescatori, moglie di Massimo Fini, fratello del presidente di An e uno dei direttori sanitari del San Raffaele romano) godeva di altre convenzioni regionali per analisi cliniche, radiologia, cardiologia e riabilitazione.
(fonte: Corriere della Sera)

11 giugno 2007

Uomini e ambulanze.



ROMA - Bufera su Gustavo Selva, il senatore di An che sabato ha finto un malore per farsi trasportare da un'ambulanza negli studi de La7 superando così tutti gli ostacoli al traffico causati dalla visita di Bush a Roma. (ANSA)

Potrebbe sembrare una cosa da niente, una goliardata. Ma è sintomatico di cosa sia diventata oggi la politica con il suo carico di arroganza, di privilegi e di impunità. Per carità: di abusi se ne compiono ogni giorno e di ben più gravi, ma questo va segnalato per fantasia e dabbenaggine. Si, perché il prode senatore di AN non si è limitato a commetterlo ma ne ha fatto anche pubblico vanto. Da vecchio democristiano è tuttora convinto che lo Stato sia al suo servizio e non viceversa; da "alleanzino" si è trovato in buona compagnia visto che l'unica molla che muove il partito dei dipendenti di Fini è la ricerca spasmodica del privilegio, del potere fine a se stesso, della "sistemazione" personale. Una casta nella casta i cui accoliti, come è stato appropriatamente detto, dopo aver assaggiato il Sauternes difficilmente si accontenteranno di tornare a bere lo Zibibbo...

23 maggio 2007

La grande verità.

All’improvviso, nel 1989, il paradiso sovietico si è disfatto. Sono emersi la fragilità, l’inganno e le miserie del comunismo e del socialismo reale. Non soltanto nell’URSS, ma in tutti gli stati satelliti di Mosca. Anche il PCI è stato travolto dal crollo. I comunisti italiani sono stati obbligati a mettersi allo specchio e a scrutarsi con uno sguardo diverso rispetto al passato. Su questa famiglia rossa, in preda allo choc, si sono poi abbattute altre disgrazie impreviste. La scissione del 1991 e la nascita di Rifondazione Comunista. La perdita di forza elettorale. Una crisi di immagine profonda. Anche la conquista del governo del 1996 è avvenuta sotto la guida di un democristiano come Romano Prodi. Insomma una catastrofe ininterrotta. Bene, cosa restava a questi sinistrati? Di fatto soltanto l’orgoglio di aver sconfitto il fascismo con la guerra partigiana. Ma a quel punto sono spuntati i maledetti revisionisti. Questa razza malvagia ha cominciato a dar picconate anche a quella certezza. Affermando una serie di verità sgradevoli. Per esempio, che in Italia il fascismo era stato sconfitto non dai partigiani, ma dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti, due potenze capitalistiche. Poi ancora che lo scontro avvenuto fra il 1943 e il 1945 era stato una guerra civile. E che per raccontarla in modo completo era indispensabile occuparsi anche della Repubblica Sociale di Mussolini.


Da: "La grande bugia"
Giampaolo Pansa
Sperling & Kupfer 2006

24 aprile 2007

Complimenti Mr.Fini!

Sono 3 milioni e 35mila gli stranieri regolari in Italia, quasi il doppio rispetto a 5 anni fa.

''La modifica della Bossi-Fini si e' resa necessaria perche' i meccanismi adottati dalla stessa legge per l'immigrazione hanno favorito uno sproporzionato ingresso di immigrazione clandestina nei confronti dell'immigrazione legale''.
(Giuliano Amato, ministro dell'Interno)

Complimenti. Complimenti vivissimi! Ci volevano proprio cinque anni di governo di centro-destra per ottenere questi brillanti risultati.

16 febbraio 2007

Album di famiglia.



Sul blog di "Cuori Neri" si parla della presentazione del libro di Nicola Rao (La fiamma e la celtica - Ed. Sperling & Kupfer) in quel di Padova ad opera di alcuni esponenti di AN. Io sostengo che la storia del neofascismo italiano raccontata da Rao non possa essere considerata l'"album di famiglia" di Alleanza Nazionale. Non perché non esista una diretta discendenza del partito di Fini da quello che è stato per quasi cinquant'anni l'unico partito neofascista del dopoguerra, il MSI. Ma perché do per scontato che, salvo rare eccezioni, in AN si preferisca cancellare la memoria di questo recente passato. E' pur vero che in gran parte della base di AN (anche, devo dire, in quella di provenienza non-missina) il sentimento nei confronti del "partito che c'era prima" è benevolo e riconoscente, ma è altrettanto vero che le disposizioni "istituzionali" di Fini sono di tutt'altro genere. La svolta antifascista di AN impone, per calcolo o per viltà (o per tutte e due le cose), di stendere un velo di oblio sulla provenienza dei massimi dirigenti alleanzini. La mancata celebrazione del sessantennale della fondazione del MSI è più che eloquente.
Insomma, un passato che imbarazza, di cui ci si vergogna quando addirittura non ci si pente. Un passato che per noi ex missini rappresenta un imperituro motivo di orgoglio e che invece per tanti ambiziosi arrivisti uomini di AN potrebbe costituire un ostacolo alla frequentazione dei "salotti buoni" della politica.

13 febbraio 2007

Tanto di cappello, Presidente.




Lo ammettiamo: non ci aveva fatto fare salti di gioia l'elezione di Giorgio Napolitano a Presidente della Repubblica. Non tanto perché fosse il primo ex-comunista a salire sul colle più alto, cosa che semmai legittimerebbe anche gli ex-fascisti ad aspirare alla stessa carica (sempre che ve ne siano ancora in giro), ma perché non ci appassiona più di tanto la "dinasty" delle solite cariatidi della politica nostrana, riciclata e riciclona. Ma le parole usate in occasione della giornata del ricordo, in memoria degli italiani infoibati, ci hanno fatto ricredere. Nessuno, neanche il tanto osannato Ciampi, aveva parlato senza mezzi termini di pulizia etnica e di colpevole silenzio per bieco calcolo politico.
Come c'era da aspettarsi il Presidente Napolitano è stato oggetto di un rabbioso attacco da parte della Croazia che gli ha procurato l'unanime solidarietà del mondo politico. Cosa faranno, ci siamo chiesti, i conigli di Alleanza Nazionale? Prenderanno le sue difese o sull'argomento foibe si eclisseranno come hanno fatto in occasione delle celebrazioni?

07 febbraio 2007

La cultura della sconfitta.

"Vincere, vincere, vincere! E vinceremo, in terra cielo e mare..."

Dopo i tragici fatti di Catania sociologi, politici e tuttologi vari si sono affrettati a rammentarci che in Italia, nelle competizioni sportive, non abbiamo la cultura della sconfitta. Cultura che è invece patrimonio comune dei paesi europei ad alto tasso di "democrazia calcistica"!
In realtà, anche volendo solo per ipotesi considerare manifestazione sportiva le scene di guerriglia urbana viste venerdì scorso a Catania, la peculiarità di noi italiani è proprio quella di voler aggirare, con ogni mezzo, la possibilità di sconfitta. Ottosettembristi del pallone? Può darsi. Del resto cosa possiamo pretendere da un popolo che inizia sempre le proprie guerre a fianco di un alleato e le finisce puntualmente a fianco di quello che era il suo nemico? Tanto per rimanere in ambito calcistico: sei un tifoso, che so, del Milan? Niente paura: all'ultima di campionato mettiti a tifare Inter e giura che il tuo cuore ha sempre battuto per i nerazzurri. In Italia si fa così.

15 gennaio 2007

Un uomo di destra alla Farnesina.



"Nei nostri cinque anni di governo abbiamo dato vita a una politica estera leale nei confronti dell'alleanza atlantica. Al contrario questa Italia di Prodi, servendo l'asse fra Parigi e Madrid, insegue l'ambizione francese di una strategia euro-araba. Una strategia che mira ad escludere l'influenza americana e che ha come interlocutore, purtroppo, l'Iran di Ahmadinejad. Come conseguenza di ciò, l'America ci ha messo ormai nella lista dei paesi non affidabili."
Queste, in sintesi, le parole di Berlusconi.
Insomma, D'Alema è bravo solo a criticare gli stati uniti: per la guerra in Iraq e per i bombardamenti in Somalia. Invia i soldati italiani in Libano per difendere gli Hezbollah dalle rappresaglie israeliane, chiede la costituzione di uno stato palestinese, vuole escludere l'influenza americana dall'Europa e dal medio-oriente...
Qualcuno nota la differenza dal suo scialbo predecessore che scodinzolava di fronte alla Rice e faceva il pendolare a Tel Aviv?

12 gennaio 2007

Idealismo e pragmatismo.

Alcuni amici della cosiddetta destra radicale sostengono che non sia conciliabile la critica al sistema con l’accettazione dei rituali democratici e in particolar modo di quelli parlamentari. A sostegno di questa tesi portano l’esempio di Pino Rauti, un tempo icona nera dell’alternativa al sistema e oggi costretto, per ragioni di bottega, all’alleanza con Berlusconi, emblema vivente dell’odiato liberal-capitalismo e del sistema che lo sorregge.
Attendiamo come sempre le opinioni dei nostri utenti, limitandoci a una breve considerazione: il limite di certe forze politiche della destra “antagonista” è sicuramente quello di non aver saputo tenere su due piani separati l’idealismo dal pragmatismo. Perché le idee, anche le migliori, possano affermarsi devono reggere la prova dell’immersione nella realtà contemporanea. L’obbiettivo di lungo termine sarà senza dubbio quello della costruzione di una società migliore, ma nell’immediato questa è la società nella quale ci si trova ad agire. Per cui, massimo rispetto per chi sogna più o meno utopiche terze posizioni, ma nel frattempo il buon Rauti e tutti quelli che, bontà loro, si dilettano a fare attività politica che cosa dovrebbero fare?
Del resto se Mussolini non avesse dato prova di grande pragmatismo alleandosi con il capitale, con la chiesa, con la massoneria e via discorrendo, non avremmo avuto, nel secolo scorso, l’unica vera rivoluzione (quella si, autentica terza via) che l’Italia abbia mai conosciuto.

15 dicembre 2006

Che fine ha fatto la destra sociale?


Dopo le elezioni vinte dal centrosinistra sono letteralmente scomparsi gli ex capi-corrente del partito di Fini. Storace, prima trombato alle regionali e poi stroncato dall’”affaire Laziogate”, Alemanno annichilito dalla pessima figura fatta nella corsa al Campidoglio. E la comunità militante della cosiddetta destra identitaria? Andata. Mettiamoci una pietra sopra.
Eppure non sembrerebbero mancare gli argomenti di attualità per far sentire la voce di quella che un tempo veniva considerata l’ala “intellettuale” della destra italiana.
E invece no. Spariti tutti. Ci viene un dubbio: che siano in ritiro ad inventarsi una giustificazione plausibile per il prossimo ingresso nel PPE?

04 dicembre 2006

Come ti rovino la festa.


Non c’è dubbio: con la manifestazione di sabato 2 Dicembre a Roma i partiti del centrodestra hanno dato prova di una grande capacità di mobilitazione della propria base. Ancora maggiore se si considera che i due milioni di cittadini scesi in piazza non lo hanno fatto sulla base di una piattaforma programmatica e rivendicativa specifica. Hanno manifestato, sic et simpliciter, contro il governo Prodi. Dimostrando quindi una fidelizzazione quasi ideologica di cui gli organizzatori potranno sicuramente far tesoro.
Incredibile dunque come un evento che ha dato prova di grande forza dell’opposizione si sia tradotto, nei fatti, in una vera e propria disfatta per l’opposizione stessa. Una Caporetto che è tutta ascrivibile alla scelta dell’UDC di tenere altra e contemporanea manifestazione in quel di Palermo. Una rottura maturata probabilmente dalla consapevolezza di Casini di non essere lui il bolognese prescelto per la successione a Berlusconi…
Sta di fatto che l’attenzione degli addetti ai lavori è stata ad arte deviata dalla protesta romana ai dissidi interni alla ormai ex CdL. I riflettori della diretta televisiva si sono accesi, in una improbabile par-condicio, tanto sulla debordante folla di Roma quanto sul grottesco convegno di Palermo. Tot minuti per i due milioni di italiani, tot minuti per i diecimila vetero-democristiani.
Adesso l’UDC ha dichiarato che ormai ci sono due opposizioni e che il partito di Cesa intende seguire una propria strada per creare un’alternativa a Prodi. Convinti come siamo che Casini e soci siano abbastanza intelligenti da non coltivare, in epoca di bipolarismo, sogni di egemonie centriste destinati a infrangersi (Mariotto Segni docet), ci rimane un unico interrogativo: cosa faranno i senatori uddiccini quando la risicata maggioranza prodiana avrà bisogno di una mano? Mah…

13 novembre 2006

La fiamma e la celtica.

Sul blog di Luca Telese (che invitiamo a visitare) www.cuorineri.it si è aperta una ricca discussione sul libro di Nicola Rao "La fiamma e la celtica" edito da Sperling & Kupfer. Tra i vari interventi ci è sembrato particolarmente interessante questo di Gabriele Adinolfi che riportiamo di seguito.

l valore dell’ultimo libro di Rao che pur inserendosi in una linea di rivisitazione storica che vorrebbe relegarci in soffitta a vantaggio della DC e dell’Azione Cattolica stona magnificamente. Leggetelo!
Non tutte le ciambelle riescono con il buco. Sicché se per favorire la rinascente DC si commette l’errore di affidare ad un autore di cuore e coscienzioso il compito di parlare del neofascismo nell’intento di liquidarlo storicamente, può invece accadere che ne esca fuori un’opera bella e toccante.
È quanto è accaduto con “La fiamma e la celtica” di Nicola Rao edito dalla Sperling & Kupfer che giungerà di sicuro al grande pubblico più dei testi della Settimo Sigillo di Enzo Cipriano per la quale Rao aveva operato la sua prima stesura: “Neofascisti” e cui è opportuno rendere il dovuto onore.

In mezzo a mele marce

La Sperling & Kupfer va al sodo: volume rilegato male per risparmio di spesa con fogli che si sfilacciano immediatamente, collana diretta dal rampante Telese e, ciliegina sulla torta, nel retrocopertina quest’agghiacciante descrizione del libro: “tutto quello che è successo nella galassia della destra italiana da Il sangue dei vinti a Cuori Neri”. Come dire che le due operazioni commerciali in salsa democrista rappresenterebbero i suggelli narrativamente corretti di un mondo che certa gente vorrebbe far sparire e dimenticare.

E che il piano stia riuscendo fino ad attecchire in un’area che non ha più dirigenze adeguate lo comprovano tutte le piroette ideologiche e identitarie che vanno in scena ripetutamente. Non ci riferiamo solo ad AN ma soprattutto a chi si situa al suo fianco destro dove è vittima della progressiva avanzata di tesi controrivoluzionarie. A furia di abbassare la guardia di fronte agli ammiccamenti che da una ventina d’anni provengono da alcune confraternite, sempre più spesso qualcuno pressappochista o dalle idee confuse, pur ostentando paradossalmente una simbologia fascista, si propone invece come un’Azione Cattolica degli anni Cinquanta.

Che si sia in presenza di una libido di s-fascistizzazione è talmente chiaro che, come in genere avviene per tutto quel che è palese, solo in pochi se ne avvedono e ancor meno sono quelli che ne capiscono la portata.

Invece non solo bisognerebbe saper leggere gli slogan e capire il lessico politico (e quindi pretendere la correzione di ogni espressione d’estrema destra che vada nel senso della s-fascistizzazione) ma anche saper distinguere le letture, comprendere cosa muove gli autori, quali vanno sostenuti e quali no.

Se Telese e Pansa sono indiscutibilmente uomini che operano, oltre che per interesse personale, anche e soprattutto in una strategia democristiana, senza porsi minimamente il problema della mistificazione, Tassinari e Rao, pur provenendo da due percorsi diversi, sono invece spinti da attrazione reale per qualcosa che intendono esprimere com’era (e come in parte ancora è) e non invece per neutralizzarlo.

Il funerale del Comandante

La vita è buffa. Il libro di Rao inizia con il capitolo più toccante, travolgente, trascinante: quello dedicato al funerale di Peppe Dimitri. Ora, guarda caso, proprio il commento di quella vicenda fornì l’occasione per la peggior espressione di bassezza d’animo del curatore della collana, Telese.

Ma Rao non è sulla lunghezza d’onda del suo curatore, non è un borghese qualunque attratto dal piacere della mollezza e non scrive per esporre una tesi: entra nell’opera. In modo intero, assoluto, lo fa in quel capitolo che s’intitola “Un funerale per il neofascismo” ma che sarebbe stato più corretto denominare “Un funerale per una generazione guerriera” perché è quella generazione – la mia – che è stata sepolta in quel giorno con un rito vichingo.

Non aggiungerò altro su quel capitolo che è riuscito a farmi commuovere di nuovo: dico che, fosse anche solo per quelle pagine, il libro merita di essere letto.

Ma non è solo per questo che vale. Come in “Neofascisti” Rao ci ripropone sessant’anni di storie e di pulsioni. Lo fa ricorrendo a testimonianze dirette il che, ovviamente, non è esente da rischi, perché le memorie raccolte a posteriori sono spesso oggetto di possibili rivisitazioni soggettive anche inconsce.

Diverso è quando si riesce a fornire un documento d’epoca: è il caso, che si trova in appendice al capitolo dedicato all’ “autonomia nera”, del diario di Emanuela da cui scaturiscono con esattezza dei sentimenti che allora erano veramente condivisi fra cui anche l’esatta valutazione della lotta armata che la penna di una sedicenne riuscì a rendere semplice pur conservandone l’enorme complessità.

Oltre le soggettività

Rischi di soggettività? Ad esempio per la parte su Terza Posizione Rao si concentra su una vecchia testimonianza di Marcello De Angelis che però, qualche imprecisione a parte (ad esempio l’affermazione che vedessimo bene Gheddafi non è vera) e malgrado qualche interpretazione soggettiva (“non ci sentivamo più fascisti” non è di certo esatto) rende bene l’idea anche se indugia un po’ troppo su tratti d’amarcord intimistico.

Sempre riguardo TP Rao riporta estratti di articoli e di documenti politici che rendono in buona parte l’idea del Movimento. Anche se a mio avviso l’accento posto sul fattore internazionale ha fatto passare un po’ troppo in secondo piano l’altro pregio di TP: l’essere riuscita ad essere protagonista della rivolta generazionale e fortemente ancorata, in modo concreto, nel sociale. E non avrebbe guastato anche uno studio su quello che TP rappresentò poi nella maturazione ideologica della destra radicale.

Ma tutto sommato il capitolo va bene così e se tanto mi dà tanto è probabile che anche per i brani che riguardano il passato i percorsi a volo d’uccello siano globalmente riusciti.

Sessant’anni di storie parallele

Dal 1946 al 2006 si snoda la matassa di tante storie parallele: quella trasformista, quella reazionaria, quella intransigente, quella tradizionalista, quella social/rivoluzionaria. E si dipana il filo della vitalità fascista in neofascismo, feconda in particolare con il terzaforzismo e il Mito dell’Europa da Anfuso a Jeune Europe passando per il monumentale Adriano Romualdi fino ad esplorare gli avamposti più irrequieti: frediani e appunto terzaposizionisti.

Una storia sessantennale fatta di convivenze fra diverse istanze ma nella quale storia il gene più fertile non cessò di generare. Ed ora proprio quel gene si vorrebbe estirpare riducendo l’eredità di quel sessantennio soltanto al trasformismo e alla reazione. Persino del tradizionalismo viene proposta dai più esclusivamente la sua scimmia conformista moralista e in molti casi confessionale. Insomma il terreno sembra fertile e i tempi appaiono maturi perché quel che non riuscì neppure alla destra badogliana avvenga oggi per l’operato di individui tanto esterni che interni all’area che godono di un prestigio gonfiato e di notevoli appoggi proprio per l’operazione che stanno consumando

Ci troviamo insomma in presenza di una vera e propria mistificazione generalizzata.

L’Omega e l’Alfa

Questa compressione mortifera non è però l’intento di Rao e anzi, non sappiamo se consapevole o spinto da un’ispirazione irrazionale, egli si rifiuta di fare del suo libro un de profundis.

Tant’è che se “la fiamma e la celtica” inizia con un Omega (appunto “Il funerale del neofascismo”) si chiude inaspettatamente con un’Alfa (“I centri sociali di destra. Casa Pound e lo squadrismo mediatico”). Un capitolo nel quale Nicola Rao sottolinea come sia proprio il fascismo delle origini ad animare le componenti più dinamiche, innovatrici e d’impatto dei nostri giorni. Il gene, quindi, è vivo.

Anche per questa conclusione implicita vale la pena di leggere “La fiamma e la celtica” che, alla faccia di più d’uno, non rappresenta la storia di due simboli che stanno per essere inghiottiti, sia verso il centro che verso la destra, da scudi crociati di diverso stile. Sono simboli che vivono e che generano ancora dopo aver sventato per decenni sia il tentativo di mistificarli che quello di estirparli.

Il tentativo oggi si fa più serrato e viene da tutte le direzioni, ma noi, come ha potuto notare Nicola, siamo maledettamente testardi.

Gabriele Adinolfi

09 ottobre 2006

Dall’assemblea nazionale l’ennesima “svolta” di AN.

Oddio, non che l’assemblea in quanto tale abbia fatto gran ché. Dopo il consueto soliloquio del lider maximo i componenti del pletorico organo dirigente si sono limitati ad approvare entusiasticamente le tesi di Fini. Qualche membro più intraprendente si è spinto fino ad una iperbolica esegesi del Fini-pensiero, dal quale indubitabilmente scenderanno sul partito di via della Scrofa copiosi effetti salvifici. Tra costoro vogliamo citare, per amor di campanile, il coordinatore regionale della Toscana, on. Riccardo Migliori, vice presidente del gruppo parlamentare di Montecitorio, insomma uno che conta. “In Toscana - dice - la sinistra soffoca l’elettorato con il blocco delle classi dirigenti”. E’ vero, ma a parte il fatto che quando la destra va al potere fa delle meschine figure come ad Arezzo, Grosseto, Lucca, Montecatini, Pietrasanta e così via, il modello da seguire quale sarebbe? Quello offerto dai partiti di opposizione? Il naturale, gioioso, vivificante ricambio delle classi dirigenti attuato da Alleanza Nazionale?
Ancora Migliori: “Molti dicono: non possiamo morire democristiani. Ma il Ppe è un grande “contenente” che ha un contenuto essenziale: raccoglie tutte le forze che non si riconoscono nel socialismo europeo, insomma una CdL continentale più vasta.”
Non che la cosa ci interessi, ma siamo sicuri che questo sia ciò di cui necessita il Paese? Di una CdL più vasta? E per fare cosa? Per fare anche in Europa quello cha ha fatto in cinque anni in Italia?
A noi sembra che l’adesione al PPE serva soltanto a corroborare le ambizioni di Gianfranco Fini a succedere a Berlusconi. Una ulteriore “purga” imposta al capo degli ex neo-fascisti da lobbies, logge e poteri più o meno occulti.
E considerate le ormai note doti di coerenza di Fini e le coraggiose capacità di critica e di indipendenza intellettuale dei suoi fedeli adulatori, c’è solo da sperare che il Signore ci conservi il Cavaliere il più a lungo possibile.

02 ottobre 2006

Fatti, non parole.

Manifestare contro la legge finanziaria del governo Prodi, non solo con le solite esternazioni, ma con fatti concreti. Concretezza su cui si deve riconoscere non solo tutto il popolo di destra, ma anche tutti quelli che avevano preso sul serio il “nuovo governo” prodiano.
Lo scopo è semplice: far capire alla sinistra di Governo che i cittadini non sono disposti ad assecondare supinamente le nuove stangate, anche se presentate in forme ”illuminate”. La finanziaria che colpisce indistintamente “poveri e ricchi” deve essere modificata.
Dobbiamo prepararci a scendere in piazza per sostenere, ancora una volta, lo stato sociale di tutti i cittadini.
Il messaggio ai nostri politici deve essere chiaro: no a nuove e vecchie tasse. Insomma, tutti in piazza per dire basta con le stangate del professor “mortadella” e di tutti i suoi complici del centrosinistra.
Manifestare contro il “rapinatore Prodi” deve essere il tema portante della protesta.
Usiamo, senza paura, espressioni forti e chiare.
Il compito deve essere quello di non tradire elettori e cittadini che hanno voglia di fare una vera e sana battaglia politica in difesa dei propri ed altrui interessi.
L’obbiettivo può sembrare arduo, ma è anche da questo che si misura la vera forza del centro destra.

Patrizio Giugni

20 settembre 2006

E se qualcuno si decidesse a prenderli a pedate?

Nel consiglio regionale della Toscana si aggira un pagliaccio. Il capogruppo di AN, Maurizio Bianconi, ha detto di "essersi sbagliato" a votare insieme ai diesse l'aumento dei consiglieri da cinquanta a sessantacinque! Ora è tempo di vacche magre (ma quelle grasse chi l'ha mai viste?) e bisogna ridurre le spese. Sennò Martini aumenta il bollo auto e la benzina. Ecco allora che Bianconi, paladino della lotta agli sprechi di pubblico denaro, chiede di tornare al vecchio numero di consiglieri regionali. Ben venga questa ammissione di colpa, seppur tardiva e un tantino sospetta, ma chi sbaglia non dovrebbe, di solito, pagare? Come pensa Bianconi di risarcire i toscani che si vedranno aumentare le tasse a causa del depauperamento delle casse regionali dovuto anche alla sua personale "sistemazione"?
Dice, il pentito: "Quando ho iniziato a fare l'avvocato comprai dei divani di pelle, poi li ho dovuti sostituire con altri di sky". Poverino! E noi che eravamo convinti che i lussi se li fosse permessi dopo l'elezione e non prima! Ma già, tutti questi parassiti "sacrificano" le loro avviate e redditizie carriere professionali per "prestarsi" alla politica. Ma allora, di grazia, perché privare la società di tante brillanti menti? Prego, rompete le righe, il "servizio" è finito. Potete tornare alle vostre occupazioni. Prima che qualcuno si decida a calzare gli scarponi chiodati...

19 luglio 2006

Povera destra mia, perduta fra i carrieristi.

di Pietrangelo Buttafuoco

Adesso Alleanza nazionale si appresta a fare una nuova svolta. Francesco Storace ha riunito i suoi, sono «la destra di destra», Gianni Alemanno farà la sua convention separata nella mezza estate e sarà una stagione di convegni. Ci sta lavorando di fino Adolfo Urso, che è tipo da pensatoio. Ha avuto l'incarico da Gianfranco Fini che, invece, preferisce scacciarli i pensieri. In Sicilia dove la costituzione del governo Cuffaro ha dovuto attendere gli spasimi di An, il leader quasi non è più benvenuto: ha avuto problemi con Enzo Trantino, celebre penalista, cui aveva garantito il Csm, e con Fabio Fatuzzo, cui aveva promesso l'ingresso nel governo di Palazzo d'Orleans a Palermo. Ha fatto guerra a Raffaele Stancanelli, il vicepresidente dell'assemblea regionale, fra i campioni di raccolta del consenso, col rischio di ripetere un altro abbandono: quello di Nello Musumeci, il presidente della Pro vincia di Catania stravotato e però costretto a fare la sua scissione nell'arcipelago dell'autonomismo, in alleanza con Raffaele Lombardo. È la crisi dentro quello che fu il più importante deposito elettorale della destra, ma pare che dal Veneto a Lampedusa la regola fondamentale sia la stessa: cacciare (o far scappare) chiunque possa togliere spazio alla comitiva di dirigenti che con la politica ci campa. Tra credenti e carrieristi, non si è superata quella fase per cui, direbbe il filosofo Fatuzzo, la politica che amministra la realtà dal «è un cretino ma è un amico» deve passare a quella più responsabile del «è un amico, ma è un cretino», affinché ì consigli d'amministrazione poi non vengano sfasciati dai dilettanti allo sbaraglio. E gran sbaraglio di dilettantismo è stata An alla prova della realtà, sebbene il partito abbia attraversato una brutta mesata dopo le intercettazioni, le vergogne e gli arresti alla malasanità in Lazio, sebbene sia fin troppo chiaro che se si vota domani come niente An becca un 5 per cento, tanto è sfasciato il partito. Si spera che l'ennesima svolta di An non corrisponda poi alla caustica battuta di donna Assunta, la vedova di Giorgio Almirante: «AN svolta, e che diventa?, NA?». Prima di tutte le svolte ci fu un partito che di nome e cognome faceva Movimento sociale. Era quello con la base trapezoidale nel simbolo, ebbene si era quello della bara. Fiamma tricolore con dicitura «Destra nazionale» e poi la sigla, M.S.I., che sotto sotto significava questo: Mussolini Sei Immortale, ma anche, e si trattava di sottrarre voti alla Democrazia cristiana, Maria Santissima Immacolata. Perfino Padre Pio, in confessionale, ai penitenti arrivati a San Giovanni Rotondo che chiedevano il permesso di votare il partito di Almirante («Si commette peccato?») rispondeva: «Peccato è non votare l'Msi!». Ci fu dunque questo partito che pure nel dramma di un dopoguerra mai chiuso raccontò molto più di una nostalgia. Sarebbe stata nostalgia di modernità fra l'altro: l'urbanistica, la scienza di Guglielmo Marconi, l'organizzazione culturale, la letteratura di Luigi Pirandello, l'Enciclopedia italiana, l'avanguardia artistica di un pittore tra i massimi come Alberto Burri (rinchiuso in un campo di concentramento Usa nel Texas), oppure quell'Iri dove si sarebbe fatto le ossa Romano Prodi. Fu il partito della giustizia al servizio dello Stato. Fu, infatti, il partito di Paolo Borsellino e di un altro fascistone dell'antimafia, ovvero Mauro De Mauro, il cronista del quotidiano L'Ora cancellato in un pilone di cemento armato. Alleanza nazionale ha buttato via tutto questo mondo e cancellato tutta l'effervescenza di un dibattito splendido al punto dI ritrovare nel comitato editoriale del Borghese (e dopo, nel Giornale di Indro Montanelli) protagonisti come Ernst Jünger, Eugene Ionesco, Vintila Horia, Mircea Eliade in cambio di un Domenico Fisichella troppo ingrato per restare anche in tempi di magra, per meritarsi infine la benedizione dada di Maurizio Gasparri sull'Indipendente: «Ho preso 200 mila voti alle europee, sono schede dove hanno dovuto scrivere il mio cognome. Quanti libri avrà mai venduto Fisichella?». Più di Fisichella hanno venduto i “Fascisti immaginari” di Luciano Lanna e Filippo Rossi e i “Cuori neri” di Luca Telese, il cui blog, a dispetto di An dove non si discute, ma ci si scazza, è un agone a disposizione delle discussioni. Ma sarebbe perfino scontato aprire una questione sulla miseria culturale, An ormai al tramonto è puro trash. Alemanno, il più chic tra i dirigenti di An, comunque candidato sindaco di Roma fino a ieri, per umiltà di bottega ha dovuto sopportare i tassisti (non le quadrate legioni, ma i tassisti?) che lo celebravano al grido di «Du-ce, du-ce, du-ce!» come in una scena di “Caterina va in città”, o come nello spasso di “Vogliamo i colonnelli”. La caricatura: dalle inique sanzioni alle licenze taxi. Tanto valeva restare Msi. Fatta tara dell'antifascismo obbligatorio, religione civile dell'Italia democratica, fatta tara dell'inutilità politica (per quel che è valsa poi, l'utilità di An), la fiamma fu il marchio di uno stile familiare agli italiani pur educati a stare alla larga dalla destra. Un marchio perfino ammirato, se Andrea Camilleri, in un romanzo, affida al «missino del paese» un ruolo nobile quando invece nella Rai di stato, in tempi di recente guerra antiberlusconiana, in una celebre puntata del “Medico in famiglia”, l'orrido pedofilo stanato da Nonno Libero (lettore dell’“Unità”) è ovviamente un lettore del “Giornale”. II Msi non fu mai al potere e dunque non ebbe modo di sporcare le sue pulite mani, così si dice per riflesso condizionato, ma se non fu mai al governo fu però espressione di tutta un'umanità radicata nel territorio. I suoi militanti (gli aderenti, si sarebbe detto) come minimo non erano succubi dell'egemonia culturale della sinistra. Erano i lettori di Indro Montanelli e di Giovannino Guareschi, avevano i libri di Giuseppe Berto, gli album di Leo Longanesi e nel 1958, a Genova, quando dopo 12 anni d'internamento negli Usa tornò Ezra Pound, il sommo poeta salutò i giornalisti con il saluto romano dopo di che fu pronto a concedere un'intervista a Pier Paolo Pasolini; anche a nome di Franz Pagliani, l'ex federale del Pnf di Bologna, clinico di fama internazionale il quale, malgrado la sua condizione di recluso, veniva rispettosamente convocato in una sala operatoria antifascista per dare la sua scienza di chirurgo e poi riconsegnato ai secondini. Non erano cittadini di serie B. Da Fiuggi furono traghettati nella democrazia. Italiani che pensavano di essere speciali si sono svegliati in questa dura mesata appena scorsa per scoprirsi come gli altri. Anzi, peggiori.

19 giugno 2006

Rien ne va plus.




Fonte: ANSA

"Gli atti relativi alla cosiddetta "concussione sessuale" di cui è accusato Salvatore Sottile, il portavoce del leader di An Gianfranco Fini, saranno trasferiti a Roma. Lo ha stabilito il gip di Potenza Alberto Iannuzzi nella stessa ordinanza con cui ha disposto gli arresti, compreso quello - ai domiciliari - di Sottile. Il trasferimento degli atti è a cura della procura della repubblica di Potenza ed avverà materialmente nei prossimi giorni quando sarà stata completata la riproduzione degli allegati dell'ordinanza nella parte relativa alle accuse mosse a Sottile. Sarà comunque il gip di Potenza ad effettuare l'interrogatorio di garanzia di Sottile, dal momento che è stato Iannuzzi ad ordinarne l'arresto. Quando la posizione di Sottile sarà trasferita alla procura di Roma il gip della capitale dovrà decidere soltanto sulle misure cautelari e potrà non ripetere l' interrogatorio di garanzia.

Vittorio Emanuele prende in mano la situazione e affida la pratica al faccendiere Achille De Luca che riesce a fare il miracolo. Arriva ai Monopoli di Stato - passando per Salvatore Sottile e Francesco Proietti Cosimi, portavoce e segretario del leader di An - e promette generosità, parlando in "fumus meridional"

Il gip, Alberto Iannuzzi - che domani comincerà gli interrogatori di garanzia - ha ribadito anche oggi ai giornalisti di aver trovato "indizi gravissimi" e situazioni "raccapriccianti", quasi invitando gli innocentisti ad essere cauti nel giudizio.

Del resto, l' inchiesta e le duemila pagine dell' ordinanza presentano un quadro talmente vasto che non è impossibile credergli: è lo stesso gip, ad esempio, che ritiene indispensabile un approfondimento investigativo sui rapporti di affari esistenti fra Daniela Di Sotto - moglie dell' on. Gianfranco Fini - e Francesco Proietti Cosimi. Un altro scenario che potrebbe portare lontano."



CON QUESTA CLASSE DIRIGENTE ALLEANZA NAZIONALE E' DIVENTATA UN CASINO.
ANZI, UN CASINO' !

16 maggio 2006

La seconda svolta di AN.

Un utente ci ha chiesto quale è stato, secondo noi, il momento in cui Alleanza Nazionale ha effettuato quella che lui definisce "la seconda svolta in senso centrista, neo-liberista e antifascista del partito di Fini".
Siamo consapevoli di non poter fornire a tal riguardo una risposta esaustiva e quindi apriamo questo post per raccogliere opinioni e commenti dai nostri numerosi visitatori. Abbiamo però una nostra modestissima teoria.
Alleanza Nazionale nacque, come proposta politica ancor prima che come partito, nel 1994 sulla scorta di spinte e sollecitazioni esterne ed interne al MSI-DN.
Per quanto riguarda quelle esterne è ormai celebre il ruolo di "padre fondatore" di Domenico Fisichella al quale si deve anche lo stesso nome della nuova formazione politica. Meno celebrato ma invero assai più determinante il ruolo svolto da Silvio Berlusconi. Il futuro leader del centrodestra, con ammirabile lungimiranza, con il suo pubblico appoggio a Gianfranco Fini alle comunali di Roma del novembre 1993, contribuì a far ottenere il 47 percento dei voti al Movimento Sociale e contemporaneamente a far sdoganare tutto l'ambiente del neo-fascismo italiano. Berlusconi comprese subito che nel nuovo sistema maggioritario nessuno avrebbe più potuto tenere in frigorifero i voti dell'unico partito di destra, tanto più che questo sembrava attestarsi saldamente su percentuali a due cifre. Questo però comportava la necessità di dolorosi "strappi" ad una ortodossia e a certi rituali che, in verità, erano più nell'immaginario degli avversari che non nella pratica dei missini.
Ma anche dall'interno del MSI-DN arrivavano le spinte per la costruzione di una destra nuova, moderna e all'altezza delle nuove sfide che la caduta del muro di Berlino e la fine delle ideologie le ponevano di fronte. Il cuore pulsante - e anche il cervello - di questa esigenza di cambiamento ha un nome e un cognome: Pinuccio Tatarella. A lui e non certo agli omuncoli che gli scodinzolavano intorno si deve riconoscere la capacità di far navigare la nave di AN in acque aperte, su rotte che nessuno prima aveva osato esplorare. Oggi si direbbe un ideologo. Ma anche un personaggio che, unico, era in grado per autorevolezza e per carisma di "tenere a bada" un Gianfranco Fini ancora acerbo, come politico e come uomo.
L'otto febbraio 1999 Tatarella muore improvvisamente.
Fini si ritrova senza guida, senza la vera mente pensante e senza tutela. E da allora non ne ha più azzeccata una. E' vero che prima della repentina scomparsa di Tatarella si era celebrata la conferenza di Verona, con tutto il valore di svolta "liberal" che in quell'occasione si era affermato. Ma chissà che piega avrebbe preso in seguito se a guidarla ci fosse stato ancora il politico pugliese.
Fini da solo non ce la fa. E' stritolato all'interno dalla piovra delle correnti, all'esterno da situazioni più grandi di lui. Il primo appuntamento che gestisce senza la tutela di Tatarella sono le elezioni europee del 1999. Un disastro. Fini si fa infinocchiare persino da un politico da barzelletta come Mario Segni. Da allora in poi l'improvvisazione, la contraddizione, l'approssimazione diventano i suoi tratti caratteristici. Coinvolgendo in questo tutto il partito.
La nave adesso si trova, è vero, in mare aperto, ma al timone non c'è più nessuno.

04 maggio 2006

D'alema Presidente? Perché no?



Ci hanno invitati ad intervenire sull'argomento collegandoci ad un blog che riportiamo:


No D'alema Presidente della Repubblica

Dopo il rifiuto di Ciampi al secondo mandato, si prospetta un toto candidati da brividi. La coalizione di centrosinistra, guidata da Prodi, da più giorni fa trapelare la candidatura di Massimo D'alema alla Presidenza della Repubblica. L'attuale presidente dei Democratici di Sinistra, partito che a malapena raggiunge il 17% dei consensi in Italia, dovrebbe ricoprire la più alta carica dello Stato?
Quanto poco rispetto per le istituzioni c'è dietro a questa candidatura! Un vero e proprio ritorno al passato, quando nella prima repubblica la nomina a Capo dello Stato faceva parte degli accordi di Governo!
(www.nodalema.blogspot.com)


Vediamo di capirci.
Noi non nutriamo nessuna simpatia per il presidente diessino e in questo, crediamo, siamo in buona compagnia. Anche se condividiamo la felice analisi di Adornato: "D'alema appare molto antipatico ma anche molto capace. In realtà è molto meno antipatico e molto meno capace di quanto appare". Ma per quale motivo non potrebbe ambire al colle più alto? Perché è un ex comunista? E allora Gianfranco Fini, per dirne uno, dovrebbe essere escluso dalla corsa al Quirinale per ragioni identiche e contrarie? Andiamoci piano con le delegittimazioni: specialmente quando si è ancora sotto osservazione per la propria, di legittimazione.
Imbarazzante per il Paese un Presidente post-comunista? Questa repubblica da operetta, nata dalla resistenza e bla bla bla ha già avuto quello che si meritava. O forse per i moderati benpensanti di oggi il partigiano Sandro Pertini è stato meno imbarazzante del baffino nazionale? E quella vera e propria vergogna italica che rispondeva al nome di Oscar Luigi Scalfaro, ce la siamo già scordata?
No, ci dispiace, non siamo d'accordo. L'Italia, ahinoi, è una repubblica parlamentare: se D'alema in parlamento ha i voti necessari per essere eletto, che faccia pure il Presidente. In confronto allo scempio che farà il futuro governo (con tanti comunisti ancora in servizio) questo ci sembra proprio il male minore.

28 aprile 2006

Il rischio dell'immobilismo.

Abbiamo letto questo commento dell'utente "giordano bruno" al post precedente. Ci è sembrato che meritasse uno spazio tutto suo.
-il cerchio-



A cosa serve la politica oggi? A sentire parlare alcuni, si ha l'impressione che la politica oggi sia soprattutto una specie di gioco. Un gioco
in cui si può dire tutto, e il contrario di tutto.
in cui si può stare dentro, e chiamarsi fuori.
un gioco senza coerenza, senza responsabilità.
un gioco che non ha regole, e magari vince chi gioca peggio.

Ci si è forse allora dimenticati che la politica non è un gioco, ma è la base delle scelte di una comunità. E' la via con la quale una comunità decide di affrontare i problemi, e di costruire il futuro.

E con il nostro futuro, non dobbiamo giocare. Quello che più mi preoccupa oggi, è il sentimento che tutto possa essere detto senza doverne poi portare la responsabilità. La politica diventa allora una questione di "ricette", di slogan, di soluzioni semplici che non affrontano i problemi nella loro vera complessità. Ben sapendo che poi ci penseranno altri a trovare le soluzioni vere.

Che anche a Prato Alleanza Nazionale si troverà davanti a sfide importanti lo sappiamo. Nei prossimi anni, saremo chiamati a confrontarci su temi difficili e delicati in molti settori che determinano il nostro futuro: in materia di immigrazione, di sicurezza, di assicurazioni sociali e di sviluppo economico. Temi forti, che richiedono scelte forti , ma che suscitano anche forti emozioni, e generano insicurezza nei confronti dell’ attuale classe dirigente.

In questi anni, si è fatto avanti un modo di fare politica che fa leva su queste paure e insicurezze. In A.N. si sta così diffondendo una cultura politica negativa che mette l'accento solo sui rischi e sulle paure: Il rischio di "svendere" il nostro ruolo di vera opposizione, il rischio di perdere un po' della nostra identità, di perdere la nostra sicurezza a favore dei “pochi” che vogliono mantenere la loro prosperità economica raggiunta con l’inserimento nei posti del potere elargiti negli anni di Governo Nazionale.

Questo atteggiamento genera insicurezza, e l'insicurezza è cattiva consigliera. Paradossalmente, chi meglio coltiva queste paure, oggi sembra raccoglierne i frutti. Si tratta di un'evoluzione pericolosa. Perché se oggi Alleanza Nazionale corre un rischio, è il rischio di non cogliere le opportunità. E' il rischio dell' "immobilismo".

24 aprile 2006

E adesso, pover'uomo?

Alla fine pare proprio che avremo un Prodi-bis. Si mettano l'animo in pace quanti speravano in un riconteggio dei voti. Contestati, nulli, annullati. Ci sono sempre stati, è vero, ma mai come questa volta sono risultati determinanti. Del resto da questo punto di vista siamo una specie di repubblica delle banane, dal vizio antico. Se non ci fossero stati brogli e la conta fosse stata seria al referendum del 1946, oggi avremmo ancora un re Savoia. Sai che gaudio!
Ma tant'è, la sinistra governerà e gli altri vanno a casa. E allora noi vogliamo contribuire all'individuazione di un futuro praticabile per tutti gli sfrattati dai palazzi del potere. Ex ministri degradati a "semplici" parlamentari, sottosegretari trombati, portaborse in cassa integrazione, consulenti prezzolati e titolari di agenzie in via di smantellamento, protetti e leccaculi di ogni genere vittime del perfido spoil-system prodiano: cosa vogliamo farne?

20 aprile 2006

A destra della destra.

Osservando i risultati elettorali dei partiti che si sono posti alla destra di AN ci accorgiamo che, come costantemente è accaduto, chi se ne è andato dalla “casa madre” ne esce sonoramente sconfitto. Nella loro consapevolezza di erodere voti all’odiata formazione di Fini e soci, si sono proposti alla tornata elettorale con mentalità retrodatata, oppure post-datata. Da un lato usando esperienze passate, magari i ricordi della prima Repubblica, da un altro lato l’ottica di coloro che corrono sempre avanti, magari inneggiando contro il progressivismo di sinistra. In realtà la prima caratteristica di queste formazioni è quella di non lasciarsi facilmente catalogare. Esprimono una politica curva su se stessa, sui suoi problemi di società, via via passando da un tema all’altro: scuola, disoccupazione, immigrazione, razzismo, violenza e non violenza.
Un altro dato importante di queste formazioni è quello di non riuscire a portare a galla una società civile che sappia difendere i diritti dell’uomo al di fuori degli schieramenti tradizionali e conservatori, mettendo in chiaro che ormai esiste una generazione che accetta certo la fine delle ideologie, ma non la fine delle idee, dei valori che si collegano a certe idee. Ha scarsa importanza disquisire, dunque, come molti fanno, se le frange estreme nate dalle scissioni del vecchio MSI rivelino una stagione di nuove rivolte nel panorama politico italiano, magari collegandosi fra di loro. Fa parte di una vecchia mentalità anche questo, di voler scorgere in ogni sommovimento sociale un filo conduttore, come se fossero sparsi davanti a noi i frammenti di una potenziale rivoluzione che aspetta sotto la cenere. La gente ha seguito la cultura politica nelle sue grandi manovre degli ultimi anni. Ha condiviso revisioni, controrevisioni, riforme e controriforme. Ha gettato ideologie e controideologie. Ma pone la questione delle idee semplici e delle cose semplici: poter studiare, poter lavorare, mantenere ferma la frontiera dei diritti umani, compresi quelli ecologici. Non accetta che studio, lavoro, qualità della vita, siano disgiunti da certi valori. Non vogliono che la conquista delle cose (lo studio, il lavoro) avvenga attraverso la nuova utopia della Felicità Finale gestita dai Grandi Managers. Non sono infine ciò che vorrebbero i politici: cioè gli oggetti passivi di manipolazioni continue operate in nome di cucine elettorali perpetuamente oscillanti, alternanza dopo alternanza. Per quanto sia difficile capire cosa sono e cosa vogliono ce n’è abbastanza per concludere che, dietro ad essi, appare sempre più vasta la spaccatura che ormai divide in Italia la società civile dalla società politica. Quest’ultima ha gestito prima con troppe ideologie per passare poi alla pretesa che non fossero valide nemmeno le idee. Proclamata la fine delle idee, ha preteso poi che la gente vivesse di solo pane e pragmatismo, cioè di ciò che passa la bassa cucina politica, giorno per giorno, coalizione per coalizione, equilibrio per equilibrio, finto riformismo di destra che succede al finto riformismo di sinistra. Ma fatalmente qualcosa non funziona più in questo processo, cominciano a sollevarsi le ondate di ritorno, dato che non si vive di solo pane. Invece di schedare, classificare, archiviare i “movimenti“ è forse il momento di chiedersi se certe ondate non vogliano più attenzione, legate come sono a problemi che sono dell' intera società. Ciò non toglie che si possa essere convinti comunque del suo effetto scoraggiante e dunque agire di conseguenza. Ma è una scelta politica. Legittima quanto si vuole, ma politica.

Patrizio Giugni

12 aprile 2006

Tutto per un nome.

Attanagliati come siamo dall'angoscia per l'esito ancora incerto dei risultati elettorali, non ci siamo tuttavia dimenticati di trarre alcune conclusioni circa la recente moda in auge in quasi tutti i partiti del centrodestra: l'utilizzo del nome dei leader nei simboli elettorali.
Identiche, per tutti, le motivazioni, ma decisamente diversi i risultati ottenuti.
Berlusconi non aveva certamente bisogno di inserire il suo nome nel simbolo di Forza Italia, tanto è riconosciuta fin dall'origine l'identificazione del partito con il suo leader, ma all'associazione FI/Candidato Premier e, ancor più, al suo deciso e decisivo finale di campagna elettorale si deve la straordinaria rimonta del centrodestra che era dato ampiamente per spacciato.
Casini ha incassato il miglior risultato di ogni tempo per l'UDC, che ha più che raddoppiato i propri consensi.
Soltanto per Alleanza Nazionale l'inserimento del nome di Fini nel simbolo non ha prodotto alcun beneficio. Il partito di via della Scrofa ottiene, pari pari, le stesse percentuali delle precedenti elezioni. A dimostrazione, una volta per tutte, che il valore aggiunto del presidente Fini è pari a zero. O che comunque ogni ulteriore macchinazione per ridurre la presunta forbice tra il gradimento del leader e i voti di AN è del tutto inutile. Gianfranco Fini piace alle italiche massaie quando si tratta di eleggere il più affascinante,il più serio, il più affidabile, il più elegante tra gli uomini politici. Ossia quando la "gara" non serve a nulla. Quando deve prendere voti veri, in elezioni vere, a capo di un partito, prende quelli del suo partito.
Ma la palma del peggior uso del nome spetta a Mirko Tremaglia. Il vecchio leone dopo aver speso l'intera esistenza per dare il diritto di voto ai connazionali all'estero, impone al suo partito e a tutta la CdL la presentazione di liste separate, la non-presentazione del simbolo di AN e la corsa con una propria lista - Per l'Italia nel Mondo con Tremaglia - e porta a casa uno striminzito sette percento, zero eletti e il sorpasso dell'Unione al senato. Un amaro risveglio per il padre della legge che porta il suo nome e per tutte le patetiche imitazioni di tanti piccoli cesari che infestano la politica italiana.

07 aprile 2006

Dilettanti allo sbaraglio.

Pubblichiamo uno stralcio della famosa puntata di Report (8 Maggio 2005) sullo scandalo dei contributi assistenziali che da volontari diventarono misteriosamente obbligatori e nella quale fu intervistato il prode senatore Ulivi.

Per chi volesse la versione integrale questo è il link: www.report.rai.it/viewer.asp?c=n&q=49


VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
E’ vero, la quota che pagavano i sanitari dipendenti è calata, oggi tutti pagheranno in media 120 euro, e questo perché nelle tre righe della legge è scritto che la quota del contributo obbligatorio è stabilita dal consiglio di amministrazione della fondazione. Una legge passata velocemente e senza alcuna discussione in commissione sanità. Il senatore Ulivi, che è un farmacista, questa legge l’aveva votata senza accorgersene.


AUTORE
Lei avrebbe votato contro se l’avesse saputo.

ROBERTO ULIVI - Senatore
Mah se ci avessi riflettuto probabilmente sì, perché sennò non avrei presentato dopo la proposta di legge evidentemente.

AUTORE
Abrogativa?

ROBERTO ULIVI - Senatore
Eh!

GIORGIO NICOLA SIRI- Presidente Federfarma
Perché io ho visto la legge. E’ uscita con, io credo, un colpo di mano. L’hanno fatta passare e nessuno se ne accorto.

AUTORE
Non lo sa proprio chi l’ha proposta questa legge?

CARLO SCOTTI – Associazione Nazionale Veterinari Italiani
Purtroppo non ci è dato sapere. Ci piacerebbe, per le indagini che abbiamo fatto noi e per le ricerche che abbiamo potuto fare noi non si è venuto a sapere.

AUTORE
Chi l’ha presentata quest’emendamento?

ROBERTO ULIVI - Senatore
Mah io onestamente non..

AUTORE
Lei fa parte..

ROBERTO ULIVI - Senatore
Io faccio parte del Senato, ma onestamente non mi ricordo. Nella commissione anche sanità però non è passata. Almeno io ricordo che attraverso la commissione.. ma lei capisce che quando c’è..

AUTORE
Ma tecnicamente come succede?

ROBERTO ULIVI - Senatore
Tecnicamente succede che qualcuno ha presentato quest’emendamento..

AUTORE
Qualcuno chi?

ROBERTO ULIVI - Senatore
Non lo so. Di preciso non lo so.

AUTORE
Un senatore?

ROBERTO ULIVI - Senatore
Certamente.

AUTORE
Voi non siete riusciti a capire chi è stato?

GIORGIO NICOLA SIRI- Presidente Federfarma
No, guardi sono stati di una furbizia, adesso onestamente parlando, perché non è facile eh? Non è facile in finanziaria fare entrare un emendamento di cui non sappia niente nessuno. Quindi le amicizie sono alte. Eh, perché per entrare così guardi che le amicizie sono molto alte.

AUTORE
Senta, siete riusciti ad infilarla nella finanziaria, chi è il politico che vi ha aiutato?

ARISTIDE PACI - Presidente Onaosi
Non è un politico. Siamo riusciti, è il Parlamento italiano che c’è riuscito.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
Ma, come si dice, in amicizia qualcuno si sbottona…

AUTORE
L’unica cosa era questa cosa strana che non si sa chi..

ROBERTO ULIVI - Senatore
Io lo so chi, ma non l’ho voluto dire..

AUTORE
E chi è?

ROBERTO ULIVI - Senatore
Ma sembra, non si è mica in registrazione? Detto fra di noi, proprio in amicizia, non lo dica neanche, credo che sia partito tutto dal capogruppo di Forza Italia Schifani.

31 marzo 2006

Sbatti il mostro in prima pagina.


Bilbo_Baggins ci ha suggerito di aprire una discussione sull'estetica e sui contenuti della comunicazione pubblicitaria in questa campagna elettorale. Lo facciamo di buon grado con una prima riflessione sulla campagna di AN in Toscana: il partito di Fini nella nostra regione ha puntato tutto sull'immagine del ministro Matteoli. Ovunque imperversano manifesti e gadgets con la faccia del potente ras toscano. Come se fosse un valore aggiunto, quasi al pari di Fini che ha concesso alla plebe alleanzina, bontà sua, l'uso del suo augusto nome.
Ma davvero Matteoli pensa che "mettendoci la faccia" il suo partito avrà qualche vantaggio? Non sarà che, in questo delirio di autocompiacimento, il livornese, dopo essere diventato inspiegabilmente ministro, si creda oltre che un grande statista persino un gran bel fico?

24 marzo 2006

Matteoli: voglio l'inceneritore a Prato.

Il ministro Matteoli nell’ incontro avvenuto nella sede degli industriali pratesi, davanti ad una platea plaudente e spalleggiato dai suoi luogotenenti Roberto Ulivi e Filippo Bernocchi, ha ancora una volta riproposto, ignorando l'importanza del rispetto per l'ambiente anche da parte del mondo produttivo, la costruzione dell’ inceneritore a Prato
Fa bene il ministro a ricordare che nel suo partito non tutti sono favorevoli alla costruzione di questo impianto ritenendolo superfluo e dannoso.
Assieme ai comitati contestiamo soprattutto la scelta della amministrazione di continuare ad investire nell' incenerimento dei rifiuti quando nuove tecnologie alternative potrebbero portare nella direzione di una maggiore tutela ambientale, del risparmio economico e dell'incremento dell'occupazione come succede in molti altri paesi.
Alla memoria di tutti vogliamo ricordare che sull’argomento già dall’agosto 2005 abbiamo aperto il dibattito sul blog.
Spacciando la costruzione del “mostro” come una panacea per l’industria pratese, che chiude le fabbriche e trasferisce le proprie produzioni all’estero, dobbiamo constare che i poteri forti della politica e del capitalismo, in un connubio fra dirigismo e neoliberismo sfrenato hanno deciso a tavolino la costruzione dell’inceneritore.
Non tenendo conto della sostenibilità ambientale e della salute collettiva, hanno trovato il punto di incontro con le multinazionali e le loro sporche logiche del profitto.
Intorno a quei metri di terra si gioca una partita importantissima che riguarda soprattutto il futuro del territorio e della sua comunità.
Per questo c’è bisogno di mobilitarsi e lottare per un futuro dignitoso dove la cittadinanza ha il diritto e il dovere di scegliere la propria sorte, contro una rappresentanza politica sempre più intrappolata in una miserevole alternanza di affarismo, magniloquenza e tecnicismo.
Nel rammentare quanto a suo tempo emergeva nella controversia con i compiacenti, siamo ancora di più convinti che l’asse instaurata dall’ex capogruppo di AN in consiglio comunale di Prato ed i vertici comunisti dell’ A.S.M. debba inevitabilmente crollare.

08 marzo 2006

Vota Antonio, vota Antonio. 2

Ecco le liste dei candidati per la Toscana, in ordine di presentazione fino al primo pratese (in maiuscolo).
Questa è AN

= CAMERA =

Fini Gianfranco
Migliori Riccardo
Martinelli Marco
Perina Flavia
Ulivi Roberto
Martini Luigi
Bianconi Maurizio
Ravenni Franco
Bechi Paolo
Rosso Lorenzo
Stanca Marcello
Silvestri Silvia
Di Vincenzo Rolando
Petrucci Diego
Donzelli Giovanni
BANCHELLI GIANLUCA


= SENATO =

Matteoli Altero
Mugnai Franco
Totaro Achille
Cellai Marco
Baudone Giuliana
Ronchieri Ezio
Meucci Marco
BETTAZZI MAURIZIO

23 febbraio 2006

Vota Antonio, vota Antonio...




A pochi giorni dalla presentazione delle liste per le elezioni politiche si fa sempre più deprimente lo spettacolo offerto dai partiti. Ogni giorno leggiamo dello squallido balletto delle poltrone, della caccia sfrenata alle medesime, dell'iperattivismo che solo in questa circostanza contagia tutti i parlamentari uscenti e quelli, meschini, che vorrebbero essere "entranti".
Al tempo della bistrattata prima repubblica i mille parlamentari nazionali erano, salvo rare eccezioni, il frutto di una lunga e severa selezione: alle massime cariche rappresentative si giungeva dopo anni di sana gavetta, di studio e di sacrifici. Insomma gli eletti rappresentavano davvero il meglio che i partiti potevano esprimere. Cosicché nessuno, o quasi, si lamentava se rimaneva fuori a scapito di qualcuno obiettivamente più capace.
Oggi, in epoca di Grandi Fratelli e Isole dei Famosi, la scelta di molti candidati e conseguentemente di molti eletti, assomiglia sempre più a un pessimo reality show, nomination comprese. Lo smantellamento di ogni minimo criterio meritocratico ha prodotto un risultato che è sotto gli occhi di tutti: una classe politica alla quale non affideremmo l'amministrazione del nostro condominio.
Apriamo questo post per accogliere commenti, idee e riflessioni sui candidati, o aspiranti tali, alle prossime elezioni.

08 febbraio 2006

Antifascisti.

E’ apparso in questi giorni sui muri delle nostre città un manifesto dei Comunisti Italiani davvero stimolante. Si tratta di un primissimo piano della faccia di Diliberto accompagnato da una sola scritta a caratteri cubitali: “Antifascisti”.
Niente di nuovo, si penserà. E per certi versi è proprio così: che bisogno c’è di ribadire un concetto che è non solo chiaro a tutti, ma anche indifferente ai più? Come se Papa Ratzinger scrivesse “cristiano” sotto le sue fotografie.
Allora perché questa stucchevole retorica resistenziale? Diliberto sembra voler dire: si, è vero, abbiamo i nostri piccoli difetti, ma siamo antifascisti e questo ci assolve. Abbiamo per decenni lavorato al servizio di una potenza straniera nemica contro il nostro Paese, ma siamo antifascisti. Abbiamo invano tentato di trascinare l’Italia nell’orrore del regime sovietico, ma siamo antifascisti. Io Diliberto, come ministro della Giustizia, ho svenduto agli americani le sacrosante rivendicazioni dei familiari delle vittime del Cermis in cambio della liberazione della terrorista Baraldini, ma sono antifascista. Abbiamo invaso come un cancro ogni settore della società e governiamo da sempre nelle regioni rosse spolpando le casse pubbliche a vantaggio delle consorterie politiche di sinistra, ma siamo antifascisti. Ci presentiamo alle elezioni in una coalizione senza programma, divisa su tutto, che raccoglie il peggio dei cocci della prima repubblica, ma siamo antifascisti.
L’antifascismo come patente di rispettabilità. Già nel primo dopoguerra questo espediente consentì a molti comunisti di andare in parlamento anziché in galera come meritavano. Assassini, ladri, stupratori, spie, nemici dell'Italia. Abbiamo fatto la resistenza, dicevano, e giù applausi!
E invece a noi pare che nell’operazione del PdCI di rispolverare i cimeli di famiglia ci sia qualcosa di diverso dal solito. Perché è diverso, tanto per dirne una, il contesto storico. Oggi TUTTI si definiscono antifascisti. Lo fa persino Fini. Lo fa persino la Lega che nei confronti degli agitatori comunisti dei centri sociali mobilitati per impedire al “fascista” Borghezio di parlare, usa senza mezzi termini la definizione di “squadrismo fascista”!
Forse il tentativo vero è quello di mettere una pietra tombale su quell'embrione di revisione storica che sta faticosamente venendo alla luce. Il messaggio è chiaro: l'antifascismo non si tocca! La storia l'abbiamo scritta noi e così deve restare. Almeno fino a quando intellettuali e politici, anche di destra, ci consentiranno con il loro vile perbenismo di farlo.

01 febbraio 2006

Lo spinello del Presidente.




Si, proprio lui: il padre del decreto sulle tossicodipendenze, del giro di vite sullo spaccio ma anche sul consumo degli stupefacenti. Di tutte le droghe: pesanti, leggere e così-così.
Tu quoque Bruto?
L'ammissione di Gianfranco Fini di essersi fatto in gioventù (...insomma a 31 anni!) una bella canna, ha scatenato un putiferio. Ci sono state scene di isteria all'interno del suo partito. "Fini? Roba da matti!". Per qualche suo immarcescibile sostenitore è stato un vero e proprio colpo. Come scoprire che Rosy Bindi ha girato un film porno.
E poi, scusi Presidente, perché sbandierarlo ai quattro venti? Proprio alla vigilia della campagna elettorale. Un colpo basso. Meglio glissare, no? Vizi privati e pubbliche virtù. Come quella bella faccia di tolla di Rutelli che a identica domanda ha risposto: "No, mai fatto canne". E lui poteva pure farsele, tra i radicali era la norma.
Ma lei quando ha trovato il tempo? E dove? In Giamaica ha detto. Con qualche amico. Ahia!
Dalla sua biografia apprendiamo che un Fini adolescente approdò a Roma e si tuffò immediatamente nell'impegno politico. A destra. MSI. In quegli anni chi militava nel Movimento Sociale era un reietto della società, un paria, un emarginato comunque e dovunque. Difficile frequentare altre compagnie che non fossero i camerati della sezione missina. Sempre. Impegno e distrazioni. Militanza e cazzeggio.
Con qualche amico? Ahia!
Ce lo vediamo Fini sdraiato sotto la palma con Gasparri, Storace, Urso e chi sa chi altro: "...'a Fra', senti che robba! Falla ggirà".

Qualcuno è risalito all'anno del mitico viaggio ai caraibi: 1982.
L'anno seguente Fini diventa per la prima volta deputato. Insomma: un ragazzo!

24 gennaio 2006

Legittima difesa: cambia la legge.

Con 244 sì e 175 no la Camera ha definitivamente approvato la legge sulla legittima difesa.

Chi, trovandosi in casa propria o nel luogo di lavoro, si sente aggredito o minacciato, o crede minacciati e aggrediti i beni che gli appartengono, può reagire come crede, utilizzando le armi legittimamente detenute ed anche uccidendo, perché la sua reazione sarà sempre considerata proporzionata.
Questo tipo di difesa, che non conoscerà più "l'eccesso" per il quale fino ad ora si poteva venire condannati, potrà essere esercitata anche in ogni altro luogo "ove venga esercitata un'attività commerciale, professionale o imprenditoriale".


Bisognava arrivare alla fine della legislatura per vedere realizzare qualcosa di destra! Meglio tardi che mai.

17 gennaio 2006

Sul nuovo simbolo di AN




La presentazione del nuovo simbolo di Alleanza Nazionale con l’aggiunta del nome del leader ci stimola alcune riflessioni.
La prima, per deformazione professionale, riguarda l’aspetto grafico: da tempo non si vedeva una soluzione come questa di rara bruttezza e vetustà. Possibile che in questa era in cui l’apparenza conta più di ogni altra cosa un grande partito di governo affidi ancora la sua immagine alla buona volontà di qualche militante bravino col pennarello? Un noto salumificio modenese se la ride e ringrazia…

Una volta per modificare il simbolo di un partito occorreva la celebrazione di un congresso. Ma una volta i partiti erano fatti di uomini, di carne e sangue oltre che di ideali. I partiti erano il risultato di una grande solidarietà, maturata nel tempo grazie alla sedimentazione di vittorie e sconfitte, di gioie e di lutti, di abbondanza e di carestia. E toccare il vessillo di queste vere e proprie comunità era impresa ardua. Vale la pena ricordare, tanto per rimanere in casa (si fa per dire) dell’onorevole Fini, che agli inizi degli anni settanta l’aggiunta della dicitura “Destra Nazionale” al simbolo del MSI produsse la fuoriuscita dal partito di Almirante dei “salotini” duri e puri e la scomparsa del Partito di Unità Monarchica.
Oggi che i partiti sono sempre più il risultato di operazioni di alchimia politica (vedi l’esempio del nascituro partito democratico) la sacralità del simbolo può andare tranquillamente a farsi benedire.

E’ chiaro che l’intenzione sia quella di ridurre la forbice tra i consensi del partito e quelli di cui sulla carta gode il suo presidente. La manovra, ammettiamolo, ha un suo fondamento strategico. Del resto AN dopo averle inutilmente provate di tutte e non averne quasi mai azzeccata una, per incrementare i propri consensi non può far altro che affidarsi all’indubbio appeal di Gianfranco Fini. Il quale, tuttavia, con questa operazione si espone ad un rischio gravissimo: quello cioè di rimanere vittima dell’effetto trascinamento “al contrario”. Perché se grazie al consenso personale di Fini il suo partito otterrà qualche voto in più, ci sarà festa per tutti. Ma se, come probabile, il personale consenso di Fini verrà ridimensionato dal risultato del partito, il suo sogno di succedere a Berlusconi andrà inevitabilmente a farsi friggere.

03 gennaio 2006

L'Argonauta

Lo confesso: non sono un appassionato radio-ascoltatore. Generalmente il gracchiare ininterrotto delle emittenti (pubbliche e private) mi rompe discretamente gli zebedei. Quando voglio un sottofondo musicale alla mia attività quotidiana, preferisco scegliermi in piena autonomia cosa ascoltare. Capita così che, all’oscuro di programmi e palinsesti, mi imbatta in vere e proprie sorprese. Come quella di ieri sera, quando su Radio Rai Uno ho per caso imbroccato “L’Argonauta”, sottotitolo: “In viaggio fra libri e cultura”. La cosa sembrava interessante già così, ma al nome del conduttore – Gianfranco De Turris – si è fatta interessantissima. Non avrei mai creduto di poter ascoltare, un giorno, in una emittente di stato gli interventi di Mario Bernardi Guardi, Stenio Solinas, Pietrangelo Buttafuoco, Marco Cimmino. Sembrava di essere a un campo Hobbit! O peggio: a un congresso del movimento sociale! E che dire della schiettezza con la quale alcuni di loro (Bernardi Guardi e Cimmino su tutti) dicevano cose di destra, fieri di essere di destra! E non di quella pseudo destra del cavolo che ci ha regalato l’era berlusconiana: quell’accozzaglia indistinta di moderatini che accomuna i Casini ai La Russa, i Bondi ai Maroni, i Fini ai Rotondi e così via. No, di quella destra che lo è per davvero e che non ha remore a dire che Ernesto Guevara fa schifo, che i compagni delle BR erano dei criminali e che quasi tutti gli storiografi viventi sono dei farabutti.
Che altro dire? Che se dopo cinque anni di governo della destra per respirare un po’ d’aria pura, per affrancarsi dal cappio dell'egemonia mediatica e culturale della sinistra, occorre cercare un programma settimanale di nicchia nel preserale di Radio Uno, siamo ridotti proprio male.

Vincenzo Bellini

30 novembre 2005

21 novembre 2005

Radici - Rubrica per chi ha la memoria corta. Cap.1

(…) Né potete venirmi a dire che la Resistenza è stata una guerra di popolo. Non stiamo celebrando il processo alla Resistenza, quella Resistenza che un giornalista abbastanza noto ha paragonato ad un panno sporco che occorrerebbe prima sciacquare per vedere che cosa ne rimanga una volta che sia stata eliminata la lordatura del sangue. Noi stiamo mettendo sul banco degli imputati – quanto meno da un punto di vista morale – gli assassini comunisti che hanno continuato ad uccidere a guerra finita! Questa è la verità: voi siete i figli degli assassini! Non vi sono dubbi: è la storia che lo dice! Voi potete cambiare nome fin che volete, ma le vostre radici affondano nel sangue degli assassinii: questa è la verità! E’ intollerabile che voi rimaniate in Parlamento! Questa è la vergogna! Ed è intollerabile che dopo quarantacinque anni non abbiate ancora fatto un esame di coscienza.

Così si è rivolto alla Camera verso i banchi della sinistra l'On.Filippo Berselli, attuale sottosegretario alla Difesa. Inutile dire che condividiamo in pieno le sue affermazioni compreso il fatto che ci sia voluto il coraggio di qualche giornalista di sinistra per sollevare una pesantissima coltre di menzogne e di omissioni. Se aspettavamo che lo facesse qualcuno di destra stavamo freschi...
Quindi un "bravo" a Berselli per le sue parole. Ah, dimenticavamo: era il 16 ottobre del 1990...

16 novembre 2005

Provocazione autoironica su una insanabile differenza. Destra, Sinistra e satira: è genetica ragazzi!


Tratto da AREA - L’abate Mendel, coi suoi fagioli gialli e verdi, non aveva mica poi tutti i torti: la genetica è tutto fuorchè un opinione. Un cavallo non sarà mai un uomo, anche se, abbastanza spesso, si è sentito di uomini che parevano cavalli, e che ragionavano come dei muli. Lo dico perchè, di questi tempi, è stata rispolverata la solita vecchia storia sul fatto che la destra non vanta comici di rango e che, sul versante della satira, si lascia bagnare il naso dalla sinistra. Mi verrebbe da chiudere l’argomento con il solito: che due maroni ‘sta storia di destra e sinistra...visto che i fessi prosperano su entrambe le rive e, anzi, traghettano dall’una all’altra con allegra frequenza. Ma, in fondo, una volta tanto, perchè non confessare come stanno davvero le cose, senza tante scuse? Berlusconi ha inaugurato la moda della geremiade ad oltranza: ce l’hanno tutti con lui, ce l’hanno tutti con noi, nessuno ci vuole bene, a noi di destra! E vabbè: nessuno ci vuole bene. E hanno ragione, ammettiamolo: noi di destra siamo cattivi da morire, abbiamo una memoria da elefanti per i torti subiti, non ridiamo delle battute sceme e ci piace fare a cazzotti coi prepotenti. Facciamo così: ci vogliamo bene tra noi. E ci basta. Poi ci sono le fidanzate e le mogli di quelli di sinistra: non ci vorranno bene, ma si comportano come se ce ne volessero. Non sarà una gran soddisfazione, ma è pure qualcosa. E, ancora, ci sono le mezze calzette: non ci vogliono bene, ma si sforzano di compiacerci, perchè hanno una paura fottuta delle nostre manone e del nostro scarso senso dell’umorismo. Neppure questa è una gran soddisfazione, ma addolcisce la solitudine delle nostre lunghe sere tetre. Oh, insomma, cosa si pretende da noi? La colpa non è nostra: è della genetica, vi dico. Quando gli antenati dei satiri della sinistra stavano a casa ad accordare liuti e tiorbe, i nostri ancestri andavano in giro a tagliare le teste dei nemici. Tornati a casa, stanchi e accigliati, spesso accadeva che, nel caso in cui il giullare diceva una mezza parola di troppo, lo accorciassero netto di un paio di spanne. A noi è rimasta un po’ di questa mania decapitereccia e ai discendenti dei giullari un peculiare senso di precarietà della propria posizione. Bisogna dire che, un pochino, a leggere i giornali, quel brutto difetto ci è proprio rimasto, se è vero che ad ogni piè sospinto ci accusano di stilare liste di proscrizione per tagliare delle teste. Ma è solo una questione genetica. Se proprio dovevano fare del cabaret, i nostri antenati preferivano fare i trovatori, i nobili guerrieri, i cantori: pareva loro più adatto, più dignitoso. Dario Fo l’avrebbero mandato a tirare calci a rovaio. E vi confesso che anche a me, quando vedo il suo nasone e la sua boccona, quando sento le sue sesquipedali cazzate, prudono, per riflesso di atavismo, le palme. Comunque, abbiamo fatto il possibile per perdere quelle brutte abitudini: abbiamo inventato il torneo, che della guerra è solo la parodia e, più tardi, lo sport, che ne è la metafora. In quello siamo proprio bravini: la ragione risiede nel fatto che, abbastanza goffi nel mettere il prossimo alla gogna, abbiamo una certa qual praticaccia nel mettere alla prova noi stessi. Così, sudiamo nel fango dietro a palle ovali, pedaliamo, colpiamo pallette di pezza gialla con euforica violenza: in fondo, ci sembra sempre di tagliare teste e di sfondare usberghi. La genetica, dicevamo, non è un’opinione. Invece, provate ad immaginarvi Paolo Rossi, il comico mica il calciatore, che saltasse con l’asta o che affrontasse un avversario sul tatami: resterebbe un comico, anzi, sarebbe ancora più comico. La genetica, null’altro che la genetica, determina tutto ciò. La sinistra ha un estro innato per la pagliacciata, per il risolino sardonico, per l’arte dei guitti e dei mimi: noi non ce l’abbiamo. Cosa dobbiamo farci? Tagliarci le vene? E neppure le nostre donne possiedono la delicata capacità parodistica della Guzzanti, il garbo intellettuale della Dandini: le nostre donne, al massimo, spaccano il naso ad un teppista con una zuccata. Genetica. Dunque, amici di destra e di sinistra, abbandonate questa inutile querelle: sia dato a Cesare quel che è di Cesare. Comici, istrioni, umoristi e commentatori satirici sono e saranno sempre di sinistra; unitamente a Biagi, Santoro e a tutti gli altri granduomini televisivi. Non ci si può far nulla. Un uomo di destra non potrebbe mai corricchiare come Benigni nè esclamare di fronte a Nicoletta Braschi: “Sei bellissima” senza mettersi a ridere. Ci manca il tempo comico: rassegnamoci. Non ci resta che tenerci i nostri sport, le nostre sudate e la nostra mancanza di humour. In un modo o nell’altro ci consoleremo. Solo mi chiedo: ma che scusa inventeranno con i mariti le donne di sinistra? Mistero! O anche questa è genetica?

Marco Cimmino

04 novembre 2005

Spunti per una rivoluzione borghese.

Quanto sta accadendo in questi giorni nelle periferie di Parigi, con scontri violentissimi tra gendarmi ed immigrati, violenze e devastazioni, ci induce a qualche riflessione. La prima,scontata, è che la colpevole sottovalutazione da parte dei governi europei del fenomeno migratorio dal terzo mondo ci regalerà, inevitabilmente, una invasione di “diseredati” che verranno nei nostri paesi incazzati neri (sic) a distruggere tutto quello che trovano e a mettere a rischio la nostra sicurezza. Il solidarismo ipocrita dei governanti “politicamente corretti”, lungi dal garantire un’accoglienza insostenibile sia dal punto di vista economico che dell’impatto socio-culturale, avrà come vistosa conseguenza quella di far mettere a ferro e fuoco le nostre città. Ma questo, ci si consenta, lo diciamo da molto tempo. Invece quelli che i telegiornali continuano a definire “quartieri poveri e degradati” di Parigi, non ci sembrano, tutto sommato, molto peggio di Secondigliano o di Scampia, tanto per fare un esempio. Forse che in queste periferie italiane vive una classe di agiati benestanti poco inclini alla rivolta nelle piazze? Difficile a credersi. Allora occorrerà riflettere su quali nuove classi sociali abbia generato la fine del ventesimo secolo, giacché al mitico “quarto stato” se ne è aggiunto ormai un quinto se non addirittura un sesto. Disperati, manovrati, disposti a tutto. Saranno loro le truppe della rivoluzione globale prossima ventura? L’unica rivoluzione italiana è stata quella fascista del ventidue. Una rivoluzione incruenta, senza teste mozzate e assalti a “palazzi d’inverno”. E a farla fu la piccola e media borghesia che a differenza di quanto avvenuto nella rivoluzione francese non utilizzò il proletariato come braccio armato, ma fece leva su valori quali l’amor di Patria per far prevalere le proprie ragioni. Oggi è lecito chiedersi se esista ancora una borghesia in grado di combattere per difendere da una moltitudine di nemici il proprio stile di vita, le proprie città (i borghi, appunto) e la propria esistenza.

21 ottobre 2005

Rockpolitik.

Francamente non ci aveva appassionato per niente la polemica preventiva e la "suspence" che ammantavano il debutto della trasmissione televisiva dell'ex molleggiato nazionale. Celentano, icona di se stesso, oggi musicalmente sopravvissuto solo grazie a dei brani confezionati dalla coppia Mogol-Bella, non rientra nella lista dei nostri riferimenti artistici. Figuriamoci in quella dei pensatori! Il tipo, che giustamente si definisce "re degli ignoranti", parla a vanvera di cose fuori dalla sua portata (mirabolante la sua definizione dell'Illuminismo come "movimento culturale") e sciorina per ore una sequela di ovvietà in puro stile post-comunista, post-ecologista, post-noglobal ecc.ecc.
Però sul tormentone del ritorno in Rai dei vari Santoro, Biagi, Luttazzi e compagnia bella ci sembra il caso di fare una semplice, banale considerazione.
Il governo di centrodestra, che in quanto tale non può che essere composto da loschi figuri dediti alla repressione di ogni forma di dissenso e allo smantellamento dell'ordinamento democratico, ha concesso all'opposizione la Presidenza Rai (Petruccioli), la Direzione Generale (Meocci) e la Vigilanza (Gentiloni). Il tutto alla vigilia delle elezioni, quando il monopolio dell'informazione televisiva da parte della sinistra assumerà ancor più valore. I parlamentari del centrodestra sono stati capaci di fare le barricate e di arrivare quasi allo scontro fisico per imporre la legge elettorale, la ex-Cirielli, la devolution e altre simili amenità, mentre sulla Rai hanno dimostrato un così britannico "gentleman agreement". Che ganzi!

13 ottobre 2005

Quote rosa.


La camera, con un voto insolitamente bipartisan, ha affossato l'emendamento alla nuova legge elettorale che obbligava i partiti a comporre le liste salvaguardando il 25 percento di uno dei due sessi. Niente posti riservati alle donne, quindi. Con buona pace delle Prestigiacomo, delle Santanchè e delle Melandri che solo in queste occasioni si accorgono del deficit di democrazia interna dei loro partiti. Sinceramente non abbiamo mai condiviso l'idea delle cosiddette "riserve indiane" per categorie protette, convinti come siamo che la meritocrazia sia la stella polare a cui ogni forza politica debba fare riferimento. Per cui se una donna, un giovane o chicchessia dimostra di valere qualcosa deve trovare naturali evoluzioni di "carriera" senza bisogno di norme a tutela. Certo, in una società e all'interno di una politica come noi la vorremmo. Ma poiché conosciamo i nostri polli, ci viene da sorridere di fronte a tanto ipocrita schiamazzo da parte delle deputate "deluse" e "indignate". Ma signore mie, con il meccanismo delle liste bloccate a cosa servirebbero le quote? Chi impedirebbe al ras regionale di turno di collocare le gentili candidate nelle ultime posizioni pur rispettando le percentuali di salvaguardia? Facciamo un esempio: se AN prevede di eleggere in Toscana quattro deputati che numero di lista daremo alla prima donna? (Per inciso: noi abbiamo già un'idea su chi saranno i primi quattro in lista). E poi: chi decide quali saranno le donne da inserire in lista? Quale criterio autenticamente meritocratico sarà seguito? Infine, la signora Santanchè e le sue colleghe catapultate dai fornelli e dai salotti in parlamento, senza nessuna gavetta, senza preferenza, chi le ha scelte?

10 ottobre 2005

La strada nuova.

(…)AN è un partito che è stato creato dalla gente, col suo voto, inimmaginabile prima di “Mani pulite”, che ha catapultato il MSI ad uno strepitoso 15%, nelle elezioni del 1993. Un partito al 15% non poteva mantenere l’assetto del vecchio MSI, perciò è nata Alleanza Nazionale. Alleanza di chi? Di vecchi liberali, democristiani di destra, monarchici, missini, cani sciolti, radicali liberi, che si sono accordati su di un progetto di massima (un minimo comun denominatore, livellato inevitabilmente verso il basso), allo scopo di incrementare il successo elettorale e diventare destra di governo. Qualcuno citò a vanvera il gollismo, qualcun altro la destra cattolica tedesca: per farla breve, nessuno pensò di mantenere e migliorare il modello missino, ritenuto, da un lato, ingombrante e, soprattutto, imbarazzante e, dall’altro, inadeguato ai tempi nuovi. Eppure, la gente aveva decretato il successone del MSI proprio perchè era il MSI: un partito che sapeva essere durissimo su alcuni temi forti, un partito che vantava un’invidiabile tradizione di onestà (anche, forse, perchè non aveva mai avuto reali occasioni di rubare...), un partito che richiamava, istintivamente, le tradizioni di un’Italia più povera, più sobria e più seria. Un’ Italia meno americana. Meno pubblicitaria e meno televisiva.(…) Da allora, AN non ne ha azzeccata una, e ha continuamente perso terreno: gli espertoni del partito lo hanno spiegato in mille modi. La verità è che AN è un partito dalla debolissima immagine, che ha combattuto una serie di battaglie politiche dalla parte opposta rispetto a quel suo elettorato missino del 1993: ha cercato, per dirla in breve, di diventare una cosa diversa rispetto a quello che la gente si aspettava che diventasse, ossia un partito di notabili.(…) La politica è diventata solo conservazione del potere: del proprio potere feudale, privato, assoluto. La gente questo lo sa: vede la faccia dei potenti e vi riconosce il solito, arcinoto, sorriso di chi si sente intoccabile, invincibile, incriticabile.(…) Basterebbe fare una specie di minireferendum in ogni circolo, per vedere che chi comanda non è quasi mai chi merita di comandare. Io di nomi, se volete, ne ho parecchi: guardatevi intorno e, smettendo di lamentarsi e basta, cercate una strada nuova. Che è poi la strada vecchia.

Marco Cimmino
(tratto da Destrasociale.org)

06 ottobre 2005

Ondivago.


"Senza la proporzionale la CdL è finita." Parola di Gianfranco Fini.

Gli elettori di AN sono ormai assuefatti alle "svolte" del loro leader, ma che ne pensano di questa ennesima giravolta? Non era il prode Gianfranco che si autonominò paladino del maggioritario? Dopo che da Segretario missino aveva difeso fino alla morte la proporzionale? Onorevole Fini, si decida!

23 settembre 2005

Verso le primarie della CdL.

Un’inutile perdita di tempo. Invocare le primarie per l’individuazione del candidato premier del centrodestra è un po’ come sfidare a braccio di ferro Mike Tyson. Troppo sbilanciati i valori in campo. Berlusconi scatenerà il suo partito, le sue aziende, le sue televisioni e la sua innegabile supremazia per sbaragliare ogni ipotetico avversario (chi sarebbe poi, Casini?). Perché non pensare, invece, a delle primarie per individuare i candidati al parlamento? Il fallimento del governo Berlusconi non può essere imputato alla sola responsabilità del premier. C’è tutta una classe politica sotto accusa. Impreparata, immobile e inamovibile. Chi ha selezionato una tale pletora di incapaci? Perché i partiti della CdL non lasciano scegliere i propri elettori da chi vogliono essere rappresentati?
Figuriamoci! Noi toscani abbiamo già dovuto subire la canagliesca azione degli oligarchi del centrodestra che hanno approvato insieme alla sinistra l’abolizione della preferenza. Sperare in un salutare rigurgito di democrazia partecipata sarebbe veramente utopistico.
E allora gli elettori di Alleanza Nazionale, per esempio, accorreranno in massa alle primarie che daranno la medaglia d’argento a Fini. Poi,nei collegi, si ciucceranno come sempre il peggio del peggio.

22 settembre 2005

Aria di smobilitazione.

Tutti a casa?

1.
"Non c'é bisogno di dire che
andremo da soli. Basta decidere volta per volta come
comportarsi. Saranno gli altri, eventualmente, a determinare la
nostra collocazione". Bruno Tabacci (Udc) spiega in
un'intervista al CORRIERE DELLA SERA la possibile strategia dei
centristi.
"Nei prossimi giorni ci saranno scelte
da fare alla Camera e al Senato. La legge elettorale sembra
ormai tramontata. Peccato, ci abbiamo provato, ma il
centrosinistra ha fatto blocco perché vuole vincere con il
maggioritario e i nostri alleati hanno posto condizioni tali da
logorare il percorso della normativa".
Sulla Finanziaria, continua il deputato, "daremo battaglia.
Ma c'é anche l'ex Cirielli: così com'é non può passare. Al
di là di chi dice che è fatta apposta per salvare qualcuno,
basta vedere lo sciopero dei penalisti che ha appena
provocato".
Un avvertimento anche in merito alla devolution: "Se si dice
che la riforma elettorale va fatta con larghe intese, quindi
anche con l'opposizione, il discorso deve valere anche per le
riforme istituzionali. Proporrò all'Udc di promuovere
l'assemblea costituente".
Infine una sola battuta sul premier Berlusconi: "Magari se
ne andasse veramente a Tahiti. Gli chiederei un
passaggio".(ANSA).


2.
"Provvisoria è stata la nostra
scelta di stare nel centro-destra. E provvisoria ci è sempre
apparsa la Casa delle libertà, che ora è in una crisi
irreversibile". L'analisi della Cdl arriva dal segretario del
Nuovo Psi Gianni De Michelis, intervistato dal MESSAGGERO.
"L'Unione non ci piace, abbiamo dei dubbi su Prodi ma,
siccome noi dobbiamo rimettere insieme tutto il popolo dei
socialisti sparpagliati fra Sdi e Nuovo Psi, se il
centro-sinistra ci dà questa possibilità noi andiamo con il
centro-sinistra".
L'ex ministro del Psi assicura di non aver mai negato la
possibilità di tornare a sinistra. "Anzi, i socialisti
soltanto a sinistra possono stare. (...) E la maniera in cui i
post-comunisti parlavano di Craxi negli anni '90 non e' certo
quella in cui parlano oggi".
Infine, un riconoscimento al leader dell'Unione. "Su certe
cose, siamo d'accordo con lui. Su altre, no. E' molto cresciuto
in questi dieci anni. E' un politico di valore e privo del
vizio, italianissimo, del provincialismo. Noi - conclude De
Michelis - spingeremo Prodi a somigliare il più possibile a
Schroeder e a Blair".(ANSA).

3.
VENEZIA, 18 SET- "Domani e' il compleanno di Bossi e' ci sara' l'appuntamento con l'ultimo passaggio alla Camera sulla devolution", dice Calderoli. "Non so se sia vero -ammonisce il ministro per le Riforme- che si stanno condensando delle nuvole. Domani sara' la resa dei conti: i patti vanno rispettati e visto che il messaggio e' a Roma dico 'patta servanda sunt'". Ancora piu' esplicito il ministro Maroni: 'Se la devoluzione non passa, un secondo dopo la Lega uscira' dal governo e dalla maggioranza'.(ANSA)

4.
L'esame del ddl sul federalismo, che comprende la devolution, è stato rinviato a ottobre. Lo ha detto in aula alla Camera il presidente Pier Ferdinando Casini (ANSA)

15 settembre 2005

Proporzionale: prove di grande centro.

Cosa nasconde la polemica di questo scorcio di legislatura sulla legge elettorale? E’ davvero in discussione solo il meccanismo “aritmetico” di attribuzione dei seggi in parlamento o c’è sotto qualcos’altro? Se proprio dovessimo scegliere tra i due sistemi dovremmo dire che il proporzionale ci sembra decisamente il migliore. Non solo perché la Destra italiana condusse una delle sue più belle battaglie contro il maggioritario e l’attuale, fallimentare, bipolarismo. Ma anche e soprattutto perché con il proporzionale si salvaguardano le identità e si rappresenta realmente la volontà dell’elettorato. Purtroppo c’è da temere che non siano queste le considerazioni da cui parte l’iperocchialuto Follini per reclamare a gran voce un ritorno all’ancien regime. Sembra piuttosto di intravedere un disegno tipicamente democristiano in virtù del quale un rinascente “grande centro” si riserverebbe la facoltà di scegliere di allearsi oggi con la destra, domani con la sinistra.
In realtà l’attuale panorama politico poco si discosta da questo scenario futuribile: abbiamo due fazioni della vecchia DC che si sono alleate l’una con gli ex-comunisti, l’altra con gli ex-missini. La differenza, per ora, consiste nel fatto che i due spezzoni del centro non sono uniti. Quando si produrrà questa saldatura, la controrivoluzione dei partiti di tangentopoli sarà compiuta

09 settembre 2005

Preferenza: favorevoli e contrari.

“Credo che sarebbe disastroso un ri-
torno al proporzionale con prefe-
renza. E invito tutti a una riflessio-
ne più attenta sulla scorta dell’e-
sperienza. Le elezioni regionali e
provinciali comportano costi eletto-
rali altissimi, esorbitanti. In una
città media un singolo candidato
spende per la sua elezione più di
un parlamentare. Questa strada, co-
me dimostra il passato recente, ri-
schia di trasformarsi nella madre di
tutte le corruzioni. È fin troppo fa-
cile capire che una campagna elet-
torale di questo tipo può essere af-
frontata solo dai capibastone di par-
tito che possono attingere ai fondi
pubblici, dai miliardari che dispon-
gono di risorse personale o da chi
può accedere ai finanziamenti de-
gli amici e degli “amici degli amici”.
Il proporzionale con preferenza pro-
voca la fuga della politica dal di-
battito. Si assiste a un’eccessiva per-
sonalizzazione dello scontro e a una
competizione esasperata, non con
gli avversari politici, ma con i
candidati della propria lista.”
(Intervista a Nuccio Carrara, sottosegretario alle riforme, AN)

Pubblichiamo uno stralcio dell'intervista al rappresentante del governo e di AN, che, a nostro avviso, la dice lunga sulla esasperata autotutela della classe politica nostrana. La preferenza vista come una iattura. Ovviamente da coloro che hanno usufruito della sua assenza. Da coloro che sono chiamati a ricoprire i più alti incarichi politici e istituzionali senza misurarsi con l'elettorato ma solo perché prescelti dalle segreterie dei partiti.
La Toscana è l'unica regione italiana che ha abolito, nella propria legge elettorale, l'esercizio della preferenza. Con inevitabili malumori da parte di alcune forze politiche e, trasversalmente, all'interno delle stesse. Il risultato è stato un ulteriore distacco della società civile dalla politica. Tanto che possiamo affermare che oggi ci troviamo di fronte a due schieramenti: da una parte i sostenitori del ritorno alla preferenza come forma di potere decisionale dei cittadini e dall'altra i soliti garantiti, che solo togliendo spazi di discrezionalità e di selezione all'elettorato possono perpetuare la loro sopravvivenza politica.

01 agosto 2005

Padri, madri e figli di...



E’ apparsa su alcuni quotidiani la bozza del “Manifesto dei Valori” del nuovo partito unico del centrodestra con l’elenco dei “padri nobili” del costituendo soggetto politico. Apprendiamo così che i riferimenti valoriali della casa dei moderati devono essere attinti da una trentina di personaggi che vanno da Socrate, passando per Dante e Vico per approdare, infine, a Bettino Craxi.
Ci viene spontaneo da chiederci se il manipolo di rappresentanti di AN condivida questi natali e se non abbia qualche obiezione o qualche altro nome da proporre.
Come si sentono i delegati ex-missini alla costituente della CdM nel ruolo di figli adottivi dei vari De Gasperi, Saragat, Malagodi, nonché del latitante di Hammamet?
Attendiamo, giusto per campanilismo, una salace battuta del ministro Matteoli, che, da toscano-doc come lui si definisce, non difetterà di una buona dose di autoironia per questa farsa che agli occhi di molti elettori di destra appare piuttosto come una vera e propria tragedia.