Abbiamo letto questo commento dell'utente "giordano bruno" al post precedente. Ci è sembrato che meritasse uno spazio tutto suo.
-il cerchio-
A cosa serve la politica oggi? A sentire parlare alcuni, si ha l'impressione che la politica oggi sia soprattutto una specie di gioco. Un gioco
in cui si può dire tutto, e il contrario di tutto.
in cui si può stare dentro, e chiamarsi fuori.
un gioco senza coerenza, senza responsabilità.
un gioco che non ha regole, e magari vince chi gioca peggio.
Ci si è forse allora dimenticati che la politica non è un gioco, ma è la base delle scelte di una comunità. E' la via con la quale una comunità decide di affrontare i problemi, e di costruire il futuro.
E con il nostro futuro, non dobbiamo giocare. Quello che più mi preoccupa oggi, è il sentimento che tutto possa essere detto senza doverne poi portare la responsabilità. La politica diventa allora una questione di "ricette", di slogan, di soluzioni semplici che non affrontano i problemi nella loro vera complessità. Ben sapendo che poi ci penseranno altri a trovare le soluzioni vere.
Che anche a Prato Alleanza Nazionale si troverà davanti a sfide importanti lo sappiamo. Nei prossimi anni, saremo chiamati a confrontarci su temi difficili e delicati in molti settori che determinano il nostro futuro: in materia di immigrazione, di sicurezza, di assicurazioni sociali e di sviluppo economico. Temi forti, che richiedono scelte forti , ma che suscitano anche forti emozioni, e generano insicurezza nei confronti dell’ attuale classe dirigente.
In questi anni, si è fatto avanti un modo di fare politica che fa leva su queste paure e insicurezze. In A.N. si sta così diffondendo una cultura politica negativa che mette l'accento solo sui rischi e sulle paure: Il rischio di "svendere" il nostro ruolo di vera opposizione, il rischio di perdere un po' della nostra identità, di perdere la nostra sicurezza a favore dei “pochi” che vogliono mantenere la loro prosperità economica raggiunta con l’inserimento nei posti del potere elargiti negli anni di Governo Nazionale.
Questo atteggiamento genera insicurezza, e l'insicurezza è cattiva consigliera. Paradossalmente, chi meglio coltiva queste paure, oggi sembra raccoglierne i frutti. Si tratta di un'evoluzione pericolosa. Perché se oggi Alleanza Nazionale corre un rischio, è il rischio di non cogliere le opportunità. E' il rischio dell' "immobilismo".
28 aprile 2006
24 aprile 2006
E adesso, pover'uomo?
Alla fine pare proprio che avremo un Prodi-bis. Si mettano l'animo in pace quanti speravano in un riconteggio dei voti. Contestati, nulli, annullati. Ci sono sempre stati, è vero, ma mai come questa volta sono risultati determinanti. Del resto da questo punto di vista siamo una specie di repubblica delle banane, dal vizio antico. Se non ci fossero stati brogli e la conta fosse stata seria al referendum del 1946, oggi avremmo ancora un re Savoia. Sai che gaudio!
Ma tant'è, la sinistra governerà e gli altri vanno a casa. E allora noi vogliamo contribuire all'individuazione di un futuro praticabile per tutti gli sfrattati dai palazzi del potere. Ex ministri degradati a "semplici" parlamentari, sottosegretari trombati, portaborse in cassa integrazione, consulenti prezzolati e titolari di agenzie in via di smantellamento, protetti e leccaculi di ogni genere vittime del perfido spoil-system prodiano: cosa vogliamo farne?
Ma tant'è, la sinistra governerà e gli altri vanno a casa. E allora noi vogliamo contribuire all'individuazione di un futuro praticabile per tutti gli sfrattati dai palazzi del potere. Ex ministri degradati a "semplici" parlamentari, sottosegretari trombati, portaborse in cassa integrazione, consulenti prezzolati e titolari di agenzie in via di smantellamento, protetti e leccaculi di ogni genere vittime del perfido spoil-system prodiano: cosa vogliamo farne?
20 aprile 2006
A destra della destra.
Osservando i risultati elettorali dei partiti che si sono posti alla destra di AN ci accorgiamo che, come costantemente è accaduto, chi se ne è andato dalla “casa madre” ne esce sonoramente sconfitto. Nella loro consapevolezza di erodere voti all’odiata formazione di Fini e soci, si sono proposti alla tornata elettorale con mentalità retrodatata, oppure post-datata. Da un lato usando esperienze passate, magari i ricordi della prima Repubblica, da un altro lato l’ottica di coloro che corrono sempre avanti, magari inneggiando contro il progressivismo di sinistra. In realtà la prima caratteristica di queste formazioni è quella di non lasciarsi facilmente catalogare. Esprimono una politica curva su se stessa, sui suoi problemi di società, via via passando da un tema all’altro: scuola, disoccupazione, immigrazione, razzismo, violenza e non violenza.
Un altro dato importante di queste formazioni è quello di non riuscire a portare a galla una società civile che sappia difendere i diritti dell’uomo al di fuori degli schieramenti tradizionali e conservatori, mettendo in chiaro che ormai esiste una generazione che accetta certo la fine delle ideologie, ma non la fine delle idee, dei valori che si collegano a certe idee. Ha scarsa importanza disquisire, dunque, come molti fanno, se le frange estreme nate dalle scissioni del vecchio MSI rivelino una stagione di nuove rivolte nel panorama politico italiano, magari collegandosi fra di loro. Fa parte di una vecchia mentalità anche questo, di voler scorgere in ogni sommovimento sociale un filo conduttore, come se fossero sparsi davanti a noi i frammenti di una potenziale rivoluzione che aspetta sotto la cenere. La gente ha seguito la cultura politica nelle sue grandi manovre degli ultimi anni. Ha condiviso revisioni, controrevisioni, riforme e controriforme. Ha gettato ideologie e controideologie. Ma pone la questione delle idee semplici e delle cose semplici: poter studiare, poter lavorare, mantenere ferma la frontiera dei diritti umani, compresi quelli ecologici. Non accetta che studio, lavoro, qualità della vita, siano disgiunti da certi valori. Non vogliono che la conquista delle cose (lo studio, il lavoro) avvenga attraverso la nuova utopia della Felicità Finale gestita dai Grandi Managers. Non sono infine ciò che vorrebbero i politici: cioè gli oggetti passivi di manipolazioni continue operate in nome di cucine elettorali perpetuamente oscillanti, alternanza dopo alternanza. Per quanto sia difficile capire cosa sono e cosa vogliono ce n’è abbastanza per concludere che, dietro ad essi, appare sempre più vasta la spaccatura che ormai divide in Italia la società civile dalla società politica. Quest’ultima ha gestito prima con troppe ideologie per passare poi alla pretesa che non fossero valide nemmeno le idee. Proclamata la fine delle idee, ha preteso poi che la gente vivesse di solo pane e pragmatismo, cioè di ciò che passa la bassa cucina politica, giorno per giorno, coalizione per coalizione, equilibrio per equilibrio, finto riformismo di destra che succede al finto riformismo di sinistra. Ma fatalmente qualcosa non funziona più in questo processo, cominciano a sollevarsi le ondate di ritorno, dato che non si vive di solo pane. Invece di schedare, classificare, archiviare i “movimenti“ è forse il momento di chiedersi se certe ondate non vogliano più attenzione, legate come sono a problemi che sono dell' intera società. Ciò non toglie che si possa essere convinti comunque del suo effetto scoraggiante e dunque agire di conseguenza. Ma è una scelta politica. Legittima quanto si vuole, ma politica.
Patrizio Giugni
Un altro dato importante di queste formazioni è quello di non riuscire a portare a galla una società civile che sappia difendere i diritti dell’uomo al di fuori degli schieramenti tradizionali e conservatori, mettendo in chiaro che ormai esiste una generazione che accetta certo la fine delle ideologie, ma non la fine delle idee, dei valori che si collegano a certe idee. Ha scarsa importanza disquisire, dunque, come molti fanno, se le frange estreme nate dalle scissioni del vecchio MSI rivelino una stagione di nuove rivolte nel panorama politico italiano, magari collegandosi fra di loro. Fa parte di una vecchia mentalità anche questo, di voler scorgere in ogni sommovimento sociale un filo conduttore, come se fossero sparsi davanti a noi i frammenti di una potenziale rivoluzione che aspetta sotto la cenere. La gente ha seguito la cultura politica nelle sue grandi manovre degli ultimi anni. Ha condiviso revisioni, controrevisioni, riforme e controriforme. Ha gettato ideologie e controideologie. Ma pone la questione delle idee semplici e delle cose semplici: poter studiare, poter lavorare, mantenere ferma la frontiera dei diritti umani, compresi quelli ecologici. Non accetta che studio, lavoro, qualità della vita, siano disgiunti da certi valori. Non vogliono che la conquista delle cose (lo studio, il lavoro) avvenga attraverso la nuova utopia della Felicità Finale gestita dai Grandi Managers. Non sono infine ciò che vorrebbero i politici: cioè gli oggetti passivi di manipolazioni continue operate in nome di cucine elettorali perpetuamente oscillanti, alternanza dopo alternanza. Per quanto sia difficile capire cosa sono e cosa vogliono ce n’è abbastanza per concludere che, dietro ad essi, appare sempre più vasta la spaccatura che ormai divide in Italia la società civile dalla società politica. Quest’ultima ha gestito prima con troppe ideologie per passare poi alla pretesa che non fossero valide nemmeno le idee. Proclamata la fine delle idee, ha preteso poi che la gente vivesse di solo pane e pragmatismo, cioè di ciò che passa la bassa cucina politica, giorno per giorno, coalizione per coalizione, equilibrio per equilibrio, finto riformismo di destra che succede al finto riformismo di sinistra. Ma fatalmente qualcosa non funziona più in questo processo, cominciano a sollevarsi le ondate di ritorno, dato che non si vive di solo pane. Invece di schedare, classificare, archiviare i “movimenti“ è forse il momento di chiedersi se certe ondate non vogliano più attenzione, legate come sono a problemi che sono dell' intera società. Ciò non toglie che si possa essere convinti comunque del suo effetto scoraggiante e dunque agire di conseguenza. Ma è una scelta politica. Legittima quanto si vuole, ma politica.
Patrizio Giugni
12 aprile 2006
Tutto per un nome.
Attanagliati come siamo dall'angoscia per l'esito ancora incerto dei risultati elettorali, non ci siamo tuttavia dimenticati di trarre alcune conclusioni circa la recente moda in auge in quasi tutti i partiti del centrodestra: l'utilizzo del nome dei leader nei simboli elettorali.
Identiche, per tutti, le motivazioni, ma decisamente diversi i risultati ottenuti.
Berlusconi non aveva certamente bisogno di inserire il suo nome nel simbolo di Forza Italia, tanto è riconosciuta fin dall'origine l'identificazione del partito con il suo leader, ma all'associazione FI/Candidato Premier e, ancor più, al suo deciso e decisivo finale di campagna elettorale si deve la straordinaria rimonta del centrodestra che era dato ampiamente per spacciato.
Casini ha incassato il miglior risultato di ogni tempo per l'UDC, che ha più che raddoppiato i propri consensi.
Soltanto per Alleanza Nazionale l'inserimento del nome di Fini nel simbolo non ha prodotto alcun beneficio. Il partito di via della Scrofa ottiene, pari pari, le stesse percentuali delle precedenti elezioni. A dimostrazione, una volta per tutte, che il valore aggiunto del presidente Fini è pari a zero. O che comunque ogni ulteriore macchinazione per ridurre la presunta forbice tra il gradimento del leader e i voti di AN è del tutto inutile. Gianfranco Fini piace alle italiche massaie quando si tratta di eleggere il più affascinante,il più serio, il più affidabile, il più elegante tra gli uomini politici. Ossia quando la "gara" non serve a nulla. Quando deve prendere voti veri, in elezioni vere, a capo di un partito, prende quelli del suo partito.
Ma la palma del peggior uso del nome spetta a Mirko Tremaglia. Il vecchio leone dopo aver speso l'intera esistenza per dare il diritto di voto ai connazionali all'estero, impone al suo partito e a tutta la CdL la presentazione di liste separate, la non-presentazione del simbolo di AN e la corsa con una propria lista - Per l'Italia nel Mondo con Tremaglia - e porta a casa uno striminzito sette percento, zero eletti e il sorpasso dell'Unione al senato. Un amaro risveglio per il padre della legge che porta il suo nome e per tutte le patetiche imitazioni di tanti piccoli cesari che infestano la politica italiana.
Identiche, per tutti, le motivazioni, ma decisamente diversi i risultati ottenuti.
Berlusconi non aveva certamente bisogno di inserire il suo nome nel simbolo di Forza Italia, tanto è riconosciuta fin dall'origine l'identificazione del partito con il suo leader, ma all'associazione FI/Candidato Premier e, ancor più, al suo deciso e decisivo finale di campagna elettorale si deve la straordinaria rimonta del centrodestra che era dato ampiamente per spacciato.
Casini ha incassato il miglior risultato di ogni tempo per l'UDC, che ha più che raddoppiato i propri consensi.
Soltanto per Alleanza Nazionale l'inserimento del nome di Fini nel simbolo non ha prodotto alcun beneficio. Il partito di via della Scrofa ottiene, pari pari, le stesse percentuali delle precedenti elezioni. A dimostrazione, una volta per tutte, che il valore aggiunto del presidente Fini è pari a zero. O che comunque ogni ulteriore macchinazione per ridurre la presunta forbice tra il gradimento del leader e i voti di AN è del tutto inutile. Gianfranco Fini piace alle italiche massaie quando si tratta di eleggere il più affascinante,il più serio, il più affidabile, il più elegante tra gli uomini politici. Ossia quando la "gara" non serve a nulla. Quando deve prendere voti veri, in elezioni vere, a capo di un partito, prende quelli del suo partito.
Ma la palma del peggior uso del nome spetta a Mirko Tremaglia. Il vecchio leone dopo aver speso l'intera esistenza per dare il diritto di voto ai connazionali all'estero, impone al suo partito e a tutta la CdL la presentazione di liste separate, la non-presentazione del simbolo di AN e la corsa con una propria lista - Per l'Italia nel Mondo con Tremaglia - e porta a casa uno striminzito sette percento, zero eletti e il sorpasso dell'Unione al senato. Un amaro risveglio per il padre della legge che porta il suo nome e per tutte le patetiche imitazioni di tanti piccoli cesari che infestano la politica italiana.
07 aprile 2006
Dilettanti allo sbaraglio.
Pubblichiamo uno stralcio della famosa puntata di Report (8 Maggio 2005) sullo scandalo dei contributi assistenziali che da volontari diventarono misteriosamente obbligatori e nella quale fu intervistato il prode senatore Ulivi.
Per chi volesse la versione integrale questo è il link: www.report.rai.it/viewer.asp?c=n&q=49
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
E’ vero, la quota che pagavano i sanitari dipendenti è calata, oggi tutti pagheranno in media 120 euro, e questo perché nelle tre righe della legge è scritto che la quota del contributo obbligatorio è stabilita dal consiglio di amministrazione della fondazione. Una legge passata velocemente e senza alcuna discussione in commissione sanità. Il senatore Ulivi, che è un farmacista, questa legge l’aveva votata senza accorgersene.
AUTORE
Lei avrebbe votato contro se l’avesse saputo.
ROBERTO ULIVI - Senatore
Mah se ci avessi riflettuto probabilmente sì, perché sennò non avrei presentato dopo la proposta di legge evidentemente.
AUTORE
Abrogativa?
ROBERTO ULIVI - Senatore
Eh!
GIORGIO NICOLA SIRI- Presidente Federfarma
Perché io ho visto la legge. E’ uscita con, io credo, un colpo di mano. L’hanno fatta passare e nessuno se ne accorto.
AUTORE
Non lo sa proprio chi l’ha proposta questa legge?
CARLO SCOTTI – Associazione Nazionale Veterinari Italiani
Purtroppo non ci è dato sapere. Ci piacerebbe, per le indagini che abbiamo fatto noi e per le ricerche che abbiamo potuto fare noi non si è venuto a sapere.
AUTORE
Chi l’ha presentata quest’emendamento?
ROBERTO ULIVI - Senatore
Mah io onestamente non..
AUTORE
Lei fa parte..
ROBERTO ULIVI - Senatore
Io faccio parte del Senato, ma onestamente non mi ricordo. Nella commissione anche sanità però non è passata. Almeno io ricordo che attraverso la commissione.. ma lei capisce che quando c’è..
AUTORE
Ma tecnicamente come succede?
ROBERTO ULIVI - Senatore
Tecnicamente succede che qualcuno ha presentato quest’emendamento..
AUTORE
Qualcuno chi?
ROBERTO ULIVI - Senatore
Non lo so. Di preciso non lo so.
AUTORE
Un senatore?
ROBERTO ULIVI - Senatore
Certamente.
AUTORE
Voi non siete riusciti a capire chi è stato?
GIORGIO NICOLA SIRI- Presidente Federfarma
No, guardi sono stati di una furbizia, adesso onestamente parlando, perché non è facile eh? Non è facile in finanziaria fare entrare un emendamento di cui non sappia niente nessuno. Quindi le amicizie sono alte. Eh, perché per entrare così guardi che le amicizie sono molto alte.
AUTORE
Senta, siete riusciti ad infilarla nella finanziaria, chi è il politico che vi ha aiutato?
ARISTIDE PACI - Presidente Onaosi
Non è un politico. Siamo riusciti, è il Parlamento italiano che c’è riuscito.
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
Ma, come si dice, in amicizia qualcuno si sbottona…
AUTORE
L’unica cosa era questa cosa strana che non si sa chi..
ROBERTO ULIVI - Senatore
Io lo so chi, ma non l’ho voluto dire..
AUTORE
E chi è?
ROBERTO ULIVI - Senatore
Ma sembra, non si è mica in registrazione? Detto fra di noi, proprio in amicizia, non lo dica neanche, credo che sia partito tutto dal capogruppo di Forza Italia Schifani.
Per chi volesse la versione integrale questo è il link: www.report.rai.it/viewer.asp?c=n&q=49
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
E’ vero, la quota che pagavano i sanitari dipendenti è calata, oggi tutti pagheranno in media 120 euro, e questo perché nelle tre righe della legge è scritto che la quota del contributo obbligatorio è stabilita dal consiglio di amministrazione della fondazione. Una legge passata velocemente e senza alcuna discussione in commissione sanità. Il senatore Ulivi, che è un farmacista, questa legge l’aveva votata senza accorgersene.
AUTORE
Lei avrebbe votato contro se l’avesse saputo.
ROBERTO ULIVI - Senatore
Mah se ci avessi riflettuto probabilmente sì, perché sennò non avrei presentato dopo la proposta di legge evidentemente.
AUTORE
Abrogativa?
ROBERTO ULIVI - Senatore
Eh!
GIORGIO NICOLA SIRI- Presidente Federfarma
Perché io ho visto la legge. E’ uscita con, io credo, un colpo di mano. L’hanno fatta passare e nessuno se ne accorto.
AUTORE
Non lo sa proprio chi l’ha proposta questa legge?
CARLO SCOTTI – Associazione Nazionale Veterinari Italiani
Purtroppo non ci è dato sapere. Ci piacerebbe, per le indagini che abbiamo fatto noi e per le ricerche che abbiamo potuto fare noi non si è venuto a sapere.
AUTORE
Chi l’ha presentata quest’emendamento?
ROBERTO ULIVI - Senatore
Mah io onestamente non..
AUTORE
Lei fa parte..
ROBERTO ULIVI - Senatore
Io faccio parte del Senato, ma onestamente non mi ricordo. Nella commissione anche sanità però non è passata. Almeno io ricordo che attraverso la commissione.. ma lei capisce che quando c’è..
AUTORE
Ma tecnicamente come succede?
ROBERTO ULIVI - Senatore
Tecnicamente succede che qualcuno ha presentato quest’emendamento..
AUTORE
Qualcuno chi?
ROBERTO ULIVI - Senatore
Non lo so. Di preciso non lo so.
AUTORE
Un senatore?
ROBERTO ULIVI - Senatore
Certamente.
AUTORE
Voi non siete riusciti a capire chi è stato?
GIORGIO NICOLA SIRI- Presidente Federfarma
No, guardi sono stati di una furbizia, adesso onestamente parlando, perché non è facile eh? Non è facile in finanziaria fare entrare un emendamento di cui non sappia niente nessuno. Quindi le amicizie sono alte. Eh, perché per entrare così guardi che le amicizie sono molto alte.
AUTORE
Senta, siete riusciti ad infilarla nella finanziaria, chi è il politico che vi ha aiutato?
ARISTIDE PACI - Presidente Onaosi
Non è un politico. Siamo riusciti, è il Parlamento italiano che c’è riuscito.
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
Ma, come si dice, in amicizia qualcuno si sbottona…
AUTORE
L’unica cosa era questa cosa strana che non si sa chi..
ROBERTO ULIVI - Senatore
Io lo so chi, ma non l’ho voluto dire..
AUTORE
E chi è?
ROBERTO ULIVI - Senatore
Ma sembra, non si è mica in registrazione? Detto fra di noi, proprio in amicizia, non lo dica neanche, credo che sia partito tutto dal capogruppo di Forza Italia Schifani.
31 marzo 2006
Sbatti il mostro in prima pagina.

Bilbo_Baggins ci ha suggerito di aprire una discussione sull'estetica e sui contenuti della comunicazione pubblicitaria in questa campagna elettorale. Lo facciamo di buon grado con una prima riflessione sulla campagna di AN in Toscana: il partito di Fini nella nostra regione ha puntato tutto sull'immagine del ministro Matteoli. Ovunque imperversano manifesti e gadgets con la faccia del potente ras toscano. Come se fosse un valore aggiunto, quasi al pari di Fini che ha concesso alla plebe alleanzina, bontà sua, l'uso del suo augusto nome.
Ma davvero Matteoli pensa che "mettendoci la faccia" il suo partito avrà qualche vantaggio? Non sarà che, in questo delirio di autocompiacimento, il livornese, dopo essere diventato inspiegabilmente ministro, si creda oltre che un grande statista persino un gran bel fico?
24 marzo 2006
Matteoli: voglio l'inceneritore a Prato.
Il ministro Matteoli nell’ incontro avvenuto nella sede degli industriali pratesi, davanti ad una platea plaudente e spalleggiato dai suoi luogotenenti Roberto Ulivi e Filippo Bernocchi, ha ancora una volta riproposto, ignorando l'importanza del rispetto per l'ambiente anche da parte del mondo produttivo, la costruzione dell’ inceneritore a Prato
Fa bene il ministro a ricordare che nel suo partito non tutti sono favorevoli alla costruzione di questo impianto ritenendolo superfluo e dannoso.
Assieme ai comitati contestiamo soprattutto la scelta della amministrazione di continuare ad investire nell' incenerimento dei rifiuti quando nuove tecnologie alternative potrebbero portare nella direzione di una maggiore tutela ambientale, del risparmio economico e dell'incremento dell'occupazione come succede in molti altri paesi.
Alla memoria di tutti vogliamo ricordare che sull’argomento già dall’agosto 2005 abbiamo aperto il dibattito sul blog.
Spacciando la costruzione del “mostro” come una panacea per l’industria pratese, che chiude le fabbriche e trasferisce le proprie produzioni all’estero, dobbiamo constare che i poteri forti della politica e del capitalismo, in un connubio fra dirigismo e neoliberismo sfrenato hanno deciso a tavolino la costruzione dell’inceneritore.
Non tenendo conto della sostenibilità ambientale e della salute collettiva, hanno trovato il punto di incontro con le multinazionali e le loro sporche logiche del profitto.
Intorno a quei metri di terra si gioca una partita importantissima che riguarda soprattutto il futuro del territorio e della sua comunità.
Per questo c’è bisogno di mobilitarsi e lottare per un futuro dignitoso dove la cittadinanza ha il diritto e il dovere di scegliere la propria sorte, contro una rappresentanza politica sempre più intrappolata in una miserevole alternanza di affarismo, magniloquenza e tecnicismo.
Nel rammentare quanto a suo tempo emergeva nella controversia con i compiacenti, siamo ancora di più convinti che l’asse instaurata dall’ex capogruppo di AN in consiglio comunale di Prato ed i vertici comunisti dell’ A.S.M. debba inevitabilmente crollare.
Fa bene il ministro a ricordare che nel suo partito non tutti sono favorevoli alla costruzione di questo impianto ritenendolo superfluo e dannoso.
Assieme ai comitati contestiamo soprattutto la scelta della amministrazione di continuare ad investire nell' incenerimento dei rifiuti quando nuove tecnologie alternative potrebbero portare nella direzione di una maggiore tutela ambientale, del risparmio economico e dell'incremento dell'occupazione come succede in molti altri paesi.
Alla memoria di tutti vogliamo ricordare che sull’argomento già dall’agosto 2005 abbiamo aperto il dibattito sul blog.
Spacciando la costruzione del “mostro” come una panacea per l’industria pratese, che chiude le fabbriche e trasferisce le proprie produzioni all’estero, dobbiamo constare che i poteri forti della politica e del capitalismo, in un connubio fra dirigismo e neoliberismo sfrenato hanno deciso a tavolino la costruzione dell’inceneritore.
Non tenendo conto della sostenibilità ambientale e della salute collettiva, hanno trovato il punto di incontro con le multinazionali e le loro sporche logiche del profitto.
Intorno a quei metri di terra si gioca una partita importantissima che riguarda soprattutto il futuro del territorio e della sua comunità.
Per questo c’è bisogno di mobilitarsi e lottare per un futuro dignitoso dove la cittadinanza ha il diritto e il dovere di scegliere la propria sorte, contro una rappresentanza politica sempre più intrappolata in una miserevole alternanza di affarismo, magniloquenza e tecnicismo.
Nel rammentare quanto a suo tempo emergeva nella controversia con i compiacenti, siamo ancora di più convinti che l’asse instaurata dall’ex capogruppo di AN in consiglio comunale di Prato ed i vertici comunisti dell’ A.S.M. debba inevitabilmente crollare.
21 marzo 2006
08 marzo 2006
Vota Antonio, vota Antonio. 2
Ecco le liste dei candidati per la Toscana, in ordine di presentazione fino al primo pratese (in maiuscolo).
Questa è AN
= CAMERA =
Fini Gianfranco
Migliori Riccardo
Martinelli Marco
Perina Flavia
Ulivi Roberto
Martini Luigi
Bianconi Maurizio
Ravenni Franco
Bechi Paolo
Rosso Lorenzo
Stanca Marcello
Silvestri Silvia
Di Vincenzo Rolando
Petrucci Diego
Donzelli Giovanni
BANCHELLI GIANLUCA
= SENATO =
Matteoli Altero
Mugnai Franco
Totaro Achille
Cellai Marco
Baudone Giuliana
Ronchieri Ezio
Meucci Marco
BETTAZZI MAURIZIO
Questa è AN
= CAMERA =
Fini Gianfranco
Migliori Riccardo
Martinelli Marco
Perina Flavia
Ulivi Roberto
Martini Luigi
Bianconi Maurizio
Ravenni Franco
Bechi Paolo
Rosso Lorenzo
Stanca Marcello
Silvestri Silvia
Di Vincenzo Rolando
Petrucci Diego
Donzelli Giovanni
BANCHELLI GIANLUCA
= SENATO =
Matteoli Altero
Mugnai Franco
Totaro Achille
Cellai Marco
Baudone Giuliana
Ronchieri Ezio
Meucci Marco
BETTAZZI MAURIZIO
23 febbraio 2006
Vota Antonio, vota Antonio...

A pochi giorni dalla presentazione delle liste per le elezioni politiche si fa sempre più deprimente lo spettacolo offerto dai partiti. Ogni giorno leggiamo dello squallido balletto delle poltrone, della caccia sfrenata alle medesime, dell'iperattivismo che solo in questa circostanza contagia tutti i parlamentari uscenti e quelli, meschini, che vorrebbero essere "entranti".
Al tempo della bistrattata prima repubblica i mille parlamentari nazionali erano, salvo rare eccezioni, il frutto di una lunga e severa selezione: alle massime cariche rappresentative si giungeva dopo anni di sana gavetta, di studio e di sacrifici. Insomma gli eletti rappresentavano davvero il meglio che i partiti potevano esprimere. Cosicché nessuno, o quasi, si lamentava se rimaneva fuori a scapito di qualcuno obiettivamente più capace.
Oggi, in epoca di Grandi Fratelli e Isole dei Famosi, la scelta di molti candidati e conseguentemente di molti eletti, assomiglia sempre più a un pessimo reality show, nomination comprese. Lo smantellamento di ogni minimo criterio meritocratico ha prodotto un risultato che è sotto gli occhi di tutti: una classe politica alla quale non affideremmo l'amministrazione del nostro condominio.
Apriamo questo post per accogliere commenti, idee e riflessioni sui candidati, o aspiranti tali, alle prossime elezioni.
08 febbraio 2006
Antifascisti.
E’ apparso in questi giorni sui muri delle nostre città un manifesto dei Comunisti Italiani davvero stimolante. Si tratta di un primissimo piano della faccia di Diliberto accompagnato da una sola scritta a caratteri cubitali: “Antifascisti”.
Niente di nuovo, si penserà. E per certi versi è proprio così: che bisogno c’è di ribadire un concetto che è non solo chiaro a tutti, ma anche indifferente ai più? Come se Papa Ratzinger scrivesse “cristiano” sotto le sue fotografie.
Allora perché questa stucchevole retorica resistenziale? Diliberto sembra voler dire: si, è vero, abbiamo i nostri piccoli difetti, ma siamo antifascisti e questo ci assolve. Abbiamo per decenni lavorato al servizio di una potenza straniera nemica contro il nostro Paese, ma siamo antifascisti. Abbiamo invano tentato di trascinare l’Italia nell’orrore del regime sovietico, ma siamo antifascisti. Io Diliberto, come ministro della Giustizia, ho svenduto agli americani le sacrosante rivendicazioni dei familiari delle vittime del Cermis in cambio della liberazione della terrorista Baraldini, ma sono antifascista. Abbiamo invaso come un cancro ogni settore della società e governiamo da sempre nelle regioni rosse spolpando le casse pubbliche a vantaggio delle consorterie politiche di sinistra, ma siamo antifascisti. Ci presentiamo alle elezioni in una coalizione senza programma, divisa su tutto, che raccoglie il peggio dei cocci della prima repubblica, ma siamo antifascisti.
L’antifascismo come patente di rispettabilità. Già nel primo dopoguerra questo espediente consentì a molti comunisti di andare in parlamento anziché in galera come meritavano. Assassini, ladri, stupratori, spie, nemici dell'Italia. Abbiamo fatto la resistenza, dicevano, e giù applausi!
E invece a noi pare che nell’operazione del PdCI di rispolverare i cimeli di famiglia ci sia qualcosa di diverso dal solito. Perché è diverso, tanto per dirne una, il contesto storico. Oggi TUTTI si definiscono antifascisti. Lo fa persino Fini. Lo fa persino la Lega che nei confronti degli agitatori comunisti dei centri sociali mobilitati per impedire al “fascista” Borghezio di parlare, usa senza mezzi termini la definizione di “squadrismo fascista”!
Forse il tentativo vero è quello di mettere una pietra tombale su quell'embrione di revisione storica che sta faticosamente venendo alla luce. Il messaggio è chiaro: l'antifascismo non si tocca! La storia l'abbiamo scritta noi e così deve restare. Almeno fino a quando intellettuali e politici, anche di destra, ci consentiranno con il loro vile perbenismo di farlo.
Niente di nuovo, si penserà. E per certi versi è proprio così: che bisogno c’è di ribadire un concetto che è non solo chiaro a tutti, ma anche indifferente ai più? Come se Papa Ratzinger scrivesse “cristiano” sotto le sue fotografie.
Allora perché questa stucchevole retorica resistenziale? Diliberto sembra voler dire: si, è vero, abbiamo i nostri piccoli difetti, ma siamo antifascisti e questo ci assolve. Abbiamo per decenni lavorato al servizio di una potenza straniera nemica contro il nostro Paese, ma siamo antifascisti. Abbiamo invano tentato di trascinare l’Italia nell’orrore del regime sovietico, ma siamo antifascisti. Io Diliberto, come ministro della Giustizia, ho svenduto agli americani le sacrosante rivendicazioni dei familiari delle vittime del Cermis in cambio della liberazione della terrorista Baraldini, ma sono antifascista. Abbiamo invaso come un cancro ogni settore della società e governiamo da sempre nelle regioni rosse spolpando le casse pubbliche a vantaggio delle consorterie politiche di sinistra, ma siamo antifascisti. Ci presentiamo alle elezioni in una coalizione senza programma, divisa su tutto, che raccoglie il peggio dei cocci della prima repubblica, ma siamo antifascisti.
L’antifascismo come patente di rispettabilità. Già nel primo dopoguerra questo espediente consentì a molti comunisti di andare in parlamento anziché in galera come meritavano. Assassini, ladri, stupratori, spie, nemici dell'Italia. Abbiamo fatto la resistenza, dicevano, e giù applausi!
E invece a noi pare che nell’operazione del PdCI di rispolverare i cimeli di famiglia ci sia qualcosa di diverso dal solito. Perché è diverso, tanto per dirne una, il contesto storico. Oggi TUTTI si definiscono antifascisti. Lo fa persino Fini. Lo fa persino la Lega che nei confronti degli agitatori comunisti dei centri sociali mobilitati per impedire al “fascista” Borghezio di parlare, usa senza mezzi termini la definizione di “squadrismo fascista”!
Forse il tentativo vero è quello di mettere una pietra tombale su quell'embrione di revisione storica che sta faticosamente venendo alla luce. Il messaggio è chiaro: l'antifascismo non si tocca! La storia l'abbiamo scritta noi e così deve restare. Almeno fino a quando intellettuali e politici, anche di destra, ci consentiranno con il loro vile perbenismo di farlo.
01 febbraio 2006
Lo spinello del Presidente.

Si, proprio lui: il padre del decreto sulle tossicodipendenze, del giro di vite sullo spaccio ma anche sul consumo degli stupefacenti. Di tutte le droghe: pesanti, leggere e così-così.
Tu quoque Bruto?
L'ammissione di Gianfranco Fini di essersi fatto in gioventù (...insomma a 31 anni!) una bella canna, ha scatenato un putiferio. Ci sono state scene di isteria all'interno del suo partito. "Fini? Roba da matti!". Per qualche suo immarcescibile sostenitore è stato un vero e proprio colpo. Come scoprire che Rosy Bindi ha girato un film porno.
E poi, scusi Presidente, perché sbandierarlo ai quattro venti? Proprio alla vigilia della campagna elettorale. Un colpo basso. Meglio glissare, no? Vizi privati e pubbliche virtù. Come quella bella faccia di tolla di Rutelli che a identica domanda ha risposto: "No, mai fatto canne". E lui poteva pure farsele, tra i radicali era la norma.
Ma lei quando ha trovato il tempo? E dove? In Giamaica ha detto. Con qualche amico. Ahia!
Dalla sua biografia apprendiamo che un Fini adolescente approdò a Roma e si tuffò immediatamente nell'impegno politico. A destra. MSI. In quegli anni chi militava nel Movimento Sociale era un reietto della società, un paria, un emarginato comunque e dovunque. Difficile frequentare altre compagnie che non fossero i camerati della sezione missina. Sempre. Impegno e distrazioni. Militanza e cazzeggio.
Con qualche amico? Ahia!
Ce lo vediamo Fini sdraiato sotto la palma con Gasparri, Storace, Urso e chi sa chi altro: "...'a Fra', senti che robba! Falla ggirà".
Qualcuno è risalito all'anno del mitico viaggio ai caraibi: 1982.
L'anno seguente Fini diventa per la prima volta deputato. Insomma: un ragazzo!
24 gennaio 2006
Legittima difesa: cambia la legge.
Con 244 sì e 175 no la Camera ha definitivamente approvato la legge sulla legittima difesa.
Chi, trovandosi in casa propria o nel luogo di lavoro, si sente aggredito o minacciato, o crede minacciati e aggrediti i beni che gli appartengono, può reagire come crede, utilizzando le armi legittimamente detenute ed anche uccidendo, perché la sua reazione sarà sempre considerata proporzionata.
Questo tipo di difesa, che non conoscerà più "l'eccesso" per il quale fino ad ora si poteva venire condannati, potrà essere esercitata anche in ogni altro luogo "ove venga esercitata un'attività commerciale, professionale o imprenditoriale".
Bisognava arrivare alla fine della legislatura per vedere realizzare qualcosa di destra! Meglio tardi che mai.
Chi, trovandosi in casa propria o nel luogo di lavoro, si sente aggredito o minacciato, o crede minacciati e aggrediti i beni che gli appartengono, può reagire come crede, utilizzando le armi legittimamente detenute ed anche uccidendo, perché la sua reazione sarà sempre considerata proporzionata.
Questo tipo di difesa, che non conoscerà più "l'eccesso" per il quale fino ad ora si poteva venire condannati, potrà essere esercitata anche in ogni altro luogo "ove venga esercitata un'attività commerciale, professionale o imprenditoriale".
Bisognava arrivare alla fine della legislatura per vedere realizzare qualcosa di destra! Meglio tardi che mai.
17 gennaio 2006
Sul nuovo simbolo di AN

La presentazione del nuovo simbolo di Alleanza Nazionale con l’aggiunta del nome del leader ci stimola alcune riflessioni.
La prima, per deformazione professionale, riguarda l’aspetto grafico: da tempo non si vedeva una soluzione come questa di rara bruttezza e vetustà. Possibile che in questa era in cui l’apparenza conta più di ogni altra cosa un grande partito di governo affidi ancora la sua immagine alla buona volontà di qualche militante bravino col pennarello? Un noto salumificio modenese se la ride e ringrazia…
Una volta per modificare il simbolo di un partito occorreva la celebrazione di un congresso. Ma una volta i partiti erano fatti di uomini, di carne e sangue oltre che di ideali. I partiti erano il risultato di una grande solidarietà, maturata nel tempo grazie alla sedimentazione di vittorie e sconfitte, di gioie e di lutti, di abbondanza e di carestia. E toccare il vessillo di queste vere e proprie comunità era impresa ardua. Vale la pena ricordare, tanto per rimanere in casa (si fa per dire) dell’onorevole Fini, che agli inizi degli anni settanta l’aggiunta della dicitura “Destra Nazionale” al simbolo del MSI produsse la fuoriuscita dal partito di Almirante dei “salotini” duri e puri e la scomparsa del Partito di Unità Monarchica.
Oggi che i partiti sono sempre più il risultato di operazioni di alchimia politica (vedi l’esempio del nascituro partito democratico) la sacralità del simbolo può andare tranquillamente a farsi benedire.
E’ chiaro che l’intenzione sia quella di ridurre la forbice tra i consensi del partito e quelli di cui sulla carta gode il suo presidente. La manovra, ammettiamolo, ha un suo fondamento strategico. Del resto AN dopo averle inutilmente provate di tutte e non averne quasi mai azzeccata una, per incrementare i propri consensi non può far altro che affidarsi all’indubbio appeal di Gianfranco Fini. Il quale, tuttavia, con questa operazione si espone ad un rischio gravissimo: quello cioè di rimanere vittima dell’effetto trascinamento “al contrario”. Perché se grazie al consenso personale di Fini il suo partito otterrà qualche voto in più, ci sarà festa per tutti. Ma se, come probabile, il personale consenso di Fini verrà ridimensionato dal risultato del partito, il suo sogno di succedere a Berlusconi andrà inevitabilmente a farsi friggere.
03 gennaio 2006
L'Argonauta
Lo confesso: non sono un appassionato radio-ascoltatore. Generalmente il gracchiare ininterrotto delle emittenti (pubbliche e private) mi rompe discretamente gli zebedei. Quando voglio un sottofondo musicale alla mia attività quotidiana, preferisco scegliermi in piena autonomia cosa ascoltare. Capita così che, all’oscuro di programmi e palinsesti, mi imbatta in vere e proprie sorprese. Come quella di ieri sera, quando su Radio Rai Uno ho per caso imbroccato “L’Argonauta”, sottotitolo: “In viaggio fra libri e cultura”. La cosa sembrava interessante già così, ma al nome del conduttore – Gianfranco De Turris – si è fatta interessantissima. Non avrei mai creduto di poter ascoltare, un giorno, in una emittente di stato gli interventi di Mario Bernardi Guardi, Stenio Solinas, Pietrangelo Buttafuoco, Marco Cimmino. Sembrava di essere a un campo Hobbit! O peggio: a un congresso del movimento sociale! E che dire della schiettezza con la quale alcuni di loro (Bernardi Guardi e Cimmino su tutti) dicevano cose di destra, fieri di essere di destra! E non di quella pseudo destra del cavolo che ci ha regalato l’era berlusconiana: quell’accozzaglia indistinta di moderatini che accomuna i Casini ai La Russa, i Bondi ai Maroni, i Fini ai Rotondi e così via. No, di quella destra che lo è per davvero e che non ha remore a dire che Ernesto Guevara fa schifo, che i compagni delle BR erano dei criminali e che quasi tutti gli storiografi viventi sono dei farabutti.
Che altro dire? Che se dopo cinque anni di governo della destra per respirare un po’ d’aria pura, per affrancarsi dal cappio dell'egemonia mediatica e culturale della sinistra, occorre cercare un programma settimanale di nicchia nel preserale di Radio Uno, siamo ridotti proprio male.
Vincenzo Bellini
Che altro dire? Che se dopo cinque anni di governo della destra per respirare un po’ d’aria pura, per affrancarsi dal cappio dell'egemonia mediatica e culturale della sinistra, occorre cercare un programma settimanale di nicchia nel preserale di Radio Uno, siamo ridotti proprio male.
Vincenzo Bellini
30 novembre 2005
21 novembre 2005
Radici - Rubrica per chi ha la memoria corta. Cap.1
(…) Né potete venirmi a dire che la Resistenza è stata una guerra di popolo. Non stiamo celebrando il processo alla Resistenza, quella Resistenza che un giornalista abbastanza noto ha paragonato ad un panno sporco che occorrerebbe prima sciacquare per vedere che cosa ne rimanga una volta che sia stata eliminata la lordatura del sangue. Noi stiamo mettendo sul banco degli imputati – quanto meno da un punto di vista morale – gli assassini comunisti che hanno continuato ad uccidere a guerra finita! Questa è la verità: voi siete i figli degli assassini! Non vi sono dubbi: è la storia che lo dice! Voi potete cambiare nome fin che volete, ma le vostre radici affondano nel sangue degli assassinii: questa è la verità! E’ intollerabile che voi rimaniate in Parlamento! Questa è la vergogna! Ed è intollerabile che dopo quarantacinque anni non abbiate ancora fatto un esame di coscienza.
Così si è rivolto alla Camera verso i banchi della sinistra l'On.Filippo Berselli, attuale sottosegretario alla Difesa. Inutile dire che condividiamo in pieno le sue affermazioni compreso il fatto che ci sia voluto il coraggio di qualche giornalista di sinistra per sollevare una pesantissima coltre di menzogne e di omissioni. Se aspettavamo che lo facesse qualcuno di destra stavamo freschi...
Quindi un "bravo" a Berselli per le sue parole. Ah, dimenticavamo: era il 16 ottobre del 1990...
Così si è rivolto alla Camera verso i banchi della sinistra l'On.Filippo Berselli, attuale sottosegretario alla Difesa. Inutile dire che condividiamo in pieno le sue affermazioni compreso il fatto che ci sia voluto il coraggio di qualche giornalista di sinistra per sollevare una pesantissima coltre di menzogne e di omissioni. Se aspettavamo che lo facesse qualcuno di destra stavamo freschi...
Quindi un "bravo" a Berselli per le sue parole. Ah, dimenticavamo: era il 16 ottobre del 1990...
16 novembre 2005
Provocazione autoironica su una insanabile differenza. Destra, Sinistra e satira: è genetica ragazzi!

Tratto da AREA - L’abate Mendel, coi suoi fagioli gialli e verdi, non aveva mica poi tutti i torti: la genetica è tutto fuorchè un opinione. Un cavallo non sarà mai un uomo, anche se, abbastanza spesso, si è sentito di uomini che parevano cavalli, e che ragionavano come dei muli. Lo dico perchè, di questi tempi, è stata rispolverata la solita vecchia storia sul fatto che la destra non vanta comici di rango e che, sul versante della satira, si lascia bagnare il naso dalla sinistra. Mi verrebbe da chiudere l’argomento con il solito: che due maroni ‘sta storia di destra e sinistra...visto che i fessi prosperano su entrambe le rive e, anzi, traghettano dall’una all’altra con allegra frequenza. Ma, in fondo, una volta tanto, perchè non confessare come stanno davvero le cose, senza tante scuse? Berlusconi ha inaugurato la moda della geremiade ad oltranza: ce l’hanno tutti con lui, ce l’hanno tutti con noi, nessuno ci vuole bene, a noi di destra! E vabbè: nessuno ci vuole bene. E hanno ragione, ammettiamolo: noi di destra siamo cattivi da morire, abbiamo una memoria da elefanti per i torti subiti, non ridiamo delle battute sceme e ci piace fare a cazzotti coi prepotenti. Facciamo così: ci vogliamo bene tra noi. E ci basta. Poi ci sono le fidanzate e le mogli di quelli di sinistra: non ci vorranno bene, ma si comportano come se ce ne volessero. Non sarà una gran soddisfazione, ma è pure qualcosa. E, ancora, ci sono le mezze calzette: non ci vogliono bene, ma si sforzano di compiacerci, perchè hanno una paura fottuta delle nostre manone e del nostro scarso senso dell’umorismo. Neppure questa è una gran soddisfazione, ma addolcisce la solitudine delle nostre lunghe sere tetre. Oh, insomma, cosa si pretende da noi? La colpa non è nostra: è della genetica, vi dico. Quando gli antenati dei satiri della sinistra stavano a casa ad accordare liuti e tiorbe, i nostri ancestri andavano in giro a tagliare le teste dei nemici. Tornati a casa, stanchi e accigliati, spesso accadeva che, nel caso in cui il giullare diceva una mezza parola di troppo, lo accorciassero netto di un paio di spanne. A noi è rimasta un po’ di questa mania decapitereccia e ai discendenti dei giullari un peculiare senso di precarietà della propria posizione. Bisogna dire che, un pochino, a leggere i giornali, quel brutto difetto ci è proprio rimasto, se è vero che ad ogni piè sospinto ci accusano di stilare liste di proscrizione per tagliare delle teste. Ma è solo una questione genetica. Se proprio dovevano fare del cabaret, i nostri antenati preferivano fare i trovatori, i nobili guerrieri, i cantori: pareva loro più adatto, più dignitoso. Dario Fo l’avrebbero mandato a tirare calci a rovaio. E vi confesso che anche a me, quando vedo il suo nasone e la sua boccona, quando sento le sue sesquipedali cazzate, prudono, per riflesso di atavismo, le palme. Comunque, abbiamo fatto il possibile per perdere quelle brutte abitudini: abbiamo inventato il torneo, che della guerra è solo la parodia e, più tardi, lo sport, che ne è la metafora. In quello siamo proprio bravini: la ragione risiede nel fatto che, abbastanza goffi nel mettere il prossimo alla gogna, abbiamo una certa qual praticaccia nel mettere alla prova noi stessi. Così, sudiamo nel fango dietro a palle ovali, pedaliamo, colpiamo pallette di pezza gialla con euforica violenza: in fondo, ci sembra sempre di tagliare teste e di sfondare usberghi. La genetica, dicevamo, non è un’opinione. Invece, provate ad immaginarvi Paolo Rossi, il comico mica il calciatore, che saltasse con l’asta o che affrontasse un avversario sul tatami: resterebbe un comico, anzi, sarebbe ancora più comico. La genetica, null’altro che la genetica, determina tutto ciò. La sinistra ha un estro innato per la pagliacciata, per il risolino sardonico, per l’arte dei guitti e dei mimi: noi non ce l’abbiamo. Cosa dobbiamo farci? Tagliarci le vene? E neppure le nostre donne possiedono la delicata capacità parodistica della Guzzanti, il garbo intellettuale della Dandini: le nostre donne, al massimo, spaccano il naso ad un teppista con una zuccata. Genetica. Dunque, amici di destra e di sinistra, abbandonate questa inutile querelle: sia dato a Cesare quel che è di Cesare. Comici, istrioni, umoristi e commentatori satirici sono e saranno sempre di sinistra; unitamente a Biagi, Santoro e a tutti gli altri granduomini televisivi. Non ci si può far nulla. Un uomo di destra non potrebbe mai corricchiare come Benigni nè esclamare di fronte a Nicoletta Braschi: “Sei bellissima” senza mettersi a ridere. Ci manca il tempo comico: rassegnamoci. Non ci resta che tenerci i nostri sport, le nostre sudate e la nostra mancanza di humour. In un modo o nell’altro ci consoleremo. Solo mi chiedo: ma che scusa inventeranno con i mariti le donne di sinistra? Mistero! O anche questa è genetica?
Marco Cimmino
04 novembre 2005
Spunti per una rivoluzione borghese.
Quanto sta accadendo in questi giorni nelle periferie di Parigi, con scontri violentissimi tra gendarmi ed immigrati, violenze e devastazioni, ci induce a qualche riflessione. La prima,scontata, è che la colpevole sottovalutazione da parte dei governi europei del fenomeno migratorio dal terzo mondo ci regalerà, inevitabilmente, una invasione di “diseredati” che verranno nei nostri paesi incazzati neri (sic) a distruggere tutto quello che trovano e a mettere a rischio la nostra sicurezza. Il solidarismo ipocrita dei governanti “politicamente corretti”, lungi dal garantire un’accoglienza insostenibile sia dal punto di vista economico che dell’impatto socio-culturale, avrà come vistosa conseguenza quella di far mettere a ferro e fuoco le nostre città. Ma questo, ci si consenta, lo diciamo da molto tempo. Invece quelli che i telegiornali continuano a definire “quartieri poveri e degradati” di Parigi, non ci sembrano, tutto sommato, molto peggio di Secondigliano o di Scampia, tanto per fare un esempio. Forse che in queste periferie italiane vive una classe di agiati benestanti poco inclini alla rivolta nelle piazze? Difficile a credersi. Allora occorrerà riflettere su quali nuove classi sociali abbia generato la fine del ventesimo secolo, giacché al mitico “quarto stato” se ne è aggiunto ormai un quinto se non addirittura un sesto. Disperati, manovrati, disposti a tutto. Saranno loro le truppe della rivoluzione globale prossima ventura? L’unica rivoluzione italiana è stata quella fascista del ventidue. Una rivoluzione incruenta, senza teste mozzate e assalti a “palazzi d’inverno”. E a farla fu la piccola e media borghesia che a differenza di quanto avvenuto nella rivoluzione francese non utilizzò il proletariato come braccio armato, ma fece leva su valori quali l’amor di Patria per far prevalere le proprie ragioni. Oggi è lecito chiedersi se esista ancora una borghesia in grado di combattere per difendere da una moltitudine di nemici il proprio stile di vita, le proprie città (i borghi, appunto) e la propria esistenza.
21 ottobre 2005
Rockpolitik.
Francamente non ci aveva appassionato per niente la polemica preventiva e la "suspence" che ammantavano il debutto della trasmissione televisiva dell'ex molleggiato nazionale. Celentano, icona di se stesso, oggi musicalmente sopravvissuto solo grazie a dei brani confezionati dalla coppia Mogol-Bella, non rientra nella lista dei nostri riferimenti artistici. Figuriamoci in quella dei pensatori! Il tipo, che giustamente si definisce "re degli ignoranti", parla a vanvera di cose fuori dalla sua portata (mirabolante la sua definizione dell'Illuminismo come "movimento culturale") e sciorina per ore una sequela di ovvietà in puro stile post-comunista, post-ecologista, post-noglobal ecc.ecc.
Però sul tormentone del ritorno in Rai dei vari Santoro, Biagi, Luttazzi e compagnia bella ci sembra il caso di fare una semplice, banale considerazione.
Il governo di centrodestra, che in quanto tale non può che essere composto da loschi figuri dediti alla repressione di ogni forma di dissenso e allo smantellamento dell'ordinamento democratico, ha concesso all'opposizione la Presidenza Rai (Petruccioli), la Direzione Generale (Meocci) e la Vigilanza (Gentiloni). Il tutto alla vigilia delle elezioni, quando il monopolio dell'informazione televisiva da parte della sinistra assumerà ancor più valore. I parlamentari del centrodestra sono stati capaci di fare le barricate e di arrivare quasi allo scontro fisico per imporre la legge elettorale, la ex-Cirielli, la devolution e altre simili amenità, mentre sulla Rai hanno dimostrato un così britannico "gentleman agreement". Che ganzi!
Però sul tormentone del ritorno in Rai dei vari Santoro, Biagi, Luttazzi e compagnia bella ci sembra il caso di fare una semplice, banale considerazione.
Il governo di centrodestra, che in quanto tale non può che essere composto da loschi figuri dediti alla repressione di ogni forma di dissenso e allo smantellamento dell'ordinamento democratico, ha concesso all'opposizione la Presidenza Rai (Petruccioli), la Direzione Generale (Meocci) e la Vigilanza (Gentiloni). Il tutto alla vigilia delle elezioni, quando il monopolio dell'informazione televisiva da parte della sinistra assumerà ancor più valore. I parlamentari del centrodestra sono stati capaci di fare le barricate e di arrivare quasi allo scontro fisico per imporre la legge elettorale, la ex-Cirielli, la devolution e altre simili amenità, mentre sulla Rai hanno dimostrato un così britannico "gentleman agreement". Che ganzi!
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