31 ottobre 2010

Nessun dolore. Una storia di CasaPound.


Riporto una frase dal bel romanzo di Domenico Di Tullio: "Perché quando hai una storia ed un mondo a cui appartieni, una comunione di intenti e vita così grande e profonda che niente può scalfirla, quando ti guardi negli occhi e, senza pensare, riconosci accanto a te il fratello che ti sorride leggero un secondo prima di iniziare la battaglia, non esiste più nessuna paura, non rimane più nessun dolore."


Vallo a spiegare a pidiellini e futuristi vari...

27 ottobre 2010

La casa di Fini e le mutande di Berlusconi.


Che coincidenza! Nel giorno in cui la Procura di Roma chiede l'archiviazione per il presidente della Camera (ma che velocità per Gianfrego!) spunta l'ennesima inchiesta sull'ennesima donzella finita nel letto del cavaliere. Dove sono finite le anime belle che strepitavano contro i giornalisti cattivi, fabbricanti di dossier e invasori della privacy? Perché sarebbe lecito e deontoligico spiare dentro le mutande del Presidente del Consiglio e riprovevole cercare di capire come il Presidente della Camera si sia appropriato di un bene del partito per omaggiarlo ad un suo famiglio?
Parliamoci chiaro: a noi di quante donne si tromba Silvio Berlusconi non ce ne frega un cazzo. Perché fa con roba sua. Siano soldi o siano altri requisiti. Ci disturba soltanto l'ipocrisia di tutti quei soggetti "politicamente corretti" che non perdono mai occasione di frantumarceli con la salvaguardia dei diritti altrui. Il premier è un vecchio satiro, schiavo dei suoi istinti sessuali: scandalo, vergogna, abominio! E allora? E se fosse stato gay? Avrebbero riservato al Berlusca la stessa benevola e civile tolleranza che ci aspetteremmo nei confronti di un Vendola, qualora diventasse Presidente del Consiglio?
A noi vecchi militanti della fiamma tricolore interessa, invece, sapere come un bene lasciato in eredità ad AN dalla fascistissima contessa Colleoni sia finito a prezzo di liquidazione nella disponibilità del cognato di Gianfranco Fini. Ci interessa perché la clausola con cui la defunta destinava l'appartamento di Montecarlo parlava espressamente di "continuare la buona battaglia". Povera contessa Colleoni che, come tanti altri ex fascisti, nel 1999 pensava ancora che AN fosse l'erede del MSI. Sappiamo benissimo a quale buona battaglia voleva alludere. E lo sapeva anche Gianfrego. In tanti quella battaglia l'hanno combattuta e avrebbero voluto continuare a combatterla, lui invece ne ha combattuta un'altra, tutta sua, personalissima e indecente. E purtroppo l'ha vinta.

25 settembre 2010

Gianfranco traditore e ladro di sogni.

Io so chi c’è dietro le carte che accusano Fini. So chi le ispira, conosco bene il mandante. Non c’entra affatto con Palazzo Chigi, i servizi segreti, il governo di Santa Lucia. È un ragazzo di quindici anni che si iscrisse alla Giovane Italia. Sognava un’Italia migliore, amava la tradizione quanto la ribellione, detestava l’arroganza dei contestatori almeno quanto la viltà dei moderati, e si sedette dalla parte del torto, per gusto aspro di libertà. Portava in piazza la bandiera tricolore, si emozionava per storie antiche e comizi infiammati, pensava che solo i maledetti potessero dire la verità.
Quel ragazzo insieme ad altri coetanei fondò una sezione e ogni mese facevano la colletta per pagare tredicimila lire di affitto, più le spese di luce, acqua e attività. Si tassavano dalla loro paghetta ma era solo un acconto, erano disposti a dare la vita. Il ragazzo aveva vinto una ricca borsa di studio di ben 150mila lire all’anno e decise di spenderla tutta per comprare alla sezione un torchio e così esercitare la sua passione politica e anche di stampa. Passò giorni interi da militante, a scrivere, a stampare e diffondere volantini. E con lui i suoi inseparabili camerati, Precco, Martimeo, il Canemorto, e altri. Scuola politica di pomeriggio, volantini di sera, manifesti di notte, rischi di botte e ogni tanto pellegrinaggi in cerca di purezza con tricolori e fazzoletti al collo. Erano migliaia i ragazzi come lui. Ce ne furono alcuni che persero la vita, una trentina mi pare, ma non vuol ricordare i loro nomi; lo infastidiva il richiamo ai loro nomi nei comizi per strappare l’applauso o, peggio, alle elezioni per strappare voti. Perciò non li cita. Sa solo che uno di quei ragazzi poteva essere lui.
È lui, il ragazzo di quindici anni, il vero mandante e ispiratore delle accuse a Fini. Non rivuole indietro i soldi che spese per il torchio, per mantenere la sezione, per comprare la colla. Furono ben spesi, ne va fiero. Non rivuole nemmeno gli anni perduti che nessuno del resto può restituirgli, le passioni bruciate di quel tempo. E nemmeno chiede che gli venga riconosciuto lo spreco di pensieri, energie, parole, opere e missioni che dedicò poi negli anni a quella «visione del mondo». Le idee furono buttate al vento ma è giusto così; è al vento che le idee si devono dare. Quell’etichetta gli restò addosso per tutta la vita, e gli costò non poco, ma seppe anche costruirvi sopra qualcosa. No, non chiede indietro giorni, giornali, libri, occasioni e tanto tanto altro ancora.
Però quel che non sopporta è pensare che qualcuno, dopo aver buttato a mare le sue idee e i loro testimoni, dopo aver gettato nel cesso quelle bandiere e quei sacrifici, dopo aver dimenticato facce, vite, morti, storie, culture e pensieri, possa usare quel che resta di un patrimonio di fede e passione per i porci comodi suoi e del suo clan famigliare. Capisce tutto, cambiare idee, adeguarsi al proprio tempo, abiurare, rinnegare, perfino tradire. Non giustifica, ma capisce; non rispetta, ma accetta. È la politica, bellezza. E figuratevi se pensa che dovesse restare inchiodato alla fiamma su cui pure ha campato per tanto tempo. Però quel che non gli va giù è vedere quelle paghette di ragazzi che alla politica dettero solo e non ebbero niente, quei soldi arrotolati di poveracci che li sottraevano alle loro famiglie e venivano a dirlo orgogliosi, quelle pietose collette tra gente umile e onesta, per tenere in vita sezioni, finire in quel modo. Gente che risparmiava sulla benzina della propria Seicento per dare due soldi al partito che col tempo finirono inghiottiti in una Ferrari. Gente che ha lasciato alla Buona Causa il suo appartamento. Gente che sperava di vedere un giorno trionfare l’Idea, come diceva con fede grottesca e verace. E invece, Montecarlo, i Caraibi, due, tre partiti sciolti nel nulla, gioventù dissolte nell’acido. È questo che il ragazzo non può perdonare.Da Berlusconi il ragazzo non si aspettava nulla di eroico, e neanche da Bossi o da Casini. E nemmeno da Fini, tutto sommato. Capiva i tempi, i linguaggi e le esigenze mutate, le necessità della politica, il futuro… Poteva perfino trescare e finanziare la politica con schifose tangenti; ma giocare sulla pelle dei sogni, giocare sulla pelle dei poveri e dei ragazzini che per abitare i loro sogni si erano tolti i due soldi che avevano, no, non è accettabile.
Attingere da quel salvadanaio di emarginate speranze è vergognoso; come vergognoso è lasciare col culo per terra tanta gente capace e fedele nei secoli, che ha dato l’anima al suo partito ed era ancora in attesa di uno spazio per loro, per favorire con appaltoni rapidi e milionari il suddetto clan famigliare. Lui non crede che il senso della vita sia, come dice Bocchino in un’intervista, «Cibo, sesso e viaggi» (si è scordato dei soldi).
Il vero ispiratore e mandante dell’operazione è lui, quel ragazzo di quindici anni. Si chiama Marcello, ma potrebbe chiamarsi Pietrangelo o Marco. Non gl’interessa se Gianfrego debba dimettersi e andarsene all’estero, ai Caraibi o a Montecarlo, o continuare. Lo stufa questo interminabile grattaefini. È pronto a discutere le ragioni politiche, senza disprezzarle a priori. Sentiremo oggi le sue spiegazioni (ma perché un videomessaggio, non è mica Bin Laden). Però Fini non ha diritto di rubare i sogni di un ragazzo, di un vecchio, di un combattente. Non ha diritto di andarsi a svendere la loro dignità, i loro sacrifici, le loro idee. Non può sporcare quel motto di Pound che era il blasone di quei ragazzi; loro ci hanno rimesso davvero, lui ci ha guadagnato. Quel ragazzo ora chiede a Fini solo un piccolo sforzo, adattare lo slogan alla situazione reale e dire: se un uomo è disposto a svendere casa, o non vale niente la casa o non vale niente lui. E la casa valeva.

Marcello Veneziani

10 settembre 2010

Eredità.



C’è leader e leader. A sottolineare la differenza tra Gianfranco Fini e il suo «maestro» Giorgio Almirante - su Panorama di questa settimana - è la vedova di quest’ultimo: «Mio marito ha avuto ben 22 appartamenti in donazione e si è sempre limitato a chiamare un notaio e fare un passaggio di proprietà da se stesso al partito, e i soldi di eventuali vendite li incassava l’amministratore del partito stesso».
Di certo in quelle proprietà non sono finiti «cognati».

01 settembre 2010

Intervista a Marco Tarchi.


Intolleranza per il dissenso, è proprio quello ora che Fini denuncia all’interno del Pdl...
«Di questo ne ho scritto anche in sede scientifica. Nel libro Dal Msi ad An, ho scritto che il Msi era, e An dopo ancor di più, un partito a centralismo plebiscitario. La gestione era affidata a un leader considerato una sorta di sovrano assoluto. Fini ha esercitato questi poteri in modo assolutamente drastico, avendo in grande astio qualsiasi forma di dissenso»

Nel 1987 ci fu la festa del partito a Mirabello, con Almirante che designò Fini suo erede. La genesi?
«Dell’87 ricordo ciò che scrissero i giornali, come Panorama, che definì Fini “il miracolato dell’Assunta”. Cioè Assunta Almirante che aveva convinto il marito a designare Fini suo erede. Non so se corrispondesse al vero ma questa è l’interpretazione che se ne dava. Di sicuro Fini era designato da altri. Lui non doveva fare nulla, erano altri a fare per lui».

E adesso?
«Adesso deve star da solo e trovare la linea adeguata. Comunque non è da oggi (come politologo lo dico da anni), che la sua posizione è quella di chi non pensa di ottenere la legittimazione di leader dall’interno della forza politica a cui fa riferimento. Da tempo si presenta come ragionevole a ogni costo, moderato, politicamente corretto perché spera in una fase confusa o difficoltosa di un post Berlusconi per essere legittimato dagli altri, dagli avversari e così costruire qualcosa di più solido».

Oggi, 23 anni dopo, un’altra Mirabello, tanto attesa per scoprire quale strada sceglierà Fini. La sua nemesi?
«A Mirabello ci sarà una prova di forza. Lancerà il sasso ma ritirerà la mano. Non credo che farà uno nuovo partito, lui cerca di lavorare ai fianchi, di erodere, ma ha tutta la convenienza di restare nel Pdl».

Durante la sua segreteria, Fini è riuscito a fagocitare gli avversari oppure a epurarli. Sistema Fini oppure sistema Msi?
«Nel 1995 ho definito l’atteggiamento mentale dominante tra i quadri e i militanti il “complesso di Mosè”, cioè affidare al capo, quasi fosse un profeta, ogni responsabilità per la vita stessa della comunità dei militanti e dei sostenitori. Ora, se si pensa che Fini, più per le circostanze che per capacità sua, è riuscito a traghettare fuori dal periodo di cattività quel mondo politico e umano, si può capire perché l’intolleranza aperta verso il dissenso abbia trovato in lui un interprete ancor più rigoroso».

Molti invocano le sue dimissioni, per la questione Montecarlo e per l’incompatibilità tra leader politico e carica istituzionale.
«Ho una posizione diversa. Nell’analisi della politica seguo un approccio realista. Vorrei scrostare da molta ipocrisia le figure istituzionali: hanno tutte una storia politica alle spalle. Non si cambia drasticamente perché si passa su uno scranno significativo. Certo, la sovraesposizione e lo scontro interno non rendono Fini credibile come arbitro agli occhi della maggioranza che lo ha eletto».

Pugnalate e diplomazia: il Pdl è ad un’impasse. La maggioranza finirà la legislatura?
«A Fini e ai suoi conviene che il governo si logori giorno dopo giorno, non che cada. Se Berlusconi giungesse spossato a fine legislatura, i finiani potrebbero rivendicare buone ragioni per sancire alleanze diverse. Insomma, hanno un interesse evidente a giocare contro il Pdl, ma se accelerassero troppo rischierebbero di doversi sottoporre prima del tempo alla prova delle urne, senza essere preparati. E il loro prevedibile scarso peso non li renderebbe appetibili per i patrocinatori di terzi poli».

E al Pdl quali carte rimangono?
«Per quanto sia un azzardo, a mio parere Berlusconi avrebbe un vantaggio a stanare Fini portandolo alla prova delle urne. Il logorio serve a Fini, non a Berlusconi»

(Il Giornale)

22 agosto 2010

Furbetti.



Il Papa: «Accogliere le genti
di tutte le nazioni e culture»
Il messaggio di Benedetto XVI: «I genitori educhino
i loro figli alla fraternità universale»

Le parole del Papa arrivano dopo la decisione del governo di Sarkozy di espellere decine di immigrati rom e dopo il monito della Cei all'Italia in tema di immigrazione. Mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes della Conferenza episcopale italiana (Cei), ha dichiarato infatti che «l'Italia non può decidere di espellere in modo indiscriminato i rom né altri cittadini comunitari».


MESTRE. Assediati da barboni e balordi:
i frati cappuccini "blindano" la chiesa
Una cancellata e un muretto renderanno inaccessibile di notte
il sagrato, dove da qualche tempo bivaccano degli sbandati

Mestre (17 agosto) - A settembre la chiesa dei Cappuccini si chiude in bunker. Una cancellata dalla parte di via Cappuccina e una cancellata e un muretto dalla parte della piazzetta. I frati sono esasperati e dopo averle provate tutte hanno deciso di chiudere. E Josef il polacco dovrà spostarsi. Con lui altri 7-8 che hanno fatto di quei "sotoporteghi" la loro casa.

06 agosto 2010

Destinazione finale.

Per tutti quelli che sotto l'ombrellone si dilettano a seguire la politica italiana e, nella fattispecie, le piroette evolutive dell'ex camerata Fini, alcune perle degne di riflessione.

Luca Barbareschi: "Futuro e Libertà non è un formazione politica di destra. Queste sono categorie ormai superate. Io, che sono stato orgogliosamente craxiano, voglio accelerare il processo di rottamazione del berlusconismo, ormai al tramonto".

Chiara Moroni: "Con Fini può finalmente trovare attuazione il riformismo socialista. Io voglio continuare a esprimere la mia identità, dare voce e rappresentanza ai tanti socialisti che ancora ci sono in Italia e a quei giovani che lo sono anche senza saperlo. E mi pare che Fini stia tratteggiando un progetto politico innovativo. Dove potrebbe trovare cittadinanza una nuova identità socialista".

Italo Bocchino: "Le elezioni? Non le vogliamo e probabilmente non convengono neanche a Berlusconi. Ma se si andra' alle urne, credo che la figura di Fini sara' piu' spendibile per una nuova alleanza moderata insieme ad autonomisti, centristi del Pd, esponenti di destra moderata".

Pierferdinando Casini: "Fini è vittima di uno squadrismo intimidatorio".

Fabio Granata: "Chiediamo agli italiani, di destra e di sinistra e a tutta quella gente per bene che reclama una nuova politica, di non metterci in croce per un voto. Da oggi in Parlamento, grazie alla nostra iniziativa, si è creata una vasta area parlamentare. A settembre ne vedremo delle belle…"

28 luglio 2010

Aria di tempesta.



(...) Quando il Cav lo prese sotto la sua ala, Gianfranco era il pittoresco e nostalgico capataz di un piccolo partito emarginato che si ispirava al fascismo. Condotto per mano dal manigoldo che oggi vorrebbe epurare, ha trasformato il Msi in An e ha cominciato a viaggiare in Europa. Le sue amicizie, un tempo limitate a Le Pen, si sono dilatate nel vasto mondo. Incapace, in passato, di farsi eleggere sindaco di Roma è riuscito poi a essere vicepremier e ministro degli Esteri. Ha stretto le mani di capi di Stato, è stato ricevuto con ogni onore a Gerusalemme nonostante il mussolinismo degli esordi. Ora, è presidente della Camera. Però, non passa giorno che non tenti di azzannare, come la pariniana vergine cuccia, il piede che lo ha catapultato verso cotante altezze. Se c’è un uomo che non si è fatto da sé, questo è Fini. (...)
Il Giornale, 28 luglio 2010


Noi, intanto, seduti in riva al fiume...

04 giugno 2010

C'è qualcosa di nuovo oggi nell'aria...



Sembrava che la componente finiana dovesse prendere quota anche a Prato, imponendosi fin da subito come da contraltare alla maggioranza dei berluscones del Popolo della Libertà. Ma, quando si è trattato di passare dalle parole ai fatti, ovvero dalla firma al web appello alla costituzione dei circoli finiani di “Generazione Italia” soltanto Federico Lorusso ha fatto il passo. Gli altri a partire dal presidente del consiglio comunale Bettazzi provano a smorzare la questione: “E’ chiaro che rimaniamo finiani, ma preferiamo che siano i giovani a farsi avanti in questo momento”. Quindi ecco la scelta di percorrere una strada diversa, quella dell’associazione “Nuova Prato” che a partire da stasera riunirà tutta la componente degli ex An, Bettazzi, quindi, insieme agli assessori Filippo Bernocchi e Gianni Cenni, i consiglieri comunali Giancarlo Auzzi, Gianluca Banchelli, Alessandro Giugni e Fulvio Ponzuoli.

Cito questo breve passo dalle notizie di Prato perché mi sembra sintomatico del caos che regna nella politica di oggi. Una sarabanda che non lascia indenni neanche i piccoli personaggi del teatrino locale, questi statistelli in sedicesimo, baciati da un'insperata sorte e, malgrado la loro insipienza, proiettati nell'empireo della casta che conta. E che di politica campa.
Vale anche per costoro, e forse a maggior ragione, quello che da tempo suggeriamo a Gianfranco Fini: che si decidano una buona volta! Non abbiamo sentito uno di loro rivendicare l'orgoglio di appartenenza allorquando l'ex presidente decise, motu-proprio, di sciogliere il partito nel quale militavano. Non abbiamo letto dichiarazioni pubbliche di presa di distanza al momento di candidarsi con il tram del PdL verso agevoli elezioni. Non abbiamo visto dimissioni sdegnate e virili. Niente renitenza alla leva quando il sacro fuoco della poltrona ha chiamato!
Adesso, seguendo le piroette del presidente della Camera, si danno da fare per riproporre anche nella nostra città il triste spettacolo di un partito che nacque dalla fusione di due diverse forze politiche affini ma non uguali; alleate ma non unificabili.
Torniamo a ripetere: c'era davvero bisogno di sciogliere due partiti, di rinnegare coloro che li avevano fondati, di disperdere una comunità intera, umana prima ancora che politica, di buttare alle ortiche un patrimonio valoriale accumulato in mezzo secolo di lotte e di sacrifici, per tornare a coltivare questi miseri orticelli seminati di patetiche ambizioni personali?
Lo diremmo a Fini, se servisse: ce l'avevi un partito. Anche troppo bello per le tue capacità. Tu l'hai voluto estirpare come se fosse un dente marcio. Ora vedi di non rompere i coglioni.
E lo diciamo anche ai suoi vecchi e nuovi seguaci in terra di Prato: questi giochetti di palazzo sono la dimostrazione di come al giorno d'oggi la politica sia espressione della parte peggiore della società. Davvero volete rimarcare la vostra identità diluita nel calderone berlusconiano? Potevate pensarci prima a dire il vero, ma se proprio non potete farne a meno, anche se tardivamente, date una prova di dignità. Dagli incarichi, specie se ben retribuiti, ci si può sempre dimettere.
Ma che ve lo dico affa'...

26 maggio 2010

Parliamo di cose serie...

I giudici regalano pensioni agli extracomunitari
di Anna Maria Greco (il Giornale 26/05/10)

Per l’Inps è un colpo duro. La Corte costituzionale garantisce l’assegno mensile di invalidità anche agli stranieri extracomunitari. Non più solo a quelli che dopo 5 anni hanno ottenuto la carta di soggiorno, come previsto finora, ma a tutti quelli che hanno i requisiti (non certo i clandestini) e non possono lavorare per un handicap.

Così, mentre governo e Parlamento affrontano la crisi comprimendo lo Stato sociale e tirando la cinghia anche per i benefici agli handicappati, la Consulta va in controtendenza e allarga il numero dei beneficiari dell’assegno.

Così tanto, che alcuni prevedono ora il rischio di una forma di una sorta di «turismo previdenziale» in Italia, con l’arrivo di chissà quanti stranieri invalidi o presunti tali, attirati dalla possibilità di essere mantenuti a spese dello Stato, senza lavorare.

La decisione è già stata presa dai 15 giudici costituzionali, anche se ancora non è pubblica. C’è stata una spaccatura, nella riunione a Palazzo della Consulta, ma alla fine la maggioranza ha accolto il ricorso della Corte di appello di Torino, dichiarando costituzionalmente illegittima la norma che attribuisce l’assegno di invalidità, a italiani, cittadini comunitari ed extracomunitari solo se titolari della carta di soggiorno.

È ancora presto per valutare le conseguenze economiche di questo verdetto, ma certo il nostro già disastrato Istituto per la previdenza sociale dovrà fare i salti mortali per far fronte anche a questo onere. L’assegno è basso, 242,84 euro per 13 mensilità, ma bisogna vedere per quanti si moltiplica. E poi, una volta dichiarato invalido civile, un extracomunitario potrà ottenere a cascata gli altri benefici legati allo status, come la ben più cospicua indennità di accompagnamento e le detrazioni fiscali connesse.
(...)

18 maggio 2010

Amarcord.

Ogni tanto ci vuole...

"Quando il sipario si è abbassato, in un clima di determinazione e di entusiasmo, sul XII congresso nazionale del MSI-DN, a tutti è apparso evidente che la massima assise del movimento non era stata inutile. La proclamazione aperta e senza ipocrisie, giunta al termine di tre intensi giorni di discussione e per bocca del Segretario nazionale, della nostra diretta discendenza dal Fascismo inteso in senso rivoluzionario, cioè moderno e giovane, scelta ed al tempo stesso garanzia di libertà, ha infatti rappresentato per ogni camerata, di qualsiasi età o schieramento interno, un momento magico, sognato da tempo e sempre, fino ad allora, forzatamente accantonato. Lo scrosciante applauso che ha salutato "Il Fascismo è qui" lanciato da Almirante ha quindi segnato una svolta nella vita della Destra di alternativa".

Gianfranco Fini - Dissenso n.52 del 10 marzo 1982


p.s.
Le maiuscole sono originali.

21 aprile 2010

Il dissidente.

«Non voglio farmi da parte né stare zitto, Berlusconi accetti che ci sia dissenso»
Parola di Gianfranco Fini.
Chi si aspettava azioni clamorose da parte del presidente della Camera e dei suoi fedelissimi deve rassegnarsi ad attendere ancora. Non che si potessero ragionevolmente prevedere "gesta eroiche" da questi personaggi, ma, sai com'è, la speranza è l'ultima a morire. Hai visto mai che qualcuno un giorno si decida a rischiare poltrona, carriera e pagnotta per un'idea, anche se non per un ideale.
Ora però sarebbe il caso che l'ex capo di aenne si decidesse su che cosa vuol fare da grande; vuole fare una corrente? Già ce l'aveva. Vuole formare dei gruppi parlamentari? Già ce li aveva. Vuole fondare un partito? Già ce l'aveva! Vuole prendere moglie? Già ce l'aveva. Vuole fare figli? Già ce l'aveva. Forse ha ragione Storace quando definisce Fini un "eterno insicuro", che ha bisogno di distruggere tutto ciò che tocca per affermare la propria esistenza. Ha sciolto due partiti, sta lavorando per distruggerne un terzo, ha sciolto un matrimonio, ha dissipato un serbatoio elettorale importante, ha disperso una comunità umana. Perdio qualcuno gli dica di riposarsi!
Magari se mentre si accinge a varare la sua corrente nel Pdl si ricordasse di quando scagliava anatemi contro le correnti di AN, farebbe cosa gradita alla memoria e all'intelligenza. Se mentre reclama libertà di dissenso nel partito di Berlusconi si ricordasse di come il dissenso era stroncato nel partito di Fini, parlerebbe con più prudenza. E se proprio vuole volare, abbia finalmente il coraggio di farlo con le proprie ali, senza i tutori che ha avuto finora: Almirante, Tatarella, Berlusconi. Dimostri cosa vale realmente; e se è destinato a nuovi, più alti traguardi, ben per lui. Gli italiani, anche quelli che ancora votano, se ne faranno una ragione...

31 marzo 2010

Una brillante sconfitta.

A bocce sufficientemente ferme, con una certa insistenza molti amici mi chiedono un mio commento sui risultati delle regionali particolarmente in Toscana e nella provincia di Prato. Chi segue questo blog avrà sicuramente notato che non mi sono occupato nella maniera più assoluta di questa campagna elettorale. Da tempo ormai ho smesso di appassionarmi allo squallore della politica "praticata" e quindi anche alle sorti dell'ennesimo "agnello sacrificale" che il centrodestra ha voluto offrire al regime cattocomunista della nostra rossa regione. Una semplice osservazione però mi permetto di fare, di tipo "ragionieristico" direi quasi: il PdL, che esulta per un risultato che a livello nazionale può essere considerato più che positivo, in terra di Toscana ha veramente poco da festeggiare. In tutta la provincia di Prato raccoglie 29.602 voti, mentre alle regionali del 2000 i due partiti che poi si sono fusi nel PdL rastrellavano, rispettivamente, AN 20.034 e FI 25.643. In dieci anni i voti sono quasi dimezzati. Così come nel riepilogo regionale i voti sono passati dai 690.509 del 2000 ai 412.118 di questa tornata. Un vero disastro. Un patrimonio elettorale disperso, dilapidato. Certo, diciamolo, nel 2000 la situazione era diversa: c'erano altri partiti, c'erano altri candidati, c'era ancora il voto di appartenenza, c'erano le preferenze. Poi, nel frattempo, Confindustria, qualche banca e qualche loggia hanno rovesciato a Prato una sclerotica sinistra al potere da sempre. E' vero. Ma le responsabilità della classe dirigente del centrodestra toscano, inamovibile, autoreferenziale e parassita sono più che evidenti.
Ma, siamo certi, nessuno pagherà il conto.

18 marzo 2010

L'altro mondo.

di A. De Benoist

“Nessun mondo” scrive Philippe Muray, “è mai stato più detestabile di quello attuale”. Ma qual è dunque questo mondo? Dopo l’affondamento del sistema sovietico, si è passati da un mondo diviso in due blocchi a un mondo dominato da una sola potenza, che tenta di imporre la sua legge al pianeta intero. Virtualmente, questo mondo non sarebbe altro che un villaggio globale, dove il progresso economico, dal quale si suppone tutti possano trarre giovamento, accrescerebbe l'ineluttabile evoluzione verso un modello politico, la democrazia liberale rappresentativa, della quale gli Stati Uniti d’America costituirebbero il modello più completo. Alla fine, il mondo diverrebbe un vasto mercato popolato da semplici consumatori, sottomessi di volta in volta all'ordine marciante. Il capitalismo si è deterritorializzato. I raggruppamenti industriali infine hanno dato luogo alla formazione di società transnazionali, i cui bilanci superano di gran lunga quelli dei singoli paesi. Allo stesso tempo, le nazioni sono state invitate ad abolire le loro barriere doganali, ad aprire le loro frontiere alle persone ed ai capitali, a favorire con ogni mezzo la " libera circolazione " dei prodotti e dei beni. Questo è il senso primario di una globalizzazione che supporta la volatilità dei mercati, le delocalizzazioni, la ricerca permanente di una maggiore produttività, la reificazione generalizzata dei rapporti sociali. Questo sistema è fondato sulla trasformazione di tutte le attività viventi in mercantili. Nel mondo del mercato, la legge suprema è la logica del profitto, legittimato da un’antropologia che fa dell’individuo un essere avente il cui obiettivo permanente è la massimizzazione del proprio interesse. La sottomissione progressiva di tutti gli aspetti della vita umana alle esigenze di questa logica destruttura il legame sociale. I media uniformano i desideri e le pulsioni, al prezzo di una radicale desimbolizzazione degli immaginari, produttori di una falsa coscienza, di una coscienza alienata. È esattamente questo il mondo in cui viviamo. Un mondo che ha abolito le distanze e il tempo, dove il capitalismo finanziario non è connesso all'economia reale (la maggioranza degli scambi di capitale non corrispondono più agli scambi di prodotti), dove l'economia reale si sviluppa senza considerazione dei limiti, dove le passioni si riducono agli interessi, dove il valore è ribassato sul prezzo, dove i bambini stessi divengono dei beni (e degli utili) di consumo durevole, dove la politica è ridotta alla porzione congrua, dove i detentori di potere non sono più eletti e dove coloro che sono eletti sono impotenti. Un simile mondo non minaccia soltanto la vita interiore, le identità collettive, la diversità dei viventi. Esso minaccia l'umanità propria dell’uomo. Per contrapporsi alla miseria affettiva ed agli stress materiali che ne risultano, la Forma-Capitale usa strategie differenti. Da un lato, crea senza interruzione nuovi bisogni, moltiplica le distrazioni e i divertimenti, propaga l'idea che non esista felicità se non in un consumo il cui orizzonte è continuamente riposto più lontano. Dall’altro lato, il suo pretesto di lottare contro il “populismo”, il “comunitarismo”, il “terrorismo”, rafforza le procedure di controllo e di sorveglianza. Si restringono le libertà con il pretesto della sicurezza. Per smorzare la portata dei movimenti sociali, per distogliere la gente dal porsi domande, per disarmare le nuove “classi pericolose” e rendere inoperante la loro velleità di rivolta, crea nemici onnipresenti, demonizzabili a piacimento, strumentalizza i conflitti culturali e gli urti tra comunità. Come sempre, si divide percomandare. L'obiettivo è quello di instaurare tutto ciò che crea caos per continuare a regnare senza alcuna minaccia. (....)

22 febbraio 2010

Eccoli, arrivano. E cambierà tutto.


E rieccoci. Puntuali come le bollette del gas e altrettanto molesti, con l'approssimarsi delle elezioni, spuntano gli "amici" peroranti la giusta causa. Ti chiedono, "in nome dei vecchi tempi", una firmetta per presentare la lista. "Sai, vogliono farci fuori - questa legge elettorale è un imbroglio - un ostacolo quasi insormontabile - pensa: quantemila firme..." e bla, bla, bla. A parte il fatto che non firmo più niente se non davanti ai miei avvocati, ma le firme di sottoscrizione delle liste, ultimamente, non erano tutte false? E che vuoi da me? Fai firmare Garibaldi, Totò, Biancaneve, e fottitene. Tanto, male che vada, la sanzione per questa truffa sarà puramente amministrativa.
E poi, quanto ancora devo ripetervi che non ho nessuna intenzione di recarmi al seggio? Che da diversi anni ormai non mi ci reco? Scandalo! Gli "amici" restano interdetti. "Ma come? Tu?" e via le solite filippiche: il voto diritto-dovere, l'astensionismo è un male, rafforza quegli altri, fallo per i vecchi ideali, ci manca solo "il momento è catartico" e poi lo zelig è completo. Ti dicono: abbiamo la possibilità, questa volta, di strappare la Toscana alla sinistra! Minchia! E sai come me la godo. Mettere la Faenzi al posto di Rossi è una di quelle cose per le quali darei la vita...
Una vera rivoluzione, un cambio epocale, l'avverarsi di un sogno a lungo inseguito...
Roba da non dormirci la notte. Come avrò fatto fino ad oggi a convivere con il rimorso di non aver votato alle scorse amministrative? Con la consapevole colpevolezza che, se anche fossi stato residente a Prato, non sarei andato a votare manco al ballottaggio? E adesso avrei il rimpianto di non aver contribuito col mio voto a quella grande svolta che ha consentito di sostituire Bencini con Borchi, Giovagnoli con Bernocchi, Mazzoni con la Beltrame e ...Milone con Milone!
Suvvia "amici": lasciate noi vecchi idealisti e sognatori alle nostre dilettevoli ed inutili occupazioni. Le cose serie, quelle importanti, da cui dipendono le sorti nostre e dei nostri figli, le lasciamo a voi. Siamo sicuramente in buone mani...

16 febbraio 2010

La tangente è viva e lotta insieme a noi.



Qualcuno pensava che con la seconda repubblica il fenomeno della corruzione politica si fosse quantomeno attenuato? Che dopo lo sconquasso delle inchieste su tangentopoli i protagonisti della scena politica nostrana si fossero almeno fatti un po' più prudenti?
L'irruzione della cosiddetta "società civile" nella gestione della cosa pubblica e la contemporanea dissoluzione dei partiti tradizionali non hanno portato quel rinnovamento che ci si aspettava. Anzi, l'ingresso dei nuovi attori sulla scena politica ha comportato l'avvento di un'etica a volte persino peggiore di quella corrotta e decadente dei vecchi partiti "di regime". Tutto come prima, dunque?
No, una cosa è cambiata: non ci sono più i "carabinieri missini" a presidiare le istituzioni, a sorvegliare queste vere e proprie "cittadelle del malaffare". Nessuno più denuncia le irregolarità, gli illeciti e gli intrecci tra politica ed economia. Perché gli ex missini ancora in servizio, un tempo gli unici allenati all'opposizione e al rigore morale, sono diventati qua e là forza di governo e quindi sono passati dall'altra parte della barricata; e perché gli ex amministratori della sinistra, precipitati qua e là all'opposizione, non hanno voglia, interesse e cultura per denunciare il malaffare, avendola, quella parte della barricata, occupata per lunghissimo tempo.
"Oggi - dice Fini - chi ruba non lo fa per il partito ma solo per se stesso". Non sappiamo sulla base di quale esperienza il presidente della Camera faccia questa affermazione. Avrà i suoi buoni motivi. A noi pare che manchino quegli uomini che in tempi molto più difficili degli attuali, svolgevano con serietà il loro mandato non a favore solo di un partito, ma a vantaggio di tutta la collettività.

15 febbraio 2010

Nel fango.



Dal Corriere della Sera:

L'inchiesta di Firenze: gli appalti,
gli imprenditori e i contatti con i politici
Le telefonate di Verdini (Pdl) e Fusi della Bpt

ROMA — «Nel corso dell’attività d’indagine sono stati raccolti numerosi elementi riferiti all’operatività di una struttura facente capo a due alti funzionari del ministro delle Infrastrutture, Angelo Balducci e Fabio De Santis, finalizzata all’illecita ripartizione dei lavori appaltati nell’ambito dei Grandi eventi». Comincia così l’informativa del Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri, sezione Anticrimine di Firenze, che il 15 ottobre scorso riferiva ai magistrati il presunto intreccio di corruzione e altri legami tra gli uomini che circolavano intorno alla Protezione civile e un gruppo di imprenditori. I quali, a loro volta erano in collegamento con uomini politici utilizzati per facilitare affari, incontri e contatti.
Dalle intercettazioni racchiuse nel rapporto emergono i nomi dei parlamentari del Pdl Denis Verdini, Altero Matteoli, Mario Pepe e Guido Viceconte. Ascoltati mentre s’intrattengono al telefono con alcuni dei principali inquisiti dell’inchiesta, che a loro volta hanno rapporti privilegiati con chi gestisce gli appalti fuori controllo per la realizzazione dei Grandi eventi, a partire da Balducci e De Santis. «È stata documentata la corresponsione ai predetti funzionari di utilità di varia natura da parte di un cartello di imprenditori in cui sono inseriti, tra gli altri, Francesco De Vito Piscicelli e Diego Anemone», scrivono i carabinieri. Piscicelli è l’uomo sorpreso a dire che la notte del terremoto in Abruzzo rideva pensando a quanto ci si poteva guadagnare (anche se lui ha negato, chiedendo scusa); Anemone è l’imprenditore (ora in carcere) ascoltato e pedinato mentre parlava e s’incontrava con Guido Bertolaso.

«È stato documentato — si legge ancora nel rapporto del Ros—che prima Vincenzo De Nardo e successivamente Riccardo Fusi, rispettivamente amministratore delegato e presidente del Consiglio di amministrazione della Baldassini Tognozzi Pontello (Bpt) spa, tramite l’imprenditore De Vito Piscicelli, hanno allacciato rapporti con Balducci, De Santis e un’altra funzionaria ministeriale, entrando gradualmente a far parte di questo ristretto gruppo di imprenditori favorito nelle aggiudicazioni dall’ing. Balducci e dai suoi collaboratori»; quelli che, solo per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia avevano assegnato, già nel dicembre 2007, «undici opere da realizzarsi in varie città del territorio nazionale, per un importo complessivo di circa 339 milioni di euro».

Il trio De Vito Piscicelli-Di Nardo-Fusi, secondo il rapporto dei carabinieri, «ha avuto la preventiva assicurazione che alcuni lavori (del 150˚ anniversario e del G8 alla Maddalena, ndr) sarebbero stati aggiudicati in favore delle loro imprese unite in associazione temporanea». Ma non solo: «De Vito Piscicelli, avvalendosi dei suoi consolidati ottimi rapporti con Balducci e De Santis, ha richiesto a questi di intervenire presso il ministero delle Infrastrutture al fine di far assegnare alla Bpt spa di Riccardo Fusi il cantiere per la realizzazione della Scuola marescialli dei carabinieri di Firenze».

Per questa «mediazione» De Vito Piscicelli ha chiesto a Fusi un compenso di un milione e mezzo di euro giustificato con la sua antica e consolidata rete di conoscenze, riassunta così in una telefonata del febbraio 2008: «Io ti ho messo a disposizione, a te e ai tuoi uomini, il mio background di dieci anni di buttamento di sangue... Perché sono convinto che insieme possiamo fare delle cose... Io ne avrò benefici e tu altrettanto... Io mi sono giocato dieci anni di rotture di c... di investimenti di tutti i tipi, capisci?».

Fusi in quella conversazione diceva di capire, ma nel frattempo si rivolgeva anche ad altri amici. Uno sembra essere l’onorevole Denis Verdini, già esponente di spicco di Forza Italia e ora coordinatore del Popolo della libertà. Le telefonate tra lui e Fusi sono decine. In un’occasione — riferiscono gli investigatori — il deputato si vanta con l’imprenditore fiorentino di aver contribuito a far nominare Provveditore alle opere pubbliche della Toscana Fabio De Santis, uno dei quattro finiti in carcere nei giorni scorsi.

«Ti volevo dire—racconta a Fusi il 21 gennaio 2009 — quella cosa lì romana è andata a buon fine, ma è stata dura eh... diglielo ai nostri... Poi lui... devo dire... è stato molto corretto con me... il piacere me l’ha fatto... tra l’altro ho parlato con il suo capo il quale ha detto "Va bè, se è per Denis... allora si fa". È stata una cosa dura... comunque... una cosa tosta... falla pesà, insomma». Dieci mesi prima, il 3 marzo 2008, Fusi e Verdini parlavano del «coinvolgimento in una comune operazione dell’imprenditore parmense Pizzarotti».

Verdini: «Senti me... ma te con Pizzarotti come stai?».

Fusi: «Io lo conosco, ho un buon rapporto... però c’è stata quella storia degli ospedali della Toscana... Lui si sta facendo l’interporto di Santa Croce.... le ferrovie a Bologna... roba grossa insomma, capito (...). Io non so perché serve, ma insomma...».

Verdini: «Serve per quello che tu sai... perché sembrerebbe che lì ci fossero delle possibilità... ma da andare a stuzzicare... bisogna sapere che rapporto c’hai, insomma...».

Il 28 marzo 2008, invece, discutevano di un’operazione bancaria condotta sul Credito cooperativo fiorentino.

Fusi: «Ti volevo dire, ho parlato ora con Biagini, volevo...».

Verdini: «Sì, si è fatto tutto... un po’ di fatica... ma insomma si è fatto tutto». Un mese più tardi, il 24 aprile del 2008, parlando della composizione del nuovo governo Berlusconi, a Fusi che chiedeva se poteva stare tranquillo Verdini rispondeva: «Tu devi stare tranquillo, perché io ho preso una decisione... A me mi era toccato l’Ambiente (cioè il ministero, ndr)... Però esco fuori, perché se accetto mi tocca rinunciare a tutto, lasciare la banca, capito? Quindi non posso... (...) diventerò capo del partito, prenderò il posto di Bondi (ex coordinatore di Forza Italia, ndr), anche di quello nuovo... ».

Fusi: «Te l’hai capito? Che c’è tutto il mondo... ».

Verdini: «Non ti preoccupare, siamo messi bene...».

Nell’estate di quell’anno Fusi sollecita a Verdini (che in un’occasione chiede all’imprenditore l’elicottero: «Mi sa che mi serve», e quello risponde pronto: «È a tua disposizione, quando dove e perché») un incontro con Altero Matteoli, ministro delle Infrastrutture, per discutere la vicenda della Scuola dei marescialli. Il 5 agosto l’imprenditore parla direttamente col ministro.

Fusi: «Come funzioni, sei già in vacanza? Ci si può vedere un minuto?».

Matteoli: «No, io me ne vado stanotte e torno il 27 a Roma».

Fusi: «Ah, il 27, ho capito, niente allora... So che ci dovrebbe essere stato un po’ di sviluppi per quanto riguarda la Scuola di Firenze... Dovrebbe arrivare al ministero una situazione abbastanza importante perché... l’Autorità di vigilanza ha riscontrato varie irregolarità...».

Matteoli: «Però io... fino al 27 non torno a Roma ».

Fusi: «Ho capito, va bene».

Matteoli: «Ok, buone vacanze».

L’8 ottobre Fusi e Verdini parlano ancora della stessa cosa.

Fusi: «Poi ti volevo dire... con il ministro Matteoli... per quella storia della Scuola dei marescialli, che è nell’interesse dello Stato questa cosa, se si potesse anticipare... Se ci fosse verso che ci mettesse le mani lui...».

Verdini: «Con lui ho fissato che ci si sente a fine settimana... ora fammi fare... faccio lui e poi faccio quest’altro...».

03 febbraio 2010

Candidature di servizio.



Avercela una faccia. Si potrebbe anche perderla. A volte viene da dubitare che taluni non si rendano conto di che materiale ce l’hanno.
La scelta del candidato del PdL per la presidenza della Regione Toscana, ha fugato qualche dubbio.
Basta leggere le dichiarazioni al riguardo di Riccardo Migliori, ex potente ras toscano di Alleanza Nazionale: “io sono candidabile da vent’anni e non sono mai stato candidato.” Perbacco. Se andiamo a frugare nei meandri dell’esperienza personale, si può tranquillamente affermare che da trentacinque anni non si ricorda che Migliori non sia stato candidato a qualcosa. Qualcosa di concreto, beninteso. Candidature che hanno sempre avuto il crisma della garanzia di elezione. Non si ricordano occasioni in cui egli sia mai stato messo in discussione. Casomai è stato Migliori che per lungo tempo ha deciso delle candidature altrui. Fino a quando il partito gli ha consentito di farlo. Adesso che quel partito non c’è più, anche a lui è toccato di subire un’esclusione. Umiliante, per di più. In quanto sembra maturata sul filo di mere considerazioni di immagine, estetiche quasi. Insomma, Migliori non è una bella fanciulla e quindi non è dotato del requisito indispensabile nell’era berlusconiana. Chi se ne frega se forse è il più bravo di tutti. Se probabilmente è uno dei pochi in grado di distinguere una legge regionale da un pianoforte a coda…
Peccato, perché ci hanno privati della possibilità di vederlo, finalmente, alle prese con una vera “candidatura di servizio”, una di quelle che non ti garantiscono altro che la sconfitta. E alle quali, il personaggio, non è per niente abituato.

19 gennaio 2010

Decennale.

A margine della vergognosa beatificazione istituzionale che gran parte della casta sta tributando a Bettino Craxi nel decennale della scomparsa, pubblichiamo l'editoriale di "Confini" del Febbraio 2002. Niente da aggiungere.

No grazie. Scusateci ma non ci stiamo. Il processo di “beatificazione” dell’ex ledaer socialista morto latitante (non in esilio) ad Hammamet fatelo senza di noi. La patetica cerimonia commemorativa tenuta dagli amici vecchi e nuovi di Craxi meritava più di una precisazione da parte dei vertici di AN, delle prese di distanza, dei distinguo, degli altolà. Che naturalmente non ci sono stati. Così se da una parte Berlusconi ha potuto parlare “dell’amico Bettino” come di un personaggio a cui l’Italia deve eterna riconoscenza, se Casini ha affermato che “Craxi non meritava di morire con il marchio dell’infamia”, nessuno si è preso la briga di ristabilire un minimo di verità storica. Di una storia peraltro recentissima, che non consente vuoti di memoria. A noi pare di ricordare che vi fosse una combriccola di ladroni che hanno saccheggiato l’Italia, che l’hanno portata sull’orlo del baratro, che hanno scaricato il peso delle loro ruberie sulle spalle degli italiani, in particolare sui ceti meno abbienti. Pare di ricordare che i guasti che provocarono furono tali e tanti che tuttora ne patiamo le conseguenze in termini di quantità e qualità dei servizi che il Paese è in grado di erogare. Quanta parte delle attuali disfunzioni della sanità, dei trasporti, della scuola, della pubblica amministrazione è da ricondurre al peso della corruzione che su questi ed altri comparti gravava negli anni del craxismo imperante? E, soprattutto, quanto di quel sistema di corruzione è sopravvissuto ai nostri giorni? Sarebbe ora che tutti quelli che ci chiedono quotidianamente abiure sul nostro passato cominciassero a prendere seriamente le distanze da quel sistema di corruttela. Tanto per rassicurare noi e i nostri elettori. Tanto per non dare l’impressione che si voglia avallare la singolare tesi difensiva di Craxi il quale affermava che essendo quello il sistema e che tutti i partiti lo sapevano e ne beneficiavano, nessuno poteva dirsi colpevole. No, caro Bettino, c’era un partito che era estraneo a quel sistema di corruzione; che sapeva ma non beneficiava, anzi denunciava. Da anni, con forza e rigore. Era il Movimento Sociale Italiano, il partito sano, onesto, incorrotto che ha consentito la nascita di Alleanza Nazionale. Oggi i massimi dirigenti di AN (gli stessi del MSI) sembra abbiano dimenticato questo piccolo ma essenziale passaggio storico. Sembrano vergognarsi non solo delle lontane origini fasciste ma anche del recente passato missino. Tanto che il presidente Fini, che nel 1987 (congresso di Sorrento) diventò Segretario Nazionale affermando di voler “portare il fascismo negli anni duemila”, è costretto a rinnegare quanto dichiarò nel 1994: cioè che considerava Mussolini il più grande statista del novecento. Oggi, ministro della Repubblica, rappresentante dell’Italia alla Convenzione per la Costituzione europea, dice che i suoi riferimenti ideali sono piuttosto Giolitti, Einaudi e De Gasperi. Di questo passo il riconoscimento di Craxi come “il più grande statista del novecento” dobbiamo sicuramente aspettarcelo. Ma, per favore, non chiedeteci di esporre la sua fotografia nelle nostre sedi…