04 settembre 2014
13 agosto 2014
08 luglio 2014
Fascisti non vinti. Una vita in fondo a destra.
di Stenio Solinas
Attivisti, di Antonio Pannullo, è per me un bel libro malinconico, un come eravamo senza il lieto fine. Da allora è cambiato tutto, e però è come se non fosse cambiato niente.
L'«estraneità», dico, l'essere una specie di «banda a parte», è rimasta la stessa, senza illusioni e avendo fatto il pieno delle delusioni. Quarant'anni dopo ti volti a guardare i tuoi vent'anni del tempo della militanza e, bene o male, gli amici, i rituali, il gergo, sono rimasti gli stessi, la grande glaciazione di chi lottava per il disgelo e quando poi il disgelo è arrivato si è reso conto che significava sciogliersi e non avere nulla in cambio. Meglio ibernati, dunque, coerentemente inutili, testardamente legati a una «certa idea» della politica e della vita. Più estetica che ideologica, fallimentare quindi, e però calda, umana. Confesso che ho perduto. Confesso che ho vissuto.
L'«estraneità», dico, l'essere una specie di «banda a parte», è rimasta la stessa, senza illusioni e avendo fatto il pieno delle delusioni. Quarant'anni dopo ti volti a guardare i tuoi vent'anni del tempo della militanza e, bene o male, gli amici, i rituali, il gergo, sono rimasti gli stessi, la grande glaciazione di chi lottava per il disgelo e quando poi il disgelo è arrivato si è reso conto che significava sciogliersi e non avere nulla in cambio. Meglio ibernati, dunque, coerentemente inutili, testardamente legati a una «certa idea» della politica e della vita. Più estetica che ideologica, fallimentare quindi, e però calda, umana. Confesso che ho perduto. Confesso che ho vissuto.
A me non piacciono i reducismi, detesto gli amarcord. Ma Attivisti racconta in filigrana qualcosa di diverso, difficile da spiegare, eppure palpabile. Anni fa, in un libro che si chiamava Compagni di solitudine, provai a definirlo prendendo a pretesto una frase del Lord Jim di Joseph Conrad: «È uno di noi». Stava a indicare un tipo umano in cui alla rinfusa c'erano dentro tante cose: il sentirsi diversi e il sentirsi «esuli in patria», un acuto e quasi insopportabile senso dell'onore, un io ipertrofico al tempo della società e del conformismo di massa, il gusto della provocazione e la volontà di essere protagonista, il non arrendersi mai.
Gli anni Settanta sono stati anni tragici, si sa. Ma ciò che li rende ancora più penosi è che sono stati anni inutili. Li abbiamo attraversati reclamando il nostro diritto a esistere, ad avere una voce, a sostenere un'idea, e qualcuno per questo c'è anche morto, la vittima di una strana, assurda guerra da ragazzi della via Paal dove non si moriva per una polmonite, ma per un colpo di pistola, di spranga, di chiave inglese... Oggi non li ricorda più nessuno, nemmeno quella destra politica che avrebbe potuto e/o dovuto rivendicarli, non fosse che è sparita anch'essa, ingoiata nel dimenticatoio delle false attese, delle intese sbagliate. Mai come da quando la parola Destra ha avuto il suo quarto d'ora di celebrità, ha smesso di avere un senso. Ciò che è rimasto è una memoria di parte, individuale e comunitaria, comunque minoritaria. È storia di ieri, ma per un ragazzo d'oggi è come se fosse un secolo fa. Non gli interessa, non la conosce.
A vent'anni la politica è un gioco affascinante, ma il più delle volte se ne esce scottati. Dei tanti nomi che Attivisti elenca, e che io conosco, per amicizia diretta, per frequentazione saltuaria, per sentito dire, la maggioranza ha poi scelto la strada delle professioni, riservando a quelli divenuti politici in «spe», «servizio permanente effettivo», un sentimento che sta fra l'insofferenza, la sopportazione, il disprezzo e il disgusto. Per uno di quei curiosi paradossi della storia, i cosiddetti professionisti della politica di destra e/o neofascista si sono rivelati i becchini dell'attivismo che fu. Lo hanno fatto vincere, ma sotterrandolo. La conquista del potere, trasformata in potere che dà la conquista, pura e semplice, senza complicazioni di sorta, senza un motivo, un sentimento, un pensiero. Il grado zero della politica, o il degrado, fate voi.
Deriva da ciò qualcosa che si fa fatica ad accettare, ma su cui bisogna riflettere. Fino a quando la storia, e la cronaca, hanno perpetuato il «ghetto dei vinti», l'illusione di una «diversità», di una «sanità» ne è stato il cemento e la ragione del fascino. Si stava lì, dalla parte del torto, perché scomoda, non redditizia. Non prometteva carriere. Quando, con la caduta del muro di Berlino è venuto giù tutto, «ghetto dei vinti» compreso, ci si è accorti che lì dentro, politicamente parlando, i politici in «spe» di cui sopra, e quelli di complemento, era come fuori (le eventuali eccezioni, si sa, confermano la regola): la stessa ansia di conquista, di sedersi al tavolo imbandito della vittoria, la stessa voglia di affari, prebende, privilegi. Il verme era nella mela, detto brutalmente, detto semplicemente.
Così, gli esclusi di ieri, gli attivisti esclusi di ieri, si sono ritrovati a essere gli esclusi dell'oggi, un piccolo-grande esercito senza altre bandiere che sé stessi. Questo libro rende loro gli onori.
Il Giornale - 08/07/14
11 giugno 2014
Julius Evola. 11 Giugno 1974
"Nell'idea va riconosciuta la nostra vera patria. Non l'essere di una stessa terra o di una stessa lingua, ma l'essere della stessa idea è quel che oggi conta."
26 maggio 2014
Sfondamento a destra.
Qualcuno prima o poi doveva farlo. Soprattutto in considerazione del fatto che il percorso inverso, invece, non è mai stato realizzato. Anche io ne conosco di vecchi elettori di destra che hanno votato Renzi, il "bomba". Il che la dice lunga sulla potenza dei mezzi di informazione nella costruzione del consenso elettorale; si pensi al battage martellante a reti unificate sul "bonus 80 euro" e al silenzio totale su MPS, la più grande ruberia di soldi pubblici interamente targata PD, ed altri scandali che vedono coinvolti esponenti di quel partito. Ma la dice anche lunga sulla propensione degli italiani a lasciarsi incantare dall'imbonitore di turno. Che sia Berlusconi o l'ex sindaco di Firenze con l'intermezzo di Grillo. Una passione viscerale nei confronti di chi le spara più grosse, di chi si sbilancia in promesse puntualmente destinate all'oblìo il giorno dopo le elezioni.
Purtroppo anche tra gli elettori di destra, almeno tra coloro che ancora sentono irrefrenabile l'esigenza di partecipare a questi inutili "ludi cartacei", c'è chi ha subìto il fascino dell'uomo di Pontassieve e della sua presunta novità. Dimenticando che sotto l'esecutivo Renzi sono decuplicati gli sbarchi di clandestini, che ormai andiamo direttamente a prendere per tutto il mediterraneo, e che il governo di sinistra ha in serbo provvedimenti come lo ius soli, i matrimoni gay ed altre schifezze simili. Dimenticando che dietro la faccina bellina dell'ex rottamatore si celano i soliti vecchi volti della nomenclatura catto-comunista tutt'altro che disposta a lasciarsi rottamare.
E così la destra italiana è pressoché estinta, in attesa che qualcuno, seriamente, metta mano alla sua rinascita, liberandola di tutti i "leader" veri e presunti che fino ad oggi l'hanno infestata. Gli esempi da seguire ci sono: guardare oltralpe. Astenersi perditempo.
Purtroppo anche tra gli elettori di destra, almeno tra coloro che ancora sentono irrefrenabile l'esigenza di partecipare a questi inutili "ludi cartacei", c'è chi ha subìto il fascino dell'uomo di Pontassieve e della sua presunta novità. Dimenticando che sotto l'esecutivo Renzi sono decuplicati gli sbarchi di clandestini, che ormai andiamo direttamente a prendere per tutto il mediterraneo, e che il governo di sinistra ha in serbo provvedimenti come lo ius soli, i matrimoni gay ed altre schifezze simili. Dimenticando che dietro la faccina bellina dell'ex rottamatore si celano i soliti vecchi volti della nomenclatura catto-comunista tutt'altro che disposta a lasciarsi rottamare.
E così la destra italiana è pressoché estinta, in attesa che qualcuno, seriamente, metta mano alla sua rinascita, liberandola di tutti i "leader" veri e presunti che fino ad oggi l'hanno infestata. Gli esempi da seguire ci sono: guardare oltralpe. Astenersi perditempo.
30 aprile 2014
Partiti addio.
Per le amministrative del 2009 ci divertimmo a fare il punto
sulla diaspora ex aennina in occasione delle elezioni dell’epoca. Oggi si può
invece solo registrare la definitiva scomparsa dei partiti, non solo come
elementi di aggregazione e condivisione, di confronto, di comunità e di mutuo
soccorso, ma anche come pure e semplici “macchine” elettorali. La proliferazione delle cosiddette
liste civiche rappresenta l’ennesimo duro colpo alla credibilità della politica
e del sistema sul quale ha poggiato per decenni la democrazia repubblicana. E’
vero, il fenomeno si presenta in tutta la sua virulenza particolarmente nelle
elezioni di tipo amministrativo, con questo trovando una seppur labile
giustificazione, ma è comunque figlio del dissolversi dei partiti come
contenitori di ideali da condividere.
A chi abbia giovato questa metamorfosi non lo sappiamo,
anche se qualche sospetto ci permettiamo di nutrirlo, mentre il sempre
crescente abbandono della pratica del voto la dice lunga sul gradimento da
parte della pubblica opinione.
Ciò ha reso possibile, nel microcosmo pratese, di avere, tra
gli altri: un candidato a sindaco che si presenta con una propria lista e non
sotto le insegne del partito per il quale è tuttora parlamentare (nominato) in
carica; un candidato al consiglio comunale presidente uscente di
circoscrizione, eletto con il centrodestra, che si presenta nella coalizione di
sinistra, contro lo stesso sindaco che l’ha fatto eleggere la volta scorsa; un
ex capolista di un partito neo-fascista candidato in coalizione con Sel,
Federazione della sinistra e altre zecche; formazioni politiche di fresco conio
che a Prato stanno in una coalizione e a Firenze invece no…
Insomma un casino. Del resto se alla politica togliamo, come
è stato fatto, tutti i valori ideali, quelli etici e i riferimenti storici,
quello che rimane è, nella migliore delle ipotesi, puro tifo da stadio. Chi se
ne frega di quello che pensa il
tuo vicino alla partita, se è un compagno o un fascio, cattolico o ebreo, etero
o omo, l’importante è che tifi per la tua stessa squadra.
Ut requiescat in pace.
25 marzo 2014
Cent’anni di Almirante, dalla Cisnal alla storia della destra.
Nell’anno del centenario della nascita di Almirante, nel 1950 a Napoli nasceva l’organizzazione che poi negli anni sarebbe divenuta l’Ugl, il sindacato lo commemora con un convegno, intitolato “Giorgio Almirante e la Cisnal”.
«È una commemorazione voluta dalla segreteria generale – spiega Geremia Mancini – Almirante ci fu sempre vicino. Ricordo che ad essere della Cisnal negli anni Settanta era pericolosissimo. Il primo atto di vero terrorismo fu compiuto nel 1973 nei confronti di Bruno Labate, all’epoca segretario provinciale della Cisnal di Torino. Poi ce lo restituirono con un cartello attaccato al collo. In quegli anni abbiamo avuto un sostegno e una identità di vedute con il Msi e con Giorgio Almirante. Non ci siamo chiusi nel ghetto in tempi durissimi, figuriamoci oggi».
Massimo Magliaro dal canto suo ripercorre le varie tappe vissute a fianco di Almirante. Chiarisce subito che nei primi anni non ci fu ghetto e isolamento per il Msi ma questo avvenne dopo la nascita dell’arco costituzionale: «Abbiamo governato città e regioni. Il ghetto è arrivato dopo», dice più volte. «Il pensiero e l’opera di Almirante – spiega – sono attuali. Lui ha sempre predicato l’unità del partito. Non ha svenduto nulla della sua idealità. Quando girai il documentario su di lui, intervistai diversi intellettuali e giornalisti italiani e mi recai anche in francia per sentire Jean Marie Le Pen tra le lacrime lo definì un “grande marinaio che ci ha fatto scoprire territori nuovi”. Non è stato un traghettatore perché aveva la capacità di di vedere oltre. Lo sbandamento della destra nasce dal fatto che si è persa la bussola. Almirante era l’anima sociale della destra italiana».
Giuliana De Medici va all’attacco: «Ieri Walter Veltroni in tv ha pubblicizzato il suo film su Enrico Berlinguer. La mia non è una nota d’invidia anche perché due anni fa abbiamo presentato in una bellissima manifestazione il film fatto da Massimo Magliaro su Almirante. Anche noi abbiamo invitato il presidente della Repubblica che però ha declinato l’invito. Questo filmato ora andrà nelle scuole. Purtroppo ancora oggi ci sono politici di serie A e di serie B. Anche se è ampiamente dimostrato che Almirante non fu un politico di serie B. Berlinguer e Almirante dialogavano tra di loro. E quindi ora anche noi dobbiamo far conoscere ai nostri ragazzi la figura di Almirante. Solo così poi potranno esprime un giudizio obiettivo».
Infine l’ultimo ricordo è affidato a Misserville: «Il Msi fu un miracolo, il nostro era un partito vilipeso, offeso, che ha avuto come vittime ragazzi di 15 anni. Adesso ci riconoscono che siamo stati portatori di idee nuove. Il prezzo del regime lo abbiamo pagato tutti noi. Almiramte parlava con un linguaggio di cui tutti erano assetati».
«È una commemorazione voluta dalla segreteria generale – spiega Geremia Mancini – Almirante ci fu sempre vicino. Ricordo che ad essere della Cisnal negli anni Settanta era pericolosissimo. Il primo atto di vero terrorismo fu compiuto nel 1973 nei confronti di Bruno Labate, all’epoca segretario provinciale della Cisnal di Torino. Poi ce lo restituirono con un cartello attaccato al collo. In quegli anni abbiamo avuto un sostegno e una identità di vedute con il Msi e con Giorgio Almirante. Non ci siamo chiusi nel ghetto in tempi durissimi, figuriamoci oggi».
Massimo Magliaro dal canto suo ripercorre le varie tappe vissute a fianco di Almirante. Chiarisce subito che nei primi anni non ci fu ghetto e isolamento per il Msi ma questo avvenne dopo la nascita dell’arco costituzionale: «Abbiamo governato città e regioni. Il ghetto è arrivato dopo», dice più volte. «Il pensiero e l’opera di Almirante – spiega – sono attuali. Lui ha sempre predicato l’unità del partito. Non ha svenduto nulla della sua idealità. Quando girai il documentario su di lui, intervistai diversi intellettuali e giornalisti italiani e mi recai anche in francia per sentire Jean Marie Le Pen tra le lacrime lo definì un “grande marinaio che ci ha fatto scoprire territori nuovi”. Non è stato un traghettatore perché aveva la capacità di di vedere oltre. Lo sbandamento della destra nasce dal fatto che si è persa la bussola. Almirante era l’anima sociale della destra italiana».
Giuliana De Medici va all’attacco: «Ieri Walter Veltroni in tv ha pubblicizzato il suo film su Enrico Berlinguer. La mia non è una nota d’invidia anche perché due anni fa abbiamo presentato in una bellissima manifestazione il film fatto da Massimo Magliaro su Almirante. Anche noi abbiamo invitato il presidente della Repubblica che però ha declinato l’invito. Questo filmato ora andrà nelle scuole. Purtroppo ancora oggi ci sono politici di serie A e di serie B. Anche se è ampiamente dimostrato che Almirante non fu un politico di serie B. Berlinguer e Almirante dialogavano tra di loro. E quindi ora anche noi dobbiamo far conoscere ai nostri ragazzi la figura di Almirante. Solo così poi potranno esprime un giudizio obiettivo».
Infine l’ultimo ricordo è affidato a Misserville: «Il Msi fu un miracolo, il nostro era un partito vilipeso, offeso, che ha avuto come vittime ragazzi di 15 anni. Adesso ci riconoscono che siamo stati portatori di idee nuove. Il prezzo del regime lo abbiamo pagato tutti noi. Almiramte parlava con un linguaggio di cui tutti erano assetati».
29 gennaio 2014
Facce da squadristi.
Niente di nuovo, per carità; da tempo immemorabile in questo infinito dopoguerra italiano, per troncare una disputa politica e condannare senza appello il contendente del momento si è fatto ricorso al più infamante degli insulti: "fascista"!
O per meglio dire a quello che le anime belle democratiche, figlie della resistenza, consideravano e considerano tuttora un anatema insuperabile e implacabile.
Ma vedere oggi il tenero Dario Nardella accusato, per altro da compagni del suo stesso partito, di squadrismo insieme al suo pacioccoso capo politico e spirituale, ci procura un vago senso di disorientamento.
A noi che negli anni in cui uccidere un fascista non era reato abbiamo sempre orgogliosamente accettato quello che per tutti gli altri era un insulto come un vero e proprio titolo d'onore, l'accostamento con questa nuova tipologia di "camerati" fa pensare che qualcosa sia andato storto.
Una "involuzione" della specie.
O per meglio dire a quello che le anime belle democratiche, figlie della resistenza, consideravano e considerano tuttora un anatema insuperabile e implacabile.
Ma vedere oggi il tenero Dario Nardella accusato, per altro da compagni del suo stesso partito, di squadrismo insieme al suo pacioccoso capo politico e spirituale, ci procura un vago senso di disorientamento.
A noi che negli anni in cui uccidere un fascista non era reato abbiamo sempre orgogliosamente accettato quello che per tutti gli altri era un insulto come un vero e proprio titolo d'onore, l'accostamento con questa nuova tipologia di "camerati" fa pensare che qualcosa sia andato storto.
Una "involuzione" della specie.
16 dicembre 2013
La ministrina frastornata.
Giorgia Meloni. Ancora lei, l'astro nascente del centrodestra neo-gollista italiano. Fino a ieri pontificava schifata che Alleanza Nazionale rappresentava il passato e che Fratelli d'Italia non era minimamente interessata a sterili "operazioni nostalgia".
Oggi apprendiamo che FdI, folgorata sulla via del quorum, si presenterà alle prossime elezioni europee utilizzando il simbolo, gentilmente concesso, proprio di AN. In compagnia di quel rudere tragicomico di La Russa e del pluritrombato Alemanno.
Nostalgica forse no, ma confusa di sicuro.
11 dicembre 2013
03 dicembre 2013
Sfruttamento e illegalità.
Vogliono farci sentire in colpa. Ad ogni costo. Con una
gigantesca campagna di disinformazione i media nazionali e locali, le
istituzioni, i “maitre a penser” del politicamente corretto si sono mobilitati
per far ricadere la responsabilità del rogo in cui sono morti sette cinesi al
macrolotto su Prato e i suoi cittadini. Da Napolitano a Rossi, passando per
tutto il sinistrume vario e variegato, preti rossi compresi, strillano di
fronte alle miserevoli condizioni in cui si trovano costretti a vivere e a lavorare questi nuovi schiavi. Lasciando velatamente intendere che gli schiavisti, gli
aguzzini, siano i pratesi stessi, che sfrutterebbero la triste e malpagata
manovalanza orientale per rimpinguare vieppiù le loro già ricche fortune.
Ora, neanche a Prato c’è qualcuno che onestamente dimentichi
o sottovaluti le gravissime e dirette responsabilità anche della classe
industriale in ordine all’invasione cinese della città e della provincia, ma va
anche detto che se tanti imprenditori grandi e piccoli si sono ridotti
all’unica attività oggi possibile ossia l’affitto dei capannoni, è perché da
quei capannoni avevano dovuto sloggiare con le loro manifatture a causa della
concorrenza sleale dei cinesi stessi. Aggiungiamo pure che la crisi del
distretto tessile è figlia della miopia di certi industrialotti nostrani che
hanno inizialmente sfruttato, loro si, i sub-fornitori orientali, lucrando
felici sulle tariffe stracciate, ma non accorgendosi che stavano tagliando il
ramo su cui erano seduti. Ma basta qua. Le responsabilità dei pratesi arrivano
fino a questo punto. Ben altre sono le responsabilità di chi ha consentito che
si arrivasse alla situazione attuale. E in ben altre direzioni vanno ricercate.
A cominciare dalla politica, passando per i sindacati, per arrivare alla Magistratura.
Perché una cosa soprattutto i pratesi non sono più disposti
a tollerare: che con il silenzio e spesso con il consenso delle istituzioni,
Magistratura in testa, a qualcuno sia sempre consentito di infrangere le leggi
e di farla franca. Certo è essenziale che quel qualcuno abbia passaporto non
italiano, anzi meglio che sia senza documenti, di varia etnia e colore di
pelle, che sia “migrante”, rom o clandestino.
I pratesi si chiedono perché quando si trovano nei capannoni
e altrove uomini e donne entrati illegalmente in Italia non ci sia mai verso di
espellerli. Perché quando commettono dei reati non vengano mai arrestati e
condannati e, nel caso, non vengano mandati a scontare la pena nei loro paesi
d’origine.
I pratesi si chiedono quanto ancora potranno continuare a
pagare con i loro sacrifici per tutta una moltitudine di stranieri che arrivano
da noi per fare, a modo loro, impresa e che, senza versare un euro all’erario,
usufruiscono gratuitamente dei servizi sanitari e scolastici, della raccolta e
smaltimento dei rifiuti, di tutte le infrastrutture territoriali finanziate
dalla collettività.
I pratesi non hanno alcun motivo per sentirsi in colpa.
Vorrebbero, prima o poi, non sentirsi più presi per il culo.
28 ottobre 2013
I polli di Renzi.
I fuochi d’artificio che hanno
salutato l’investitura di Renzi come nuovo leader del PD non hanno coperto il
fragore delle parole d’ordine del sindaco di Firenze al suo popolo: voglio
prendere i voti anche di chi non ci ha mai votato, di chi non voterebbe mai PD!
Questa la sintesi dei lavori della Leopolda, nonché la sintesi del
Renzi-pensiero in termini di strategia elettorale. Una strategia, va detto, che
agli altri candidati alla segreteria del partito, così come a tutta la vecchia
guardia in odore di rottamazione, fa venire un fortissimo mal di pancia. Perché
significa spostare l’asse dell’azione politica dalla zona dei valori a quella
della convenienza, dai pascoli sicuri e rassicuranti dell’ortodossia a quelli
inesplorati e pericolosi dell’eresia.
Come si fa a non capire – dice
ancora il Renzi – che conta più una croce sulla scheda elettorale di una
qualsiasi bandierina? E come si fa, aggiungiamo noi anche a beneficio di tutti
gli ex elettori del centrodestra affascinati dal linguaggio renziano, a non capire
che abbandonare valori simboli e bandiere è esattamente il contrario di quello
che occorre, oggi più che mai, alla politica?
Facciamo un esempio: io sono un
cittadino italiano che da molti anni non vota più. Non ho mai votato PD, non
l’avrei mai votato e sicuramente non lo voterei in futuro. Sono, insomma, uno
di quei pesci che Renzi vorrebbe catturare nella sua rete. I casi allora sono
due: o io divento un po’ come Renzi o lui diventa un po’ come me. Matteo, stai
diventando per caso un po’ “fascio”? Sappi che solo in questo caso potrei darti
il mio voto. A dire il vero i suoi reiterati appelli allo ius soli, le sue
proposte sulla questione clandestini (clandestini, Renzi, non migranti;
migranti un cazzo) e le leggi che servono a contrastare il fenomeno, non mi
pare che lo possano rappresentare in orbace, tutt’altro. Ha ragione Veneziani
quando dice che Renzi non è altro che l’imitazione farlocca di
Berlusconi-Belzebù. Il dramma è che molti elettori di centrodestra sembrano
preferirlo all’originale.
23 settembre 2013
Giù le mani da Gaetano Bresci. Ma soprattutto da Almirante.
I due radicali a fasi alterne Massimo Taiti e Vittorio Giugni nella loro foga antirevisionista prendono, che strano, fischi per fiaschi.
Accostare Giorgio Almirante a personaggi come Lenin, Togliatti e Tito, se non è segno di palese ignoranza, è un pisciare fuori dal vaso!
Tutti e due, per favore, a studiare. Rimandati a settembre, in Storia.
L'intervento dei nostri due.
17 settembre 2013
La ministrina riscaldata.
Giorgia Meloni debutta in parlamento nel 2006, dopo essere stata eletta, con l'appoggio dei potentissimi Gasparri e La Russa, presidente nazionale di Azione Giovani, battendo al fotofinish l'ottimo Carlo Fidanza, esponente della destra sociale di AN.
Benché neo-eletta e quindi senza la minima esperienza, il padre-padrone di Alleanza Nazionale la impone come vice-presidente della Camera; uno schiaffo evidente e sonoro ai tanti "colonnelli", di lungo corso parlamentare, che a quella carica ambivano.
Sempre per volontà del suo mentore Gianfranco Fini viene inserita, due anni dopo, nella squadra di governo del Berlusconi quater, come ministro della gioventù. Carica che ricopre fino al 2011.
Con una carriera così brillante e così rapida la Meloni deve essersi autoconvinta di avere delle straordinarie capacità, delle doti non comuni. Un carisma da sfruttare. Prima proclamandosi vincitrice virtuale di primarie ancor più virtuali. Poi raccogliendo per sé stessa e per altri otto miracolati un passaggio per Montecitorio al traino del PdL.
Oggi è lei il principale ostacolo ad una ipotetica ricomposizione della diaspora ex aennina. Non l'unico, obiettivamente, ma quello che appare più difficilmente sormontabile, in quanto fondato concretamente su un pregiudizio di tipo "personalistico". Il timore che da eventuali riunificazioni delle forze politiche di riferimento possa scaturire una nuova leadership che non sia quella della giovane Giorgia. Che è giovane -per carità!- ma ha raggiunto un'età alla quale noi missini eravamo già vecchi.
Benché neo-eletta e quindi senza la minima esperienza, il padre-padrone di Alleanza Nazionale la impone come vice-presidente della Camera; uno schiaffo evidente e sonoro ai tanti "colonnelli", di lungo corso parlamentare, che a quella carica ambivano.
Sempre per volontà del suo mentore Gianfranco Fini viene inserita, due anni dopo, nella squadra di governo del Berlusconi quater, come ministro della gioventù. Carica che ricopre fino al 2011.
Con una carriera così brillante e così rapida la Meloni deve essersi autoconvinta di avere delle straordinarie capacità, delle doti non comuni. Un carisma da sfruttare. Prima proclamandosi vincitrice virtuale di primarie ancor più virtuali. Poi raccogliendo per sé stessa e per altri otto miracolati un passaggio per Montecitorio al traino del PdL.
Oggi è lei il principale ostacolo ad una ipotetica ricomposizione della diaspora ex aennina. Non l'unico, obiettivamente, ma quello che appare più difficilmente sormontabile, in quanto fondato concretamente su un pregiudizio di tipo "personalistico". Il timore che da eventuali riunificazioni delle forze politiche di riferimento possa scaturire una nuova leadership che non sia quella della giovane Giorgia. Che è giovane -per carità!- ma ha raggiunto un'età alla quale noi missini eravamo già vecchi.
24 luglio 2013
Fine corsa.
Cala il sipario. Dopo quattro anni di lunga, lentissima
agonia, è morta a Prato la prima amministrazione comunale non di sinistra dal
dopoguerra. Probabilmente anche l’ultima.
Quattro anni di inutili illusioni e di speranza che il corso
fosse finalmente, realmente, cambiato; che il discrimine politico, etico,
diremmo quasi antropologico, tra quelli che c’erano prima - che c’erano sempre
stati - e quelli che avevano vinto le elezioni del 2009 lasciasse qualche
traccia, qualche segno del proprio passaggio. Attesa vana: il centrodestra, con
il suo ceto politico nuovo di zecca, ha mostrato i propri insormontabili
limiti, primo fra tutti la mancanza di una vera mentalità “rivoluzionaria”
rispetto alla gestione sclerotizzata e alla classe dirigente funzionariale che
avevano ridotto la città nelle condizioni che tutti sappiamo. Un vero coma
politico quasi più grave del seppur diffuso e generalizzato degrado. Quella che
avrebbe dovuto rappresentare la medicina in grado di guarire la città, la
scossa vitale e rivitalizzante, la terapia d’urto alla quale erano attaccate le
ultime speranze dei pratesi, si è rivelata nient’altro che la solita inutile
purga.
I nuovi, baldanzosi amministratori dell’era Cenni (…oh: i
primi non comunisti!) hanno creduto che il ruolo affidato loro dagli elettori
fosse quello di sostituire semplicemente qualche culo su qualche poltrona,
magari piantare una bandierina azzurra nella mappa della rossa Toscana, far
gongolare il Capo Supremo e far gonfiare il petto a qualche suo luogotenente.
Come se non fosse stato evidente che lo “schiaffo” che i pratesi avevano dato
alla vecchia amministrazione cittadina era soprattutto un segnale della voglia
di cambiare drasticamente rotta. Di cambiare un sistema di potere con molte
ombre e pochissime luci, non certo di rimpiazzarlo con un altro che si
limitasse a sostituire le lampadine!
Cenni e la sua giunta non hanno saputo, o voluto, marcare
una netta discontinuità con il passato. Un’inversione di tendenza rispetto al
modo di intendere e interpretare la politica e il mandato popolare, rispetto
alle procedure amministrative e alla morale pubblica. Segnali chiari, forti e
a costo zero che, per inesperienza, per paura o per scelta, non sono stati in
grado di lanciare.
Il fallimento della “primavera Cenniana”, comunque vada a
finire questa legislatura, è indubbio e certificato. Non tanto dal venir meno
di una maggioranza consiliare sulla cui perdita di pezzi qualche
intelligentissimo dirigente pidiellino dovrebbe interrogarsi, ma dalle
aspettative deluse, dall’occasione mancata, forse irripetibile, di un reale
cambiamento.
11 luglio 2013
Un passo indietro.
Non si comprende dove finisce la tragedia (la più che sicura
condanna di Berlusconi in cassazione) e dove comincia la farsa (la minaccia
dell’Aventino, poi tre giorni di sciopero dell’attività parlamentare, infine
poche ore di sospensione; una pausa caffè…).
Il tutto all’insegna della lealtà al governo Letta di cui il
PdL è parte autorevole e contemporaneamente maggiore forza di opposizione!
Berlusconi l’abbiamo salutato alla sua “scesa in campo” come
una autentica novità “rivoluzionaria” rispetto al sistema politico ingessato
che avevamo ereditato dal dopo-tangentopoli. Lo abbiamo votato, lo abbiamo
sostenuto e ne abbiamo condiviso un percorso significativo senza per questo
rinunciare mai alle nostre idee, ai nostri valori e alla nostra leale e
coerente facoltà di segnalargli errori e difetti. Purtroppo la pletora di
leccaculi di cui si è nel tempo circondato ha determinato il venir meno di
quella spinta al cambiamento che aveva illuso milioni di italiani e,
probabilmente, anche il declino suo personale oltre a quello del sistema
politico italiano.
Il cavaliere dovrebbe fare non uno ma cento passi indietro.
Liberare il sistema politico italiano dalla cambiale eternamente in scadenza
dell’anomalia berlusconiana. Liberare la magistratura da questa maniacale ossessione
nei suoi confronti; chissà, magari i giudici potrebbero ricominciare ad
occuparsi anche di altro, anche di reati. Insomma Berlusconi potrebbe
dichiarare forfait ad un sistema potentissimo che per vent’anni gli ha impedito
di cambiare il paese, cedere le armi di fronte ad una persecuzione che ormai è
chiara e lampante a tutti gli italiani e lasciare in eredità un ultimo gesto da
statista attento alle esigenze dell’Italia piuttosto che alle sue personali.
E’ vero, così facendo si realizzerebbe il disegno della
sinistra che, con la complicità di certa magistratura, di tutto ha fatto per
eliminare dalla scena elettorale il suo maggiore competitor. Quello che la
sinistra, nelle urne, bene o male l’ha sempre battuta. E’ vero, senza
Berlusconi le prossime elezioni le vince la sinistra. Ma gli italiani non sono
proprio dei fessi: dopo qualche anno di governo dei vari Renzi, Bindi, Epifani
e via dicendo, cambierebbero sicuramente idea, dando finalmente corpo a quel
sistema di alternanza da paese normale. Sempre che, ovviamente, dal
centro-destra si sia stati in grado nel frattempo di far emergere una nuova
leadership. Magari ci vorrà un po’ più di qualche anno, forse qualche decennio…
Certo, bisogna avere la pazienza e la consapevolezza di non
lavorare per sé stessi, ma per i nostri figli, forse per i nostri nipoti,
sempre che la globalizzazione, i flussi migratori, il nuovo ordine mondiale ci
lascino ancora una parvenza di autodeterminazione della nostra politica.
Ma per chi ha aspettato dal 25 luglio del 1943 al primo
esecutivo Berlusconi del 1994 di rivedere dei fascisti al governo, qualche anno
in più o in meno cosa volete che sia?
12 giugno 2013
Se la destra è morta di mediocrità.
di Marcello Veneziani
La destra in Italia non è sparita perché ha fatto troppo la destra; non è caduta su progetti, imprese, idee connotate con i propri colori. È morta d'anemia, si è spenta perché si è resa neutra e incolore, perché si è uniformata per confondersi; perché non ha inciso, non ha lasciato segni distintivi del suo passaggio.
Non è morta d'identità ma di nientità, non è morta di estremismo ma di mediocrità. Non è morta di saluti romani ma d'imitazioni maldestre. La sua scomparsa non lascia tracce di sé. Nessuna delle critiche di gestione mosse alla destra si può attribuire alla sua storia, alla sua indole e ai suoi valori; anche gli aspetti peggiori, come quelli che hanno preso il nome e il faccione simbolico di Fiorito, non nascono dalla sua storia. Erano modi di adeguarsi all'andazzo, tentativi di mostrare che erano uomini di mondo, sapevano stare al potere e in società, sanno come si usa, non sono mica fessi.
A volte si sono adeguati alla caricatura del berlusconismo, uniformandosi al suo lato peggiore. A volte hanno cercato di compiacere la sinistra, i poteri che contano, i media ostili. Senza peraltro riuscirci. Hanno avuto paura di spingersi troppo, di osare. Temevano di perdere il posto, ma l'hanno perso lo stesso, perdipiù senza gloria e senza la gratitudine dei loro elettori di sempre.
Prendete il caso di Alemanno a Roma. Non è caduto sul fascio ma sulla neve. Non gli hanno rimproverato i vigili col manganello, semmai le cartelle di Equitalia e le solite accuse di sempre: il traffico, la sporcizia, le buche. Non gli hanno rinfacciato di voler rilanciare la romanità e i littoriali della cultura ma gli abusi nelle società controllate e alcune nomine aumm aumm. Promettendo con le casse vuote ben 25 milioni di euro per fare il museo della Shoah a Villa Torlonia - quando esistono già a Roma il museo di via Tasso e delle Fosse Ardeatine, che riguardano direttamente la città - ha irritato la sua gente senza guadagnarsi il consenso altrui; anzi hanno esultato per la cacciata del «fascista» dal Campidoglio; proprio mentre i fascisti, sconsiderati, esultavano per la cacciata del traditore... Certo, hanno attribuito ad Alemanno i mali storici di Roma, gli acciacchi di ogni metropoli e i malesseri del presente, che non ha creato certo lui o la destra. Lo hanno massacrato mediaticamente. Non sarebbe bello ora fare processi, dimenticando le difficoltà gigantesche di un momento nazionale drammatico e di un Comune lasciato dalla sinistra pieno di debiti. A onor del vero, se si fosse votato a Milano o a Napoli, anche i sindaci di sinistra sarebbero stati bocciati perché il clima è anti-potere. E poi, con quell'elettorato votante così ristretto, la democrazia è falsata: la motivazione che spinge a votare contro era più forte di quella d'andare a votare a favore.
Ma il problema della destra sparita resta, la delusione del suo elettorato è sacrosanta. Dicendo che la destra non ha pagato per la sua identità, non intendevo sostenere l'inverso, cioè che se fosse stata coerente e cazzuta avrebbe vinto alla grande. Forse avrebbe perso con maggior dignità, avrebbe un punto da cui ripartire, avrebbe almeno la fiducia dei suoi cari. Ma con le identità non si governano gli Stati; si fanno partiti di nicchia o al più larghi movimenti d'opposizione come è il caso di Marine Le Pen, ma non si va al governo. Però a questo punto mi chiedo: ma ha senso andarci se poi si va via in modo disonorevole senza lasciar traccia di sé né un buon ricordo tra la tua gente?
Non sto parlando di Alemanno, questo è un bilancio di vent'anni di destra al governo. Non mi va di tornare ancora sulla loro inadeguatezza, ma si sa che quello è il problema numero uno.
Dovrebbe rinnovarsi, la destra, riaccorparsi, ripartire da quel che ha di risorse, giovanili, collaterali e patrimoniali. Azzerare, selezionare, riunire, rilanciare.
Qualcuno però obietterà: ma serve ancora una destra o qualcosa che ne continui il ruolo, con altro nome? E serve una destra a parte, con un suo distinto movimento? Io penso di sì, penso che serva un movimento con un corpo aerodinamico e un'anima tradizionale; penso che serva a chi la pensa così, ma anche ai suoi alleati, soprattutto se in futuro non ci sarà un leader che avrà la forza di sintetizzare, senza polverizzare, le varie componenti del centrodestra.
Intanto chi viene da destra abbia il coraggio di fare un bilancio impietoso di questi anni. È stata al potere ma cosa ha lasciato per la destra, per le città, per l'Italia? Un pugno di mosche più qualche zanzara. Riparta da zero, con volti nuovi, teste capaci e cuori intrepidi. Se ci sono.
Prendete il caso di Alemanno a Roma. Non è caduto sul fascio ma sulla neve. Non gli hanno rimproverato i vigili col manganello, semmai le cartelle di Equitalia e le solite accuse di sempre: il traffico, la sporcizia, le buche. Non gli hanno rinfacciato di voler rilanciare la romanità e i littoriali della cultura ma gli abusi nelle società controllate e alcune nomine aumm aumm. Promettendo con le casse vuote ben 25 milioni di euro per fare il museo della Shoah a Villa Torlonia - quando esistono già a Roma il museo di via Tasso e delle Fosse Ardeatine, che riguardano direttamente la città - ha irritato la sua gente senza guadagnarsi il consenso altrui; anzi hanno esultato per la cacciata del «fascista» dal Campidoglio; proprio mentre i fascisti, sconsiderati, esultavano per la cacciata del traditore... Certo, hanno attribuito ad Alemanno i mali storici di Roma, gli acciacchi di ogni metropoli e i malesseri del presente, che non ha creato certo lui o la destra. Lo hanno massacrato mediaticamente. Non sarebbe bello ora fare processi, dimenticando le difficoltà gigantesche di un momento nazionale drammatico e di un Comune lasciato dalla sinistra pieno di debiti. A onor del vero, se si fosse votato a Milano o a Napoli, anche i sindaci di sinistra sarebbero stati bocciati perché il clima è anti-potere. E poi, con quell'elettorato votante così ristretto, la democrazia è falsata: la motivazione che spinge a votare contro era più forte di quella d'andare a votare a favore.
Ma il problema della destra sparita resta, la delusione del suo elettorato è sacrosanta. Dicendo che la destra non ha pagato per la sua identità, non intendevo sostenere l'inverso, cioè che se fosse stata coerente e cazzuta avrebbe vinto alla grande. Forse avrebbe perso con maggior dignità, avrebbe un punto da cui ripartire, avrebbe almeno la fiducia dei suoi cari. Ma con le identità non si governano gli Stati; si fanno partiti di nicchia o al più larghi movimenti d'opposizione come è il caso di Marine Le Pen, ma non si va al governo. Però a questo punto mi chiedo: ma ha senso andarci se poi si va via in modo disonorevole senza lasciar traccia di sé né un buon ricordo tra la tua gente?
Non sto parlando di Alemanno, questo è un bilancio di vent'anni di destra al governo. Non mi va di tornare ancora sulla loro inadeguatezza, ma si sa che quello è il problema numero uno.
Dovrebbe rinnovarsi, la destra, riaccorparsi, ripartire da quel che ha di risorse, giovanili, collaterali e patrimoniali. Azzerare, selezionare, riunire, rilanciare.
Qualcuno però obietterà: ma serve ancora una destra o qualcosa che ne continui il ruolo, con altro nome? E serve una destra a parte, con un suo distinto movimento? Io penso di sì, penso che serva un movimento con un corpo aerodinamico e un'anima tradizionale; penso che serva a chi la pensa così, ma anche ai suoi alleati, soprattutto se in futuro non ci sarà un leader che avrà la forza di sintetizzare, senza polverizzare, le varie componenti del centrodestra.
Intanto chi viene da destra abbia il coraggio di fare un bilancio impietoso di questi anni. È stata al potere ma cosa ha lasciato per la destra, per le città, per l'Italia? Un pugno di mosche più qualche zanzara. Riparta da zero, con volti nuovi, teste capaci e cuori intrepidi. Se ci sono.
22 maggio 2013
25 anni fa la scomparsa di Giorgio Almirante.
Da un quarto di secolo la destra italiana è orfana del suo più grande protagonista. E si vede. Non esiste più una destra intesa come soggetto politico unitario, né si scorge all'orizzonte il profilarsi di una nuova entità in grado di mettere fine alla diaspora ex missina.
Certo, in questi venticinque anni il mondo è cambiato radicalmente, ma i valori, i nostri valori, sono sopravvissuti e da qualche parte dovranno pure trovare accoglienza.
Altrimenti, alla fine, quello che resta è solo la memoria della nostra Giovinezza.
"Non ho voglia di vivere a lungo. Quello che potevo fare di buono l'ho già fatto: ho seminato fede e speranza per tanti anni. Ho esortato al coraggio e alla pazienza un popolo che se avesse avuto pazienza e coraggio non sarebbe finito così male. Ho diffuso amore per idee buone e semplici. Di più non potrò mai fare. Ed è bene che uomini come me non raggiungano il successo. Degli uomini come me si deve poter dire: era fatto per i tempi duri e difficili, era fatto per seminare e non per raccogliere, era fatto per dare e non per prendere. Vorrei tanto che, quando non ci sarò più, si dicesse di me quello che Dante disse di Virgilio: facesti come colui che cammina di notte, e porta un lume dietro di sé, e con quel lume non aiuta se stesso. Egli cammina al buio, si apre la strada nel buio ma dietro di sé illumina gli altri."
Certo, in questi venticinque anni il mondo è cambiato radicalmente, ma i valori, i nostri valori, sono sopravvissuti e da qualche parte dovranno pure trovare accoglienza.
Altrimenti, alla fine, quello che resta è solo la memoria della nostra Giovinezza.
"Non ho voglia di vivere a lungo. Quello che potevo fare di buono l'ho già fatto: ho seminato fede e speranza per tanti anni. Ho esortato al coraggio e alla pazienza un popolo che se avesse avuto pazienza e coraggio non sarebbe finito così male. Ho diffuso amore per idee buone e semplici. Di più non potrò mai fare. Ed è bene che uomini come me non raggiungano il successo. Degli uomini come me si deve poter dire: era fatto per i tempi duri e difficili, era fatto per seminare e non per raccogliere, era fatto per dare e non per prendere. Vorrei tanto che, quando non ci sarò più, si dicesse di me quello che Dante disse di Virgilio: facesti come colui che cammina di notte, e porta un lume dietro di sé, e con quel lume non aiuta se stesso. Egli cammina al buio, si apre la strada nel buio ma dietro di sé illumina gli altri."
29 aprile 2013
Quando i "fascisti" erano al governo.
Non che ci faccia piacere dire "l'avevamo detto", ma basta andarsi a rileggere gli articoli di qualche anno fa per rendersi conto di quanto vedevamo lontano. Quando, in tempi non sospetti, denunciavamo il rischio di una deriva neo-centrista della politica italiana. Un levarsi di scudi, più o meno crociati, in difesa del moderatismo, del politicamente corretto, della navigazione di piccolo cabotaggio.
Vedevamo in certe manovre delle forze politiche più rappresentative il disegno di resuscitare una nuova "balena bianca", un corpaccione molle e deideologizzato all'interno del quale le differenze si annullano, i contrasti si mediano, i conflitti si scongiurano. Una democrazia cristiana del terzo millennio, che gestisca l'esistente senza scossoni, senza disturbare i poteri cosiddetti occulti e che tenga ai margini della vita istituzionale del paese sia la destra che la sinistra. Quelle ali, cioè, che pur non essendo più estreme da decenni, rappresentano, con il loro residuo carico di "rivoluzione", l'alibi alle peggiori spinte accentratrici verso i porti sicuri della conservazione.
In questo scenario si colloca la "demissinizzazione" del parlamento e dell'esecutivo iniziata con la follia di Fini e portata a compimento con le ultime elezioni. Gli eletti del PdL provenienti dall'area ex aenne, sia alla camera che al senato, si contano sulle dita di una mano. Aggiungendoci lo sparuto gruppetto dei Fratelli d'Italia non arriviamo alla ventina. Una ben misera fine per chi appena dieci anni fa raccoglieva il quindici percento dei voti, eleggeva centinaia di parlamentari e forniva al governo quattro o cinque ministri. Una fine che solo in parte può essere imputata all'eutanasia della destra eseguita da Fini con il silenzio-assenso di quasi tutto il partito, ma che ha avuto inizio quando gli ex missini baciati in fronte da un insperato consenso (e da agognate fortune personali) si sono messi di buona lena a recidere le proprie radici. Abiura dopo abiura non è rimasto loro che essere omologati; chi l'ha fatto per il vitalizio, chi perché "tiene famiglia", chi perché altrimenti inabile a svolgere qualsiasi altra professione. E così la destra non è più rappresentata nel parlamento italiano e gli elettori di destra evitano accuratamente le urne.
Sembra passato un secolo da quando Pinuccio Tatarella, vice-presidente del consiglio nel primo governo Berlusconi, metteva in imbarazzo i tecnocrati europei che si rifiutavano di stringergli la mano e rafforzava in noi lo spirito di appartenenza. Oggi non c'è più nessuno in grado di farci provare quello stesso orgoglio.
Vedevamo in certe manovre delle forze politiche più rappresentative il disegno di resuscitare una nuova "balena bianca", un corpaccione molle e deideologizzato all'interno del quale le differenze si annullano, i contrasti si mediano, i conflitti si scongiurano. Una democrazia cristiana del terzo millennio, che gestisca l'esistente senza scossoni, senza disturbare i poteri cosiddetti occulti e che tenga ai margini della vita istituzionale del paese sia la destra che la sinistra. Quelle ali, cioè, che pur non essendo più estreme da decenni, rappresentano, con il loro residuo carico di "rivoluzione", l'alibi alle peggiori spinte accentratrici verso i porti sicuri della conservazione.
In questo scenario si colloca la "demissinizzazione" del parlamento e dell'esecutivo iniziata con la follia di Fini e portata a compimento con le ultime elezioni. Gli eletti del PdL provenienti dall'area ex aenne, sia alla camera che al senato, si contano sulle dita di una mano. Aggiungendoci lo sparuto gruppetto dei Fratelli d'Italia non arriviamo alla ventina. Una ben misera fine per chi appena dieci anni fa raccoglieva il quindici percento dei voti, eleggeva centinaia di parlamentari e forniva al governo quattro o cinque ministri. Una fine che solo in parte può essere imputata all'eutanasia della destra eseguita da Fini con il silenzio-assenso di quasi tutto il partito, ma che ha avuto inizio quando gli ex missini baciati in fronte da un insperato consenso (e da agognate fortune personali) si sono messi di buona lena a recidere le proprie radici. Abiura dopo abiura non è rimasto loro che essere omologati; chi l'ha fatto per il vitalizio, chi perché "tiene famiglia", chi perché altrimenti inabile a svolgere qualsiasi altra professione. E così la destra non è più rappresentata nel parlamento italiano e gli elettori di destra evitano accuratamente le urne.
Sembra passato un secolo da quando Pinuccio Tatarella, vice-presidente del consiglio nel primo governo Berlusconi, metteva in imbarazzo i tecnocrati europei che si rifiutavano di stringergli la mano e rafforzava in noi lo spirito di appartenenza. Oggi non c'è più nessuno in grado di farci provare quello stesso orgoglio.
24 aprile 2013
Addio a Teodoro Buontempo. Se ne va un altro pezzo della nostra storia.
Il Cerchio ti ricorda con questa bella immagine che ti ritrae significativamente accanto a Luciano Laffranco, un'altra delle guide che hanno segnato la nostra giovinezza, e che rafforza il rimpianto per quella destra alla quale abbiamo dedicato la nostra vita e che oggi non esiste più.
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