26 febbraio 2012

Ballando sul Titanic.


Qualche amico ci chiede come mai da un po' di giorni ci stiamo occupando delle “questioni interne” del PdL pratese. Forse sono amici di recente acquisizione, che hanno scoperto il blog da poco tempo. Chi ci segue da anni sa benissimo che l'area politica del centrodestra è la nostra “riserva di caccia” preferita. Per tanti motivi, non ultimo dei quali il fatto che si tratta di un ambiente che conosciamo bene. Fin troppo. Non dovrebbe stupire se guardiamo con una particolare lente d'ingrandimento ciò che accade laddove ci auspicheremmo, spesso vanamente, che si collocasse quel che rimane di un patrimonio di valori che sentiamo nostri.
Ma oggi a maggior ragione ce ne occupiamo proprio perché siamo alla vigilia del primo congresso provinciale di quel partito. Che, giova ricordare, è il partito che tiene in vita la prima giunta non comunista o post comunista o ex comunista della seconda città della Toscana. Se questo congresso si fosse celebrato sotto una ipotetica giunta Carlesi, sarebbe stato il solito appuntamento di routine di un partito che celebra i propri riti. Avremmo probabilmente assistito al saluto dei rappresentanti delle istituzioni e dei partiti di maggioranza che avrebbero parlato con benevola e paterna simpatia agli eterni , immancabili, perdenti.
Oggi il quadro è completamente diverso. Il PdL pratese ha l'onere di trarre un bilancio di quanto fatto fino ad oggi e, soprattutto, di dare indicazioni su quanto intende fare negli ultimi due anni di legislatura. Se non vuole che al suo prossimo congresso provinciale il saluto della giunta lo porti il Carlesi di turno.
Per far questo, per ridare credibilità e sostanza ad un'azione di governo cittadino che, ci sia consentito, appare piuttosto appannata, occorre che il partito di maggioranza relativa scelga al meglio la propria classe dirigente. Chiediamo troppo come cittadini amministrati? Sbagliamo a occuparcene e a preoccuparci? Fino ad oggi, sia chiaro, a noi è sembrato che la normale dialettica pre-congressuale sia stata una sorta di vano avvitarsi su se stessi. Come se il PdL pratese, nella spasmodica attesa di sapere se la spunterà Mazzoni o Innaco, stesse ballando sul Titanic: indugiare ancora a delineare una seria visione per il futuro di Prato, sarebbe come accorgersi troppo tardi che la nave sta affondando.

21 febbraio 2012

Partiti al capolinea.

E così sembra che Berlusconi abbia accantonato l’idea di rinunciare al simbolo del PdL per le prossime elezioni amministrative e di presentare liste civiche quasi ovunque. Una mossa che gli avrebbe consentito, o almeno così lui sperava, di ottenere due risultati: una maggiore flessibilità in tema di alleanze, da ricercare di volta in volta secondo le realtà locali; una vera e propria operazione “mimetica” per non incorrere nella sacrosanta punizione dell’elettorato che giustamente imputa al PdL la responsabilità di sostenere un governo di affamatori e di strozzini. Da non trascurare il fatto che diversi sondaggi lo danno in alcune città intorno al dieci percento.
Si tratta comunque di un’ipotesi tuttora aperta che potrebbe preludere ad una ulteriore svolta dopo quella della nascita dei “club” di Forza Italia e quella del “predellino”: il superamento della forma partito così come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi. Vale a dire archiviare le formazioni politiche di stampo ottocentesco per rimpiazzarle con forme nuove di raccolta del consenso. E se il Cavaliere ha in testa questa cosa, sicuramente c’è da aspettarsi qualche bella sorpresa. Anche perché il governo tecnico ha reso palpabile il fatto che i partiti sono ormai pressappoco inutili, più o meno dei costosi accessori.
In tal caso rivolgeremo un commosso pensiero a tutti quelli, gli ex aenne in primis, ma senza scordare tanti ex socialisti, democristiani, liberali e compagnia cantante, che, nati, cresciuti e pasciuti nelle accoglienti sponde dei vecchi partiti, traslocati in Forza Italia o in Alleanza Nazionale prima e ricollocati nel Popolo della Libertà poi, si potrebbero ritrovare orfani nel fiore degli anni.
E qualche anima bella dell’ultim’ora non pensi che il colpo di grazia alla credibilità di queste nobili istituzioni glie lo abbia dato lo scandalo delle tessere false da una parte o una pratica demenziale delle primarie dall’altra. No, grazie, avevamo già abbastanza schifo anche prima. In fondo sarebbero bastate poche semplici cose per salvarli, questi partiti: A- che non avessero abbandonato ogni contenuto valoriale e culturale; B- che fossero stati meno autoreferenziali; C- che non si fossero riempiti di incapaci ed arrivisti; D- che avessero tenuto le mani lontano dalla marmellata.
Ma con la classe politica che oggi ci ritroviamo...macchettelodicoaffà!

20 febbraio 2012

Lo stile del Cerchio.



di Patrizio Giugni
In vista del congresso provinciale, strani sconvolgimenti stanno accadendo nel PDL pratese. Le ultime “uscite” di alcuni suoi alti personaggi disegnano per questo partito un’immagine frammentata, litigiosa e non all'altezza del compito assegnatogli. Non mi sorprende che all’interno di quel raggruppamento di varie “razze” politiche qualcuno non percepisca che nella politica in generale esiste il fondamentale discrimine tra grande e piccola politica e che a questo discrimine ci si deve sempre riferire per decidere a quale di queste due dimensioni si vuole appartenere. La nostra funzione nel Circolo, da semplici osservatori, è quella di condurre, chi a questa nostra comunità si riferisce, nella dimensione della grande politica. In politica nulla è mai finito e definito perché la grande politica è sforzo continuo di interpretazione del mondo e delle realtà del mondo. Chi rincorre la piccola politica si colloca in un mondo definito che vorrebbe dire un posto stupido, intollerabilmente stupido. Siamo solidamente convinti che la politica significa fare sforzo continuo per capire ed interpretare quello che quotidianamente accade, in un atto di umiltà continua nel tentativo di aiutare questo mondo ad uscire dal complesso di semplificazione del fenomeno dello slogan, della frase ad effetto, del “l’avevamo detto”. Di qui lo stile di libertà del Cerchio che da anni continua ad essere presente in un panorama di facili amori, di facili illusioni, e di facili delusioni. Stile di libertà, stile di vita che è l’unico coagulo possibile per una comunità umana che sempre ha dato dimostrazione di essere diversa e alternativa.

15 febbraio 2012

Il Cerchio su Facebook.


Da oggi siamo anche su FB. A quasi sette anni dalla creazione di questo blog, sbarchiamo sul più famoso dei social network. Non è un traguardo, né una capitolazione. Semplicemente ci adeguiamo agli strumenti attuali di comunicazione, magari anche con l'obbiettivo di allargare la platea dei nostri abituali contatti e stimolare un panorama più "variegato" di interventi.
Del resto se abbiamo tutti questi ministri che "twittano", noi possiamo anche un po' "feisbuccare".

Un particolare ringraziamento a Donatella Longo, amica carissima e fedele custode della Fiamma, per averci definitivamente spronati a questo passo.

10 febbraio 2012

10 Febbraio. Questa repubblica antifascista ha il presidente che si merita.


Le foibe? Caro presidente, furono i comunisti
di Marcello Veneziani

Presidente Napolitano, mi dispiace, ma non ci stiamo. Ricordando ieri le foibe lei se l’è presa con «le derive nazionalistiche europee», attribuendo a esse l’eccidio di migliaia di istriani, dalmati e dei partigiani bianchi.
Ma le cose, lei lo sa bene, non stanno così. L’orrore delle foibe fu perpetrato dai partigiani comunisti di Tito con l’appoggio del comunismo mondiale e dei comunisti italiani. Lei non ha mai citato il comunismo a proposito delle foibe.
È come se nella giornata della Memoria, celebrata pochi giorni fa, non citassero mai il nazismo ma se la prendessero con il comunismo. Certo, il nazionalismo fu una delle cause che inasprì i rapporti sui confini orientali; così come è noto che l’Unione Sovietica dette una mano a Hitler nella caccia e nello sterminio degli ebrei. Ma in entrambi i casi non si può tacere il principale colpevole e va citato per nome: il nazismo per la shoah e il comunismo per le foibe o per i gulag.
Lo sterminio degli italiani e la loro espropriazione obbedì a una triplice guerra: la guerra del comunismo contro l’Italia fascista, poi la guerra dei proletari comunisti contro i benestanti borghesi, quindi la guerra etnica contro gli italiani. Non salti i due precedenti passaggi e abbia l’onesto coraggio di chiamare i sicari per nome: furono comunisti. Il nazionalismo in questo caso c’entra assai meno, tant’è vero che i collaborazionisti di Tito furono anche i comunisti italiani. Con tutto il rispetto che merita, e persino la simpatia, non ricada nel dimenticazionismo.

25 gennaio 2012

L'insostenibile leggerezza dell'essere.


Una volta, quando ancora le nostre vite non erano state sconvolte dalla globalizzazione, le cose erano più semplici. Vite, appunto, ognuna con la propria peculiarità, non simulacri di esistenze tutte in fotocopia e nessuna chiaramente distinguibile dalle altre. Cloni. Dell’apparire e soprattutto dell’essere. Del pensiero.
Anche far politica era semplice. Sceglievi dei valori di riferimento, ti appropriavi di qualche ideale e ti guardavi in giro. Qualche partito che facesse al caso si trovava di sicuro. Scelta e iniziazione. Semplice: se stavi nel MSI eri un fascista, se stavi nel PCI eri un comunista, se stavi nella DC eri un verme, se stavi nel PSI eri un ladro. Come facevi a sbagliarti?
Poi se a qualcuno queste etichette sono rimaste appiccicate addosso e ad altri no, è un altro discorso. Qualità della stoffa forse. Forse qualche valore e qualche ideale hanno affrontato il tempo meglio di altri. Resistenza. Chi l’avrebbe mai detto?
Oggi, certo, è diverso. Oggi ci sono dei giovani, che hanno l’età di quando noi eravamo già vecchi, che ti dicono che in politica i valori non contano più. Amen. Che i partiti sono il mezzo di trasporto di ogni cosa che vi si possa stipare. Tutti sopra. Tutti uguali. Poi ci si stupisce se cresce l’antipolitica, se la gente schifa i partiti come la peste.
Ma, ti dicono, non ho tradito. E non tradirò. Cosa, di grazia? Oggi che non c’è più niente da tradire? Niente ideali, niente giuramenti, niente sangue. Noi, noi vecchi, forse abbiamo tradito, anche se inconsapevolmente. Noi che non siamo riusciti ad impedire ad una élite di farabutti di spegnere la fiaccola che altri ci avevano consegnato. Anzi, la fiamma.
Ma oggi che vuoi tradire? L’acqua di Fiuggi? Tranquilli. Fa più ridere questa smania di voler a tutti costi apparire, secondo le circostanze, qualcosa di “altro” rispetto a ciò che le convenzioni - e le posizioni - impongono. Sei fascio? E come fai a stare nel PdL? Sei un compagno? Mai con Storace. Sei un verme o un ladro? Hai diverse possibilità di scelta.
Ah! Questa insostenibile leggerezza dell’essere!

18 gennaio 2012

Celestino V


Nei giorni scorsi qualche giovane di belle speranze aveva gettato un sasso nello stagno del PdL di Prato, alle prese (il partito, non i giovani di belle speranze) con grossi problemi di origine intestina.
Crisi di identità, assenza di democrazia interna, dibattito azzerato, scollamento dalla base e dagli elettori, carrierismo e mancanza di meritocrazia.
La rivolta di questi giovani (ma fino a che età ci si può considerare tali?) ha quantomeno costretto le cariatidi berlusconiote a munirsi di carta e penna per scrivere ai mezzi di informazione. Talvolta per dire delle vere e proprie scempiaggini.
Ma il volo dei ribelli è durato poco. Del resto sempre di pidiellini si tratta. Di soggetti cioè in procinto di approdare a quella nuova Democrazia Cristiana che sta sorgendo sulle ceneri di Forza Italia e AN.
Soggetti ai quali potremmo, se ne valesse la pena, insegnare che se ci si mette “contro” lo si fa per davvero. Con tutte le forze, ma soprattutto con la forza delle proprie ragioni, delle proprie convinzioni. Senza temere la sconfitta. Senza badare alle aspirazioni personali. Senza rimpianti se con questo mettersi “contro” si bruciano, sull’altare della coerenza, probabili carriere ed antiche amicizie.
Banchelli e Mugnaioni non avrebbero mai vinto il congresso pratese del PdL, ma la loro sarebbe stata la sconfitta onorevole di due uomini liberi e non la resa ignominiosa di chi “fece per viltade il gran rifiuto”.

15 dicembre 2011

Il marcio nelle acquasantiere.

Nota sui fatti di Firenze.

di Giorgio Freda

E’ nota la nostra distanza dall’ottimismo sociale di Casa Pound. Noi non crediamo che i bisognosi siano meritevoli di attenzione a prescindere, che una cura sincera per i problemi connessi con la povertà possa innescare il circolo virtuoso, di rigenerazione, che vorremmo. Molto spesso quei bisognosi sono infatti i primi a coltivare i cliché dell’antifascismo, a levare lo scudo ottuso del moralismo ideologico (oggi! oggi che tutto va a rotoli e il marcio salta fuori pure dalle acquasantiere, a esprimere, insomma, i segni della passione degenerata che Nietzsche chiamava ressentiment.
Ma l’affronto di queste ore contro Casa Pound è grave. Non è possibile continuare a veder imperversare la menzogna antifascista, che tutto nasconde, anche l’oggettiva costanza di questo movimento nel suo impegno sociale, la sana complessità dei suoi riferimenti, la vastità degli orizzonti cui guarda, che non si fermano certo ai santini retorici. In questo sistema fatto solo di convenienze, di scambi puttanizi, di favori personali “io lo faccio a te e tu lo ricambi a me”, in questa Napoli assoluta (intendo per l’immondizia a cielo aperto), si è persa la voglia di studiarsi un argomento prima di descriverlo, di darsi da fare per raccogliere gli elementi utili a ritrarre il più sinceramente possibile persone e fenomeni. Un movimento che non sia incasellabile in modo partigiano dev’essere subito sforbiciato qua e là , perché torni a star dentro ai casellari di comodo. Un letto di Procuste, altro che giornalismo all’inglese (dopo Murdoch, d’altronde). E non è follia, questa, tentare ancora di nascondere il marcio che inquina l’aria, di stravolgere la verità, di abbarbicarsi, ancora, sul fronte della Resistenza che fu? Non è follia? Omicida? Suicida?

05 dicembre 2011

Monti: lo sceriffo di Nottingham.


Aspettavamo Robin Hood e invece...

Tagli al trasporto, pensioni più lontane, aumento dell’Iva, tasse sulla casa.
Il governo Monti ha così deciso, e tutti ad aspettare il verbo di mestieranti banchieri e parrucconi degli istituti creditizi come fossero profeti della terra promessa. Gli scienziati dei conti hanno scritto che e’ meglio attaccare le tasche degli italiani piuttosto che avere l’onta del crollo dell’Euro. Una moneta che si è dimostrata un incubo per gli italiani, che con due milioni campavano e anche abbastanza bene, e ora con mille euro (per chi ce li ha…) fanno la fame.
Visto che c’era, Monti poteva tagliare anche gli stipendi di tutti quei parlamentari e senatori che pur scelti dal popolo, e magari contrari alle misure imposte, hanno comunque gia’ deciso di votare favorevolmente. Ecco, nella manovra si mettano anche la mensilità di dicembre di costoro che sono costretti ad approvarla la manovra, senza poter dire nemmeno una parola.
Quello che viene approvato dal governo è un massacro sociale per cui non c’è stato alcun mandato popolare. Gli italiani hanno eletto un governo e se ne trovano un altro. Hanno votato un governo per ridurre le tasse, e se ne ritrovano uno che le tasse le aumenta. Hanno votato un governo per eliminare l’Ici, e se la vedono rimettere. Però in compenso ci siamo ritrovati ministri che rifiutano la scrivania di Mussolini ma si tengono stretta la poltrona di Napolitano.
Ricordiamo ancora le polemiche feroci sull’aumento dell’Iva di un punto percentuale; in un sol colpo oggi si raddoppia l’aumento e nessuno batte ciglio. Contro l’evasione fiscale abbassano il limite di tracciabilità a 1000 euro. Ma invece di controllare noi, dateci la possibilità di scaricare tutto: così si combatte veramente l’evasione, non con i giochetti contabili di cui però certi sono esperti, evidentemente.
Ma in che Paese siamo?! Persone non scelte dal popolo che scelgono quali sono le misure del popolo. E a che diritto?! Come possono decidere questi ”colletti bianchi”, che dovrebbero stare in carico al massimo per un altro anno, se i nostri figli dovranno andare in pensione a 70 anni, mentre il neo indicato premier Monti si becca il vitalizio da senatore a vita. Si fa presto a parlare con i soldi in tasca.
Sanno cosa vuol dire tagliare risorse al trasporto pubblico locale nel nostro paese? Significa bloccare la viabilità, interdire la mobilità dei cittadini e portarla al collasso, soprattutto nelle grandi città. Sono sadici. Se prima pensavamo che questo governo fosse semplicemente illegittimo, ora diciamo che è una vera iattura, per gli italiani e per il centrodestra, che si porterà addosso la responsabilità di avere fatto abdicare Berlusconi per Monti. E non sarà facile perdonarglielo, a meno di un sussulto d’orgoglio delle ultime ore.
(Francesco Storace)

17 novembre 2011

Diritto al voto, ma che inutile scocciatura...


di Marcello de Angelis
Ci sono voluti sessant'anni, ma gli italiani hanno capito che la democrazia non fa per loro. E pensare che c'è voluta una guerra e milioni di morti per "regalarcela". Che poi tutto si riassume semplicemente in un unico diritto, che è quello di voto, che si basa sull'idea - da molti ritenuta fantasiosa - che ogni individuo abbia la capacità di formarsi un'opinione ed esprimerla. Gli italiani - dopo meno di un secolo di suffragio universale - sono tornati a una visione semplice e tradizionale. Esiste un'entità metafisica invisibile e onnipotente (prima Dio, oggi il Mercato) che ti favorisce o ti punisce se tu c'azzecchi o sbagli. Un capo legittimo è colui che interpreta il suo volere o - addirittura - è direttamente indicato da lui. Egli si contorna di un'aristocrazia dove i titoli contano più della persona. Uno è professore, o esperto, generale, marchese. Tengono lontane le carestie, intercedono con Dio per avere piogge nella stagione giusta e ricchi raccolti. Così non vivremo più nella paura della punizione divina. Inutile soffrire di invidia per gli altri popoli che sembrano a volte decidere per noi. D'altronde ci hanno sempre considerato dei camerieri o dei pizzaioli, degli sciuscià o dei mafiosi. Da sempre chi vuole darsi arie parla francese o studia in Inghilterra. Torniamo alle nostre attività di sempre. Spendiamo in schedine e lotterie più di una intera finanziaria, evadiamo le tasse con moderazione (siamo sempre il Paese dei furbi e poi lo fanno tutti), parliamo alle spalle e di fronte diciamo "sissignore". Sperando che un giorno quel Signore inciampi, così gli tiriamo qualche calcio quando è a terra…. La politica è una cosa sporca… tutti i giornali dicono che… gli americani so' forti… avanti dotto'… indietro dotto'… Me la dà una mancetta?

09 novembre 2011

Credibilità.


Primo grande successo delle manovre della sinistra e dei traditori: borsa a picco e spread a 575.
Complimenti!

04 novembre 2011

Cavalcare la tigre.


































di Marcello Venezian
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Non so cosa avrà capito il ladro che mi rubò la Mini Minor e si trovò sul sedile una copia, tutta sottolineata e chiosata, di Cavalcare la tigre di Julius Evola. La sua perdita mi fece soffrire quasi più dell’auto rubata. Avevo vent’anni e consideravo quel libro una specie di manuale pratico di filosofia di vita, un codice d’onore in epoca disonorata, un galateo indispensabile per un Vero Signore, ma non nel senso alto borghese in cui ne scrisse Giovanni Ansaldo o, peggio, delle buone maniere prescritte dalle donne Letizia dei rotocalchi. Il Signore evoliano era «l’uomo differenziato», fiero di distinguersi dalla massa. La sua era un’opera da asceta in campo, come uno Zarathustra disceso dai monti in piena epoca nichilista.
Cavalcare la tigre è un manuale di sopravvivenza metapolitica per chi dissente dal proprio tempo e dal mondo in cui vive; ma, non potendolo modificare, preferisce ritirarsi in attiva solitudine e padroneggiarlo, cavalcarlo per non essere travolto. «Cavalcare la tigre» è un motto cinese, rispolverato anche da Mao, e suggerisce non di affrontare la tigre o tentare la fuga, ma di saltarle in groppa e correre su di lei. È un breviario aristocratico di nichilismo attivo per chi ha scelto non la politica, ma l’apolitìa, come la chiama Evola, o la scelta «impolitica» come invece l’aveva definita Thomas Mann.
Cavalcare la tigre compie ora cinquant’anni e la Fondazione Evola diretta da Gianfranco de Turris ha deciso di ricordare quell’opera che ebbe un effetto bomba sulla destra giovanile, soprattutto quella radicale. E ha organizzato all’Accademia di Romania in Roma un incontro per discutere di quel libro di culto che pervase almeno tre generazioni di non conformisti. Dal ’61 ad oggi continua a essere ristampato continuamente; l’edizione più recente ha l’introduzione di Stefano Zecchi e la postfazione di de Turris, che è il curatore dell’opera omnia evoliana.
Cavalcare la tigre è l’opera di un pensatore legato alla Tradizione il quale, vivendo nell’irreversibile Età Oscura (kaly yuga), in preda a decadenza, desolazione e rovine, favorisce la corsa verso la dissoluzione perché solo raggiungendo il punto zero si potrà poi risalire e invertire la rotta. Una posizione che rischia la complicità con i dèmoni della decomposizione. L’anomìa, il caos, la trasgressione, l’anarchia diventano per l’evoliano occasioni per temprarsi.
Cavalcare la tigre fu il ’68 della destra colta e radicale, la trasgressione nel nome della tradizione.
Nelle mani dei giovani radicali di destra Cavalcare la tigre diventò un libro pericoloso. Ma non perché istigasse alla violenza e al terrorismo, come pensarono alcuni questurini dell’ideologia, ma perché diventò un nobile alibi per scelte anarco-individualiste, per esperienze trasgressive e alienanti e per la fuga dalla politica. Fu la via d’accesso per entrare da destra nel dionisismo di massa che poi esplose nel ’68. O, per altri versanti, fu una password verso l’uso della modernità e dei suoi mezzi.
In quel testo Evola tornava alla sua gioventù dadaista e all’Autarca, l’individuo assoluto della sua prima filosofia. Tornava a Nietzsche e al suo nichilismo attivo, incontrava Ernst Jünger, del quale tradusse - nello stesso periodo in cui scriveva Cavalcare la tigre - l’Operaio, e al poeta Gottfried Benn. Fra il Tantra e Dioniso. Poi, davanti al ’68, Evola tornò alla Tradizione, si spinse nel ruolo di teorico di una Destra metastorica e postfascista e si spense nel ’74, in piena epoca di stragi «nere» che gettarono su di lui un’ingiusta luce diabolica, da Grande Ispiratore.
Poi la tigre disarcionò i suoi cavalcatori e continuò a correre verso il nulla.

17 ottobre 2011

Lettera aperta al Pdl.




Cari tutti, il momento è senza dubbio il più difficile che io abbia mai vissuto nella mia vita politica e civile. Per questo prima di arrivare a questa lettera, nonostante la mia proverbiale impulsività, ci ho pensato molto e ho deciso di espormi e correre il “rischio”. Ho sperato tanto e creduto molto nella classe politica che mi rappresenta, in ultimo anche nella nomina di Alfano come segretario. Però dopo lo spettacolo indecoroso di ieri credo sia il momento di dire basta, non alla politica, non al PDL, ma a tutti coloro che stanno contribuendo all’implosione del paese. A tutti coloro che sono in quel parlamento da più di tre legislature (quando va bene) e che sono stati incapaci prima di prevenire e adesso di curare la crisi. Vecchi non solo anagraficamente, e questo non sarebbe il problema, ma “intellettualmente”. Una classe politica incapace di trovare soluzioni nuove, innovative, al passo con i tempi. Solo ieri sera, nel corso della trasmissione di Ballarò, ho appreso che tra le soluzioni per affrontare la crisi ci sarebbe quella di mettere mano sulle detrazioni, follia!, sarebbe un altro modo ancora di aumentare la pressione fiscale alle famiglie. Vorrei sapere quanti in parlamento si confrontano quotidianamente con la precarietà del lavoro, con un mutuo casa, con l’ansia di un tasso variabile, con la caccia all’offerta economica, con le rinunce davanti agli scaffali del supermercato, con un reale declassamento dei propri stipendi. Ovviamente non sono solo questi i motivi che mi provocano disagi nel militare in un partito come il PDL, un partito da cui la persona che mi ci ha messo (FINI) dice di essere stata cacciata, o meglio è fuggito.
Il disagio, quindi, non è solo nei confronti di un partito in cui è annullato qualsiasi confronto, in cui ci si ritrova sporadicamente, in cui il confronto politico su piccoli e grandi temi non è contemplato, in cui una critica è fazionismo o becero sfogo. Come accennato all’inizio della lettera non nascondo il fatto che la nomina di Alfano mi aveva fatto sperare, per lo meno in un possibile ricambio generazionale, in un rilancio etico e morale dell’ azione politica, per usare un concetto da movimentista, in una piccola rivoluzione politico-culturale.
Avevo sperato nei congressi, ma anche quelli si accingono ad essere una farsa, una buffonata e ve ne spiego i due motivi principali. Il primo e che non si è introdotta una norma (idea sostenuta, so, anche da Alfano) che vieta il cumulo di cariche, la divisione tra ruolo istituzionale e dirigente di partito. Separazione fondamentale per il ricambio e l’autonomia del partito. Necessaria per far ripartire il movimento e il confronto, ma soprattutto per tutelare quell’anima critica utile a costruire grandi progetti. Sono stufo e stanco di avere coordinatori di ogni livello che sono parlamentari e che ci dicono che sono bravi e che lavorano ogni giorno 24 ore su 24 e che ti liquidano con un” non puoi capire” o “ci sono problemi più grandi”. Il secondo motivo e che si è introdotta una norma regolamentale per i congressi che permette di escludere candidature non gradite. Credo che questo non abbia bisogno di altri commenti.
Nel mio piccolo le ho provate tutte per convincere chi di dovere che si dovesse cambiare rotta che si dovesse dare segnali di discontinuità ad ogni livello. Da lettere private al sostegno dei referendum. Adesso semplicemente mi limiterò a non contribuire ad un tesseramento fittizio, utile solo a pochi soliti noti.
Un ultima cosa per i miei vertici, locali, regionali e nazionali, non abbiate l’arroganza di pensare che sia il solo a provare questo disagio. Sono decine i documenti sottoscritti da svariati dirigenti che girano tra gli eletti e sicuramente molti di questi li avete letti. Io sono solo uno dei pochi che ha deciso di uscire dall’apatia nella quale ci avete parcheggiato.
Buona fortuna

Gianluca Banchelli
Presidente della 1°commissione del comune di Prato

04 ottobre 2011

Da "indignati" a "impegnati".



di Francesco Mugnaioni*

Gli attacchi alla politica sono ormai all'ordine del giorno, moralità, capacità, competenza, tutte caratteristiche, secondo il tam tam mediatico, nelle quali i politici attuali manifestano carenze.
Evidentemente però non si può e non si deve generalizzare, ci sono decine e decine di eletti che dignitosamente e spesso "campando di altri (veri) lavori" s'impegnano per il bene della loro città, certo è, che questi spesso si perdono, strangolati da quegli stessi partiti che li hanno eletti.
E' proprio nei partiti difatti, detentori del potere di rappresentanza attraverso il quale si esercita la democrazia, che spesso viene penalizzato chi mostra competenza e intraprendenza, soprattutto se questi sono under 40 e non sono figli di nessun "padre nobile".
Come nel panorama delle aziende medio piccole italiane, dove c'è poco di manageriale e molto di familiare, i partiti sono gestiti con un approccio direttoriale da "padre di famiglia" e non inteso come figura giuridica del "buon padre di famiglia", piuttosto un padre-padrone, che dall'alto sceglie gli yesman da candidare nei seggi sicuri, mentre per gli altri offre soltanto lezioni da imparare "se si vuol stare nella casta".
Però ripeto, non si può e non si deve generalizzare, chi come me, è entrato in poitica a 15 anni, nel periodo di "tangentopoli" ed oggi crede ancora di riuscire a migliorare la vita della propria comunità, deve avere anche la forza e la libertà intellettuale di dire che nonostante tutto, nel nostro paese ci sono ancora tanti uomini e donne che fanno politica seriamente, e cosa più importante, la fanno per le persone e non per sé stesse.
Certo queste non si trovano solo in un partito, per fortuna sono trasversali, sono ovunque, centinaia di persone dalle buone capacità e dalle indiscusse motivazioni, spesso giovani, che tutti i giorni, oltre ad indignarsi per le ingiustizie che si leggono sui giornali, usano il loro tempo per dare alla politica un ruolo diverso, migliore, utile alla gente.
Ripeto ancora, non si può e non si deve generalizzare, ma allora è ovvio, si deve dare all'elettore la posssibilità di scegliere.
Il ritorno al voto di preferenza resta l'unico strumento che permetta alle persone di eleggersi i rappresentanti che più ritengono vicini, inoltre è l'unico elemento di controllo da parte dell'elettorato del proprio rappresentante, difatti è solo in questo caso che, se gli elettori si ritenessero insoddisfatti dell'operato dell'eletto di turno, potrebbero non rivotarlo, magari scegliendo un'altra persona all'interno dello stesso partito. Così com'è oggi invece, se il partito conferma il candidato, chiunque voglia votare per quel partito non potrà esimersi dal ri-votare anche lo stesso candidato, in barba a tutte le logiche di autodeterminazione della rappresentanza.
Già l'anno passato in Consiglio Provinciale io votai, in dissenso con il mio gruppo, a favore del ripristino del voto di preferenza, ed oggi non può che farmi piacere l'apertura del Ministro Maroni e di parte del PDL, la politica stessa deve cambiare, il voto di preferenza è un primo grande passo che i politici debbono fare per ridare dignità al loro/nostro ruolo, rimettendo al centro della vita politica le persone e la loro capacità di rappresentare le proprie comunità, la propria gente.
Se la politica romana farà questo passo, la politica tutta sarà pervasa da chi s'impegna ancora, in tutti i partiti, cercando di cambiare questa società invece di lamentarsene e basta, passare da "indignati" a "impegnati" sarà forse l'innovazione più grande della politica negli ultimi 10 anni.

*consigliere provinciale di Prato

12 settembre 2011

Beppe Niccolai. Il missino e l'eretico

































Sabato scorso nell'ambito della Festa del Tricolore di Bacchereto è stata presentata la bella biografia dell'indimenticabile Niccolai scritta e pubblicata da Alessandro Amorese.
Un libro che consigliamo a tutti, ma soprattutto un esempio, quello di Beppe, che continueremo ad additare a tutti. Compresi coloro che sono cresciuti sotto la sua ala e che, dopo aver beneficiato della sua rigorosa repulsione per il carrierismo in politica, si sono rivelati per quello che oggi tutti possono constatare.


"Giorgio Almirante. Ci siamo voluti bene. Visceralmente. Ci siamo scontrati. Visceralmente. E sarei ingiusto, mi farei schifo, dinanzi a lui ora, se affermassi che, per il tempo che mi resta da vivere, cessa con lui ogni polemica.
Sarebbe per lui un'offesa, lui che ha sempre amato il palcoscenico, da calcare, non da guitto, ma da protagonista.
I miei amici, per ricordarlo, penseranno bene di inondarlo di ogni elogio. Non ci sarà parola alata e adomata che non troveranno, per santificarlo. Io non voglio santificarlo. Voglio tenerlo vivo, davanti a me; e con lui voglio continuare a polemizzare, così come ho fatto ieri.
So, con certezza, che questo (la pensino come vogliono coloro che gli sono stati vicini nei tempi facili e dolci del suo successo) gli piacerà. Immensamente. Si sentirà vivo, polemico, aspro, duro; come lo è stato quando, scontrandoci, ci siamo feriti tutti e due nel profondo. E su ciò che tutti e due amiamo, oltre ogni dire: l’Italia. Il diverso modo di servirla, questo ci ha fatti scontrare. Ci fa scontrare.
Perché considerare ormai tutto passato?
Almirante resta in mezzo a noi come punto irriducibile di riferimento. E con lui c'è da fare ancora i conti.
Io non lo commemoro; io lo voglio «vivo», come è «vivo», perché, nella contrapposizione, mi identifica, perché nei suoi atti positivi, nei suoi errori, nelle sue generosità, nelle sue cadute vistosissime, tutti noi ci siamo formati. E non è certo con dei manifesti e delle parole che possiamo passarlo nell’album dei ricordi sancendo la sua definitiva dipartita.
Arrivederci, dunque, Giorgio! Così, come ai bei tempi, quando di Te mi piaceva la trasgressione, lo stare contro vento, lo stare con i perdenti!
«Mi danno del cinico, vedi Beppe, e non sanno che io, davanti ad un sorriso di donna, mi innamoro... Subito».
In una giornata assolata, sul mare della Versilia, dopo una tempestosa riunione nella ribelle Federazione missina di Massa Carrara. Trentasette anni fa. Ricordi?
Arrivederci, Giorgio, al prossimo Comitato Centrale!"

Beppe Niccolai
L’Eco della Versilia
31 Maggio 1988

22 agosto 2011

7 Settembre 1944. L'eccidio comunista del Castello.


Adesso è ufficiale: il prossimo 9 settembre (ore 17.30) nel salone consiliare del Comune di Prato si parlerà della mattanza di fascisti al castello dell'imperatore ad opera del partigiano Tantana e dei suoi complici. Una verità storica rimasta sepolta per oltre sessant'anni grazie alla cortina di omertà creata dal partito comunista pratese, all'interno del quale hanno tranquillamente continuato a militare i responsabili di quell'eccidio.
Una storia ignota ai più, ma non a noi missini cresciuti all'insegnamento dei testimoni diretti di quegli eventi. Noi abbiamo tenuta accesa la fiamma della memoria. Fino a quando Giampaolo Pansa, grazie al poderoso materiale fornitogli da Sileno Desideri, ex Federale missino pratese, ha dedicato al "Castello" un capitolo del suo ultimo libro sugli eccidi dei partigiani alla fine della guerra, squarciando il velo di una storia che tantissimi pratesi ignoravano.
Ringraziamo il Presidente della circoscrizione centro del comune di Prato che ha chiesto la collaborazione del "Cerchio" all'organizzazione dell'evento. Un compito al quale ci siamo di buon grado dedicati, sempre più consapevoli che la Politica si fa con la testimonianza, con la memoria, con la storia piuttosto che con il "management" dei professionisti della poltrona pubblica.

28 luglio 2011

Mazzetta rossa la trionferà!


Ci fanno sorridere tutte queste anime belle che si scandalizzano per la recente “esplosione” di vicende giudiziarie che coinvolgono il PD.
Mazzette, appalti truccati, concussioni e via così.
Altro che macchina del fango come dice un annaspante Bersani, questa è la scoperta dell’acqua calda. Almeno per noi toscani, che del “sistema” di potere degli ex comunisti possiamo essere buoni testimoni.
Quando la politica era una cosa seria e l’opposizione si dedicava ad altro che cercare di guadagnare qualche consiglio di amministrazione, gli episodi di malcostume che denunciavamo erano all’ordine del giorno. Per alcuni di essi i responsabili furono accertati e condannati. In molti altri casi, va detto, calò abbondante la sabbia di una magistratura stranamente “distratta”.
Ma la favola della “superiorità morale” della sinistra per favore raccontatela a qualcun altro, non a noi toscani.
Non a noi pratesi che ricordiamo tra le altre (così per ridere) la vicenda dell’Ente Comunale di Consumo e del suo fallimento. In pratica un vero e proprio supermercato di proprietà dell’amministrazione comunale con punto vendita in piazza Lippi. Merci e beni acquistati dal Comune (quindi da tutti noi) che venivano rivenduti con un piccolo margine con intenti calmieranti del mercato.
L’inchiesta accertò che l’Ente di Consumo da sempre riforniva gratuitamente e in maniera occulta le locali e fastose “Feste dell’Unità”. Ovvio che alla fine abbia fatto bancarotta.
Si appurò, tra l’altro, la misteriosa scomparsa di 1000 (dicasi mille) prosciutti. Una razzìa. Un saccheggio.
Quelli che oggi si stupiscono del malaffare rosso si ricordino sempre di quei cinquecento maiali che gridano vendetta!

22 giugno 2011

Come volevasi dimostrare.



Passata la sbornia di entusiasmo per la spallata affibbiata a Berlusconi con la vittoria referendaria, in casa Pd si iniziano a fare i conti con le conseguenze concrete della consultazione. E sull'acqua “bene pubblico” per gli amministratori locali del Pd son già dolori. Tanto che si vuol cercare una soluzione legislativa che rimetta ordine nel caos creato dai due quesiti idrici: “E' necessario mettere riparo in fretta ai vuoti normativi che si sono aperti”, dice Sergio D'Antoni, responsabile dell'organizzazione e delle politiche del Pd sul territorio. E per farlo, ammette, occorre trovare un'intesa con la maggioranza di centrodestra, senza i cui voti nessuna legge può passare. Dal Pdl però si reagisce con cautela: “Certo bisognerà trattare, ma come facciamo a fidarci di un Bersani che fino ad un anno fa propagandava le privatizzazioni dei servizi locali e poi si è buttato sul carro referendario?”.
Per capire la portata del problema che ora si pone agli amministratori (e ai cittadini che aprono i rubinetti), si prenda il caso Hera, la holding bolognese quotata in Borsa che gestisce i servizi idrici, ambientali ed energetici in Emilia Romagna. Un colosso, il secondo gestore delle acque in Italia, e legato a doppio filo ai governi locali della regione più rossa d'Italia: per Hera, il referendum è stato un terremoto, e sono i cittadini che rischiano di pagarne il conto salato. Il 13 giugno la società ha annunciato che non firmerà più la convenzione con gli enti locali che prevedeva investimenti per 70 milioni di euro sulla rete idrica. In Borsa ha perso circa il 10 per cento del suo valore, bruciando circa 187 milioni di capitalizzazione: per il Comune di Bologna (appena riconquistato dal Pd), che ha il 13% delle quote, si tratta di una perdita secca di 25 milioni e mezzo; 35 i milioni persi dai comuni della provincia. Le conseguenze catastrofiche del sì ai due quesiti vengono spiegate, in una intervista al Corriere di Bologna, dall'assessore provinciale all'Ambiente della Provincia di Bologna, Emanuele Burgin, che non a caso era schierato per il no: “Serve una nuova legge nazionale, perché siamo in una situazione di stallo. Se a Bologna si fermano 70 milioni di investimenti, con tutte le conseguenze che si possono immaginare anche in termini economici e di occupazione, il dato nazionale è pari a 6 miliardi”. Difficile però pensare che governo e Parlamento rispondano a questa esigenza in tempi brevi. Quindi? “Quindi â- dice Burgin - non sappiamo come fare. I soldi per fare investimenti gli enti locali non li hanno. Rispettiamo la volontà espressa dal referendum, che ha abrogato una norma introdotta dal governo Prodi, ma bisogna dire con altrettanta onestà che il ricorso ai privati era l'unico modo per finanziare gli investimenti”.
Erasmo De Angelis, ex consigliere regionale toscano del Pd e oggi presidente di Publiacqua, la società idrica locale, solleva un altro problema potenzialmente esplosivo: “Da oggi, dopo l'abrogazione del 7%, che bollette mandiamo ai nostri cittadini? Formalmente dovrebbero valere le vecchie tariffe, ma mi aspetto che se non le riducessimo saremmo presto sommersi da una valanga di ricorsi dei consumatori”. E infatti il Codacons già minaccia: “Le bollette devono scendere immediatamente del sette per cento. Siamo pronti ad una class action nel caso i gestori non applichino immediatamente l'esito referendario”. Incalza De Angelis: “Dove li prendiamo adesso i soldi per le infrastrutture? Ce li daranno i sindaci? Publiacqua ha aperto un cantiere da 71 milioni di euro a Firenze, per dare una fogna a mezza città. In totale abbiamo programmato investimenti per 740 milioni nei prossimi dieci anni. Quelli di Milano mi hanno detto che loro hanno in cantiere opere per 800 milioni. Come facciamo? Tremonti ci mette a disposizione la Cassa depositi e prestiti per finanziarci?”.
Insomma il voto non è servito ad altro che ad aprire le porte ancor meglio alle multinazionali. E i costi, vedrete, alla fine, e neanche tra molto, di fatto saliranno.
(Noreporter.org)

21 giugno 2011

Ma...


da: Notizie di Prato:

"Emergenza profughi, arrivati altri sei giovani maliani: saranno ospitati a Sofignano insieme ai loro connazionali

Nuovo arrivo di un gruppo di profughi provenienti da Lampedusa. Sono sei uomini del Mali fuggiti dalla Libia a causa della guerra e sbarcati sull’isola siciliana lo scorso 11 giugno. A Sofignano i maliani salgono a 11. Tutti sono richiedenti asilo in Italia. In attesa di una eventuale concessione dello status di rifugiato godono di un permesso di soggiorno temporaneo."


...qualcuno potrebbe dirmi per quale arcano motivo i suddetti profughi, che erano in Libia per lavoro, quando sono dovuti "fuggire" per la guerra in corso, non sono tornati in Mali?

10 giugno 2011

Al mare, al mare!


La truffa dei referendum è così smaccata che verrebbe voglia di non parlarne nemmeno per non concedere un’immeritata importanza a coloro che l’hanno organizzata.
La prima, grande truffa è che votare per il referendum sia un dovere. L’astensione è invece una scelta perfettamente legittima e, ormai per prassi, la mossa corretta per chi intenda esprimere la propria contrarietà ai quesiti. Dato che in caso di mancato raggiungimento del numero di voti espressi pari al 50% degli elettori il referendum è considerato nullo, ormai da tempo l’astensione è l’arma di chi desideri votare no ai quesiti: infatti dal ’95 nessun referendum proposto è più risultato valido proprio perché l’astensionismo dei contrari ha fatto mancare il quorum. Fa quindi tristezza vedere una persona come Benedetto Della Vedova, ex Pdl, radicale (e quindi esperto di cose referendarie) e ora Fli, avere la faccia tosta di andare in televisione da Bruno Vespa e dire che si dava indicazione di votare per il «no» ad un quesito come quello sull’acqua, che vuole abrogare una liberalizzazione che porta la firma del suo compagno di partito, Andrea Ronchi. Dire di votare per il «no» è una pura e semplice truffa, dato che un minimo di onestà intellettuale vuole che le scelte reali siano tra il «sì» e l’astensione. Il voto «no» è esattamente equivalente a votare «sì» perché contribuisce a far raggiungere il quorum e quindi validare il referendum. Ma gli inganni non finiscono qui: infatti nessuno spiega che il decreto Ronchi si adeguava semplicemente a una direttiva comunitaria che prevede affidamenti con gare aperte e trasparenti per la gestione dei vari servizi, tra i quali quello idrico. Se il referendum dovesse raggiungere il quorum in pratica avremmo tante belle Tirrenia dell’acqua, inefficienti, libere di perdere quanto vogliono con i loro costi allegramente scaricati sulla fiscalità generale, vale a dire sui soliti benefattori che dichiarano fedelmente il loro reddito. Gli evasori brinderanno con un bel bicchiere di acqua del rubinetto pagato dal solito pantalone, che ovviamente pagherà anche le inevitabili sanzioni da parte dell’Unione Europea.
Stendiamo un velo pietoso poi sul secondo quesito relativo all’acqua dato che si trattava di un provvedimento varato dal governo Prodi contro il quale ora, con una faccia tosta degna di ben altra considerazione, si mobilitano quegli stessi che l’hanno votato. Gli altri quesiti sono peggio ancora: il referendum sul nucleare si riferisce ad una legge già abrogata (ed è comprensibile, non si può decidere su argomenti impegnativi per anni sull’onda dell’emozione per un fatto eccezionale) quindi è solo la fantasia delle nostre supreme magistrature che è riuscita a generare il mostro di un quesito per abrogare una cosa che non c’è già più.
Non va meglio con il «legittimo impedimento» dato che si omette di ricordare che la legge oggetto di quesito è già stata modificata, guarda caso, dalla Consulta ma, soprattutto, scadrà in ogni caso ad ottobre di quest’anno trattandosi di un semplice provvedimento-ponte in attesa di un’impantanata legge costituzionale. Una bella impresa quindi per la sinistra: organizzare una mobilitazione nazionale per abrogare una liberalizzazione voluta dall’Unione Europea, una legge di Prodi, un provvedimento che non c’è più e una legge che in ogni caso scadrà ad ottobre. Complimenti.