Cos’altro potevamo aspettarci da questa ridicola e tragica
repubblica? Nata per volere di una classe politica antifascista che tradì il
proprio Paese durante una guerra, elemosinando una “alleanza” con quelli che
erano stati i nemici fino al giorno prima, che avevano bombardato le nostre
città facendo stragi fra la popolazione civile e che avrebbero continuato a
farne, nonostante una “alleanza” non gradita e non richiesta, per altri
diciotto mesi. Con quell’esempio i politici imboscati e traditori indicarono
agli italiani la strada: stare sempre dalla parte dei vincitori, pensare al
proprio miserabile interesse e cercare di barcamenarsi. Cosa potevamo
aspettarci? Niente, se non la perdita nel popolo dei valori di lealtà, dignità
e onore. E una condanna, terribile e perenne: gli italiani tradiscono,
tradiscono sempre.
08 settembre 2016
12 luglio 2016
Con fedeltà e vigore immortali.
![]() |
| Edizioni Soccorso Sociale 2015 |
La risposta sta in questo passo finale del libro di Gabriele Adinolfi che, con grande delicatezza, ha tracciato il ritratto di un anonimo "vecchio" missino nel quale ho fatalmente rivisto tutti gli anziani della federazione pratese che mi hanno accompagnato nel corso della mia militanza e ai quali, con serena commozione, il mio libro è dedicato.
"Tarda
primavera del 1971. Si sono appena concluse le elezioni
amministrative. Non è ancora epoca di dirette, di internet, di exit poll. I primi
risultati li forniscono le edizioni straordinarie dei quotidiani. Quella volta,
dopo tanto calare, il Msi avrebbe registrato un piccolo successo, comunque
molto incoraggiante.
All'edicola
di piazza Colonna scorgo un vecchio con il bastone che ha appena comprato il Secolo
d'Italia e si sta rendendo conto dei
risultati. Esattamente come il Matusalemix di Asterix, il vecchietto arzillo,
malgrado il bastone ed il peso degli anni, si mette a saltare di gioia e a
gridare con voce strozzata dall'emozione: “Viva il Duce! Viva il Duce!”
Conosco
la cattiveria vigliacca e il disonore di molti nostri nemici e mi dico che
quell'uomo rischia di farsi aggredire. Conosco pure il pudore e l'orgoglio dei
nostri e so che non posso offrirmi di proteggerlo. Così lo seguo con
discrezione, lo scorto senza farmi notare. Lui è sconvolto dalla gioia, ogni
sei o sette passi saltella di nuovo gridando: “Viva il Duce! Viva il
Duce!” Continuo a seguirlo finché,
a una fermata, sale su un autobus. Vedo che si allontana e percepisco ancora i
movimenti del vecchio che esulta. Nel mio immaginario sta ancora esultando, con
fedeltà e vigore immortali.
Non ci
siamo mai conosciuti ma se sono qui è anche per lui, anzi, se sono qui sono
lui.
Lui ha
preso quell’autobus e io ho mantenuto la linea."
20 maggio 2016
Cantavamo le nostre canzoni. La recensione di Alessandro Alberti per Fascinazione.
Spesso la storia, anche la più gloriosa e per molti versi meritoria, viene scritta citando i protagonisti principali. Quelli che sono stati gli statisti, i condottieri oppure determinanti agli occhi degli storici nelle sorti di una nazione, di una battaglia o di un evento particolare. Non si citano mai le seconde linee, i singoli soldati, nemmeno quelli più rappresentativi.
Di loro spesso resta il nulla dell'ingratitudine, o un posto in quel ripostiglio chiamato dimenticatoio.
Il testo di Vincenzo Bellini dal titolo "Cantavamo le nostre canzoni" edito da Eclettica, sintetizza soprattutto il ricordo di quanti hanno reso possibile la vita di una comunità. Nello specifico quella della Federazione Provinciale del MSI di Prato.
L'autore inizia il suo saggio partendo dalla fine del MSI, cioè dal congresso di Fiuggi. Dal disappunto di molti militanti che videro nella nascente AN il principio della fine della destra italiana. Dalla necessità di non abbandonare la casa politica, per anni faticosamente costruita attraverso mille vicissitudini, alla determinazione di continuare la battaglia all'interno di Alleanza Nazionale.
"Restammo perché quella era la nostra casa e non si lascia la casa degli avi agli ultimi arrivati....". Da qui il doveroso ricordo di quanto, uomini e donne, giovani e anziani, hanno dedicato affinché un partito, da subito osteggiato e represso sin dal primo dopoguerra, potesse resistere per poi affermarsi. Immediatamente dopo Fiuggi i militanti di via Santa Trinità, pronunciata dai Pratesi senza accento sulla a finale, daranno vita al circolo "Il cerchio interno" che, osservando il simbolo di AN dava subito l'idea del perché fosse stato scelto questo nome. Il cerchio interno infatti racchiudeva in se la fiamma tricolore. Quell'insieme di valori, identità e tradizioni patrimonio storico del MSI. Il libro risulta molto scorrevole nella sua semplicità narrativa, nel fluire dei ricordi e dei tanti episodi che Bellini ha vissuto o di cui è venuto a conoscenza. Un testo che nasce da una necessità storica più che editoriale.
Quella di rivendicare la propria esistenza in risposta alla monumentale opera "Prato storia di una città" , edito da Le Monnier per conto del Comune; dove si affronta l'evoluzione dei partiti politici locali dal secondo dopoguerra al 1995. Nemmeno una riga dedicata al MSI. Come se non fosse mai esistito, come se il suo immenso archivio di attività di partito di opposizione con adesioni, tessere, iniziative, proposte, volantini, pubblicazioni non ci fosse mai stato.
Merito dell'autore è aver saputo intrecciare momenti di oggettiva difficoltà se non pericolo e/o tragicità, con altri senz'altro più divertenti e goliardici. Un episodio che mi ha fatto particolarmente sorridere, è stato quello relativo al ricordo del federale Sileno Desideri, che ad una cena con un giovanissimo Gianfranco Fini, appena nominato segretario nazionale del Fronte della Gioventù, gli riempiva il piatto di cibo dicendogli:"Mangia! Lo vedi come tu se' secco? Come fai a far cazzotti co' compagni?" Come ammette Bellini " Chi poteva immaginare che non solo Fini non avrebbe fatto a botte con i compagni ma avrebbe distrutto il partito?" Ma l'elenco dei nomi è lunghissimo, perché tanti erano i militanti, ognuno con una sua peculiarità. Tanti gli episodi descritti, come partire per fare un comizio e non poter parlare o per farlo pagare un prezzo altissimo.
Gli scontri fisici ma anche il rischio di essere colpiti da armi da fuoco. E poi i due bidoni di pozzo nero posti sul balcone a difesa della sede per gettarli sopra eventuali assalitori, i tanti volantini creati e stampati con il ciclostile, i periodici, l'attività di sezione e altro ancora. Un libro di memorie per ripristinare una storia che molti anche a destra hanno cercato di seppellire. Scritto con la disinvoltura del cronista e la passione di chi ha vissuto in prima persona parte di quella esperienza, rappresenta uno dei più interessanti spaccati di storia del MSI a livello provinciale. Un testo che non può mancare nella biblioteca di chi ha fatto quel percorso, ma anche di chi quel percorso vuole conoscere più nel dettaglio. Dopo Uber Alles un nuovo avvincente testo di Eclettica su tematiche inerenti l'area.
13 aprile 2016
Inaugurato a Carmignano il belvedere Arrigo Rigoli.
Ad oltre venticinque anni dalla scomparsa l'amministrazione comunale di Carmignano intitola la strada pedonale di accesso alla rocca al suo più illustre concittadino.
C'è voluta una giunta di sinistra per fare, anche se con un imbarazzante ritardo, quello che a Prato una irripetibile ed imbelle amministrazione che si definiva di centrodestra non ha saputo - o voluto - fare nei confronti di Danilo Michelacci, lo storico consigliere del MSI, che da tempo chiediamo venga doverosamente ricordato dalla città.
Significativo anche il fatto che il Sindaco di Carmignano, Doriano Cirri, abbia espressamente voluto far ricordare il Rigoli uomo politico a Mauro Scarpitta, consigliere comunale "missino" e rappresentante di quell'area politica a cui oggi anche Arrigo avrebbe fatto riferimento.
C'è voluta una giunta di sinistra per fare, anche se con un imbarazzante ritardo, quello che a Prato una irripetibile ed imbelle amministrazione che si definiva di centrodestra non ha saputo - o voluto - fare nei confronti di Danilo Michelacci, lo storico consigliere del MSI, che da tempo chiediamo venga doverosamente ricordato dalla città.
Significativo anche il fatto che il Sindaco di Carmignano, Doriano Cirri, abbia espressamente voluto far ricordare il Rigoli uomo politico a Mauro Scarpitta, consigliere comunale "missino" e rappresentante di quell'area politica a cui oggi anche Arrigo avrebbe fatto riferimento.
Arrigo studiò presso il Convitto Cicognini e successivamente
si diplomò all’Istituto d’Arte di Firnze. In seguito frequentò la facoltà di
architettura e fu allievo di Giovanni Michelucci.
Negli anni della formazione frequenta Oscar Gallo, Quinto
Martini, Carlo Scarpa, Giovanni Papini e Ardengo Soffici.
Allo scoppio della seconda guerra mondiale si arruola come
volontario e combatte in Jugoslavia e in Africa Settentrionale, dove partecipa
alla battaglia di El Alamein. Catturato dagli alleati viene deportato negli
Stati Uniti ed internato nel campo di concentramento di Hereford.
Al termine del conflitto fa ritorno in Patria, duramente
provato dalla prigionia.
Dopo essersi ristabilito parte alla volta dell’America
Latina, non riconoscendosi più nel paese che era nel frattempo diventata
l’Italia. Soggiorna in Argentina e in Brasile. A San Paolo viene assunto nello
studio dell’architetto Majorana, per il quale realizza il progetto del
Grattacielo Italia.
Nel 1955 rientra in Italia, nella sua Carmignano dove, oltre
ad aver ideato la Festa di San Michele, ricopre l’incarico di Presidente della
Filarmonica Giuseppe Verdi, fonda la Pro Loco e diventa consigliere comunale
per il Movimento Sociale Italiano.
Fascista convinto e stimatissimo dai suoi compaesani,
conquistò il seggio in consiglio dove portò la sua solida preparazione
culturale unita ad un inossidabile rigore amministrativo.
Fu in seguito ad una sua iniziativa che il sindaco
socialista in carica dovette rassegnare le dimissioni con l'accusa di peculato.
Arrigo possedeva la naturale lievità dei poeti d'altri tempi, ma all'occorrenza
sapeva essere severo fustigatore del malcostume politico.
Si spense nella sua casa di Montalbiolo il 26 Settembre 1990.
31 marzo 2016
17 novembre 2015
Venticinque anni di MSI pratese. Storie, fatti e personaggi.
Uomini,
donne, tantissimi ragazzi che hanno condiviso un ideale e
un'esperienza identitaria unica ed irripetibile.
Il
ricordo commosso e il doveroso tributo agli straordinari protagonisti
di un partito che ha segnato oltre quattro decenni di vita cittadina.
Eclettica Edizioni 2015 - euro 14
Eclettica Edizioni 2015 - euro 14
28 agosto 2015
Io fascista ricercato. Gabriele Adinolfi
Vent'anni di latitanza, quasi mezzo secolo nel Male Assoluto. Gabriele Adinolfi racconta le sue esperienze di vita e i suoi incontri con personaggi di ogni età: camerati degli anni di piombo, avversari politici, combattenti sul Fronte dell'Est. Tra epopea e ironia.
Prefazione di Mario Tuti.
Soccorso Sociale 2015
euro 20
soccorsosociale@outlook.it
Prefazione di Mario Tuti.
Soccorso Sociale 2015
euro 20
soccorsosociale@outlook.it
06 luglio 2015
La rabbia e l'invidia.
Sono due gli stati d’animo che ci ha procurato il referendum
greco ed il suo (quasi) scontato esito. La rabbia è quella relativa al fatto
che, a meno di accordi a sorpresa fuori tempo massimo, la Grecia l’ha messo in
saccoccia un po’ a tutti noi. Cari amici greci, facile dire non pago i debiti.
Facile e anche comprensibile, almeno dal vostro punto di vista. Da anni
denunciamo la colossale, epocale, manovra speculativa dell’internazionale
mondialista-finanziaria ai danni dei paesi più deboli della cosiddetta unione
europea. Da anni invochiamo una via d’uscita dalla trappola mortale della
moneta unica. Ma fa un po’ rabbia – permettete? – pensare che il debito non
onorato da voi lo dovrò giocoforza pagare in parte anche io. Di tasca mia. Perché i miliardi che non restituirete
all’Italia me li faranno cacciar fuori – e se lo faranno! – con nuove tasse,
una tantum ad altre cosucce del genere. Fa un po’ rabbia – permettete? –
pensare che per qualche anno la pensione ai sessantenni greci la pagheranno gli
italiani costretti a lavorare fino ai settanta. Fa un po’ rabbia – permettete?
– pensare che l’aumento dell’Iva che i greci hanno bocciato lo subiremo noi
italiani con il conseguente aumento dei prezzi di beni e servizi.
Ma l’Italia, si sa, fa sempre tutto quello che le ordina
l’Europa. Senza ovviamente sentire l’opinione degli italiani.
Per questo c’è anche tanta invidia. Per come i greci hanno
potuto liberamente decidere il proprio destino. Perché hanno potuto usare, loro
che sono gli inventori della democrazia, lo strumento più democratico che
esista. Magari anche facendo scelte sbagliate, ma scegliendo, senza farsi
indicare da oligarchie e poteri stranieri quale sia la strada da percorrere.
Una cosa impensabile nell’Italietta demoresistenziale. A noi
rimane solo la speranza. Che la Grecia non si rimangi l’esito referendario e
dimostri ai popoli che c’è vita fuori dalla zona euro. Che c’è ancora aria
respirabile fuori dall’asfissiante unione economico-burocratica.
La speranza che le nazioni riconquistino la loro sovranità e
che il popolo torni ad essere, come in Grecia, protagonista e non più suddito.
17 giugno 2015
Frontiere.
Per cominciare, smettiamola di chiamarli clandestini. I
clandestini evocano immagini di gente che si imbarca di nascosto, che si sposta
nottetempo, lontano dai posti di controllo, infrattata astutamente o magari
stipata in mezzi e contenitori insospettabili. Il clandestino fa di tutto per
evitare di farsi vedere e una volta raggiunta la mèta del suo viaggio si
disperde silenzioso tra la folla.
Dal momento che, invece, queste migliaia di persone ce le
andiamo a prendere direttamente in Libia, usando le navi della marina militare
tristemente ridotte alla funzione di traghetti, sarebbe più giusto chiamarle
ospiti. Ospiti a carico degli italiani ai quali, ovviamente, nessuno ha mai
chiesto il parere su questa politica dell’”accoglienza” condotta dal governo e dai
suoi interessati complici.
Poi, siccome siamo pur sempre italiani, cerchiamo di far
condividere all’Europa intera il peso di questa nostra follia. Ma siccome gli
altri paesi europei non sono cialtroni come noi, non ci resta che piagnucolare
di fronte alla chiusura delle frontiere e alla presunta mancanza di solidarietà
dei partners continentali.
Cosa dovrebbero fare Francia, Austria, Svizzera, Germania e
via cantando, di fronte allo sciagurato atteggiamento italiano? Lasciarsi
tranquillamente invadere come noi? Cosa c’è di strano se di fronte ad un
pericolo reale e potenzialmente destabilizzante paesi seri adottano misure
serie? Se usano le forze armate per impedire l’invasione anziché per favorirla?
Certo, noi italiani di invasioni ce ne intendiamo. In fondo
noi siamo quelli cha hanno applaudito come liberatori coloro che ci avevano
bombardato fino al giorno prima, facendo stragi tra la popolazione civile e
distruggendo le nostre città. Siamo quelli che festeggiano come una grande
vittoria l’anniversario di una catastrofica sconfitta e di un’infamante resa.
Settanta anni fa abbiamo perduto le nostre frontiere. E la dignità di popolo.
20 maggio 2015
Nota.
Lo confesso: a volte vengo preso dal dubbio. Saranno gli appelli di tanti vecchi e nuovi camerati; saranno le facce schifate che ti esibiscono quando ne parli; sarà l'età...
Come se
sentissi nel sangue il ribollire di antiche consuetudini, una lontana eco di
suoni, canti e clamori; un odore acre e familiare di carta, colla e
lacrimogeni.
E’ in questi momenti che mi sfiora l’idea di trascinarmi,
ancorché io non reputi nessun partito attuale degno delle mie cure, al seggio
elettorale per compiervi, disciplinatamente, il mio civico dovere di bravo
cittadino.
Poi, fatalmente, penso a tutta quella moltitudine
di aventi diritto, intrisi di una grossolana ignoranza - e non solo politica -
e di un’arroganza infinita. E medito sul fatto che il loro voto, nella giostra
democratica dei ludi cartacei, conta esattamente quanto l’ipotetico mio. Un
pensiero che mi fa inorridire. E allora mi esimo…
08 maggio 2015
Un'altra prova che a destra non è possibile un soggetto politico unitario.
E' chiaro adesso perché dalla diaspora ex-aennina ed ex missina non si potrà mai ricostruire qualcosa? Se non fosse sufficiente il triste spettacolo del proliferare di sigle che alle prossime regionali si presentano, direttamente o in appoggio ad altri partiti o coalizioni, come eredi e depositarie del verbo, ci pensano certe prese di posizione, certe scelte di campo.
Un mondo variegato, quello post fascista, dove troviamo gli infatuati della Le Pen e gli alleati di Salvini; gli irriducibili berlusconiani e i nostalgici di Chirac.
Addirittura chi coltiva suggestioni impure arrivando a tifare più o meno apertamente un giorno per la Merkel e un altro per Tsipras.
Ma leggere sul sito del Secolo d'Italia, la testata che fu del MSI e che oggi fa l'occhiolino a FdI, che in Gran Bretagna con Cameron ha vinto la destra, mette una pietra tombale su ogni ipotesi di "réunion"!
Come dite? Il direttore del Secolo d'Italia è un certo Italo Bocchino? Vabbè, allora lasciamo perdere...
Un mondo variegato, quello post fascista, dove troviamo gli infatuati della Le Pen e gli alleati di Salvini; gli irriducibili berlusconiani e i nostalgici di Chirac.
Addirittura chi coltiva suggestioni impure arrivando a tifare più o meno apertamente un giorno per la Merkel e un altro per Tsipras.
Ma leggere sul sito del Secolo d'Italia, la testata che fu del MSI e che oggi fa l'occhiolino a FdI, che in Gran Bretagna con Cameron ha vinto la destra, mette una pietra tombale su ogni ipotesi di "réunion"!
Come dite? Il direttore del Secolo d'Italia è un certo Italo Bocchino? Vabbè, allora lasciamo perdere...
24 aprile 2015
Ora e sempre resistenza.
Prato, piazza delle Carceri 1977.
Esattamente di fronte alla rampa del castello
dell’Imperatore, teatro della mattanza di civili compiuta da Tantana e altri
partigiani comunisti il 7 settembre 1944.
Giusto per non dimenticare che ad oltre trent’anni dalla
fine della guerra civile, i nuovi partigiani pratesi sognavano di riempirci,
noi missini, del medesimo piombo resistenziale.
Dedicata a tutti i camerati del Movimento Sociale Italiano –
con un pensiero particolare a quelli che non ci sono più – che per tutta la
durata di quel formidabile e irripetibile partito hanno, loro si, tenacemente
resistito.
21 aprile 2015
03 marzo 2015
Marcello Veneziani lascia il Giornale.
Cari Lettori,
ora vi spiego. Siete in tanti a scrivermi e telefonarmi per sapere come mai non appare più il cucù sul Giornale. Non posso andar via come un clandestino. Il Giornale mi ha comunicato la decisione di chiudere il mio rapporto di lavoro. Subito o al più entro l'estate. La decisione dell'Editore è presa e finirà in modo consensuale. La motivazione formale è lo stato di crisi dei giornali e del Giornale stesso che impone tagli e prepensionamenti. Al Giornale, si sa, esprimevo una linea dissonante, la mia rubrica era un'isola. Cominciai a scrivere sul Giornale venticinque anni fa, chiamato da Indro Montanelli, ne uscì quando mi parve che la sua posizione non rappresentasse più i suoi lettori e la necessità di una svolta nel Paese; vi ritornai con Feltri per due volte. Lascio a ciascuno pensare al risvolto politico, giornalistico, ma anche umano e professionale, della vicenda in corso; vi risparmio il mio stato d'animo.
Chi ha idee come le nostre non è facile che trovi tribune accoglienti. Tengo a farvi conoscere lo stato delle cose, senza polemiche, anche per rispondere a quanti in precedenza mi chiedevano come mai la rubrica quotidiana saltava così spesso negli ultimi tempi, non per mia negligenza. Ho un ruolo pubblico, rappresentativo di un'area d'opinione, la mia attività è esposta in vetrina ogni giorno. Dunque è giusto essere trasparenti fino alla fine e giustificare a voi lettori, che siete i miei veri editori, la futura assenza e la scomparsa della rubrica cucù, dopo quattro anni di vita. Ho già vissuto situazioni analoghe, alcuni ricordano precedenti esperienze, censure, licenziamenti, casi come l'Italia settimanale ma non solo. È il prezzo amaro della libertà e dell'incapacità di essere cortigiani, ruffiani e puttani.
Non è un mistero che da tempo reputo conclusa la parabola politica di Berlusconi: da anni non esprime una posizione politica e non interpreta il sentire del suo popolo, perché è preso nelle proprie vicende e nella tutela, pur comprensibile, dei suoi interessi. Lo scrivo da tempo, in un crescendo di toni, da La rivoluzione conservatrice in Italia, ed. 2012 (“la fine del berlusconismo”), poi sul Giornale stesso e giorni fa sul Corriere della sera. Criticai pure la “pascalizzazione” di Berlusconi, i messaggi sulla famiglia, i trans, l'animalismo. Non ebbi esitazioni a criticare Fini quando era ancora in auge, perché ritenevo che stesse uccidendo la destra, e il tempo poi ci dette amaramente ragione. Per lo stesso motivo non ho esitato a dire che Berlusconi fu la causa principale del trionfo elettorale e poi della dissoluzione del centro-destra. Lo portò al governo e poi alla rovina, col concorso determinante di poteri ostili e alleati ottusi, giudici e media; aggregò forze diverse e poi le disgregò. Espulse pezzi uno dopo l'altro, fino al vuoto, farcito di quaquaraquà.
Le mie idee saranno giuste o sbagliate, lo dirà la prova dei fatti, ma quei giudizi nascono da un ragionamento, privo di rancori o vantaggi personali, mosso da passione di verità e da una testimonianza di vita e di coerenza, costi quel che costi. Cercherò di non chiudere il rapporto con voi che mi seguite da tempo e siete abituati al gusto aspro della libera verità, anche quando è scomoda, per noi stessi o per chi abbiamo, in spirito di libertà, sostenuto. Finché ne avrò la possibilità, scriverò dove mi sarà permesso dire quel che penso, e non mancherò di far sentire la mia voce e anche i miei pensieri dell'anima, quelli meno legati all'attualità.
Vi voglio bene, sul serio
Marcello Veneziani
ora vi spiego. Siete in tanti a scrivermi e telefonarmi per sapere come mai non appare più il cucù sul Giornale. Non posso andar via come un clandestino. Il Giornale mi ha comunicato la decisione di chiudere il mio rapporto di lavoro. Subito o al più entro l'estate. La decisione dell'Editore è presa e finirà in modo consensuale. La motivazione formale è lo stato di crisi dei giornali e del Giornale stesso che impone tagli e prepensionamenti. Al Giornale, si sa, esprimevo una linea dissonante, la mia rubrica era un'isola. Cominciai a scrivere sul Giornale venticinque anni fa, chiamato da Indro Montanelli, ne uscì quando mi parve che la sua posizione non rappresentasse più i suoi lettori e la necessità di una svolta nel Paese; vi ritornai con Feltri per due volte. Lascio a ciascuno pensare al risvolto politico, giornalistico, ma anche umano e professionale, della vicenda in corso; vi risparmio il mio stato d'animo.
Chi ha idee come le nostre non è facile che trovi tribune accoglienti. Tengo a farvi conoscere lo stato delle cose, senza polemiche, anche per rispondere a quanti in precedenza mi chiedevano come mai la rubrica quotidiana saltava così spesso negli ultimi tempi, non per mia negligenza. Ho un ruolo pubblico, rappresentativo di un'area d'opinione, la mia attività è esposta in vetrina ogni giorno. Dunque è giusto essere trasparenti fino alla fine e giustificare a voi lettori, che siete i miei veri editori, la futura assenza e la scomparsa della rubrica cucù, dopo quattro anni di vita. Ho già vissuto situazioni analoghe, alcuni ricordano precedenti esperienze, censure, licenziamenti, casi come l'Italia settimanale ma non solo. È il prezzo amaro della libertà e dell'incapacità di essere cortigiani, ruffiani e puttani.
Non è un mistero che da tempo reputo conclusa la parabola politica di Berlusconi: da anni non esprime una posizione politica e non interpreta il sentire del suo popolo, perché è preso nelle proprie vicende e nella tutela, pur comprensibile, dei suoi interessi. Lo scrivo da tempo, in un crescendo di toni, da La rivoluzione conservatrice in Italia, ed. 2012 (“la fine del berlusconismo”), poi sul Giornale stesso e giorni fa sul Corriere della sera. Criticai pure la “pascalizzazione” di Berlusconi, i messaggi sulla famiglia, i trans, l'animalismo. Non ebbi esitazioni a criticare Fini quando era ancora in auge, perché ritenevo che stesse uccidendo la destra, e il tempo poi ci dette amaramente ragione. Per lo stesso motivo non ho esitato a dire che Berlusconi fu la causa principale del trionfo elettorale e poi della dissoluzione del centro-destra. Lo portò al governo e poi alla rovina, col concorso determinante di poteri ostili e alleati ottusi, giudici e media; aggregò forze diverse e poi le disgregò. Espulse pezzi uno dopo l'altro, fino al vuoto, farcito di quaquaraquà.
Le mie idee saranno giuste o sbagliate, lo dirà la prova dei fatti, ma quei giudizi nascono da un ragionamento, privo di rancori o vantaggi personali, mosso da passione di verità e da una testimonianza di vita e di coerenza, costi quel che costi. Cercherò di non chiudere il rapporto con voi che mi seguite da tempo e siete abituati al gusto aspro della libera verità, anche quando è scomoda, per noi stessi o per chi abbiamo, in spirito di libertà, sostenuto. Finché ne avrò la possibilità, scriverò dove mi sarà permesso dire quel che penso, e non mancherò di far sentire la mia voce e anche i miei pensieri dell'anima, quelli meno legati all'attualità.
Vi voglio bene, sul serio
Marcello Veneziani
12 febbraio 2015
Ma perché siamo così cattivi?
Ci risiamo. Vogliono di nuovo farci sentire in colpa. La nuova strage di clandestini nel canale di Sicilia - non accertata anche se probabile - ha scatenato le prefiche buoniste e sinistre in un coro di accuse preconfezionate nei confronti dell'occidente opulento ed insensibile. In particolare dell'Italia che, a loro dire, dovrebbe ancor di più impegnarsi per accogliere l'infinito esodo delle popolazioni africane e del medio oriente.
Non si rendono conto, invece, i custodi del pensiero-medio, che stanno ottenendo l'effetto contrario. Si sentono in giro commenti del tipo "meno male! trecento di meno! troppo pochi!"
Ma cosa ci stanno facendo diventare? A che punto di imbarbarimento vogliono condurci con la loro sciagurata politica dell'accoglienza? Sarebbe come se ci dovessimo sentire colpevoli perché un ladro muore cadendo dal balcone mentre cerca di entrare in casa nostra. Secondo il comune buonsenso la soluzione starebbe nel contrastare al massimo l'azione dei ladri; secondo invece questi nuovi manipolatori delle nostre vite e delle nostre coscienze l'unica soluzione consiste nell'eliminare i balconi e lasciare direttamente aperte le porte delle case.
Non si rendono conto, invece, i custodi del pensiero-medio, che stanno ottenendo l'effetto contrario. Si sentono in giro commenti del tipo "meno male! trecento di meno! troppo pochi!"
Ma cosa ci stanno facendo diventare? A che punto di imbarbarimento vogliono condurci con la loro sciagurata politica dell'accoglienza? Sarebbe come se ci dovessimo sentire colpevoli perché un ladro muore cadendo dal balcone mentre cerca di entrare in casa nostra. Secondo il comune buonsenso la soluzione starebbe nel contrastare al massimo l'azione dei ladri; secondo invece questi nuovi manipolatori delle nostre vite e delle nostre coscienze l'unica soluzione consiste nell'eliminare i balconi e lasciare direttamente aperte le porte delle case.
26 novembre 2014
Registi, goleador e vecchie glorie.
Ancora lui. Lo si immaginava definitivamente a riposo, ai
domiciliari, nella sua lussuosa dimora in compagnia di cagnolini e subrettine,
intento a ricevere da tutta Italia le visite di altri bizzarri animaletti. O a
intrattenere a suon di barzellette i suoi coetanei dell’ospizio. E invece siamo
ancora a parlare dell’ex cavaliere. Della sua ormai molesta presenza sulla
scena politica italiana. A tentare di ricoprire un ruolo che non ha più e che
non potrà mai più avere alla luce delle percentuali ad una cifra che riscuote
il suo moribondo partito. Curioso che sia l'unico a non guardare i risultati elettorali. O a non saperli leggere.
Pietosa evoluzione di questo Saturno della politica che,
dopo aver divorato tutti i suoi figli (Fini, Fitto, Alfano, Toti…) ora cerca di
divorare anche quelli altrui (Salvini).
Immaginandosi regista di una partita che non si giocherà e
che comunque non lo vedrà in campo (vi dice niente la Severino?).
Nel frattempo trascina tutta FI nell’abbraccio mortale con
Renzi, il bomba, accettando supinamente ogni riforma favorevole al PD nella
vana speranza di ottenere per se stesso qualche contropartita. Che nel suo
delirio si chiama Quirinale, non riflettendo sul fatto che il Presidente della
repubblica è eletto dal parlamento riunito e che almeno l’ottanta percento dei
parlamentari si farebbe tagliare le mani piuttosto che scrivere Berlusconi
sulla scheda…
Intanto il centrodestra scompare dalla scena politica
nazionale, mentre di quello che è stato un breve periodo carico di aspettative,
di illusioni e di sogni di riscatto, rischia di scomparire anche il ricordo.
20 ottobre 2014
20 Ottobre 1944. La strage dimenticata fatta dai bombardieri alleati.
di Gianfranco de Turris
Avrebbe un grande significato simbolico e un impatto emotivo nel difficile momento che sta attraversando questo disgraziato Paese, se una importante autorità pubblica nazionale si recasse a Gorla, quartiere alla periferia di Milano, il prossimo 20 ottobre.
Magari il presidente della Repubblica che rappresenta di tutti gli italiani. Magari il presidente del Consiglio, se nel suo forsennato attivismo capisse l'importanza del gesto.
Già, ma cosa è successo a Gorla la mattina del 20 ottobre 1944? Quel giorno Milano, città indifesa e alla mercé del nemico, subì una serie di bombardamenti a stabilimenti industriali di scarsissimo interesse militare. Il 451° Bomb Group americano aveva come bersaglio la Breda, ma sbagliò la rotta di avvicinamento: impossibilitato a ripetere la manovra, il comandante della squadriglia prese una decisione incosciente e criminale, disfarsi subito del carico di bombe dei suoi 35 aerei e non aspettare invece di essere sulla campagna o sul mare. Il risultato fu che gli ordigni piovvero sui quartieri periferici milanesi di Gorla, Turro e Precotto seminando morte e distruzione sui civili. Tra le altre costruzioni venne centrata in pieno la scuola elementare «Crispi» di Gorla: non si salvò nessuno, perirono 184 bambini fra i 6 e i 12 anni e una ventina fra insegnanti, preside e bidelli. «È probabilmente il più grave crimine di guerra dovuto ai bombardamenti alleati su l'Italia», scrive Claudio Mauri.
Mauri, giornalista e romanziere, su questo terribile fatto che ancora la maggior parte degli italiani ignora o ha dimenticato, ha costruito un drammatico atto unico ( Il male viene dal cielo , Tabula Fati, pagg.70, euro 7) che presenta sul palcoscenico un angoscioso e angosciante faccia a faccia tra la famiglia di uno dei bimbi morti tra le macerie della scuola ed uno dei piloti responsabili dell'eccidio giunto in vacanza con la moglie a Milano negli anni Settanta: un pilota, quasi ignaro del suo misfatto, che viene messo di fronte alle proprie responsabilità.Nella sua prefazione al testo, il professor Alessandro Colombo, dicente di relazioni internazionale alla università statale di Milano e autore de La guerra integrale (Il Mulino, 2009), nota come i bombardamenti sulle città durante l'ultima guerra siano stati «una strategia consapevole e ripetuta da tutte le parti. Poiché le potenze democratiche vincitrici non vi hanno ricorso meno - anzi, se mai ne hanno fatto ricorso di più - delle potenze totalitarie sconfitte». Si trattò, senza ombra di dubbio di «bombardamenti terroristici», cioè usati per seminare il terrore fra la popolazione civile, come quella dell'Italia settentrionale, nel 1944-5 praticamente indifesa. Ormai dopo tanto tempo non è che si possa ignorare tutto ciò: libri documentati ve ne sono, da quello lontano di Giorgio Bonacina ( Obiettivo Italia , Mursia, 1970) a quello di Achille Rasteli dedicato a Milano (Bombe sulla città , Mursia, 2000), a quelli più recenti di Federica Saini Fasanotti ( La gioia violata , Ares, 2006) e di Marco Patricelli ( L'Italia sotto le bombe , Laterza, 2007). Secondo l'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito le vittime civili dei bombardamenti anglo-americani sul nostro Paese sono state 25mila nel 1940-3 e altre 39mila nel 1943-5.
Come scrive Claudio Mauri introducendo la sua opera teatrale, «il nostro Paese vive dal dopoguerra in una sorta di sindrome di Stoccolma verso i vincitori». Tanto è vero che la carneficina di Gorla resta un fatto tutt'al più locale senza alcun risonanza nazionale rispetto a quelle compiute dai tedeschi. Nel 1947 i genitori di quei piccoli morti eressero a loro spese un monumento, opera dello scultore Remo Brioschi, con i marmi donati da La Rinascente e l'acciaio donato dalla Falck. La tragedia la si ricorda quasi in privato con rappresentanti delle istituzioni locali. Non si tratta di una strage nazista, i duecento morti non li hanno fatti le SS. È amaro doverlo dire, ma è proprio così. Lo dimostra il sito del comune di Milano dove si ricorda la visita del sindaco Pisapia il 20 ottobre 2013 a Gorla: «Il Comune di Milano - ha spiegato il Sindaco - è pronto a ricordare in modo speciale (nel 2014) i propri martiri, coinvolgendo la città, e facendo conoscere un dramma che ancora troppi non conoscono. Coltivare la memoria di Gorla vuol dire essere italiani sino in fondo». Belle parole certamente, ma essere «italiani sino in fondo» significa anche essere meno ipocriti, indicando i responsabili del massacro, cosa che ci si guarda accuratamente di fare.
Ecco perché forse la presenza del capo dello Stato o del presidente del Consiglio, accanto al sindaco Pisapia (se manterrà la sua promessa del 2013) sarebbe fondamentale per ricordare a questa nazione che tutti i morti sono uguali: e quelli uccisi dai soldati della Wehrmacht e quelli uccisi dagli aviatori dell'USAF.
04 settembre 2014
13 agosto 2014
08 luglio 2014
Fascisti non vinti. Una vita in fondo a destra.
di Stenio Solinas
Attivisti, di Antonio Pannullo, è per me un bel libro malinconico, un come eravamo senza il lieto fine. Da allora è cambiato tutto, e però è come se non fosse cambiato niente.
L'«estraneità», dico, l'essere una specie di «banda a parte», è rimasta la stessa, senza illusioni e avendo fatto il pieno delle delusioni. Quarant'anni dopo ti volti a guardare i tuoi vent'anni del tempo della militanza e, bene o male, gli amici, i rituali, il gergo, sono rimasti gli stessi, la grande glaciazione di chi lottava per il disgelo e quando poi il disgelo è arrivato si è reso conto che significava sciogliersi e non avere nulla in cambio. Meglio ibernati, dunque, coerentemente inutili, testardamente legati a una «certa idea» della politica e della vita. Più estetica che ideologica, fallimentare quindi, e però calda, umana. Confesso che ho perduto. Confesso che ho vissuto.
L'«estraneità», dico, l'essere una specie di «banda a parte», è rimasta la stessa, senza illusioni e avendo fatto il pieno delle delusioni. Quarant'anni dopo ti volti a guardare i tuoi vent'anni del tempo della militanza e, bene o male, gli amici, i rituali, il gergo, sono rimasti gli stessi, la grande glaciazione di chi lottava per il disgelo e quando poi il disgelo è arrivato si è reso conto che significava sciogliersi e non avere nulla in cambio. Meglio ibernati, dunque, coerentemente inutili, testardamente legati a una «certa idea» della politica e della vita. Più estetica che ideologica, fallimentare quindi, e però calda, umana. Confesso che ho perduto. Confesso che ho vissuto.
A me non piacciono i reducismi, detesto gli amarcord. Ma Attivisti racconta in filigrana qualcosa di diverso, difficile da spiegare, eppure palpabile. Anni fa, in un libro che si chiamava Compagni di solitudine, provai a definirlo prendendo a pretesto una frase del Lord Jim di Joseph Conrad: «È uno di noi». Stava a indicare un tipo umano in cui alla rinfusa c'erano dentro tante cose: il sentirsi diversi e il sentirsi «esuli in patria», un acuto e quasi insopportabile senso dell'onore, un io ipertrofico al tempo della società e del conformismo di massa, il gusto della provocazione e la volontà di essere protagonista, il non arrendersi mai.
Gli anni Settanta sono stati anni tragici, si sa. Ma ciò che li rende ancora più penosi è che sono stati anni inutili. Li abbiamo attraversati reclamando il nostro diritto a esistere, ad avere una voce, a sostenere un'idea, e qualcuno per questo c'è anche morto, la vittima di una strana, assurda guerra da ragazzi della via Paal dove non si moriva per una polmonite, ma per un colpo di pistola, di spranga, di chiave inglese... Oggi non li ricorda più nessuno, nemmeno quella destra politica che avrebbe potuto e/o dovuto rivendicarli, non fosse che è sparita anch'essa, ingoiata nel dimenticatoio delle false attese, delle intese sbagliate. Mai come da quando la parola Destra ha avuto il suo quarto d'ora di celebrità, ha smesso di avere un senso. Ciò che è rimasto è una memoria di parte, individuale e comunitaria, comunque minoritaria. È storia di ieri, ma per un ragazzo d'oggi è come se fosse un secolo fa. Non gli interessa, non la conosce.
A vent'anni la politica è un gioco affascinante, ma il più delle volte se ne esce scottati. Dei tanti nomi che Attivisti elenca, e che io conosco, per amicizia diretta, per frequentazione saltuaria, per sentito dire, la maggioranza ha poi scelto la strada delle professioni, riservando a quelli divenuti politici in «spe», «servizio permanente effettivo», un sentimento che sta fra l'insofferenza, la sopportazione, il disprezzo e il disgusto. Per uno di quei curiosi paradossi della storia, i cosiddetti professionisti della politica di destra e/o neofascista si sono rivelati i becchini dell'attivismo che fu. Lo hanno fatto vincere, ma sotterrandolo. La conquista del potere, trasformata in potere che dà la conquista, pura e semplice, senza complicazioni di sorta, senza un motivo, un sentimento, un pensiero. Il grado zero della politica, o il degrado, fate voi.
Deriva da ciò qualcosa che si fa fatica ad accettare, ma su cui bisogna riflettere. Fino a quando la storia, e la cronaca, hanno perpetuato il «ghetto dei vinti», l'illusione di una «diversità», di una «sanità» ne è stato il cemento e la ragione del fascino. Si stava lì, dalla parte del torto, perché scomoda, non redditizia. Non prometteva carriere. Quando, con la caduta del muro di Berlino è venuto giù tutto, «ghetto dei vinti» compreso, ci si è accorti che lì dentro, politicamente parlando, i politici in «spe» di cui sopra, e quelli di complemento, era come fuori (le eventuali eccezioni, si sa, confermano la regola): la stessa ansia di conquista, di sedersi al tavolo imbandito della vittoria, la stessa voglia di affari, prebende, privilegi. Il verme era nella mela, detto brutalmente, detto semplicemente.
Così, gli esclusi di ieri, gli attivisti esclusi di ieri, si sono ritrovati a essere gli esclusi dell'oggi, un piccolo-grande esercito senza altre bandiere che sé stessi. Questo libro rende loro gli onori.
Il Giornale - 08/07/14
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