23 settembre 2013
Giù le mani da Gaetano Bresci. Ma soprattutto da Almirante.
I due radicali a fasi alterne Massimo Taiti e Vittorio Giugni nella loro foga antirevisionista prendono, che strano, fischi per fiaschi.
Accostare Giorgio Almirante a personaggi come Lenin, Togliatti e Tito, se non è segno di palese ignoranza, è un pisciare fuori dal vaso!
Tutti e due, per favore, a studiare. Rimandati a settembre, in Storia.
L'intervento dei nostri due.
17 settembre 2013
La ministrina riscaldata.
Giorgia Meloni debutta in parlamento nel 2006, dopo essere stata eletta, con l'appoggio dei potentissimi Gasparri e La Russa, presidente nazionale di Azione Giovani, battendo al fotofinish l'ottimo Carlo Fidanza, esponente della destra sociale di AN.
Benché neo-eletta e quindi senza la minima esperienza, il padre-padrone di Alleanza Nazionale la impone come vice-presidente della Camera; uno schiaffo evidente e sonoro ai tanti "colonnelli", di lungo corso parlamentare, che a quella carica ambivano.
Sempre per volontà del suo mentore Gianfranco Fini viene inserita, due anni dopo, nella squadra di governo del Berlusconi quater, come ministro della gioventù. Carica che ricopre fino al 2011.
Con una carriera così brillante e così rapida la Meloni deve essersi autoconvinta di avere delle straordinarie capacità, delle doti non comuni. Un carisma da sfruttare. Prima proclamandosi vincitrice virtuale di primarie ancor più virtuali. Poi raccogliendo per sé stessa e per altri otto miracolati un passaggio per Montecitorio al traino del PdL.
Oggi è lei il principale ostacolo ad una ipotetica ricomposizione della diaspora ex aennina. Non l'unico, obiettivamente, ma quello che appare più difficilmente sormontabile, in quanto fondato concretamente su un pregiudizio di tipo "personalistico". Il timore che da eventuali riunificazioni delle forze politiche di riferimento possa scaturire una nuova leadership che non sia quella della giovane Giorgia. Che è giovane -per carità!- ma ha raggiunto un'età alla quale noi missini eravamo già vecchi.
Benché neo-eletta e quindi senza la minima esperienza, il padre-padrone di Alleanza Nazionale la impone come vice-presidente della Camera; uno schiaffo evidente e sonoro ai tanti "colonnelli", di lungo corso parlamentare, che a quella carica ambivano.
Sempre per volontà del suo mentore Gianfranco Fini viene inserita, due anni dopo, nella squadra di governo del Berlusconi quater, come ministro della gioventù. Carica che ricopre fino al 2011.
Con una carriera così brillante e così rapida la Meloni deve essersi autoconvinta di avere delle straordinarie capacità, delle doti non comuni. Un carisma da sfruttare. Prima proclamandosi vincitrice virtuale di primarie ancor più virtuali. Poi raccogliendo per sé stessa e per altri otto miracolati un passaggio per Montecitorio al traino del PdL.
Oggi è lei il principale ostacolo ad una ipotetica ricomposizione della diaspora ex aennina. Non l'unico, obiettivamente, ma quello che appare più difficilmente sormontabile, in quanto fondato concretamente su un pregiudizio di tipo "personalistico". Il timore che da eventuali riunificazioni delle forze politiche di riferimento possa scaturire una nuova leadership che non sia quella della giovane Giorgia. Che è giovane -per carità!- ma ha raggiunto un'età alla quale noi missini eravamo già vecchi.
24 luglio 2013
Fine corsa.
Cala il sipario. Dopo quattro anni di lunga, lentissima
agonia, è morta a Prato la prima amministrazione comunale non di sinistra dal
dopoguerra. Probabilmente anche l’ultima.
Quattro anni di inutili illusioni e di speranza che il corso
fosse finalmente, realmente, cambiato; che il discrimine politico, etico,
diremmo quasi antropologico, tra quelli che c’erano prima - che c’erano sempre
stati - e quelli che avevano vinto le elezioni del 2009 lasciasse qualche
traccia, qualche segno del proprio passaggio. Attesa vana: il centrodestra, con
il suo ceto politico nuovo di zecca, ha mostrato i propri insormontabili
limiti, primo fra tutti la mancanza di una vera mentalità “rivoluzionaria”
rispetto alla gestione sclerotizzata e alla classe dirigente funzionariale che
avevano ridotto la città nelle condizioni che tutti sappiamo. Un vero coma
politico quasi più grave del seppur diffuso e generalizzato degrado. Quella che
avrebbe dovuto rappresentare la medicina in grado di guarire la città, la
scossa vitale e rivitalizzante, la terapia d’urto alla quale erano attaccate le
ultime speranze dei pratesi, si è rivelata nient’altro che la solita inutile
purga.
I nuovi, baldanzosi amministratori dell’era Cenni (…oh: i
primi non comunisti!) hanno creduto che il ruolo affidato loro dagli elettori
fosse quello di sostituire semplicemente qualche culo su qualche poltrona,
magari piantare una bandierina azzurra nella mappa della rossa Toscana, far
gongolare il Capo Supremo e far gonfiare il petto a qualche suo luogotenente.
Come se non fosse stato evidente che lo “schiaffo” che i pratesi avevano dato
alla vecchia amministrazione cittadina era soprattutto un segnale della voglia
di cambiare drasticamente rotta. Di cambiare un sistema di potere con molte
ombre e pochissime luci, non certo di rimpiazzarlo con un altro che si
limitasse a sostituire le lampadine!
Cenni e la sua giunta non hanno saputo, o voluto, marcare
una netta discontinuità con il passato. Un’inversione di tendenza rispetto al
modo di intendere e interpretare la politica e il mandato popolare, rispetto
alle procedure amministrative e alla morale pubblica. Segnali chiari, forti e
a costo zero che, per inesperienza, per paura o per scelta, non sono stati in
grado di lanciare.
Il fallimento della “primavera Cenniana”, comunque vada a
finire questa legislatura, è indubbio e certificato. Non tanto dal venir meno
di una maggioranza consiliare sulla cui perdita di pezzi qualche
intelligentissimo dirigente pidiellino dovrebbe interrogarsi, ma dalle
aspettative deluse, dall’occasione mancata, forse irripetibile, di un reale
cambiamento.
11 luglio 2013
Un passo indietro.
Non si comprende dove finisce la tragedia (la più che sicura
condanna di Berlusconi in cassazione) e dove comincia la farsa (la minaccia
dell’Aventino, poi tre giorni di sciopero dell’attività parlamentare, infine
poche ore di sospensione; una pausa caffè…).
Il tutto all’insegna della lealtà al governo Letta di cui il
PdL è parte autorevole e contemporaneamente maggiore forza di opposizione!
Berlusconi l’abbiamo salutato alla sua “scesa in campo” come
una autentica novità “rivoluzionaria” rispetto al sistema politico ingessato
che avevamo ereditato dal dopo-tangentopoli. Lo abbiamo votato, lo abbiamo
sostenuto e ne abbiamo condiviso un percorso significativo senza per questo
rinunciare mai alle nostre idee, ai nostri valori e alla nostra leale e
coerente facoltà di segnalargli errori e difetti. Purtroppo la pletora di
leccaculi di cui si è nel tempo circondato ha determinato il venir meno di
quella spinta al cambiamento che aveva illuso milioni di italiani e,
probabilmente, anche il declino suo personale oltre a quello del sistema
politico italiano.
Il cavaliere dovrebbe fare non uno ma cento passi indietro.
Liberare il sistema politico italiano dalla cambiale eternamente in scadenza
dell’anomalia berlusconiana. Liberare la magistratura da questa maniacale ossessione
nei suoi confronti; chissà, magari i giudici potrebbero ricominciare ad
occuparsi anche di altro, anche di reati. Insomma Berlusconi potrebbe
dichiarare forfait ad un sistema potentissimo che per vent’anni gli ha impedito
di cambiare il paese, cedere le armi di fronte ad una persecuzione che ormai è
chiara e lampante a tutti gli italiani e lasciare in eredità un ultimo gesto da
statista attento alle esigenze dell’Italia piuttosto che alle sue personali.
E’ vero, così facendo si realizzerebbe il disegno della
sinistra che, con la complicità di certa magistratura, di tutto ha fatto per
eliminare dalla scena elettorale il suo maggiore competitor. Quello che la
sinistra, nelle urne, bene o male l’ha sempre battuta. E’ vero, senza
Berlusconi le prossime elezioni le vince la sinistra. Ma gli italiani non sono
proprio dei fessi: dopo qualche anno di governo dei vari Renzi, Bindi, Epifani
e via dicendo, cambierebbero sicuramente idea, dando finalmente corpo a quel
sistema di alternanza da paese normale. Sempre che, ovviamente, dal
centro-destra si sia stati in grado nel frattempo di far emergere una nuova
leadership. Magari ci vorrà un po’ più di qualche anno, forse qualche decennio…
Certo, bisogna avere la pazienza e la consapevolezza di non
lavorare per sé stessi, ma per i nostri figli, forse per i nostri nipoti,
sempre che la globalizzazione, i flussi migratori, il nuovo ordine mondiale ci
lascino ancora una parvenza di autodeterminazione della nostra politica.
Ma per chi ha aspettato dal 25 luglio del 1943 al primo
esecutivo Berlusconi del 1994 di rivedere dei fascisti al governo, qualche anno
in più o in meno cosa volete che sia?
12 giugno 2013
Se la destra è morta di mediocrità.
di Marcello Veneziani
La destra in Italia non è sparita perché ha fatto troppo la destra; non è caduta su progetti, imprese, idee connotate con i propri colori. È morta d'anemia, si è spenta perché si è resa neutra e incolore, perché si è uniformata per confondersi; perché non ha inciso, non ha lasciato segni distintivi del suo passaggio.
Non è morta d'identità ma di nientità, non è morta di estremismo ma di mediocrità. Non è morta di saluti romani ma d'imitazioni maldestre. La sua scomparsa non lascia tracce di sé. Nessuna delle critiche di gestione mosse alla destra si può attribuire alla sua storia, alla sua indole e ai suoi valori; anche gli aspetti peggiori, come quelli che hanno preso il nome e il faccione simbolico di Fiorito, non nascono dalla sua storia. Erano modi di adeguarsi all'andazzo, tentativi di mostrare che erano uomini di mondo, sapevano stare al potere e in società, sanno come si usa, non sono mica fessi.
A volte si sono adeguati alla caricatura del berlusconismo, uniformandosi al suo lato peggiore. A volte hanno cercato di compiacere la sinistra, i poteri che contano, i media ostili. Senza peraltro riuscirci. Hanno avuto paura di spingersi troppo, di osare. Temevano di perdere il posto, ma l'hanno perso lo stesso, perdipiù senza gloria e senza la gratitudine dei loro elettori di sempre.
Prendete il caso di Alemanno a Roma. Non è caduto sul fascio ma sulla neve. Non gli hanno rimproverato i vigili col manganello, semmai le cartelle di Equitalia e le solite accuse di sempre: il traffico, la sporcizia, le buche. Non gli hanno rinfacciato di voler rilanciare la romanità e i littoriali della cultura ma gli abusi nelle società controllate e alcune nomine aumm aumm. Promettendo con le casse vuote ben 25 milioni di euro per fare il museo della Shoah a Villa Torlonia - quando esistono già a Roma il museo di via Tasso e delle Fosse Ardeatine, che riguardano direttamente la città - ha irritato la sua gente senza guadagnarsi il consenso altrui; anzi hanno esultato per la cacciata del «fascista» dal Campidoglio; proprio mentre i fascisti, sconsiderati, esultavano per la cacciata del traditore... Certo, hanno attribuito ad Alemanno i mali storici di Roma, gli acciacchi di ogni metropoli e i malesseri del presente, che non ha creato certo lui o la destra. Lo hanno massacrato mediaticamente. Non sarebbe bello ora fare processi, dimenticando le difficoltà gigantesche di un momento nazionale drammatico e di un Comune lasciato dalla sinistra pieno di debiti. A onor del vero, se si fosse votato a Milano o a Napoli, anche i sindaci di sinistra sarebbero stati bocciati perché il clima è anti-potere. E poi, con quell'elettorato votante così ristretto, la democrazia è falsata: la motivazione che spinge a votare contro era più forte di quella d'andare a votare a favore.
Ma il problema della destra sparita resta, la delusione del suo elettorato è sacrosanta. Dicendo che la destra non ha pagato per la sua identità, non intendevo sostenere l'inverso, cioè che se fosse stata coerente e cazzuta avrebbe vinto alla grande. Forse avrebbe perso con maggior dignità, avrebbe un punto da cui ripartire, avrebbe almeno la fiducia dei suoi cari. Ma con le identità non si governano gli Stati; si fanno partiti di nicchia o al più larghi movimenti d'opposizione come è il caso di Marine Le Pen, ma non si va al governo. Però a questo punto mi chiedo: ma ha senso andarci se poi si va via in modo disonorevole senza lasciar traccia di sé né un buon ricordo tra la tua gente?
Non sto parlando di Alemanno, questo è un bilancio di vent'anni di destra al governo. Non mi va di tornare ancora sulla loro inadeguatezza, ma si sa che quello è il problema numero uno.
Dovrebbe rinnovarsi, la destra, riaccorparsi, ripartire da quel che ha di risorse, giovanili, collaterali e patrimoniali. Azzerare, selezionare, riunire, rilanciare.
Qualcuno però obietterà: ma serve ancora una destra o qualcosa che ne continui il ruolo, con altro nome? E serve una destra a parte, con un suo distinto movimento? Io penso di sì, penso che serva un movimento con un corpo aerodinamico e un'anima tradizionale; penso che serva a chi la pensa così, ma anche ai suoi alleati, soprattutto se in futuro non ci sarà un leader che avrà la forza di sintetizzare, senza polverizzare, le varie componenti del centrodestra.
Intanto chi viene da destra abbia il coraggio di fare un bilancio impietoso di questi anni. È stata al potere ma cosa ha lasciato per la destra, per le città, per l'Italia? Un pugno di mosche più qualche zanzara. Riparta da zero, con volti nuovi, teste capaci e cuori intrepidi. Se ci sono.
Prendete il caso di Alemanno a Roma. Non è caduto sul fascio ma sulla neve. Non gli hanno rimproverato i vigili col manganello, semmai le cartelle di Equitalia e le solite accuse di sempre: il traffico, la sporcizia, le buche. Non gli hanno rinfacciato di voler rilanciare la romanità e i littoriali della cultura ma gli abusi nelle società controllate e alcune nomine aumm aumm. Promettendo con le casse vuote ben 25 milioni di euro per fare il museo della Shoah a Villa Torlonia - quando esistono già a Roma il museo di via Tasso e delle Fosse Ardeatine, che riguardano direttamente la città - ha irritato la sua gente senza guadagnarsi il consenso altrui; anzi hanno esultato per la cacciata del «fascista» dal Campidoglio; proprio mentre i fascisti, sconsiderati, esultavano per la cacciata del traditore... Certo, hanno attribuito ad Alemanno i mali storici di Roma, gli acciacchi di ogni metropoli e i malesseri del presente, che non ha creato certo lui o la destra. Lo hanno massacrato mediaticamente. Non sarebbe bello ora fare processi, dimenticando le difficoltà gigantesche di un momento nazionale drammatico e di un Comune lasciato dalla sinistra pieno di debiti. A onor del vero, se si fosse votato a Milano o a Napoli, anche i sindaci di sinistra sarebbero stati bocciati perché il clima è anti-potere. E poi, con quell'elettorato votante così ristretto, la democrazia è falsata: la motivazione che spinge a votare contro era più forte di quella d'andare a votare a favore.
Ma il problema della destra sparita resta, la delusione del suo elettorato è sacrosanta. Dicendo che la destra non ha pagato per la sua identità, non intendevo sostenere l'inverso, cioè che se fosse stata coerente e cazzuta avrebbe vinto alla grande. Forse avrebbe perso con maggior dignità, avrebbe un punto da cui ripartire, avrebbe almeno la fiducia dei suoi cari. Ma con le identità non si governano gli Stati; si fanno partiti di nicchia o al più larghi movimenti d'opposizione come è il caso di Marine Le Pen, ma non si va al governo. Però a questo punto mi chiedo: ma ha senso andarci se poi si va via in modo disonorevole senza lasciar traccia di sé né un buon ricordo tra la tua gente?
Non sto parlando di Alemanno, questo è un bilancio di vent'anni di destra al governo. Non mi va di tornare ancora sulla loro inadeguatezza, ma si sa che quello è il problema numero uno.
Dovrebbe rinnovarsi, la destra, riaccorparsi, ripartire da quel che ha di risorse, giovanili, collaterali e patrimoniali. Azzerare, selezionare, riunire, rilanciare.
Qualcuno però obietterà: ma serve ancora una destra o qualcosa che ne continui il ruolo, con altro nome? E serve una destra a parte, con un suo distinto movimento? Io penso di sì, penso che serva un movimento con un corpo aerodinamico e un'anima tradizionale; penso che serva a chi la pensa così, ma anche ai suoi alleati, soprattutto se in futuro non ci sarà un leader che avrà la forza di sintetizzare, senza polverizzare, le varie componenti del centrodestra.
Intanto chi viene da destra abbia il coraggio di fare un bilancio impietoso di questi anni. È stata al potere ma cosa ha lasciato per la destra, per le città, per l'Italia? Un pugno di mosche più qualche zanzara. Riparta da zero, con volti nuovi, teste capaci e cuori intrepidi. Se ci sono.
22 maggio 2013
25 anni fa la scomparsa di Giorgio Almirante.
Da un quarto di secolo la destra italiana è orfana del suo più grande protagonista. E si vede. Non esiste più una destra intesa come soggetto politico unitario, né si scorge all'orizzonte il profilarsi di una nuova entità in grado di mettere fine alla diaspora ex missina.
Certo, in questi venticinque anni il mondo è cambiato radicalmente, ma i valori, i nostri valori, sono sopravvissuti e da qualche parte dovranno pure trovare accoglienza.
Altrimenti, alla fine, quello che resta è solo la memoria della nostra Giovinezza.
"Non ho voglia di vivere a lungo. Quello che potevo fare di buono l'ho già fatto: ho seminato fede e speranza per tanti anni. Ho esortato al coraggio e alla pazienza un popolo che se avesse avuto pazienza e coraggio non sarebbe finito così male. Ho diffuso amore per idee buone e semplici. Di più non potrò mai fare. Ed è bene che uomini come me non raggiungano il successo. Degli uomini come me si deve poter dire: era fatto per i tempi duri e difficili, era fatto per seminare e non per raccogliere, era fatto per dare e non per prendere. Vorrei tanto che, quando non ci sarò più, si dicesse di me quello che Dante disse di Virgilio: facesti come colui che cammina di notte, e porta un lume dietro di sé, e con quel lume non aiuta se stesso. Egli cammina al buio, si apre la strada nel buio ma dietro di sé illumina gli altri."
Certo, in questi venticinque anni il mondo è cambiato radicalmente, ma i valori, i nostri valori, sono sopravvissuti e da qualche parte dovranno pure trovare accoglienza.
Altrimenti, alla fine, quello che resta è solo la memoria della nostra Giovinezza.
"Non ho voglia di vivere a lungo. Quello che potevo fare di buono l'ho già fatto: ho seminato fede e speranza per tanti anni. Ho esortato al coraggio e alla pazienza un popolo che se avesse avuto pazienza e coraggio non sarebbe finito così male. Ho diffuso amore per idee buone e semplici. Di più non potrò mai fare. Ed è bene che uomini come me non raggiungano il successo. Degli uomini come me si deve poter dire: era fatto per i tempi duri e difficili, era fatto per seminare e non per raccogliere, era fatto per dare e non per prendere. Vorrei tanto che, quando non ci sarò più, si dicesse di me quello che Dante disse di Virgilio: facesti come colui che cammina di notte, e porta un lume dietro di sé, e con quel lume non aiuta se stesso. Egli cammina al buio, si apre la strada nel buio ma dietro di sé illumina gli altri."
29 aprile 2013
Quando i "fascisti" erano al governo.
Non che ci faccia piacere dire "l'avevamo detto", ma basta andarsi a rileggere gli articoli di qualche anno fa per rendersi conto di quanto vedevamo lontano. Quando, in tempi non sospetti, denunciavamo il rischio di una deriva neo-centrista della politica italiana. Un levarsi di scudi, più o meno crociati, in difesa del moderatismo, del politicamente corretto, della navigazione di piccolo cabotaggio.
Vedevamo in certe manovre delle forze politiche più rappresentative il disegno di resuscitare una nuova "balena bianca", un corpaccione molle e deideologizzato all'interno del quale le differenze si annullano, i contrasti si mediano, i conflitti si scongiurano. Una democrazia cristiana del terzo millennio, che gestisca l'esistente senza scossoni, senza disturbare i poteri cosiddetti occulti e che tenga ai margini della vita istituzionale del paese sia la destra che la sinistra. Quelle ali, cioè, che pur non essendo più estreme da decenni, rappresentano, con il loro residuo carico di "rivoluzione", l'alibi alle peggiori spinte accentratrici verso i porti sicuri della conservazione.
In questo scenario si colloca la "demissinizzazione" del parlamento e dell'esecutivo iniziata con la follia di Fini e portata a compimento con le ultime elezioni. Gli eletti del PdL provenienti dall'area ex aenne, sia alla camera che al senato, si contano sulle dita di una mano. Aggiungendoci lo sparuto gruppetto dei Fratelli d'Italia non arriviamo alla ventina. Una ben misera fine per chi appena dieci anni fa raccoglieva il quindici percento dei voti, eleggeva centinaia di parlamentari e forniva al governo quattro o cinque ministri. Una fine che solo in parte può essere imputata all'eutanasia della destra eseguita da Fini con il silenzio-assenso di quasi tutto il partito, ma che ha avuto inizio quando gli ex missini baciati in fronte da un insperato consenso (e da agognate fortune personali) si sono messi di buona lena a recidere le proprie radici. Abiura dopo abiura non è rimasto loro che essere omologati; chi l'ha fatto per il vitalizio, chi perché "tiene famiglia", chi perché altrimenti inabile a svolgere qualsiasi altra professione. E così la destra non è più rappresentata nel parlamento italiano e gli elettori di destra evitano accuratamente le urne.
Sembra passato un secolo da quando Pinuccio Tatarella, vice-presidente del consiglio nel primo governo Berlusconi, metteva in imbarazzo i tecnocrati europei che si rifiutavano di stringergli la mano e rafforzava in noi lo spirito di appartenenza. Oggi non c'è più nessuno in grado di farci provare quello stesso orgoglio.
Vedevamo in certe manovre delle forze politiche più rappresentative il disegno di resuscitare una nuova "balena bianca", un corpaccione molle e deideologizzato all'interno del quale le differenze si annullano, i contrasti si mediano, i conflitti si scongiurano. Una democrazia cristiana del terzo millennio, che gestisca l'esistente senza scossoni, senza disturbare i poteri cosiddetti occulti e che tenga ai margini della vita istituzionale del paese sia la destra che la sinistra. Quelle ali, cioè, che pur non essendo più estreme da decenni, rappresentano, con il loro residuo carico di "rivoluzione", l'alibi alle peggiori spinte accentratrici verso i porti sicuri della conservazione.
In questo scenario si colloca la "demissinizzazione" del parlamento e dell'esecutivo iniziata con la follia di Fini e portata a compimento con le ultime elezioni. Gli eletti del PdL provenienti dall'area ex aenne, sia alla camera che al senato, si contano sulle dita di una mano. Aggiungendoci lo sparuto gruppetto dei Fratelli d'Italia non arriviamo alla ventina. Una ben misera fine per chi appena dieci anni fa raccoglieva il quindici percento dei voti, eleggeva centinaia di parlamentari e forniva al governo quattro o cinque ministri. Una fine che solo in parte può essere imputata all'eutanasia della destra eseguita da Fini con il silenzio-assenso di quasi tutto il partito, ma che ha avuto inizio quando gli ex missini baciati in fronte da un insperato consenso (e da agognate fortune personali) si sono messi di buona lena a recidere le proprie radici. Abiura dopo abiura non è rimasto loro che essere omologati; chi l'ha fatto per il vitalizio, chi perché "tiene famiglia", chi perché altrimenti inabile a svolgere qualsiasi altra professione. E così la destra non è più rappresentata nel parlamento italiano e gli elettori di destra evitano accuratamente le urne.
Sembra passato un secolo da quando Pinuccio Tatarella, vice-presidente del consiglio nel primo governo Berlusconi, metteva in imbarazzo i tecnocrati europei che si rifiutavano di stringergli la mano e rafforzava in noi lo spirito di appartenenza. Oggi non c'è più nessuno in grado di farci provare quello stesso orgoglio.
24 aprile 2013
Addio a Teodoro Buontempo. Se ne va un altro pezzo della nostra storia.
Il Cerchio ti ricorda con questa bella immagine che ti ritrae significativamente accanto a Luciano Laffranco, un'altra delle guide che hanno segnato la nostra giovinezza, e che rafforza il rimpianto per quella destra alla quale abbiamo dedicato la nostra vita e che oggi non esiste più.
19 aprile 2013
Qui rinale.
Siamo alla follia. Alla manifesta sindrome di schizofrenia.
Ci è toccato di vedere un autorevole esponente del PD, candidato dagli organi decisionali interni alla presidenza della repubblica, impallinato dai grandi elettori del suo stesso partito. Schifati da tale designazione manco si fosse trattato, che so, di Dell'Utri. Mentre abbiamo visto i parlamentari del centrodestra, compatti, riversare entusiasti i propri voti sul poveretto manco si fosse trattato, che so, di Berlusconi.
Ci è toccato vedere elettori e iscritti del PD in piazza mobilitarsi contro l'elezione di uno dei loro alla carica più alta del Paese. Alcuni iscritti di antica data, in un agitar di cateteri e digrignar di dentiere, minacciare di bruciare la tessera. Dimentichi del fatto che a quei tempi là, ciò che decideva il partito e il suo segretario era legge e non si discuteva.
Abbiamo visto giovani parlamentari del PD - nominati, non eletti - farsi pubblico vanto di aver contravvenuto le disposizioni del partito che ha regalato loro l'accesso alla tanto agognata casta.
Perché è evidente che per tutti quelli che si sono abbeverati alla fonte dell'odio negli ultimi vent'anni, l'obbiettivo non è quello di indicare un presidente della repubblica di alto profilo in grado di raccogliere il massimo dei consensi e di condivisione. No, l'importante è eleggere un presidente che stronchi Berlusconi, che sia dichiaratamente suo nemico, che lo tolga dalle future competizioni elettorali. Tanto per ricordare a tutti che la discriminante nei confronti della gente di centrodestra non è politica, ma bensì antropologica. "Non siam mica tutti uguali" ha tuonato Bersani in una delle sue ultime apparizioni come leader del PD, rispolverando l'innato complesso di superiorità della sinistra. Una sinistra che come sempre vuole il potere anche senza avere i voti. Col Caimano? Mai! Con Grillo? Piuttosto la morte! Fateci governare, voi dateci solo i voti in parlamento e non ci rompete i coglioni!
E in questo desolante scenario dal centrodestra non è arrivata manco l'indicazione di un candidato di bandiera. Il vuoto assoluto. Come se non esistesse nell'area culturale e politica di riferimento nessuno all'altezza di personaggi del calibro di Marini o di Rodotà.
E allora prepariamoci con rassegnazione alla presidenza Prodi, un uomo salutato dalla standing ovation dei grandi elettori del PD, osannato dai grillini anti-euro e anticasta, dai renziani rottamatori a corrente alternata, dai rifondatori comunisti che già una volta l'hanno sfiduciato e da tutti i tifosi della curva che gli chiedono solo di abbattere il cavaliere.
Con buona pace dell'Italia vera, degli italiani e della loro drammatica situazione.
25 marzo 2013
Una strada per Danilo Michelacci.

Vediamo se l'inconcludente esperienza dell'amministrazione di centro-destra del comune di Prato troverà, in questo ultimo anno di legislatura, il modo di lasciare una traccia del suo passaggio.
Noi, a distanza di undici anni, torniamo a rivolgere un appello all'amministrazione affinché dedichi una strada cittadina alla memoria di Danilo Michelacci, storico esponente della destra pratese.
Molti oggi si trovano a ricoprire importanti incarichi nella vita pubblica cittadina anche grazie all'opera e al lascito morale ed etico di uomini come Danilo Michelacci.
Celebrarne la memoria, a un quarto di secolo dalla scomparsa, sarebbe un minimo e doveroso passo verso il riconoscimento dell'attività politica che Danilo portò avanti con coraggio, rigore e coerenza.
Danilo Michelacci fu il primo consigliere comunale missino di Prato dal 1951 al 1956. Sucessivamente rieletto nel 1970 restò in carica fino alla scomparsa nel 1989.
Di seguito la copia dell'articolo pubblicato nell'Aprile del 2002 sul bollettino di Alleanza Nazionale "Confini".
12 marzo 2013
Strade.
La commissione toponomastica del comune di Prato ha respinto
la proposta di intitolazione di una strada cittadina al segretario nazionale
del MSI, Giorgio Almirante, uno dei principali protagonisti della politica
italiana del secolo scorso. Abbiamo letto le risibili argomentazioni con le
quali il presidente assessore Caverni ha rigettato la richiesta ufficialmente
presentata dal consigliere comunale Giancarlo Auzzi, tra le quali merita di
essere segnalata quella relativa a una presunta parità di trattamento con altri
personaggi della storia recente. In fondo, dice l’assessore, a Prato non c’è
neanche via Palmiro Togliatti. La stupidaggine di questa affermazione non
meriterebbe neanche un commento, ma facciamo uno sforzo sperando che
l’assessore riesca a capire che il paragone, vano tentativo di par condicio,
non ci incastra un tubo. Più calzante sarebbe equiparare il personaggio
Almirante ad un altro personaggio che invece la toponomastica ha, giustamente,
accolto: Enrico Berlinguer, o, perché no, Alcide De Gasperi. Troppa grazia per
le truppe ex democristiane, ex socialiste, ex vattelappesca che amministrano –
si fa per dire – l’unico comune capoluogo della Toscana in nome e per conto del
centrodestra?
Invano abbiamo sperato che la fine del monopolio di sinistra
sulla città producesse effetti positivi sulla vita dei pratesi. La
pressappochezza con cui i nuovi amministratori hanno gestito la cosa pubblica
ha fatto rimpiangere ai più i tempi bui delle giunte comuniste, almeno loro
qualche esperienza amministrativa la potevano vantare. Qui invece i debuttanti
sono stati proprio allo sbaraglio.
Ma quello che non c’è stato è il cambio di passo a livello
culturale e, Dio ce ne scampi, ideologico.
La società si cambia anche, se non soprattutto, con
provvedimenti di forte impatto simbolico e a costo zero. Come quello di
celebrare, quando si può, i propri miti fondanti.
Ma questa è la giunta che ha patrocinato il concerto dei 99
Posse, formazione pseudo-musicale dei centri sociali napoletani e punta di
diamante del più becero e violento antifascismo.
Questo è il consiglio comunale dove, allo scadere dei
canonici dieci anni dalla scomparsa, nessuno dei consiglieri di Alleanza Nazionale
osò mai presentare la richiesta di dedicare una via al leader del partito dal
quale la stessa scaturì. Abbiamo dovuto aspettare più di vent’anni e un
consigliere di “Prato Libera e Sicura” al quale va comunque il nostro pubblico
ringraziamento per aver colmato almeno questa lacuna. Una lacuna che ancora
invece sovrasta la memoria di Danilo Michelacci, per quasi trent’anni
consigliere comunale pratese del MSI, figura universalmente tributata di
rispetto e stima e per il quale, caro assessore Caverni, non vale nemmeno
l’alibi di non essere personaggio di interesse “locale”. Un gigante,
quell’unico consigliere d’opposizione in tempi straordinariamente difficili,
che lei non può neanche immaginare.
11 marzo 2013
Sovversivi del terzo millennio.
A nostro parere, per
contestualizzare in modo corretto le vicende della politica pratese di questi
giorni, è necessario ricordare seppur brevemente l'esito del voto che, nel
Comune di Prato, dalle amministrative del 2009 alle politiche del 2013, ha
visto il centrodestra passare da 43.050 a 22.480 voti,
rispetto al centrosinistra passato invece da 46.636 voti del
2009 ai 42.028 voti del 2013.
Con questa premessa - oltre
20.000 voti persi dal centrodestra in tre anni e mezzo contro i
"soli" 6.600 voti persi dal centrosinistra - capiamo bene le
preoccupazioni del Sindaco, ma, allo stesso tempo, non riteniamo (e tanto meno
accettiamo) che, come forse qualcuno vorrebbe, debbano esserci addossate
responsabilità, proprio a noi che, nel PDL, per una politica
più vicina alla cittadinanza ci siamo battuti fino allo stremo, tanto
eravamo consapevoli di aver registrato, già in fase congressuale, un
progressivo calo del consenso della compagine del governo cittadino.
Proprio alla luce di ciò, di insolita stranezza, appaiono alcune dichiarazioni di
questi giorni rilasciate dal Sindaco e
da autorevoli esponenti del centrodestra pratese che, con insistenza, lascerebbero intendere che le
posizioni assunte dagli Indipendenti per Prato in Consiglio Comunale abbiano
intenti eversivi se non addirittura
sovversivi, fino all'esser
prossime ad arrivare alle estreme
conseguenze: ossia quelle di determinare la sfiducia al Sindaco e la
conseguente fine anticipata della legislatura.
Chiariamo il concetto ancora
e, speriamo, una volta per tutte:
il nostro unico interesse
sono le scelte politiche che dovranno essere
fatte da qui fino al termine della legislatura che, per quanto ci
riguarda, vedrà la sua naturale scadenza di fine mandato. È verso la politica e verso
quello che noi crediamo sia il bene della nostra città a cui
rivolgeremo la nostra attenzione e la nostra azione. Quella che i
cittadini ci hanno consegnato nel 2009 è
una responsabilità e un'occasione
che non vogliamo perdere semplicemente con scelte
fatte "per partito preso". Per noi è finita l’era
delle contrapposizioni. Abbiamo deciso ormai da tempo di dare importanza solo ai contenuti,
lasciando ad altri le dinamiche equilibriste e
i furbeschi tatticismi della "vecchia"
politica.
Questo il comunicato stampa degli "Indipendenti per Prato". Che dire? Il PdL continua a ballare sul Titanic e l'unica cosa che riesce a fare è mettere sotto processo quattro mozzi che urlano di preparare le scialuppe...
Però, via, che sovversivi! Nell'epoca del moderatismo assoluto, del politicamente corretto, ogni sussurro sembra un boato.
Per noi, a dire il vero, vale la regola che se non ti riconosci più nel partito che ti ha fatto eleggere, lasci il partito ma lasci anche la carica elettiva. Ma noi siamo di vecchia scuola. Dei tempi in cui c'era il bianco e il nero. Oggi le sfumature sembrano infinite. Quindi può capitare che alcuni si rendano conto che le "radiose giornate" del centrodestra non hanno cambiato minimamente la vita di Prato e dei pratesi, ma anziché sfasciare tutto, da veri sovversivi, sognano un improbabile risveglio dell'amministrazione e una riconferma di questa fallimentare esperienza.
26 febbraio 2013
Funere mersit acerbo.
Diciamolo: questa campagna elettorale noiosa e
insignificante si è conclusa col botto. Un risultato al foto-finish degno delle
migliori sceneggiature di suspence. Una dura prova per le coronarie del povero
Bersani, che adesso deve fare i conti con la cronica incapacità della sinistra
di vincere in maniera netta le elezioni politiche. Forse, o per meglio dire
sicuramente, per il semplice motivo che in Italia la sinistra è storicamente, culturalmente,
numericamente e oseremmo dire antropologicamente minoritaria. Non che la destra
se la passi meglio, intendiamoci, ma da questa parte c’è almeno la causa tangibile della cervellotica
frammentazione di un’area che, se coesa, potrebbe tranquillamente
rappresentare, anche in termini elettorali, un significativo serbatoio ideale e
programmatico. Una sorta di élite dei valori, un baluardo di onestà, competenza
e giustizia sociale di cui si avverte da troppo tempo la mancanza. E invece la
smodata ambizione di tanti piccoli leader, di tanti “ducetti in sedicesimo”, fa
sì che una volta si regalino voti alla lega, una volta a Grillo o a Giannino e
in pratica la vittoria a un centrosinistra in caduta libera.
La situazione è talmente ingarbugliata che neanche i più
ottimisti addetti ai lavori azzardano soluzioni praticabili. A dimostrazione di
quel che da tempo andiamo ripetendo, ossia che tutto l’agitarsi delle forze
politiche è pura e semplice esercitazione di stile e che a sancire l’inutilità
del voto sarà, ancora, una conclusione extra parlamentare della crisi politica.
Rimane, ci sia concesso, una impagabile soddisfazione:
quella della trombatura di certi ignobili personaggi che infestavano il
parlamento. Uno in particolare, l’uomo di Montecarlo, il cognato di Tulliani,
colui che ha smantellato la destra italiana e il suo patrimonio di sacrifici,
di sangue e di testimonianza. Ciò che non furono in grado di fare i
ciellenisti, i comunisti, i brigatisti, certi magistrati, quasi tutta la stampa
e l’opinione pubblica antifascista, è riuscito, nell’arco di tre lustri, a quel
tipo segaligno che entrò nel MSI perché voleva vedere il film “Berretti verdi”.
E che mise se stesso e la sua vanagloria al di sopra di tutto e di tutti.
Seppur tardiva la fine che spetta ai traditori ha reso anche a noi un po' di giustizia e di buon umore.
21 febbraio 2013
Bagatelle per un voto.
di Patrizio Giugni
Non ho nulla di speciale contro chi andrà a votare per il PdL ed i suoi
miseri alleati. Perché
elettori, voglio dire perché semplicemente poveri diavoli come noi, tutti
bipedi alla ricerca di un partito da votare. Non mi danno nessun fastidio: un
elettore pidiellino vale forse un elettore del centro-sinistra, in parità di un
grillino, di un “rivoluzionario”.
Ma è contro i personaggi presenti nelle liste del PdL che mi
rivolto, che divento cattivo, che ribollisco sino in fondo all’anima. Sono
contro questi personaggi atoni e svuotati di valori, sono contro la cupezza di
un’esistenza ridotta alla sua mera scansione fisiologica di ottenere e
mantenere privilegi immeritati. Solo anticonformismo il nostro? La storia della
politica di questi anni parlerà anche il linguaggio di chi si asterrà dal voto.
La storia si scrive non con l’andare controcorrente solo per il gusto di
andarci, ma per la consapevolezza di un compito ben preciso di fronte ai propri
simili: quello di dire e dimostrare la verità senza veli, nella sua crudezza,
nel suo nulla riempito di
cadaveri, di guerre e fallimenti politici che si vogliono dimenticare o
nascondere. A noi, non resta che
far sì che la memoria, la nostra memoria, sia qualcosa di più di una pur alta
letteratura e poesia: sia testimonianza che dia adito ed energia alla nostra
ostinazione, alla nostra volontà di raccogliere gli sparsi resti di una
speranza e di un sogno mai sopiti, che non sarà la falsa onnipotenza delle
forze di questa epoca marcia ad impedirci di far risorgere dalle ceneri fino a
farla diventare vittoria.
20 febbraio 2013
...e a proposito di voto.
Ci risiamo. Puntuali come un’imposta di bollo ad ogni
campagna elettorale tanti vecchi “camerati” si preoccupano, si fa per dire,
delle mie intenzioni di voto. Probabilmente è già fin troppo nota la mia scelta
di non recarmi, da svariati anni, alle urne. E pare incredibile ma ogni volta,
a detta dei “camerati”, è una questione essenziale, di vita o di morte. Beati loro che ancora credono che i
“ludi cartacei” servano a qualcosa. Che ogni volta si prodigano a costruire
dighe, a fare fronte, a gettare ponti, a svoltare epocalmente…
Io, serenamente, mi lascio affascinare dallo spettacolo di
tanto frenetico movimento e, in particolare, dalla diaspora ex-missina. Un
patrimonio, quello missino, che in molti vorrebbero spendere come unici eredi
testamentari, salvo poi rinnegarlo ad elezioni passate.
Quindi, ribadito per l’ennesima volta che quella del
Movimento Sociale è stata un’esperienza unica e irripetibile, perché non ci
sono più quei tempi storici, perché non ci sono più i partiti di quei tempi e
soprattutto non ci sono più gli Uomini politici di allora, diamo un’occhiata a
questa diaspora e vediamo se c’è qualcosa di appetibile. Qualcosa che ti faccia
alzare domenica mattina, cercare la tessera elettorale ammuffita, un documento
di identità e metterti in coda al seggio.
In teoria dovrei avere vecchi “camerati” in queste liste:
Popolo della Libertà, La Destra, Fratelli d’Italia, Fiamma Tricolore, Forza
Nuova, Casapound e finanche Futuro e Libertà.
Sempre in teoria direi che di queste liste l’unica in grado
di eleggere parlamentari in Toscana sia quella del Berlusca. Oddio, già il
porcellum non è proprio quello strumento in grado di farti correre alla sezione
elettorale di competenza, se poi significa far eleggere dei volti nuovi come
Altero Matteoli e delle donne di comprovata capacità e competenza come Monica
Faenzi, allora si capisce bene perché difficilmente domenica prossima uscirò di casa.
06 febbraio 2013
A proposito di voto utile...
Si fa un gran parlare in questi giorni di noiosa campagna elettorale del cosiddetto "voto utile". Si susseguono i richiami, dall'uno e dall'altro schieramento, a non disperdere il voto destinandolo alle formazioni politiche più piccole e a concentrarlo invece sui partiti accreditati di maggiori consensi. A parte il fatto che questa è, con tutta evidenza, una vera e propria bufala anche dal punto di vista strettamente aritmetico, viene da chiedersi che senso abbia affrontare il voto con la formula delle coalizioni e poi "cannibalizzare" consensi al proprio interno anziché cercarne di nuovi. Così come risulta poco comprensibile la disponibilità dei partiti minori a farsi quotidianamente prendere a pesci in faccia dai capi-coalizione, diciamo dai "soci di maggioranza".
Non entreremo nel merito dei meccanismi tecnici che smentirebbero questi continui richiami al voto utile ma spendiamo volentieri qualche parola per esprimere seri dubbi sull'utilità del voto.
Il centrodestra aveva nel parlamento uscente una maggioranza, scaturita dal voto del 2008, larga come non mai, eppure da oltre un anno abbiamo un governo "tecnico" di incompetenti non votato da nessuno. Che fine ha fatto quel voto del 2008? Che utilità ha avuto la massima espressione democratica della volontà popolare? Più o meno zero.
Allora davvero c'è ancora chi si illude che il voto serva a qualcosa? Quando con manovre interne più o meno occulte, magari comprando qualche pezzente di parlamentare disposto a cambiare casacca o, più pesantemente con operazioni eterodirette, dal Bilderberg, da Goldman Sachs, dalla Merkel, dai "mercati" ecc. ecc., si rovesciano le scelte dei popoli?
"Il voto? Dài, abbiamo scherzato. Tornate ad azzuffarvi. La politica e l'economia sono cose serie..."
Non entreremo nel merito dei meccanismi tecnici che smentirebbero questi continui richiami al voto utile ma spendiamo volentieri qualche parola per esprimere seri dubbi sull'utilità del voto.
Il centrodestra aveva nel parlamento uscente una maggioranza, scaturita dal voto del 2008, larga come non mai, eppure da oltre un anno abbiamo un governo "tecnico" di incompetenti non votato da nessuno. Che fine ha fatto quel voto del 2008? Che utilità ha avuto la massima espressione democratica della volontà popolare? Più o meno zero.
Allora davvero c'è ancora chi si illude che il voto serva a qualcosa? Quando con manovre interne più o meno occulte, magari comprando qualche pezzente di parlamentare disposto a cambiare casacca o, più pesantemente con operazioni eterodirette, dal Bilderberg, da Goldman Sachs, dalla Merkel, dai "mercati" ecc. ecc., si rovesciano le scelte dei popoli?
"Il voto? Dài, abbiamo scherzato. Tornate ad azzuffarvi. La politica e l'economia sono cose serie..."
22 gennaio 2013
Siamo tutti ex qualcosa.
Finalmente è ufficiale: Riccardo Migliori è un ex deputato della Repubblica. Dopo qualche decennio trascorso a spadroneggiare nella destra toscana e a decidere le sorti elettorali altrui, anche lui subisce lo stesso trattamento. E subito si dimette dagli incarichi di partito diventando anche l'ex vice-coordinatore regionale del PdL. Lo fa, dice, non a causa della mancata ricandidatura, ma perché in Toscana gli ex aenne sarebbero stati troppo penalizzati. Quando si dice la nobiltà d'animo unita ad una pura e solare dedizione ai principi e mai agli interessi personali...
Ora, verrebbe da ricordargli che l'ex ministro Altero Matteoli è praticamente candidato capolista per il Senato e che il suddetto è, per l'appunto un ex aenne. Niente male come penalizzazione. La stessa che è toccata a Maurizio Bianconi, ex voce fuori dal coro, costantemente critico nei confronti del sostegno bipartisan al governo Monti, prodigo di contumelie nei confronti del PdL e dello stesso Berlusconi e prontamente "tacitato" da una candidatura ad alto tasso di eleggibilità.
Caro Migliori, può anche capitare che dopo trenta anni passati sugli scranni del consiglio regionale e della camera dei deputati, si debba fare spazio ad altri. Quello che non dovrebbe capitare è che tutto questo tempo non lasci nessun segno tangibile del proprio passaggio. Ed è esattamente questo ciò che ti rimproveriamo: non c'è traccia di un qualsivoglia "lascito" della tua attività parlamentare regionale e nazionale a favore dei vari partiti dai quali avevi ricevuto il mandato. Non una sezione aperta, né un circolo, nessun interesse a favorire la crescita di una nuova classe dirigente, nessun impiego di risorse. Solo tanta "bravura" e tanta autostima. Esperienza e capacità, certo, ma sempre a proprio uso e consumo e mai a vantaggio del partito.
Siamo stati ex fascisti, poi, sciaguratamente, ci costringeste ad essere ex missini per poi diventare ex aenne; chi come me perché si rese conto che quella non era aria, chi come te in una triste sera in cui il padrone salì sul predellino di un'automobile...
Adesso tanti ex camerati sono in più anche ex pidielle e ancora si affannano a trovare il loro posto nel mondo. O il loro posto in lista.
Noi, distaccati ma curiosi, aspettiamo la prossima metamorfosi. C'è sempre tempo per diventare ex qualcosa.
Ora, verrebbe da ricordargli che l'ex ministro Altero Matteoli è praticamente candidato capolista per il Senato e che il suddetto è, per l'appunto un ex aenne. Niente male come penalizzazione. La stessa che è toccata a Maurizio Bianconi, ex voce fuori dal coro, costantemente critico nei confronti del sostegno bipartisan al governo Monti, prodigo di contumelie nei confronti del PdL e dello stesso Berlusconi e prontamente "tacitato" da una candidatura ad alto tasso di eleggibilità.
Caro Migliori, può anche capitare che dopo trenta anni passati sugli scranni del consiglio regionale e della camera dei deputati, si debba fare spazio ad altri. Quello che non dovrebbe capitare è che tutto questo tempo non lasci nessun segno tangibile del proprio passaggio. Ed è esattamente questo ciò che ti rimproveriamo: non c'è traccia di un qualsivoglia "lascito" della tua attività parlamentare regionale e nazionale a favore dei vari partiti dai quali avevi ricevuto il mandato. Non una sezione aperta, né un circolo, nessun interesse a favorire la crescita di una nuova classe dirigente, nessun impiego di risorse. Solo tanta "bravura" e tanta autostima. Esperienza e capacità, certo, ma sempre a proprio uso e consumo e mai a vantaggio del partito.
Siamo stati ex fascisti, poi, sciaguratamente, ci costringeste ad essere ex missini per poi diventare ex aenne; chi come me perché si rese conto che quella non era aria, chi come te in una triste sera in cui il padrone salì sul predellino di un'automobile...
Adesso tanti ex camerati sono in più anche ex pidielle e ancora si affannano a trovare il loro posto nel mondo. O il loro posto in lista.
Noi, distaccati ma curiosi, aspettiamo la prossima metamorfosi. C'è sempre tempo per diventare ex qualcosa.
09 gennaio 2013
Fini e Casini: due contorni, mai un primo...
di Marcello Veneziani
Per una vita, e per una repubblica, Fini e Casini soffrirono il ruolo di paggetti a fianco a Berlusconi. Non sopportavano di essere secondi e terzi, inchiodati dalle loro personalità e dalla consistenza dei loro partiti. Subirono l'Ego straripante di Berlusconi, loro che avevano pensato - come il gatto e la volpe - d'intortarlo, lui ricco ma sprovveduto di politica. Poi Casini, dopo aver remato contro per un po', si ammutinò e si mise in proprio. Fini restò ancora accucciato, ma poi avuto l'osso, la presidenza della Camera, cominciò ad abbaiare. E anziché aspettare il suo turno, che sarebbe venuto proprio adesso, di guidare il centrodestra, sbroccò e fece sbroccare pure il Cav. Fini e Casini godettero del tifo di giornali e potentati, ma non cavarono un ragno dal buco, al più trascinarono nel gorgo della dissoluzione tutto il centrodestra.
Ora i due levrieri si sono di nuovo accucciati ai piedi del nuovo Tutore, il prof. Monti, e come allora pensano di intortarlo, spremendolo e poi buttandolo via. Ma quando si è passata una vita a seguire qualcuno - Forlani o Almirante/Tatarella, e poi insieme Berlusconi - la seconda vita è la ripetizione farsesca della prima. A sessant'anni suonati o incipienti si ritrovano l'uno senza più il capiente ombrello democristiano e centrista come riparo, l'altro senza i voti e la popolarità ma con l'odio della destra, riassunti nel ruolo di body-guard di Monti, a sua volta segugio di altre sovranità. L'eterna pubertà di Pierfurbo e Gianfalso; una vita da insalate di contorno.
17 dicembre 2012
Tutti uniti, separatamente.
Si parlava della diaspora ex-missina in seguito alla probabile ristrutturazione di quello che fu il partito di Berlusconi. Di come la destra italiana soffra di questa strana sindrome per la quale non sarà mai possibile un fronte unico ed unitario di chi si oppone, culturalmente in primis, alla accozzaglia antifascista.
Postiamo un passo dell'interessante articolo di Gabriele Adinolfi che analizza una prima parte del tema: la polverizzazione della galassia ex Alleanza Nazionale.
"Di qui si può agevolmente comprendere sia l'implosione del soggetto post-missino che sembra essersi spaccato in sei parti, sia l'assenza di prospettive a medio termine per ognuno degli spezzoni.
Sei parti abbiamo detto. Una, con Fini, alla volta del laicismo progressista, una con Alemanno all'inseguimento di Cl e della nuova Dc con tanto di “Fondazione De Gasperi”, una con La Russa e Gasparri che provano a riproporre An riverniciata, una con Storace che cerca di saldare il nostalgismo di An e quello del Msi, una con Matteoli che gioca ancora la carta del populismo berlusconiano, un'ultima affidata alla Meloni che vorrebbe dare al centrodestra una svolta rottamatoria alla Renzi.
Non ci vuole un politologo e neppure un astrologo per stabilire che questi progetti altalenanti e in quotidiana revisione non hanno un filo conduttore, sono senza prospettive chiare e al massimo consentiranno a componenti umane (umane, non politiche) di partecipare in ordine sparso a qualche nuova ammucchiata. Ma il capitale politico, lo stesso capitale elettorale, è stato sperperato e l'impressione è che coloro che lo gestivano non se ne siano accorti.
Così gli spezzoni dello stato maggiore sembrano impegnati a contendersi un voto che hanno già perso in gran parte nel momento stesso che non si sono ribellati a Monti e che hanno dilapidato in una porzione ancora maggiore in seguito dimostrandosi così divisi, indecisi e fumosi.
Fanno un affidamento erroneo sui numeri del passato e ne fanno uno corretto ma molto meno cospicuo su quello che vedono intorno a loro, ovvero su quanto di clientelare hanno consolidato (in particolare quelli che puntano alla Dc) o su quanto di strutturato e militante possono vantare (in particolare la componente che fa capo alla Meloni).
Ma l'elettorato dov'è? E in cosa dovrebbe riconoscersi?
Sembra che nessuno se lo sia chiesto, visto che le risposte sono leggere e di pura superficie oltre ad essere molto discutibili sul piano valoriale (primarie, voto di preferenza, ricambio generazionale: insomma un democraticissimo nulla ricalcato sul modulo americano).
Rivolta fiscale? Organizzazione sociale? Risposta economica? Alternativa sistemica? Linea energetica? Svolta geopolitica? Nulla di nulla. Solo interventi di facciata o, al massimo, di comunicazione, che però non differenziano i soggetti post-post-fascisti da nessun altro, per nessuna cosa.
Sono delle proposte uniformi a qualsiasi altro soggetto, indifferenziate e indifferenzianti."
Postiamo un passo dell'interessante articolo di Gabriele Adinolfi che analizza una prima parte del tema: la polverizzazione della galassia ex Alleanza Nazionale.
"Di qui si può agevolmente comprendere sia l'implosione del soggetto post-missino che sembra essersi spaccato in sei parti, sia l'assenza di prospettive a medio termine per ognuno degli spezzoni.
Sei parti abbiamo detto. Una, con Fini, alla volta del laicismo progressista, una con Alemanno all'inseguimento di Cl e della nuova Dc con tanto di “Fondazione De Gasperi”, una con La Russa e Gasparri che provano a riproporre An riverniciata, una con Storace che cerca di saldare il nostalgismo di An e quello del Msi, una con Matteoli che gioca ancora la carta del populismo berlusconiano, un'ultima affidata alla Meloni che vorrebbe dare al centrodestra una svolta rottamatoria alla Renzi.
Non ci vuole un politologo e neppure un astrologo per stabilire che questi progetti altalenanti e in quotidiana revisione non hanno un filo conduttore, sono senza prospettive chiare e al massimo consentiranno a componenti umane (umane, non politiche) di partecipare in ordine sparso a qualche nuova ammucchiata. Ma il capitale politico, lo stesso capitale elettorale, è stato sperperato e l'impressione è che coloro che lo gestivano non se ne siano accorti.
Così gli spezzoni dello stato maggiore sembrano impegnati a contendersi un voto che hanno già perso in gran parte nel momento stesso che non si sono ribellati a Monti e che hanno dilapidato in una porzione ancora maggiore in seguito dimostrandosi così divisi, indecisi e fumosi.
Fanno un affidamento erroneo sui numeri del passato e ne fanno uno corretto ma molto meno cospicuo su quello che vedono intorno a loro, ovvero su quanto di clientelare hanno consolidato (in particolare quelli che puntano alla Dc) o su quanto di strutturato e militante possono vantare (in particolare la componente che fa capo alla Meloni).
Ma l'elettorato dov'è? E in cosa dovrebbe riconoscersi?
Sembra che nessuno se lo sia chiesto, visto che le risposte sono leggere e di pura superficie oltre ad essere molto discutibili sul piano valoriale (primarie, voto di preferenza, ricambio generazionale: insomma un democraticissimo nulla ricalcato sul modulo americano).
Rivolta fiscale? Organizzazione sociale? Risposta economica? Alternativa sistemica? Linea energetica? Svolta geopolitica? Nulla di nulla. Solo interventi di facciata o, al massimo, di comunicazione, che però non differenziano i soggetti post-post-fascisti da nessun altro, per nessuna cosa.
Sono delle proposte uniformi a qualsiasi altro soggetto, indifferenziate e indifferenzianti."
27 novembre 2012
Indietro tutta!
Così il cerchio si chiude. Berlusconi chiede a La Russa di
fare un partito di destra con Storace. (forse l’ha confuso con Allegri e gli
detta la formazione…) Ora, a parte che Storace il suo partito già ce l’ha e
quindi sarebbero semmai La Russa e soci a chiedere di entrarci, si compie
quello che, modestamente, diciamo da anni: la nascita del PdL è stata una
mostruosa operazione di bio-ingegneria politica. L’esperimento cervellotico di
un deus ex machina impazzito che ha creduto di poter creare un partito così
come si crea una azienda qualunque. Senza storia, senza ideali, senza valori e
senza identità. Un fallimento del quale il principale responsabile, Berlusconi,
non sarà mai chiamato a rispondere. Anzi, con la solita protervia imputa a
tutti gli “altri” la crisi del centrodestra e rilancia uno scenario
pre-predellino. Demenza senile. C’erano già due partiti che costituivano
l’ossatura della maggioranza di centrodestra e che raccoglievano più del
quaranta percento dei voti. Un capitale dilapidato che difficilmente potrà
essere recuperato con improbabili ri-edizioni. Perché alla fuga dalle urne
degli elettori “moderati” hanno contribuito diversi fattori: il rivoltante
spettacolo dei festini di Arcore e dei bunga-bunga, l’emersione continua e
desolante dei Fiorito di ogni latitudine che sguazzavano nei privilegi e nelle
ruberie, una casta di nominati dedita alle peggiori pratiche della prima
repubblica, la evidente e conclamata incapacità di governare e di cambiare il
paese, ma soprattutto l’aver consentito e favorito, anche a causa delle
pratiche di cui sopra, la nascita del governo Monti. Il più odiato dagli
italiani, ai quali importa una sega se ha costituito una sospensione della
democrazia o una sorta di golpe, ma ai quali frega e parecchio di esser stati massacrati con l’assenso o tuttalpiù
il silenzio di chi avrebbe dovuto rappresentarli e difenderli. La classe media,
la piccola imprenditoria, le fasce sociali più deboli, tutto l’elettorato
autenticamente non di sinistra protagonista di quella grande stagione di
rinnovamento e di speranza che portò il cavaliere al governo, ha già dato. Il
risultato è questo: niente rinnovamento, niente più speranza e tra pochi mesi
la sinistra al governo. Difficile che i delusi del centrodestra tornino a dare
fiducia agli stessi soggetti che in pochi anni hanno cambiato così in peggio la
loro vita.
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