17 novembre 2009

Se Prato ricorda Danilo Michelacci.

In occasione della visita di Gianfranco Fini al consiglio comunale di Prato riunito in seduta straordinaria, Maurizio Bettazzi, che del consiglio comunale è il presidente, ha ricordato nel suo intervento Danilo Michelacci, storico consigliere del Movimento Sociale. Da quanto abbiamo appreso dai resoconti della stampa, Bettazzi ha voluto stigmatizzare l'inciviltà dell'emarginazione cui le forze egemoni della sinistra sottoponevano Danilo negli anni duri e difficili delle ideologie. Vogliamo ringraziare Bettazzi per questo sasso lanciato nello stagno della memoria, ma ci teniamo anche a rassicurarlo, per aver vissuto sulla nostra pelle le stesse vicissitudini, che l'emarginazione patita ad opera della sinistra era, all'epoca, l'ultima delle nostre preoccupazioni. Semmai il fatto che i comunisti abbandonassero l'aula ad ogni nostro intervento, era motivo di orgoglio e di soddisfazione. Una piccola medaglietta al valore. Il nostro.
Non sappiamo, invece, che effetto avrebbe potuto fare al nostro Michelacci, fascista di provata fede, reduce dai campi di prigionia americani di Hereford, assistere alla riunione di quel consiglio comunale pieno di antifascisti e di massoni, dal quale è stato bandito da tempo ogni riferimento a quelli che furono i suoi ideali.
Non possiamo saperlo perché sono vent'anni che ci manca. Ma noi che siamo ormai gli ultimi che hanno avuto la fortuna e il privilegio di essergli stati camerati e discepoli, possiamo tranquillamente immaginare che avrebbe, fascisticamente, preso qualcuno a calci in culo.


(clicca sul titolo, vai a pag. 2200)
.
.
.

24 settembre 2009

Alemanno contro Casapound.



dal Corriere della Sera.

Alle 19 la fiaccolata anti-razzismo. Alemanno contro la presenza del centro sociale di destra: inopportuni.

BIPARTISAN - Un corteo che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe vedere in piazza gli interi consigli di Comune, Provincia e Regione, con una folta rappresentanza di assessori, sindacali dalla Cgil all'Ugl, parlamentari romani, ma anche adesioni di testate giornalistiche come quella de Il Secolo d'Italia. Una fiaccolata che dopo le bottiglie incendiare al centro sociale di destra «Gens Romana» vuole anche mostrare le istituzioni unite al di là delle tensioni tra poli perchè Roma non sia nuovamente teatro di scontri ideologici come avvenne negli anni '70.

LA POLEMICA - Ma il clima della vigilia è intaccato dalla polemica tra il sindaco Alemanno e il centro sociale Casapound, dopo che quest'ultimo ha annunciato la sua presenza nel corteo. «Preso atto dell'adesione di Casapound alla fiaccolata - ha detto il sindaco - penso che la loro presenza non sia opportuna e li invito a non partecipare alla manifestazione così da evitare qualsiasi interpretazione sbagliata che possa portare a momenti di tensione». E il presidente dell'Anpi Roma e Lazio Massimo Rendina annuncia: «Pensando alle manifestazioni fasciste che organizzano, mi sembra che questa scelta di Casapound abbia il sapore della provocazione. Se ci saranno loro non ci saremo noi».

IL CENTRO SOCIALE - Da parte del centro sociale arriva la replica: «Abbiamo aderito alla manifestazione perché, lungi dai buonismi di facciata, ne condividiamo filosofia e motivazioni», dice Gianluca Iannone, presidente di Casapound. «Leggiamo tuttavia dichiarazioni di sdegno nei confronti della nostra partecipazione, dichiarazioni che provengono da coloro che si autodefiniscono maestri di tolleranza. Registriamo l'appello del Sindaco di Roma. Ci sembra chiaro da che parte si trovino gli intolleranti. Non parteciperemo più all'evento perché evidentemente ne avevamo frainteso il senso: non dar voce a tutti, ma a coloro che continuano ad attaccare Casapound senza alcun fondamento di verità. È proprio vero che nel mondo degli uguali c'è sempre chi è più uguale degli altri».

22 settembre 2009

Destra e sinistra nell'era Berlusconi.

Questo potrebbe essere un tema interessante per un dibattito se qualche addetto ai lavori si prendesse la briga di organizzarlo. Certo, non deve essere facile per tutti coloro impegnati nell'alacre e sotterraneo spoil system susseguente alla vittoria di Cenni trovare un po' di tempo per parlare di queste bazzecole, ma noi ci proviamo. Consapevoli che termini come destra e sinistra in questa Italia bipolare e tendente al bipartitico trovano difficile collocazione e spesso provocano moti di sdegno nei politologi più raffinati. Ma ciò, bisogna ammettere, lo si deve principalmente a Berlusconi e alla sua "discesa in campo". Un generale "rimescolamento di carte" che ha coinvolto uomini e valori di riferimento, in un quadro dove gli uni e gli altri si sono alternati, compenetrati e confusi. Una vera e propria osmosi che agita costantemente le acque nei due schieramenti e a causa della quale, alla fine, molti soggetti appaiono, onestamente, nella "casella sbagliata".
Per rimanere nell'ambito del nostro microcosmo pratese, non possono non saltare agli occhi alcune situazioni al limite del comico. Alberto Magnolfi, ex vice-sindaco di una giunta PCI-PSI in epoca pre-tangentopoli che in era berlusconiana approda alla presidenza del gruppo regionale del PdL. Una posizione di grande prestigio e di vera e propria leadership della destra locale. Dall'altra parte Antonello Giacomelli che, dai banchi del consiglio, di quella giunta fu acerrimo oppositore. Un democristiano doc, un po' baciapile, parecchio anticomunista. Oggi, deputato PD, è considerato il vero e proprio deus-ex-machina di quello che rimane del vecchio PCI.
Solo due esempi dei tanti che potremmo fare per chiederci e chiedere: e i valori? Possibile che siano così universali da poterseli tranquillamente portare al seguito come valigie? O forse ormai destra e sinistra sono esattamente la stessa cosa e si combattono solo per la gestione del potere? O più semplicemente non esistono più valori che appartengano alla categoria della politica?
Si, daccordo, tutti esercizi di accademia che lasciano il tempo che trovano. Tempo perso. Ma, insomma, tra un rimpasto di giunta, una presidenza e un consiglio d'amministrazione...

11 settembre 2009

Un uomo solo al comando.



Tiene banco in questi giorni la dettagliata cronaca dello “scontro” tra Fini e Berlusconi. Una battaglia che secondo certi opinionisti vicini al centrodestra ha origine nel duopolio imperfetto all’interno del PdL, mentre per molti, interessati, osservatori di sinistra segnerebbe l’inizio della fine dell’era berlusconiana con conseguente apertura di una nuova fase politica.
C’è da dire che solo un pazzo o un ingenuo avrebbe potuto immaginare una situazione di pari dignità in un partito, il PdL, che ha il premier come acclamato e indiscusso presidente e leader. Fini e tutti i suoi boiardi ex-aennini non potevano onestamente pensare di tenere testa non solo al cavaliere, ma neanche allo sconosciuto Verdini, nei momenti decisionali del partito. Che poi, in realtà, corrispondono a ciò che contingentemente passa per la testa di Burlusconi. Senza bisogno di convocare organo dirigenziale alcuno. Perché così si fa nelle aziende, così si tratta con i dipendenti.
Ora Fini, dalla scuola di formazione del PdL a Gubbio, torna a reclamare “più democrazia interna”, toppando ancora almeno un paio di volte. In primo luogo perché se, come sembra, è così calato nel ruolo di super partes che la sua veste istituzionale gli impone, allora non dovrebbe ficcare il naso nelle misere questioni partitiche dei comuni mortali. Se è così convinto di essere ormai un patrimonio della nazione e non già di una parte, lasci queste basse faccende al prode ‘Gnazio o a qualche altro dei suoi ex colonnelli. Infine abbia il buon gusto di non parlare di democrazia interna quando per anni nella sua Alleanza Nazionale chi la chiedeva era, nella migliore delle ipotesi, messo nella condizione di non nuocere o più sovente costretto a fare i bagagli.
Ma del resto quello del bastone del comando è un assillo che ormai ha soltanto Fini. Nel PdL, saldamente al governo del Paese, di molte regioni e ormai anche di tantissime città, tutti gli uomini validi sono in altre faccende affaccendati: occupare posti, spartirsi prebende, costruire clientele, trombare veline, assicurarsi la vecchiaia, ecc. ecc.
Finché c’è Lui che decide per tutti chi ha voglia di perdere tempo con queste sciocchezze?

07 settembre 2009

Chel lì l'è matt!


"Chel lì l’è matt". Non usa mezzi termini il ministro delle Riforme, Umberto Bossi. Mette in un angolo il presidente della Camera, Gianfranco Fini, bocciando la sua proposta di concedere il voto agli immigrati. "Come già riferito a monsignor Bagnasco anche noi vogliamo aiutarli, ma a casa loro - ha spiegato il Senatùr - se questo il presidente Fini non lo capisce è condannato a perdere altri voti" (il Giornale)

Quello che invece non capisce lo scoppiettante Umberto è che il presidente della Camera non può perdere voti. Dopo lo scioglimento di AN, infatti, il prode Gianfranco non ha più un partito da far naufragare e anche la sua collocazione dentro il PdL appare ogni giorno sempre meno percepibile. Per questo Fini esterna a briglia sciolta senza preoccuparsi delle ripercussioni elettorali. Tutto è strumentale alla sua ambizione di candidarsi come prossimo presidente della Repubblica. Se per raggiungere tale scopo, dopo aver rinnegato ideali, storia, tradizioni, babbo e mamma, deve sparare un altro po' di cazzate, cosa volete che sia?

19 luglio 2009

Incontro col comunista.

Chissà se Guido Morselli immaginava, quando scrisse il suo romanzo, uno scenario come quello che si è presentato a noi in questi giorni. Certo non siamo nella Milano degli anni quaranta, non c'è la guerra e non c'è nemmeno il partito comunista clandestino. O quasi. Perché un po' clandestino pareva sentirsi il comunista che abbiamo incontrato noi nelle vie della Prato post-terremoto cenniano. Spaesato, confuso, deluso, ma non sorpreso. Del resto chi come lui non è andato a votare, un po' doveva aspettarsela la vittoria del centrodetra. Chi, come lui, è andato a ingrossare le fila degli astensionisti ha pesantemente contribuito alla vittoria di Cenni. Un astensionismo che ha colpito in prevalenza il candidato della sinistra e che è maturato non già al momento delle elezioni o del ballottaggio, ma molto prima. Già all'indomani dei risultati delle assurde primarie del PD, quando fu certificato che per la prima volta nella storia di Prato, comunque fossero andate a finire le elezioni, il Sindaco non sarebbe stato un ex comunista. Carlesi o Cenni, dice, per me pari sono. Certo, il neo-sindaco si è portato dietro una corte dei miracoli piena di bizzarri personaggi, gente che al nostro comunista non deve proprio restare simpatica, ma chi garantisce che con Carlesi non sarebbe accaduto altrettanto?
Ormai, dice, centrodestra e centrosinistra si assomigliano sempre di più.
Come dargli torto? Noi che da anni andiamo dicendo che ormai c'è un'unica, indistinta marmellata dove programmi, idee e valori si confondono e si sovrappongono. Dove un residuo di discrimine, se c'è, è rappresentato da quello che una volta si usava definire "cultura".
E allora non può non inquietare la nomina di Anna Beltrame come assessore alle politiche culturali pratesi. Possibile, ci chiediamo, che con tutto il patrimonio umano e politico che i partiti della coalizione avevano a disposizione, non ci fosse qualcuno in grado di ricoprire quel ruolo? Che in sessant'anni di dura scuola dell'opposizione non fosse cresciuto in Prato uno straccio di personaggio degno di rappresentare la visione culturale del centrodestra?
O forse anche sul piano della cultura gli uni e gli altri, come dice il nostro compagno, ormai son tutti uguali?

30 giugno 2009

Vaghi Cenni di cambiamento.


di Patrizio Giugni

Chissà a quali giochi giocava Cenni da piccolo? Ho qualche dubbio vista la poliedricità del personaggio in questione, ma sono pronto a scommettere che amava i giochi di società.
A me non ha mai convinto l’immagine de “l’uomo solo al comando” che in questa consultazione elettorale è riuscito a costruirsi con il suo carisma da imprenditore di fama, complice anche l’inconsistenza dei suoi alleati nessuno dei quali riusciva a rubargli la scena.
Già lo vedo arrivare al campetto con il pallone nuovo sottobraccio e dire: “Giochiamo insieme? Sia chiaro però che il pallone è mio e se non mi fate fare il centravanti e calciare i rigori me ne vado e non gioca più nessuno”.
Il politico Cenni ha giocato, da unica punta, con una squadra molto assortita fatta di ex socialisti ed ex democristi come rifinitori, uomini del PdL ed ex alleanzini come difensori e faticatori di fascia.
Una squadra con il regista a tutto campo, l’ex domocrista Borchi, capace di costruirgli gli assist mediatici che, di fatto, lo hanno incoronato primo Sindaco non comunista della rossa Prato.
Gli allestitori di questa squadra hanno capito prima degli altri che bisognava adeguare l’immagine reale a quella percepita attraverso la mediazione dei partiti politici tradizionali, cambiare la “tecnologia” di trasmissione dell’immagine, cambiare il fondotinta, rifare il cerone e la manicure ai sempre-verdi politici nostrani.
Mostrare agli elettori di centro-destra di poter giocare sempre in attacco è stata la scelta vincente dei suoi registi, che puntualmente hanno trovato in questa campagna elettorale schiere di fedelissimi amici e sostenitori “in grembiulino” che hanno incoraggiato e sostenuto la punta nella logica del monologo e dell’azione solitaria, quasi come aspettandosi dai suoi “tiri” la risoluzione a tutti i problemi che angustiano la città.
Il polverone di rivendicazioni, mistificazioni, teatrini e promesse in cui si è svolta questa complessa e allo stesso tempo semplicissima campagna elettorale disvela ancora una volta che forse il merito più grande di Cenni è quello di essersi circondato di amici che lo hanno portato nella Storia pratese.
Sono amicizie apparentemente più innocue di quelle maturate negli anni passati nelle congreghe di partito ma forse ancora più pericolose, avvolgenti e inestricabili.
Il “campionato” è stato vinto, ora il “goleador” dovrà trasformarsi in “selezionatore”.
Il “mercato“ è aperto, auguriamoci che gli ”acquisti” rispondano appieno alle aspettative degli elettori, non relegando in “panchina” coloro che di questa vittoria sono stati compartecipi.
Nulli nocendum: situi vero laeserit, multa dum simili iure (Fedro)

23 giugno 2009

Dentro la Storia.

E così è successo. Prato, la rossa, ha voltato pagina. Una sera di inizio estate, tra canti, gioia e bandiere al vento. Ma anche lacrime. Non dei vinti, che quelli ora non ci interessano, ma di alcuni vincitori. Di quelli che da tanto, troppo tempo aspettavano che il sogno si avverasse. Che in mezzo alla folla festante riandavano con la mente alle immortali parole di Giorgio Almirante: "non dobbiamo pensare possibile, per noi, di toccare con mano il momento conclusivo, il momento carnale della vittoria conquistata, accarezzata, toccata con le mani dello spirito e con quelle del corpo. La nostra generazione non è destinata a tanto, ma è destinata a qualche cosa di più: è destinata a fare il lavoro dell'ape virgiliana, dell'ape operosa e umile che lavora per gli altri e per sé nulla chiede se non la dolcezza del fato che si compie".
Con questo spirito vogliamo ringraziare tutti coloro, e sono stati davvero tanti, che ci hanno pubblicamente detto "questo successo è anche merito vostro". Dove quel "vostro" sta a significare più di una generazione di missini, i cuori neri, i maledetti e gli esclusi, che hanno reso possibile la nascita e la crescita di una alternativa all'egemonia catto-comunista.
Un riconoscimento che accettiamo, nonostante la diversità di vedute su tante cose, purché ci sia consentito di poterlo moralmente estendere a quanti non sono più tra noi e che negli anni, per la buona battaglia, raccogliendo e consegnandoci la fiaccola, hanno camminato al nostro fianco.

12 giugno 2009

Ballottaggio.



di Patrizio Giugni

L’effetto-PDL si allunga anche sul comune di Prato. Favorito o meno dal volto "nuovo" del candidato sindaco Cenni, il partito di Berlusconi ha costretto al ballottaggio la sinistra pratese.
Una notizia che profuma di svolta storica in una città amministrata ininterrottamente dalla sinistra dal ‘46 ad oggi e nella quale nel 2004 Romagnoli, al suo esordio come candidato a sindaco DS aveva fatto man bassa di voti stracciando il candidato del centro-destra Bernocchi al primo turno, con ben 20 punti percentuali di distacco.
Sarà ballottaggio. E non sarà facile per il candidato PD, il 21 e 22 Giugno. Le condizioni sono assolutamente diverse rispetto a cinque anni fa. Conteranno, certamente, i possibili apparentamenti ma anche i voti di coloro che rivedendo la loro posizione di “astensionisti” del primo turno, potrebbero recarsi questa volta alle urne.
Così il fortino dell’amministrazione comunale pratese, roccaforte storica della sinistra, dentro la quale i “democratici” avrebbero voluto resistere per consolidare il potere politico-economico sulla città, non è più, per loro, così sicuro.

08 giugno 2009

La cruda realtà dei numeri.

Ultimato lo spoglio dei voti per il Parlamento europeo, svanisce la favola berlusconiana di un popolo italiano ansioso di ribadire plebiscitariamente il proprio gradimento per la compagine governativa. Si conferma anche che la dissoluzione di AN nel partito di Berlusconi è stata una mera operazione di vertice che la base e soprattutto gli elettori non hanno assolutamente seguito. La svolta antifascista di Fini ha probabilmente garantito la sopravvivenza ai soliti oligarchi ex aennini, ma ha sicuramente dissipato un grande patrimonio ideale, valoriale ed elettorale. Si pensi che a fronte dell'odierno miserello 35 percento del PDL, alle europee del 1994 le sole Forza Italia e Alleanza Nazionale sommavano un buon 43 percento. E senza ancora essere mai state al governo. Senza le chiavi del potere, insomma. Chapeau!

05 giugno 2009

La diaspora.



Pur non avendo il minimo interesse per le prossime elezioni, ci siamo tuttavia fatti incuriosire da una domanda: dove saranno finiti i pezzi grossi pratesi di Alleanza Nazionale ora che il loro partito è stato inglobato in quello di Berlusconi? Ecco un elenco degli ex aennini impegnati a vario livello nei "ludi cartacei" nostrani.





Lista Civica Taiti per Prato
FILIPPO MORETTI

Prato Libera e Sicura
GIANLUCA BINI

Prato Civica
SILVANO AGOSTINELLI

Lega Nord
ALESSANDRO SCANDIUZZI

II Popolo della Libertà
GIANNI CENNI
MAURIZIO BETTAZZI
FULVIO PONZUOLI
GIANCARLO AUZZI
GIANLUCA BANCHELLI
ELENA TEMPESTINI
SILVIO BALDI
MATTEO COCCI
FRANCESCO MUGNAIONI
ANDREA PRIOLO
FILIPPO BERNOCCHI
LUIGI CALVANI
GIACOMO GACCI
ELENA GANUGI
MAURIZIO MARINOZZI
LUIGI AVVANZO
ROBERTO ULIVI
COSIMO ZECCHI

La Destra
MARIA REMEDIOS BESSI
ANDREA CHITI
GIANFRANCO CIAMBELLOTTI
MAURO SCARPITTA
MARIO BRUNI
MARCO SQUILLONI
SEBASTIANO CAMPO

I Socialisti per le Libertà
SALVATORE PIRRONELLO

Lista Civica Rilanciare Montemurlo
LORENZO TRAETTINO

Lista Civica Libera Vernio
MARCO CURCIO

03 giugno 2009

Tien An Men. 4 Giugno 1989



Il 4 Giugno di 20 anni fa il governo comunista cinese ordinò ai carri armati di sparare sugli studenti che si erano radunati in piazza Tien An Men a Pechino per protestare contro la corruzione dei funzionari di governo e per chiedere aperture democratiche e libertà di espressione. Morirono migliaia di ragazzi. Venti anni dopo il governo cinese non ha cambiato idea, e sostiene ancora che quei ragazzi fossero ribelli che stavano mettendo in pericolo la sicurezza e il futuro del paese.
I martiri di Tien An Men in Occidente sono diventati vere e proprie icone di libertà, in particolare uno di loro. Un ragazzo armato di due sacchetti di plastica che si mise davanti a una fila di carri armati impedendone l'avanzata. Quando il tank tentava di voltare a destra, il ragazzo coi sacchetti si spostava a destra. Se il tank si portava sulla sinistra, il ragazzo si spostava a sinistra passandosi i sacchetti di plastica da una mano all'altra. La scena è stata ripresa dalle televisioni di tutto il mondo e da un fotografo americano. E' una delle immagini che hanno segnato il secolo scorso e la storia del comunismo.
Eppure il ragazzo del carro armato è rimasto sconosciuto. Anche la sua fine è ignota anche se, purtroppo, immaginabile. Le foto lo riprendono di schiena, la sua faccia non è riconoscibile. I giornali lo chiamarono "l'uomo del carro armato". La rivista Time lo definì "il ribelle sconosciuto" e lo ha inserito nella lista dei venti più grandi rivoluzionari del XX secolo.

19 aprile 2009

Fascisti in democrazia.

A volte ne incontri qualcuno. Erano pochi prima, sono pochissimi adesso. Sono gli ex missini che hanno aderito al PdL. 'Quanto tempo...', 'Sai, ci manchi...', 'Che vuoi, bisogna prendere atto...', 'Ma io, bada bene, son sempre lo stesso...', 'Io antifascista? Noddavvero!...', e bla, bla, bla.
Che anime belle! Così candidamente in bilico tra passato e avvenire, indecisi se stringerti l'avambraccio o porgerti, più correttamente, la mano. Pacche sulle spalle e un velo di imbarazzo. Ma solo un velo. In fondo non sono loro che hanno invertito la propria rotta politica di centottanta gradi, no, sei tu che non hai capito un cazzo. Che il mondo cambiava mentre tu te ne stavi lì, fermo, a presidiare un fortino pieno di ideali vecchi e moribondi. 'Mi fa schifo solo Fini' ti dice, 'Speriamo che il Cavalieri duri a lungo. Lui è il più fascista di tutti...' E tu che provi a dirgli che sai quanto te ne frega, di lui, di Fini e del cavaliere, ma la smania di autogiustificarsi è più forte di ogni tentativo di tagliar corto. 'L'importante è avere sempre le nostre idee nel cuore!' pontifica l'incauto.
E no! Non basta tenersi le belle idee nel cuore, non basta. Se non ci si adopera perché le idee diventino realtà a che serve qualsiasi tipo di impegno? A che cosa, soprattutto, sono serviti il nostro impegno e i nostri sacrifici? Se bastava coltivare in segreto le nostre convinzioni e proclamarsi antifascisti in pubblico, potevamo farlo trenta, quaranta anni fa, no? Ci saremmo risparmiati tanti guai, tante sofferenze e qualche decina di morti ammazzati.
E allora cari ex camerati che avete capito come muovervi nel vorticoso mondo politico di oggi, non ci venite ad ammannire sorrisi e ricordi in nome di una passata militanza comune. Quella, per voi, non conta più. Il passato è cosa che si addice a noi, voi tenetevi il vostro radioso avvenire, ma rammentate anche che la prossima volta potremmo non trovarci sulla stessa barricata.

23 marzo 2009

Parce sepulto.

AN si è sciolta. Senza dolore, senza dibattito, senza rimpianti. Una fine già scritta da tempo, una pietosa eutanasia. Così finisce, finalmente, l'equivoco di un partito di centro che pretendeva di raccogliere voti di destra. Con l'annessione al nuovo contenitore berlusconiano non ci sono più dubbi. Lo ha confermato lo stesso Fini: "il PDL non sarà di destra! Sarà un partito arioso, includente, interclassista." La nuova DC, insomma. Solo con un simbolo diverso. E il simbolo dei post-fascisti invece, la fiamma tricolore, per evitarne l'uso da parte di chi se lo meriterebbe rimane di proprietà di una apposita fondazione presieduta da Donato Lamorte.
Ut requiescat in pace.

19 febbraio 2009

Escrementi umani.



Una strada della Capitale sarà presto intitolata a Bettino Craxi. Ad annunciarlo è stato il sindaco di Roma Gianni Alemanno a margine della proiezione in Campidoglio del film-documentario "La mia vita è stata una corsa" sulla vita del leader socialista. «In consiglio comunale - ha spiegato Alemanno - si completerà a breve l'iter per intitolare una strada a Bettino Craxi. Credo sia un doveroso riconoscimento e omaggio della Capitale a uno dei più grandi leader della storia della Repubblica». «Craxi è stato un grande leader - ha detto Alemanno - che ha saputo con largo anticipo individuare l'esigenza di modernizzazione del Paese. E' stata una figura capace di scavalcare le vecchie categorie destra-sinistra. Noi del Msi condividevamo la sua ricerca della dignità nazionale e le sue scelte riformiste. Le diffamazioni e i momenti amari non sono riusciti a scalfire l'immagine di uno dei più grandi statisti dell'Italia repubblicana. Inoltre fu lui l'unico prima di Berlusconi a fare una legge su Roma capitale. Il Msi s’ispirava a lui».


SENZA PAROLE...

10 febbraio 2009

10 Febbraio.



Gino Paoli: i miei parenti finiti nelle foibe (tratto dal "Corriere della Sera" del 21 dicembre 2005).

La vita e la storia devono essere davvero più complicate di quanto si creda, se accade di scoprire quasi per caso, in fondo a due ore di conversazione, che Francesco De Gregori non è l’unico cantautore simbolo della sinistra (mai rinnegata) ad aver vissuto in famiglia i crimini compiuti dai comunisti, sul confine orientale, al finire della guerra.
Racconta Gino Paoli che «mio padre, figlio di un operaio analfabeta delle ferriere di Piombino, aveva fatto l’accademia di Livorno ed era arrivato ai cantieri di Monfalcone come ingegnere navale. Là aveva sposato mia madre, che invece veniva da una famiglia benestante, i Rossi. Io sono nato nel 1934 e ho vissuto i primi mesi a Monfalcone, poi ci siamo trasferiti a Genova. Dieci anni dopo, parte della famiglia di mia madre morì infoibata. I miei parenti non erano militanti fascisti, erano persone perbene, pacifiche. Ma la caccia all’italiano faceva parte della strategia di Tito, che voleva annettersi Trieste e Monfalcone. I partigiani titini, appoggiati dai partigiani comunisti italiani, vennero a prenderli di notte: un colpo alla nuca, poi giù nelle foibe. Mia madre e mia zia non hanno mai perdonato. Mi ricordavano spesso i nomi dei loro cari spariti in quel modo, senza lasciare dietro di sé un corpo, una tomba, una memoria. Peggio: una memoria negata. Per questo mia zia odiava gli jugoslavi; e per me è stata una bella sorpresa, da adulto, andare per la prima volta in Jugoslavia e scoprire che non erano affatto tutti così». Interviene Amanda, la splendida figlia che Paoli ha avuto dal suo amore con Stefania Sandrelli diciottenne: «Papà, ho fatto una lettura pubblica sull’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, e non hai idea di cosa abbiano commesso i nazisti...». «Sì invece Amanda, conosco bene quella storia. È atroce ma, vedi, le atrocità ci sono state da entrambe le parti. È la guerra che rende l’uomo atroce; per questo io odio la guerra. Una parte della nostra famiglia è finita nelle foibe e di queste cose per decenni non si è parlato. E la sinistra porta una responsabilità culturale, perché il partito doveva coprire la connivenza dei partigiani rossi con la strategia di Tito. Vedrai che ci vorrà un altro mezzo secolo perché le passioni si spengano e se ne parli liberamente. Atrocità hanno commesso anche gli alleati che risalivano l’Italia. Le truppe d’assalto avevano il diritto, riconosciuto per iscritto, di saccheggiare e stuprare: e le truppe d’assalto erano per gli americani i neri, per i francesi i marocchini, per gli inglesi gli indiani. Le conseguenze le hanno patite le donne italiane, finché queste truppe non si sono attendate al Tombolo, in Toscana, in un accampamento frequentato da femmine alla disperata ricerca di cibo, finché non sono arrivati gli americani ad arrestare tutti. Io stesso, Amanda, dovetti scendere dal treno che ci riportava a Genova e passare tra le macerie di Recco distrutta dal bombardamento alleato - non avevo ancora dieci anni - camminando tra due pile di cadaveri. È un ricordo indelebile».

05 gennaio 2009

Memorie.



Dedicato a quegli omuncoli di AN che per giustificare la loro meschina e prezzolata sopravvivenza parlamentare, vaneggiano a proposito di improbabili primogeniture di Almirante sul partito dei rinnegati finiani.

"Quando noi anziani, che siamo giustamente legati alle nostre memorie ed alle nostre vecchie tradizioni, parliamo un linguaggio che ci sembra attuale e che invece attuale non è; quando voi insistete a proposito dei valori della resistenza ed io insisto sui contrapposti valori della Repubblica sociale italiana, io vi dico che non sono disponibile a cedere su questo piano: non sono disponibile a rinnegare; e ricordo a me stesso che il vecchio motto del Movimento sociale italiano fu inventato da Augusto de Marsanich, che fu splendido segretario del partito e che insegnò nella sua esperienza, nella sua pulizia, nella sua estrema correttezza morale, nella sua grande capacità politica, a non rinnegare e a non restaurare. Non siamo disponibili per rinnegare; ma (abbiamo dato l'esempio e continuiamo a darlo) siamo capaci di non restaurare. La nostra non è una tradizione che pigramente pensiamo di potere inserire immutata nel presente e nell'avvenire del nostro Paese. Noi pensiamo di rinnovare noi stessi, di dare esempio di capacità di rinnovamento da parte nostra; pensiamo che sia venuta l'ora per riconoscerci in una Repubblica diversa, adeguta alle necessità dei tempi, in una Repubblica che sappia davvero rappresentare il punto di incontro tra tutti gli italiani."

(Camera dei Deputati, 21 Aprile 1987)

17 dicembre 2008

Il senso di una svolta.


(ANSA) - Bufera sulla Giunta di Napoli. E' in carcere l'imprenditore Alfredo Romeo, coinvolto nell'indagine sulla delibera 'Global service', approvata dal Comune. Dodici persone sono agli arresti domiciliari: tra essi due assessori della giunta comunale di Napoli, due ex loro colleghi e un ex provveditore alle opere pubbliche. Sono coinvolti anche i due parlamentari Italo Bocchino (Pdl) e Renzo Lusetti (Pd), secondo quanto appreso da fonti qualificate. L'accusa per i due è di associazione per delinquere finalizzata alla turbativa d'asta.

Già da tempo si assisteva al coinvolgimento di esponenti di AN in episodi di malaffare politico, ma adesso l'inchiesta napoletana colpisce uno dei "colonnelli" finiani, uno degli interpreti principali della tragicomica svolta antifascista degli eredi del MSI. E questo chiarisce definitivamente il senso di un percorso che ha lasciato attoniti e confusi tanti elettori. Il giudizio sulla storia del nostro paese, l'antifascismo come valore, De Gasperi come statista di riferimento, la collocazione neo-centrista del partito, l'ingresso nel PPE: tutto propedeutico al tentativo di accreditarsi come la nuova democrazia cristiana. Ruberie comprese.

26 novembre 2008

Date a Cesare...


Il fantasmagorico presidente della Camera, Giangaleazzo Fini, ha tuonato contro il rischio di "cesarismo" che potrebbe caratterizzare il nuovo partito del centrodestra, il PDL.
Detto da lui fa un certo effetto. Lui che da leader di Alleanza Nazionale ha interpretato nella maniera più rigorosa il ruolo di Cesare. Lui che ha fatto piazza pulita di tutti coloro che osavano mettere in discussione il suo operato. Lui che ha espropriato gli organi di democrazia interna e ha gestito il partito come affare personale. Lui che nella scelta dei "colonnelli" è apparso spesso più Caligola che Cesare.
Adesso che AN sta per sciogliersi e per essere fagocitata dal nuovo partito di Berlusconi, reclama quello che per un decennio ha pervicacemente negato: dialettica interna, collegialità, meritocrazia.
Forse ha capito che nel nuovo partito, al cospetto del Cavaliere, il futuro Cesare non sarà lui. E, anche se un po' tardi, si è messo a fare il Marcantonio!

21 novembre 2008

Scusate, ma...


Villari che si aggrappa come una cozza alla poltrona della vigilanza Rai. Bocchino che si fa passare il compitino in diretta televisiva. Berlusconi che fa lo scemo con i capi di Stato esteri.
...