20 maggio 2015

Nota.



Lo confesso: a volte vengo preso dal dubbio. Saranno gli appelli di tanti vecchi e nuovi camerati; saranno le facce schifate che ti esibiscono quando ne parli; sarà l'età...
Come se sentissi nel sangue il ribollire di antiche consuetudini, una lontana eco di suoni, canti e clamori; un odore acre e familiare di carta, colla e lacrimogeni.
E’ in questi momenti che mi sfiora l’idea di trascinarmi, ancorché io non reputi nessun partito attuale degno delle mie cure, al seggio elettorale per compiervi, disciplinatamente, il mio civico dovere di bravo cittadino.
Poi, fatalmente, penso a tutta quella moltitudine di aventi diritto, intrisi di una grossolana ignoranza - e non solo politica - e di un’arroganza infinita. E medito sul fatto che il loro voto, nella giostra democratica dei ludi cartacei, conta esattamente quanto l’ipotetico mio. Un pensiero che mi fa inorridire. E allora mi esimo…

08 maggio 2015

Un'altra prova che a destra non è possibile un soggetto politico unitario.

E' chiaro adesso perché dalla diaspora ex-aennina ed ex missina non si potrà mai ricostruire qualcosa? Se non fosse  sufficiente il triste spettacolo del proliferare di sigle che alle prossime regionali si presentano, direttamente o in appoggio ad altri partiti o coalizioni, come eredi e depositarie del verbo, ci pensano certe prese di posizione, certe scelte di campo.
Un mondo variegato, quello post fascista, dove troviamo gli infatuati della Le Pen e gli alleati di Salvini; gli irriducibili berlusconiani e i nostalgici di Chirac.
Addirittura chi coltiva suggestioni impure arrivando a tifare più o meno apertamente un giorno per la Merkel e un altro per Tsipras.
Ma leggere sul sito del Secolo d'Italia, la testata che fu del MSI e che oggi fa l'occhiolino a FdI, che in Gran Bretagna con Cameron ha vinto la destra, mette una pietra tombale su ogni ipotesi di "réunion"!
Come dite? Il direttore del Secolo d'Italia è un certo Italo Bocchino? Vabbè, allora lasciamo perdere...

24 aprile 2015

Ora e sempre resistenza.

Prato, piazza delle Carceri 1977.

Esattamente di fronte alla rampa del castello dell’Imperatore, teatro della mattanza di civili compiuta da Tantana e altri partigiani comunisti il 7 settembre 1944.
Giusto per non dimenticare che ad oltre trent’anni dalla fine della guerra civile, i nuovi partigiani pratesi sognavano di riempirci, noi missini, del medesimo piombo resistenziale.

Dedicata a tutti i camerati del Movimento Sociale Italiano – con un pensiero particolare a quelli che non ci sono più – che per tutta la durata di quel formidabile e irripetibile partito hanno, loro si, tenacemente resistito.

03 marzo 2015

Marcello Veneziani lascia il Giornale.

Cari Lettori,
ora vi spiego. Siete in tanti a scrivermi e telefonarmi per sapere come mai non appare più il cucù sul Giornale. Non posso andar via come un clandestino. Il Giornale mi ha comunicato la decisione di chiudere il mio rapporto di lavoro. Subito o al più entro l'estate. La decisione dell'Editore è presa e finirà in modo consensuale. La motivazione formale è lo stato di crisi dei giornali e del Giornale stesso che impone tagli e prepensionamenti. Al Giornale, si sa, esprimevo una linea dissonante, la mia rubrica era un'isola. Cominciai a scrivere sul Giornale venticinque anni fa, chiamato da Indro Montanelli, ne uscì quando mi parve che la sua posizione non rappresentasse più i suoi lettori e la necessità di una svolta nel Paese; vi ritornai con Feltri per due volte. Lascio a ciascuno pensare al risvolto politico, giornalistico, ma anche umano e professionale, della vicenda in corso; vi risparmio il mio stato d'animo. 

Chi ha idee come le nostre non è facile che trovi tribune accoglienti. Tengo a farvi conoscere lo stato delle cose, senza polemiche, anche per rispondere a quanti in precedenza mi chiedevano come mai la rubrica quotidiana saltava così spesso negli ultimi tempi, non per mia negligenza. Ho un ruolo pubblico, rappresentativo di un'area d'opinione, la mia attività è esposta in vetrina ogni giorno. Dunque è giusto essere trasparenti fino alla fine e giustificare a voi lettori, che siete i miei veri editori, la futura assenza e la scomparsa della rubrica cucù, dopo quattro anni di vita. Ho già vissuto situazioni analoghe, alcuni ricordano precedenti esperienze, censure, licenziamenti, casi come l'Italia settimanale ma non solo. È il prezzo amaro della libertà e dell'incapacità di essere cortigiani, ruffiani e puttani. 

Non è un mistero che da tempo reputo conclusa la parabola politica di Berlusconi: da anni non esprime una posizione politica e non interpreta il sentire del suo popolo, perché è preso nelle proprie vicende e nella tutela, pur comprensibile, dei suoi interessi. Lo scrivo da tempo, in un crescendo di toni, da La rivoluzione conservatrice in Italia, ed. 2012 (“la fine del berlusconismo”), poi sul Giornale stesso e giorni fa sul Corriere della sera. Criticai pure la “pascalizzazione” di Berlusconi, i messaggi sulla famiglia, i trans, l'animalismo. Non ebbi esitazioni a criticare Fini quando era ancora in auge, perché ritenevo che stesse uccidendo la destra, e il tempo poi ci dette amaramente ragione. Per lo stesso motivo non ho esitato a dire che Berlusconi fu la causa principale del trionfo elettorale e poi della dissoluzione del centro-destra. Lo portò al governo e poi alla rovina, col concorso determinante di poteri ostili e alleati ottusi, giudici e media; aggregò forze diverse e poi le disgregò. Espulse pezzi uno dopo l'altro, fino al vuoto, farcito di quaquaraquà. 

Le mie idee saranno giuste o sbagliate, lo dirà la prova dei fatti, ma quei giudizi nascono da un ragionamento, privo di rancori o vantaggi personali, mosso da passione di verità e da una testimonianza di vita e di coerenza, costi quel che costi. Cercherò di non chiudere il rapporto con voi che mi seguite da tempo e siete abituati al gusto aspro della libera verità, anche quando è scomoda, per noi stessi o per chi abbiamo, in spirito di libertà, sostenuto. Finché ne avrò la possibilità, scriverò dove mi sarà permesso dire quel che penso, e non mancherò di far sentire la mia voce e anche i miei pensieri dell'anima, quelli meno legati all'attualità. 

Vi voglio bene, sul serio

Marcello Veneziani

12 febbraio 2015

Ma perché siamo così cattivi?

Ci risiamo. Vogliono di nuovo farci sentire in colpa. La nuova strage di clandestini nel canale di Sicilia - non accertata anche se probabile - ha scatenato le prefiche buoniste e sinistre in un coro di accuse preconfezionate nei confronti dell'occidente opulento ed insensibile. In particolare dell'Italia che, a loro dire, dovrebbe ancor di più impegnarsi per accogliere l'infinito esodo delle popolazioni africane e del medio oriente.
Non si rendono conto, invece, i custodi del pensiero-medio, che stanno ottenendo l'effetto contrario. Si sentono in giro commenti del tipo "meno male! trecento di meno! troppo pochi!"
Ma cosa ci stanno facendo diventare? A che punto di imbarbarimento vogliono condurci con la loro sciagurata politica dell'accoglienza? Sarebbe come se ci dovessimo sentire colpevoli perché un ladro muore cadendo dal balcone mentre cerca di entrare in casa nostra. Secondo il comune buonsenso la soluzione starebbe nel contrastare al massimo l'azione dei ladri; secondo invece questi nuovi manipolatori delle nostre vite e delle nostre coscienze l'unica soluzione consiste nell'eliminare i balconi e lasciare direttamente aperte le porte delle case.

26 novembre 2014

Registi, goleador e vecchie glorie.


Ancora lui. Lo si immaginava definitivamente a riposo, ai domiciliari, nella sua lussuosa dimora in compagnia di cagnolini e subrettine, intento a ricevere da tutta Italia le visite di altri bizzarri animaletti. O a intrattenere a suon di barzellette i suoi coetanei dell’ospizio. E invece siamo ancora a parlare dell’ex cavaliere. Della sua ormai molesta presenza sulla scena politica italiana. A tentare di ricoprire un ruolo che non ha più e che non potrà mai più avere alla luce delle percentuali ad una cifra che riscuote il suo moribondo partito. Curioso che sia l'unico a non guardare i risultati elettorali. O a non saperli leggere.
Pietosa evoluzione di questo Saturno della politica che, dopo aver divorato tutti i suoi figli (Fini, Fitto, Alfano, Toti…) ora cerca di divorare anche quelli altrui (Salvini).
Immaginandosi regista di una partita che non si giocherà e che comunque non lo vedrà in campo (vi dice niente la Severino?).
Nel frattempo trascina tutta FI nell’abbraccio mortale con Renzi, il bomba, accettando supinamente ogni riforma favorevole al PD nella vana speranza di ottenere per se stesso qualche contropartita. Che nel suo delirio si chiama Quirinale, non riflettendo sul fatto che il Presidente della repubblica è eletto dal parlamento riunito e che almeno l’ottanta percento dei parlamentari si farebbe tagliare le mani piuttosto che scrivere Berlusconi sulla scheda…
Intanto il centrodestra scompare dalla scena politica nazionale, mentre di quello che è stato un breve periodo carico di aspettative, di illusioni e di sogni di riscatto, rischia di scomparire anche il ricordo.

20 ottobre 2014

20 Ottobre 1944. La strage dimenticata fatta dai bombardieri alleati.


di Gianfranco de Turris
Avrebbe un grande significato simbolico e un impatto emotivo nel difficile momento che sta attraversando questo disgraziato Paese, se una importante autorità pubblica nazionale si recasse a Gorla, quartiere alla periferia di Milano, il prossimo 20 ottobre.

Magari il presidente della Repubblica che rappresenta di tutti gli italiani. Magari il presidente del Consiglio, se nel suo forsennato attivismo capisse l'importanza del gesto.
Già, ma cosa è successo a Gorla la mattina del 20 ottobre 1944? Quel giorno Milano, città indifesa e alla mercé del nemico, subì una serie di bombardamenti a stabilimenti industriali di scarsissimo interesse militare. Il 451° Bomb Group americano aveva come bersaglio la Breda, ma sbagliò la rotta di avvicinamento: impossibilitato a ripetere la manovra, il comandante della squadriglia prese una decisione incosciente e criminale, disfarsi subito del carico di bombe dei suoi 35 aerei e non aspettare invece di essere sulla campagna o sul mare. Il risultato fu che gli ordigni piovvero sui quartieri periferici milanesi di Gorla, Turro e Precotto seminando morte e distruzione sui civili. Tra le altre costruzioni venne centrata in pieno la scuola elementare «Crispi» di Gorla: non si salvò nessuno, perirono 184 bambini fra i 6 e i 12 anni e una ventina fra insegnanti, preside e bidelli. «È probabilmente il più grave crimine di guerra dovuto ai bombardamenti alleati su l'Italia», scrive Claudio Mauri.
Mauri, giornalista e romanziere, su questo terribile fatto che ancora la maggior parte degli italiani ignora o ha dimenticato, ha costruito un drammatico atto unico ( Il male viene dal cielo , Tabula Fati, pagg.70, euro 7) che presenta sul palcoscenico un angoscioso e angosciante faccia a faccia tra la famiglia di uno dei bimbi morti tra le macerie della scuola ed uno dei piloti responsabili dell'eccidio giunto in vacanza con la moglie a Milano negli anni Settanta: un pilota, quasi ignaro del suo misfatto, che viene messo di fronte alle proprie responsabilità.Nella sua prefazione al testo, il professor Alessandro Colombo, dicente di relazioni internazionale alla università statale di Milano e autore de La guerra integrale (Il Mulino, 2009), nota come i bombardamenti sulle città durante l'ultima guerra siano stati «una strategia consapevole e ripetuta da tutte le parti. Poiché le potenze democratiche vincitrici non vi hanno ricorso meno - anzi, se mai ne hanno fatto ricorso di più - delle potenze totalitarie sconfitte». Si trattò, senza ombra di dubbio di «bombardamenti terroristici», cioè usati per seminare il terrore fra la popolazione civile, come quella dell'Italia settentrionale, nel 1944-5 praticamente indifesa. Ormai dopo tanto tempo non è che si possa ignorare tutto ciò: libri documentati ve ne sono, da quello lontano di Giorgio Bonacina ( Obiettivo Italia , Mursia, 1970) a quello di Achille Rasteli dedicato a Milano (Bombe sulla città , Mursia, 2000), a quelli più recenti di Federica Saini Fasanotti ( La gioia violata , Ares, 2006) e di Marco Patricelli ( L'Italia sotto le bombe , Laterza, 2007). Secondo l'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito le vittime civili dei bombardamenti anglo-americani sul nostro Paese sono state 25mila nel 1940-3 e altre 39mila nel 1943-5.
Come scrive Claudio Mauri introducendo la sua opera teatrale, «il nostro Paese vive dal dopoguerra in una sorta di sindrome di Stoccolma verso i vincitori». Tanto è vero che la carneficina di Gorla resta un fatto tutt'al più locale senza alcun risonanza nazionale rispetto a quelle compiute dai tedeschi. Nel 1947 i genitori di quei piccoli morti eressero a loro spese un monumento, opera dello scultore Remo Brioschi, con i marmi donati da La Rinascente e l'acciaio donato dalla Falck. La tragedia la si ricorda quasi in privato con rappresentanti delle istituzioni locali. Non si tratta di una strage nazista, i duecento morti non li hanno fatti le SS. È amaro doverlo dire, ma è proprio così. Lo dimostra il sito del comune di Milano dove si ricorda la visita del sindaco Pisapia il 20 ottobre 2013 a Gorla: «Il Comune di Milano - ha spiegato il Sindaco - è pronto a ricordare in modo speciale (nel 2014) i propri martiri, coinvolgendo la città, e facendo conoscere un dramma che ancora troppi non conoscono. Coltivare la memoria di Gorla vuol dire essere italiani sino in fondo». Belle parole certamente, ma essere «italiani sino in fondo» significa anche essere meno ipocriti, indicando i responsabili del massacro, cosa che ci si guarda accuratamente di fare.
Ecco perché forse la presenza del capo dello Stato o del presidente del Consiglio, accanto al sindaco Pisapia (se manterrà la sua promessa del 2013) sarebbe fondamentale per ricordare a questa nazione che tutti i morti sono uguali: e quelli uccisi dai soldati della Wehrmacht e quelli uccisi dagli aviatori dell'USAF.

13 agosto 2014

08 luglio 2014

Fascisti non vinti. Una vita in fondo a destra.



di Stenio Solinas
Attivisti, di Antonio Pannullo, è per me un bel libro malinconico, un come eravamo senza il lieto fine. Da allora è cambiato tutto, e però è come se non fosse cambiato niente.

L'«estraneità», dico, l'essere una specie di «banda a parte», è rimasta la stessa, senza illusioni e avendo fatto il pieno delle delusioni. Quarant'anni dopo ti volti a guardare i tuoi vent'anni del tempo della militanza e, bene o male, gli amici, i rituali, il gergo, sono rimasti gli stessi, la grande glaciazione di chi lottava per il disgelo e quando poi il disgelo è arrivato si è reso conto che significava sciogliersi e non avere nulla in cambio. Meglio ibernati, dunque, coerentemente inutili, testardamente legati a una «certa idea» della politica e della vita. Più estetica che ideologica, fallimentare quindi, e però calda, umana. Confesso che ho perduto. Confesso che ho vissuto.
A me non piacciono i reducismi, detesto gli amarcord. Ma Attivisti racconta in filigrana qualcosa di diverso, difficile da spiegare, eppure palpabile. Anni fa, in un libro che si chiamava Compagni di solitudine, provai a definirlo prendendo a pretesto una frase del Lord Jim di Joseph Conrad: «È uno di noi». Stava a indicare un tipo umano in cui alla rinfusa c'erano dentro tante cose: il sentirsi diversi e il sentirsi «esuli in patria», un acuto e quasi insopportabile senso dell'onore, un io ipertrofico al tempo della società e del conformismo di massa, il gusto della provocazione e la volontà di essere protagonista, il non arrendersi mai.
Gli anni Settanta sono stati anni tragici, si sa. Ma ciò che li rende ancora più penosi è che sono stati anni inutili. Li abbiamo attraversati reclamando il nostro diritto a esistere, ad avere una voce, a sostenere un'idea, e qualcuno per questo c'è anche morto, la vittima di una strana, assurda guerra da ragazzi della via Paal dove non si moriva per una polmonite, ma per un colpo di pistola, di spranga, di chiave inglese... Oggi non li ricorda più nessuno, nemmeno quella destra politica che avrebbe potuto e/o dovuto rivendicarli, non fosse che è sparita anch'essa, ingoiata nel dimenticatoio delle false attese, delle intese sbagliate. Mai come da quando la parola Destra ha avuto il suo quarto d'ora di celebrità, ha smesso di avere un senso. Ciò che è rimasto è una memoria di parte, individuale e comunitaria, comunque minoritaria. È storia di ieri, ma per un ragazzo d'oggi è come se fosse un secolo fa. Non gli interessa, non la conosce.
A vent'anni la politica è un gioco affascinante, ma il più delle volte se ne esce scottati. Dei tanti nomi che Attivisti elenca, e che io conosco, per amicizia diretta, per frequentazione saltuaria, per sentito dire, la maggioranza ha poi scelto la strada delle professioni, riservando a quelli divenuti politici in «spe», «servizio permanente effettivo», un sentimento che sta fra l'insofferenza, la sopportazione, il disprezzo e il disgusto. Per uno di quei curiosi paradossi della storia, i cosiddetti professionisti della politica di destra e/o neofascista si sono rivelati i becchini dell'attivismo che fu. Lo hanno fatto vincere, ma sotterrandolo. La conquista del potere, trasformata in potere che dà la conquista, pura e semplice, senza complicazioni di sorta, senza un motivo, un sentimento, un pensiero. Il grado zero della politica, o il degrado, fate voi.
Deriva da ciò qualcosa che si fa fatica ad accettare, ma su cui bisogna riflettere. Fino a quando la storia, e la cronaca, hanno perpetuato il «ghetto dei vinti», l'illusione di una «diversità», di una «sanità» ne è stato il cemento e la ragione del fascino. Si stava lì, dalla parte del torto, perché scomoda, non redditizia. Non prometteva carriere. Quando, con la caduta del muro di Berlino è venuto giù tutto, «ghetto dei vinti» compreso, ci si è accorti che lì dentro, politicamente parlando, i politici in «spe» di cui sopra, e quelli di complemento, era come fuori (le eventuali eccezioni, si sa, confermano la regola): la stessa ansia di conquista, di sedersi al tavolo imbandito della vittoria, la stessa voglia di affari, prebende, privilegi. Il verme era nella mela, detto brutalmente, detto semplicemente.
Così, gli esclusi di ieri, gli attivisti esclusi di ieri, si sono ritrovati a essere gli esclusi dell'oggi, un piccolo-grande esercito senza altre bandiere che sé stessi. Questo libro rende loro gli onori.

Il Giornale - 08/07/14

11 giugno 2014

Julius Evola. 11 Giugno 1974

"Nell'idea va riconosciuta la nostra vera patria. Non l'essere di una stessa terra o di una stessa lingua, ma l'essere della stessa idea è quel che oggi conta."

26 maggio 2014

Sfondamento a destra.

Qualcuno prima o poi doveva farlo. Soprattutto in considerazione del fatto che il percorso inverso, invece, non è mai stato realizzato. Anche io ne conosco di vecchi elettori di destra che hanno votato Renzi, il "bomba". Il che la dice lunga sulla potenza dei mezzi di informazione nella costruzione del consenso elettorale; si pensi al battage martellante a reti unificate sul "bonus 80 euro" e al silenzio totale su MPS, la più grande ruberia di soldi pubblici interamente targata PD, ed altri scandali che vedono coinvolti esponenti di quel partito. Ma la dice anche lunga sulla propensione degli italiani a lasciarsi incantare dall'imbonitore di turno. Che sia Berlusconi o l'ex sindaco di Firenze con l'intermezzo di Grillo. Una passione viscerale nei confronti di chi le spara più grosse, di chi si sbilancia in promesse puntualmente destinate all'oblìo il giorno dopo le elezioni.
Purtroppo anche tra gli elettori di destra, almeno tra coloro che ancora sentono irrefrenabile l'esigenza di partecipare a questi inutili "ludi cartacei", c'è chi ha subìto il fascino dell'uomo di Pontassieve e della sua presunta novità. Dimenticando che sotto l'esecutivo Renzi sono decuplicati gli sbarchi di clandestini, che ormai andiamo direttamente a prendere per tutto il mediterraneo, e che il governo di sinistra ha in serbo provvedimenti come lo ius soli, i matrimoni gay ed altre schifezze simili. Dimenticando che dietro la faccina bellina dell'ex rottamatore si celano i soliti vecchi volti della nomenclatura catto-comunista tutt'altro che disposta a lasciarsi rottamare.
E così la destra italiana è pressoché estinta, in attesa che qualcuno, seriamente, metta mano alla sua rinascita, liberandola di tutti i "leader" veri e presunti che fino ad oggi l'hanno infestata. Gli esempi da seguire ci sono: guardare oltralpe. Astenersi perditempo.

30 aprile 2014

Partiti addio.


Per le amministrative del 2009 ci divertimmo a fare il punto sulla diaspora ex aennina in occasione delle elezioni dell’epoca. Oggi si può invece solo registrare la definitiva scomparsa dei partiti, non solo come elementi di aggregazione e condivisione, di confronto, di comunità e di mutuo soccorso, ma anche come pure e semplici “macchine” elettorali.  La proliferazione delle cosiddette liste civiche rappresenta l’ennesimo duro colpo alla credibilità della politica e del sistema sul quale ha poggiato per decenni la democrazia repubblicana. E’ vero, il fenomeno si presenta in tutta la sua virulenza particolarmente nelle elezioni di tipo amministrativo, con questo trovando una seppur labile giustificazione, ma è comunque figlio del dissolversi dei partiti come contenitori di ideali da condividere.
A chi abbia giovato questa metamorfosi non lo sappiamo, anche se qualche sospetto ci permettiamo di nutrirlo, mentre il sempre crescente abbandono della pratica del voto la dice lunga sul gradimento da parte della pubblica opinione.
Ciò ha reso possibile, nel microcosmo pratese, di avere, tra gli altri: un candidato a sindaco che si presenta con una propria lista e non sotto le insegne del partito per il quale è tuttora parlamentare (nominato) in carica; un candidato al consiglio comunale presidente uscente di circoscrizione, eletto con il centrodestra, che si presenta nella coalizione di sinistra, contro lo stesso sindaco che l’ha fatto eleggere la volta scorsa; un ex capolista di un partito neo-fascista candidato in coalizione con Sel, Federazione della sinistra e altre zecche; formazioni politiche di fresco conio che a Prato stanno in una coalizione e a Firenze invece no…
Insomma un casino. Del resto se alla politica togliamo, come è stato fatto, tutti i valori ideali, quelli etici e i riferimenti storici, quello che rimane è, nella migliore delle ipotesi, puro tifo da stadio. Chi se ne frega  di quello che pensa il tuo vicino alla partita, se è un compagno o un fascio, cattolico o ebreo, etero o omo, l’importante è che tifi per la tua stessa squadra.
Ut requiescat in pace.

25 marzo 2014

Cent’anni di Almirante, dalla Cisnal alla storia della destra.

Nell’anno del centenario della nascita di Almirante, nel 1950 a Napoli nasceva l’organizzazione che poi negli anni sarebbe divenuta l’Ugl, il sindacato lo commemora con un convegno, intitolato “Giorgio Almirante e la Cisnal”.
«È una commemorazione voluta dalla segreteria generale – spiega Geremia Mancini –  Almirante ci fu sempre vicino. Ricordo che ad essere della Cisnal negli anni Settanta era pericolosissimo. Il primo atto di vero terrorismo fu compiuto nel 1973 nei confronti di Bruno Labate, all’epoca segretario provinciale della Cisnal di Torino. Poi ce lo restituirono con un cartello attaccato al collo. In quegli anni abbiamo avuto un sostegno e una identità di vedute con il Msi e con Giorgio Almirante. Non ci siamo chiusi nel ghetto in tempi durissimi, figuriamoci oggi».
Massimo Magliaro dal canto suo ripercorre le varie tappe vissute a fianco di Almirante. Chiarisce subito che nei primi anni non ci fu ghetto e isolamento per il Msi ma questo avvenne dopo la nascita dell’arco costituzionale: «Abbiamo governato città e regioni. Il ghetto è arrivato dopo», dice più volte. «Il pensiero e l’opera di Almirante – spiega – sono attuali. Lui ha sempre predicato l’unità del partito.  Non ha svenduto nulla della sua idealità.  Quando girai il documentario su di lui, intervistai diversi intellettuali e giornalisti italiani e mi recai anche in francia per sentire Jean Marie Le Pen tra le lacrime lo definì un “grande marinaio che ci ha fatto scoprire  territori nuovi”.  Non è stato un traghettatore perché aveva la capacità di di vedere oltre. Lo sbandamento della destra nasce dal fatto che si è persa la bussola. Almirante era l’anima sociale della destra italiana».
Giuliana De Medici va all’attacco: «Ieri Walter Veltroni in tv ha pubblicizzato il suo film su Enrico Berlinguer. La mia non è una nota d’invidia anche perché due anni fa abbiamo presentato in una bellissima manifestazione il film fatto da Massimo Magliaro su Almirante. Anche noi abbiamo invitato il presidente della Repubblica che però ha declinato l’invito. Questo filmato ora andrà nelle scuole. Purtroppo ancora oggi ci sono politici di serie A e di serie B. Anche se è ampiamente dimostrato che Almirante non fu un politico di serie B. Berlinguer e Almirante dialogavano tra di loro. E quindi ora anche noi dobbiamo far conoscere ai nostri ragazzi la figura di Almirante.  Solo così poi potranno esprime un giudizio obiettivo».
Infine l’ultimo ricordo è affidato a Misserville: «Il Msi fu un miracolo, il nostro era un partito vilipeso, offeso, che ha avuto come vittime ragazzi di 15 anni.  Adesso ci riconoscono che siamo stati portatori di idee nuove. Il prezzo del regime lo abbiamo pagato tutti noi. Almiramte parlava con un linguaggio di cui tutti erano assetati».

29 gennaio 2014

Facce da squadristi.

Niente di nuovo, per carità; da tempo immemorabile in questo infinito dopoguerra italiano, per troncare una disputa politica e condannare senza appello il contendente del momento si è fatto ricorso al più infamante degli insulti: "fascista"!
O per meglio dire a quello che le anime belle democratiche, figlie della resistenza, consideravano e considerano tuttora un anatema insuperabile e implacabile.
Ma vedere oggi il tenero Dario Nardella accusato, per altro da compagni del suo stesso partito, di squadrismo insieme al suo pacioccoso capo politico e spirituale, ci procura un vago senso di disorientamento.
A noi che negli anni in cui uccidere un fascista non era reato abbiamo sempre orgogliosamente accettato quello che per tutti gli altri era un insulto come un vero e proprio titolo d'onore, l'accostamento con questa nuova tipologia di "camerati" fa pensare che qualcosa sia andato storto.
Una "involuzione" della specie.

16 dicembre 2013

La ministrina frastornata.


Giorgia Meloni. Ancora lei, l'astro nascente del centrodestra neo-gollista italiano. Fino a ieri pontificava schifata che Alleanza Nazionale rappresentava il passato e che Fratelli d'Italia non era minimamente interessata a sterili "operazioni nostalgia".
Oggi apprendiamo che FdI, folgorata sulla via del quorum, si presenterà alle prossime elezioni europee utilizzando il simbolo, gentilmente concesso, proprio di AN. In compagnia di quel rudere tragicomico di La Russa e del pluritrombato Alemanno.
Nostalgica forse no, ma confusa di sicuro.

03 dicembre 2013

Sfruttamento e illegalità.


Vogliono farci sentire in colpa. Ad ogni costo. Con una gigantesca campagna di disinformazione i media nazionali e locali, le istituzioni, i “maitre a penser” del politicamente corretto si sono mobilitati per far ricadere la responsabilità del rogo in cui sono morti sette cinesi al macrolotto su Prato e i suoi cittadini. Da Napolitano a Rossi, passando per tutto il sinistrume vario e variegato, preti rossi compresi, strillano di fronte alle miserevoli condizioni in cui si trovano costretti a vivere e a lavorare questi nuovi schiavi. Lasciando velatamente intendere che gli schiavisti, gli aguzzini, siano i pratesi stessi, che sfrutterebbero la triste e malpagata manovalanza orientale per rimpinguare vieppiù le loro già ricche fortune.
Ora, neanche a Prato c’è qualcuno che onestamente dimentichi o sottovaluti le gravissime e dirette responsabilità anche della classe industriale in ordine all’invasione cinese della città e della provincia, ma va anche detto che se tanti imprenditori grandi e piccoli si sono ridotti all’unica attività oggi possibile ossia l’affitto dei capannoni, è perché da quei capannoni avevano dovuto sloggiare con le loro manifatture a causa della concorrenza sleale dei cinesi stessi. Aggiungiamo pure che la crisi del distretto tessile è figlia della miopia di certi industrialotti nostrani che hanno inizialmente sfruttato, loro si, i sub-fornitori orientali, lucrando felici sulle tariffe stracciate, ma non accorgendosi che stavano tagliando il ramo su cui erano seduti. Ma basta qua. Le responsabilità dei pratesi arrivano fino a questo punto. Ben altre sono le responsabilità di chi ha consentito che si arrivasse alla situazione attuale. E in ben altre direzioni vanno ricercate. A cominciare dalla politica, passando per i sindacati, per  arrivare alla Magistratura.
Perché una cosa soprattutto i pratesi non sono più disposti a tollerare: che con il silenzio e spesso con il consenso delle istituzioni, Magistratura in testa, a qualcuno sia sempre consentito di infrangere le leggi e di farla franca. Certo è essenziale che quel qualcuno abbia passaporto non italiano, anzi meglio che sia senza documenti, di varia etnia e colore di pelle, che sia “migrante”, rom o clandestino.
I pratesi si chiedono perché quando si trovano nei capannoni e altrove uomini e donne entrati illegalmente in Italia non ci sia mai verso di espellerli. Perché quando commettono dei reati non vengano mai arrestati e condannati e, nel caso, non vengano mandati a scontare la pena nei loro paesi d’origine.
I pratesi si chiedono quanto ancora potranno continuare a pagare con i loro sacrifici per tutta una moltitudine di stranieri che arrivano da noi per fare, a modo loro, impresa e che, senza versare un euro all’erario, usufruiscono gratuitamente dei servizi sanitari e scolastici, della raccolta e smaltimento dei rifiuti, di tutte le infrastrutture territoriali finanziate dalla collettività.
I pratesi non hanno alcun motivo per sentirsi in colpa. Vorrebbero, prima o poi, non sentirsi più presi per il culo.

28 ottobre 2013

I polli di Renzi.


I fuochi d’artificio che hanno salutato l’investitura di Renzi come nuovo leader del PD non hanno coperto il fragore delle parole d’ordine del sindaco di Firenze al suo popolo: voglio prendere i voti anche di chi non ci ha mai votato, di chi non voterebbe mai PD! Questa la sintesi dei lavori della Leopolda, nonché la sintesi del Renzi-pensiero in termini di strategia elettorale. Una strategia, va detto, che agli altri candidati alla segreteria del partito, così come a tutta la vecchia guardia in odore di rottamazione, fa venire un fortissimo mal di pancia. Perché significa spostare l’asse dell’azione politica dalla zona dei valori a quella della convenienza, dai pascoli sicuri e rassicuranti dell’ortodossia a quelli inesplorati e pericolosi dell’eresia.
Come si fa a non capire – dice ancora il Renzi – che conta più una croce sulla scheda elettorale di una qualsiasi bandierina? E come si fa, aggiungiamo noi anche a beneficio di tutti gli ex elettori del centrodestra affascinati dal linguaggio renziano, a non capire che abbandonare valori simboli e bandiere è esattamente il contrario di quello che occorre, oggi più che mai, alla politica?
Facciamo un esempio: io sono un cittadino italiano che da molti anni non vota più. Non ho mai votato PD, non l’avrei mai votato e sicuramente non lo voterei in futuro. Sono, insomma, uno di quei pesci che Renzi vorrebbe catturare nella sua rete. I casi allora sono due: o io divento un po’ come Renzi o lui diventa un po’ come me. Matteo, stai diventando per caso un po’ “fascio”? Sappi che solo in questo caso potrei darti il mio voto. A dire il vero i suoi reiterati appelli allo ius soli, le sue proposte sulla questione clandestini (clandestini, Renzi, non migranti; migranti un cazzo) e le leggi che servono a contrastare il fenomeno, non mi pare che lo possano rappresentare in orbace, tutt’altro. Ha ragione Veneziani quando dice che Renzi non è altro che l’imitazione farlocca di Berlusconi-Belzebù. Il dramma è che molti elettori di centrodestra sembrano preferirlo all’originale.