16 febbraio 2010

La tangente è viva e lotta insieme a noi.



Qualcuno pensava che con la seconda repubblica il fenomeno della corruzione politica si fosse quantomeno attenuato? Che dopo lo sconquasso delle inchieste su tangentopoli i protagonisti della scena politica nostrana si fossero almeno fatti un po' più prudenti?
L'irruzione della cosiddetta "società civile" nella gestione della cosa pubblica e la contemporanea dissoluzione dei partiti tradizionali non hanno portato quel rinnovamento che ci si aspettava. Anzi, l'ingresso dei nuovi attori sulla scena politica ha comportato l'avvento di un'etica a volte persino peggiore di quella corrotta e decadente dei vecchi partiti "di regime". Tutto come prima, dunque?
No, una cosa è cambiata: non ci sono più i "carabinieri missini" a presidiare le istituzioni, a sorvegliare queste vere e proprie "cittadelle del malaffare". Nessuno più denuncia le irregolarità, gli illeciti e gli intrecci tra politica ed economia. Perché gli ex missini ancora in servizio, un tempo gli unici allenati all'opposizione e al rigore morale, sono diventati qua e là forza di governo e quindi sono passati dall'altra parte della barricata; e perché gli ex amministratori della sinistra, precipitati qua e là all'opposizione, non hanno voglia, interesse e cultura per denunciare il malaffare, avendola, quella parte della barricata, occupata per lunghissimo tempo.
"Oggi - dice Fini - chi ruba non lo fa per il partito ma solo per se stesso". Non sappiamo sulla base di quale esperienza il presidente della Camera faccia questa affermazione. Avrà i suoi buoni motivi. A noi pare che manchino quegli uomini che in tempi molto più difficili degli attuali, svolgevano con serietà il loro mandato non a favore solo di un partito, ma a vantaggio di tutta la collettività.

15 febbraio 2010

Nel fango.



Dal Corriere della Sera:

L'inchiesta di Firenze: gli appalti,
gli imprenditori e i contatti con i politici
Le telefonate di Verdini (Pdl) e Fusi della Bpt

ROMA — «Nel corso dell’attività d’indagine sono stati raccolti numerosi elementi riferiti all’operatività di una struttura facente capo a due alti funzionari del ministro delle Infrastrutture, Angelo Balducci e Fabio De Santis, finalizzata all’illecita ripartizione dei lavori appaltati nell’ambito dei Grandi eventi». Comincia così l’informativa del Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri, sezione Anticrimine di Firenze, che il 15 ottobre scorso riferiva ai magistrati il presunto intreccio di corruzione e altri legami tra gli uomini che circolavano intorno alla Protezione civile e un gruppo di imprenditori. I quali, a loro volta erano in collegamento con uomini politici utilizzati per facilitare affari, incontri e contatti.
Dalle intercettazioni racchiuse nel rapporto emergono i nomi dei parlamentari del Pdl Denis Verdini, Altero Matteoli, Mario Pepe e Guido Viceconte. Ascoltati mentre s’intrattengono al telefono con alcuni dei principali inquisiti dell’inchiesta, che a loro volta hanno rapporti privilegiati con chi gestisce gli appalti fuori controllo per la realizzazione dei Grandi eventi, a partire da Balducci e De Santis. «È stata documentata la corresponsione ai predetti funzionari di utilità di varia natura da parte di un cartello di imprenditori in cui sono inseriti, tra gli altri, Francesco De Vito Piscicelli e Diego Anemone», scrivono i carabinieri. Piscicelli è l’uomo sorpreso a dire che la notte del terremoto in Abruzzo rideva pensando a quanto ci si poteva guadagnare (anche se lui ha negato, chiedendo scusa); Anemone è l’imprenditore (ora in carcere) ascoltato e pedinato mentre parlava e s’incontrava con Guido Bertolaso.

«È stato documentato — si legge ancora nel rapporto del Ros—che prima Vincenzo De Nardo e successivamente Riccardo Fusi, rispettivamente amministratore delegato e presidente del Consiglio di amministrazione della Baldassini Tognozzi Pontello (Bpt) spa, tramite l’imprenditore De Vito Piscicelli, hanno allacciato rapporti con Balducci, De Santis e un’altra funzionaria ministeriale, entrando gradualmente a far parte di questo ristretto gruppo di imprenditori favorito nelle aggiudicazioni dall’ing. Balducci e dai suoi collaboratori»; quelli che, solo per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia avevano assegnato, già nel dicembre 2007, «undici opere da realizzarsi in varie città del territorio nazionale, per un importo complessivo di circa 339 milioni di euro».

Il trio De Vito Piscicelli-Di Nardo-Fusi, secondo il rapporto dei carabinieri, «ha avuto la preventiva assicurazione che alcuni lavori (del 150˚ anniversario e del G8 alla Maddalena, ndr) sarebbero stati aggiudicati in favore delle loro imprese unite in associazione temporanea». Ma non solo: «De Vito Piscicelli, avvalendosi dei suoi consolidati ottimi rapporti con Balducci e De Santis, ha richiesto a questi di intervenire presso il ministero delle Infrastrutture al fine di far assegnare alla Bpt spa di Riccardo Fusi il cantiere per la realizzazione della Scuola marescialli dei carabinieri di Firenze».

Per questa «mediazione» De Vito Piscicelli ha chiesto a Fusi un compenso di un milione e mezzo di euro giustificato con la sua antica e consolidata rete di conoscenze, riassunta così in una telefonata del febbraio 2008: «Io ti ho messo a disposizione, a te e ai tuoi uomini, il mio background di dieci anni di buttamento di sangue... Perché sono convinto che insieme possiamo fare delle cose... Io ne avrò benefici e tu altrettanto... Io mi sono giocato dieci anni di rotture di c... di investimenti di tutti i tipi, capisci?».

Fusi in quella conversazione diceva di capire, ma nel frattempo si rivolgeva anche ad altri amici. Uno sembra essere l’onorevole Denis Verdini, già esponente di spicco di Forza Italia e ora coordinatore del Popolo della libertà. Le telefonate tra lui e Fusi sono decine. In un’occasione — riferiscono gli investigatori — il deputato si vanta con l’imprenditore fiorentino di aver contribuito a far nominare Provveditore alle opere pubbliche della Toscana Fabio De Santis, uno dei quattro finiti in carcere nei giorni scorsi.

«Ti volevo dire—racconta a Fusi il 21 gennaio 2009 — quella cosa lì romana è andata a buon fine, ma è stata dura eh... diglielo ai nostri... Poi lui... devo dire... è stato molto corretto con me... il piacere me l’ha fatto... tra l’altro ho parlato con il suo capo il quale ha detto "Va bè, se è per Denis... allora si fa". È stata una cosa dura... comunque... una cosa tosta... falla pesà, insomma». Dieci mesi prima, il 3 marzo 2008, Fusi e Verdini parlavano del «coinvolgimento in una comune operazione dell’imprenditore parmense Pizzarotti».

Verdini: «Senti me... ma te con Pizzarotti come stai?».

Fusi: «Io lo conosco, ho un buon rapporto... però c’è stata quella storia degli ospedali della Toscana... Lui si sta facendo l’interporto di Santa Croce.... le ferrovie a Bologna... roba grossa insomma, capito (...). Io non so perché serve, ma insomma...».

Verdini: «Serve per quello che tu sai... perché sembrerebbe che lì ci fossero delle possibilità... ma da andare a stuzzicare... bisogna sapere che rapporto c’hai, insomma...».

Il 28 marzo 2008, invece, discutevano di un’operazione bancaria condotta sul Credito cooperativo fiorentino.

Fusi: «Ti volevo dire, ho parlato ora con Biagini, volevo...».

Verdini: «Sì, si è fatto tutto... un po’ di fatica... ma insomma si è fatto tutto». Un mese più tardi, il 24 aprile del 2008, parlando della composizione del nuovo governo Berlusconi, a Fusi che chiedeva se poteva stare tranquillo Verdini rispondeva: «Tu devi stare tranquillo, perché io ho preso una decisione... A me mi era toccato l’Ambiente (cioè il ministero, ndr)... Però esco fuori, perché se accetto mi tocca rinunciare a tutto, lasciare la banca, capito? Quindi non posso... (...) diventerò capo del partito, prenderò il posto di Bondi (ex coordinatore di Forza Italia, ndr), anche di quello nuovo... ».

Fusi: «Te l’hai capito? Che c’è tutto il mondo... ».

Verdini: «Non ti preoccupare, siamo messi bene...».

Nell’estate di quell’anno Fusi sollecita a Verdini (che in un’occasione chiede all’imprenditore l’elicottero: «Mi sa che mi serve», e quello risponde pronto: «È a tua disposizione, quando dove e perché») un incontro con Altero Matteoli, ministro delle Infrastrutture, per discutere la vicenda della Scuola dei marescialli. Il 5 agosto l’imprenditore parla direttamente col ministro.

Fusi: «Come funzioni, sei già in vacanza? Ci si può vedere un minuto?».

Matteoli: «No, io me ne vado stanotte e torno il 27 a Roma».

Fusi: «Ah, il 27, ho capito, niente allora... So che ci dovrebbe essere stato un po’ di sviluppi per quanto riguarda la Scuola di Firenze... Dovrebbe arrivare al ministero una situazione abbastanza importante perché... l’Autorità di vigilanza ha riscontrato varie irregolarità...».

Matteoli: «Però io... fino al 27 non torno a Roma ».

Fusi: «Ho capito, va bene».

Matteoli: «Ok, buone vacanze».

L’8 ottobre Fusi e Verdini parlano ancora della stessa cosa.

Fusi: «Poi ti volevo dire... con il ministro Matteoli... per quella storia della Scuola dei marescialli, che è nell’interesse dello Stato questa cosa, se si potesse anticipare... Se ci fosse verso che ci mettesse le mani lui...».

Verdini: «Con lui ho fissato che ci si sente a fine settimana... ora fammi fare... faccio lui e poi faccio quest’altro...».

03 febbraio 2010

Candidature di servizio.



Avercela una faccia. Si potrebbe anche perderla. A volte viene da dubitare che taluni non si rendano conto di che materiale ce l’hanno.
La scelta del candidato del PdL per la presidenza della Regione Toscana, ha fugato qualche dubbio.
Basta leggere le dichiarazioni al riguardo di Riccardo Migliori, ex potente ras toscano di Alleanza Nazionale: “io sono candidabile da vent’anni e non sono mai stato candidato.” Perbacco. Se andiamo a frugare nei meandri dell’esperienza personale, si può tranquillamente affermare che da trentacinque anni non si ricorda che Migliori non sia stato candidato a qualcosa. Qualcosa di concreto, beninteso. Candidature che hanno sempre avuto il crisma della garanzia di elezione. Non si ricordano occasioni in cui egli sia mai stato messo in discussione. Casomai è stato Migliori che per lungo tempo ha deciso delle candidature altrui. Fino a quando il partito gli ha consentito di farlo. Adesso che quel partito non c’è più, anche a lui è toccato di subire un’esclusione. Umiliante, per di più. In quanto sembra maturata sul filo di mere considerazioni di immagine, estetiche quasi. Insomma, Migliori non è una bella fanciulla e quindi non è dotato del requisito indispensabile nell’era berlusconiana. Chi se ne frega se forse è il più bravo di tutti. Se probabilmente è uno dei pochi in grado di distinguere una legge regionale da un pianoforte a coda…
Peccato, perché ci hanno privati della possibilità di vederlo, finalmente, alle prese con una vera “candidatura di servizio”, una di quelle che non ti garantiscono altro che la sconfitta. E alle quali, il personaggio, non è per niente abituato.

19 gennaio 2010

Decennale.

A margine della vergognosa beatificazione istituzionale che gran parte della casta sta tributando a Bettino Craxi nel decennale della scomparsa, pubblichiamo l'editoriale di "Confini" del Febbraio 2002. Niente da aggiungere.

No grazie. Scusateci ma non ci stiamo. Il processo di “beatificazione” dell’ex ledaer socialista morto latitante (non in esilio) ad Hammamet fatelo senza di noi. La patetica cerimonia commemorativa tenuta dagli amici vecchi e nuovi di Craxi meritava più di una precisazione da parte dei vertici di AN, delle prese di distanza, dei distinguo, degli altolà. Che naturalmente non ci sono stati. Così se da una parte Berlusconi ha potuto parlare “dell’amico Bettino” come di un personaggio a cui l’Italia deve eterna riconoscenza, se Casini ha affermato che “Craxi non meritava di morire con il marchio dell’infamia”, nessuno si è preso la briga di ristabilire un minimo di verità storica. Di una storia peraltro recentissima, che non consente vuoti di memoria. A noi pare di ricordare che vi fosse una combriccola di ladroni che hanno saccheggiato l’Italia, che l’hanno portata sull’orlo del baratro, che hanno scaricato il peso delle loro ruberie sulle spalle degli italiani, in particolare sui ceti meno abbienti. Pare di ricordare che i guasti che provocarono furono tali e tanti che tuttora ne patiamo le conseguenze in termini di quantità e qualità dei servizi che il Paese è in grado di erogare. Quanta parte delle attuali disfunzioni della sanità, dei trasporti, della scuola, della pubblica amministrazione è da ricondurre al peso della corruzione che su questi ed altri comparti gravava negli anni del craxismo imperante? E, soprattutto, quanto di quel sistema di corruzione è sopravvissuto ai nostri giorni? Sarebbe ora che tutti quelli che ci chiedono quotidianamente abiure sul nostro passato cominciassero a prendere seriamente le distanze da quel sistema di corruttela. Tanto per rassicurare noi e i nostri elettori. Tanto per non dare l’impressione che si voglia avallare la singolare tesi difensiva di Craxi il quale affermava che essendo quello il sistema e che tutti i partiti lo sapevano e ne beneficiavano, nessuno poteva dirsi colpevole. No, caro Bettino, c’era un partito che era estraneo a quel sistema di corruzione; che sapeva ma non beneficiava, anzi denunciava. Da anni, con forza e rigore. Era il Movimento Sociale Italiano, il partito sano, onesto, incorrotto che ha consentito la nascita di Alleanza Nazionale. Oggi i massimi dirigenti di AN (gli stessi del MSI) sembra abbiano dimenticato questo piccolo ma essenziale passaggio storico. Sembrano vergognarsi non solo delle lontane origini fasciste ma anche del recente passato missino. Tanto che il presidente Fini, che nel 1987 (congresso di Sorrento) diventò Segretario Nazionale affermando di voler “portare il fascismo negli anni duemila”, è costretto a rinnegare quanto dichiarò nel 1994: cioè che considerava Mussolini il più grande statista del novecento. Oggi, ministro della Repubblica, rappresentante dell’Italia alla Convenzione per la Costituzione europea, dice che i suoi riferimenti ideali sono piuttosto Giolitti, Einaudi e De Gasperi. Di questo passo il riconoscimento di Craxi come “il più grande statista del novecento” dobbiamo sicuramente aspettarcelo. Ma, per favore, non chiedeteci di esporre la sua fotografia nelle nostre sedi…

15 gennaio 2010

Quando sento parlare di cultura...


Sarà stato per sfoggiare un po’ di quella cultura alla cui guida è stata chiamata dal primo sindaco non-comunista della città. Sarà stata una fatale disattenzione. Sarà stato per pagare un piccolo pegno a certe forze politiche dell’ex “galassia nera”.
Sarà,semplicemente,che non sapeva di chi stava parlando, ma l’uscita dell’assessora alla cultura del comune di Prato, Anna Beltrame, ci ha lasciati di stucco.
Nell’ambito del suo intervento durante il consiglio sulla cultura, richiesto dal PD, si è esibita in una citazione di -nientepopodimenoché- Ezra Pound, secondo il quale “la cultura inizia quando si riesce a fare una cosa senza sforzo”.
Chissà se l’assessora conosce davvero il poeta dei cantos. Chissà se ne conosce, oltre le opere, anche la vita e le scelte che fece in perfetta coerenza con quella che fu la sua più grande ed immortale massima: "Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee, o le sue idee non valgono niente o non vale niente lui".
Noi, per aiutarla, pubblichiamo una breve selezione da Wikipedia.
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Dal 1941 al 1943 Pound realizzò a Roma per la radio italiana numerose trasmissioni in inglese in cui difendeva il fascismo e accusava gli angloamericani e la finanza internazionale di aver provocato la guerra contro i paesi che si erano ribellati al giogo dell'usura. Trasmesse in Gran Bretagna e Stati Uniti, queste trasmissioni gli valsero un'incriminazione per tradimento da parte del governo americano.
Durante la Repubblica Sociale Italiana continuò la sua attività giornalistica e compose due canti in italiano in cui ribadiva la solidarietà al fascismo.
Il 3 maggio 1945 fu arrestato da partigiani italiani e consegnato ai militari statunitensi, che lo trattennero per alcune settimane a Genova e poi lo trasferirono in un campo di prigionia dell'esercito americano a Metato, presso Pisa.
Dopo alcune settimane di reclusione in una cella di sicurezza (la "gabbia da gorilla", disse lui), subì un tracollo fisico e mentale. Gli fu allora assegnata una tenda presso l'infermeria e gli fu consentito di scrivere. Qui compose gli undici Canti pisani.
A fine novembre fu trasferito in aereo a Washington per il processo. In seguito a una perizia psichiatrica che lo dichiarò infermo di mente, il processo fu rinviato e Pound fu internato nell'ospedale criminale federale di St. Elizabeth di Washington.

05 gennaio 2010

Attaccano Fini? Sono degli sporchi fascisti.

Nell'ambito della ormai quotidiana polemica de "Il Giornale" nei confronti del presidente della Camera, spunta un nuovo elemento di riflessione.
Vittorio Feltri dice di Fini, con una buona dose di verità in effetti, che a forza di cambiare idee non glie ne sono rimaste più e che deve farsene prestare qualcuna dalla sinistra. Poi lo attacca sulla gestione del patrimonio immobiliare dell'ex AN e su altre cosette profane, addirittura paragonandolo a Di Pietro. Fin qui niente di nuovo, potremmo dire. E come reagisce, invece, Farefuturo la fondazione dei finiani più finiani di Fini? Semplice: con un anatema che, i meno giovani ricorderanno, serviva a demonizzare ogni avversario e ad annichilire ogni ulteriore possibilità di contraddittorio. Feltri è un fascista! E questo taglia la testa al toro, con lui non si discute.
I finiani, gli ultimi baluardi dell'antifascismo militante!
Chissà perché ci viene da pensare ad un tragico corto-circuito?

11 dicembre 2009

Consiglieri per gli acquisti.


I coordinatori provinciali del Pdl pratese, Riccardo Mazzoni e Filippo Bernocchi, invitano tutti i rappresentanti del partito nelle istituzioni (Parlamento, Regione, Provincia, Comune e Circoscrizioni) a fare una giornata di shopping natalizio nei negozi del centro storico. “Si tratta - spiegano - di un atto simbolico e insieme concreto per rendere visibile l’attenzione del Pdl su uno dei problemi cruciali di Prato, e cioè il progressivo depauperamento di quello che dovrebbe essere il cuore pulsante della città.”

Perbacco, che menti! C’è da restare sbalorditi di fronte a tanto acume! Davvero non si capisce come mai Tremonti non abbia ancora ingaggiato questi due superbi economisti nel suo dicastero…
E dire che uno dei due è anche assessore alle “grandi opere” del comune di Prato; dopo il ripristino della “cocomerata” di ferragosto, possiamo dire che mai delega fu più appropriata.
Sveglia ragazzi: non è perché adesso siete al servizio del cavaliere che la vita è diventata un programma televisivo. Non siete ad Ok-il-prezzo-è-giusto, forse, al limite su Scherzi-a-parte.

02 dicembre 2009

PdL al capolinea?




"Mordi la mano che ti nutre,
prosciuga la vena che sanguina.
A terra, inginocchiato,
rompo l'ultima parte dell'amore per te"

Post Blue (Placebo)



Nel grande frullatore che è diventata la politica italiana entra di prepotenza un nuovo elemento: il fuori-onda. Non del tutto nuovo in verità. Una quindicina di anni fa, agli albori della santa alleanza tra Forza Italia e AN, il mellifluo Buttiglione fu beccato a tentar di convincere un imbarazzato Tajani a disfarsi di quel fascio di Fini per mettersi con gli ex DC.
Oggi tocca all’ex fascio farsi pizzicare in imbarazzante colloquio con un “nemico” del suo datore di lavoro.
Da vittima dell’imboscata microfonica a carnefice. Del Popolo della Libertà. Si, perché qualcuno giura che il nuovo soggetto politico non esista più: troppo popolo, poca libertà, ha sempre denunciato l’ex leader di AN. Almeno da quando si è accorto che il “sovrano” aveva troppo potere e che il sovrano non era lui.
Adesso, si dice, deve scegliere: o dentro il PdL o fuori. O ne condivide i progetti, compresa la difesa a oltranza di Berlusconi dagli attacchi giudiziari, o se ne va.
Così, sembra che sia stato allestito in tutta fretta un sondaggio per capire che seguito elettorale potrebbe avere un nuovo partito capeggiato da Fini. Il risultato è stato deludente: poco più del cinque per cento. Meno del movimento sociale dei tempi peggiori. Complimenti a questo uomo che si era trovato fortunosamente in mano un partito del sedici per cento e che, attraverso percorsi tortuosi e incomprensibili, è arrivato a questo brillante risultato. Che fosse uno statista già lo sapevamo. Adesso sappiamo che è anche un grande stratega.

17 novembre 2009

Se Prato ricorda Danilo Michelacci.

In occasione della visita di Gianfranco Fini al consiglio comunale di Prato riunito in seduta straordinaria, Maurizio Bettazzi, che del consiglio comunale è il presidente, ha ricordato nel suo intervento Danilo Michelacci, storico consigliere del Movimento Sociale. Da quanto abbiamo appreso dai resoconti della stampa, Bettazzi ha voluto stigmatizzare l'inciviltà dell'emarginazione cui le forze egemoni della sinistra sottoponevano Danilo negli anni duri e difficili delle ideologie. Vogliamo ringraziare Bettazzi per questo sasso lanciato nello stagno della memoria, ma ci teniamo anche a rassicurarlo, per aver vissuto sulla nostra pelle le stesse vicissitudini, che l'emarginazione patita ad opera della sinistra era, all'epoca, l'ultima delle nostre preoccupazioni. Semmai il fatto che i comunisti abbandonassero l'aula ad ogni nostro intervento, era motivo di orgoglio e di soddisfazione. Una piccola medaglietta al valore. Il nostro.
Non sappiamo, invece, che effetto avrebbe potuto fare al nostro Michelacci, fascista di provata fede, reduce dai campi di prigionia americani di Hereford, assistere alla riunione di quel consiglio comunale pieno di antifascisti e di massoni, dal quale è stato bandito da tempo ogni riferimento a quelli che furono i suoi ideali.
Non possiamo saperlo perché sono vent'anni che ci manca. Ma noi che siamo ormai gli ultimi che hanno avuto la fortuna e il privilegio di essergli stati camerati e discepoli, possiamo tranquillamente immaginare che avrebbe, fascisticamente, preso qualcuno a calci in culo.


(clicca sul titolo, vai a pag. 2200)
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24 settembre 2009

Alemanno contro Casapound.



dal Corriere della Sera.

Alle 19 la fiaccolata anti-razzismo. Alemanno contro la presenza del centro sociale di destra: inopportuni.

BIPARTISAN - Un corteo che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe vedere in piazza gli interi consigli di Comune, Provincia e Regione, con una folta rappresentanza di assessori, sindacali dalla Cgil all'Ugl, parlamentari romani, ma anche adesioni di testate giornalistiche come quella de Il Secolo d'Italia. Una fiaccolata che dopo le bottiglie incendiare al centro sociale di destra «Gens Romana» vuole anche mostrare le istituzioni unite al di là delle tensioni tra poli perchè Roma non sia nuovamente teatro di scontri ideologici come avvenne negli anni '70.

LA POLEMICA - Ma il clima della vigilia è intaccato dalla polemica tra il sindaco Alemanno e il centro sociale Casapound, dopo che quest'ultimo ha annunciato la sua presenza nel corteo. «Preso atto dell'adesione di Casapound alla fiaccolata - ha detto il sindaco - penso che la loro presenza non sia opportuna e li invito a non partecipare alla manifestazione così da evitare qualsiasi interpretazione sbagliata che possa portare a momenti di tensione». E il presidente dell'Anpi Roma e Lazio Massimo Rendina annuncia: «Pensando alle manifestazioni fasciste che organizzano, mi sembra che questa scelta di Casapound abbia il sapore della provocazione. Se ci saranno loro non ci saremo noi».

IL CENTRO SOCIALE - Da parte del centro sociale arriva la replica: «Abbiamo aderito alla manifestazione perché, lungi dai buonismi di facciata, ne condividiamo filosofia e motivazioni», dice Gianluca Iannone, presidente di Casapound. «Leggiamo tuttavia dichiarazioni di sdegno nei confronti della nostra partecipazione, dichiarazioni che provengono da coloro che si autodefiniscono maestri di tolleranza. Registriamo l'appello del Sindaco di Roma. Ci sembra chiaro da che parte si trovino gli intolleranti. Non parteciperemo più all'evento perché evidentemente ne avevamo frainteso il senso: non dar voce a tutti, ma a coloro che continuano ad attaccare Casapound senza alcun fondamento di verità. È proprio vero che nel mondo degli uguali c'è sempre chi è più uguale degli altri».

22 settembre 2009

Destra e sinistra nell'era Berlusconi.

Questo potrebbe essere un tema interessante per un dibattito se qualche addetto ai lavori si prendesse la briga di organizzarlo. Certo, non deve essere facile per tutti coloro impegnati nell'alacre e sotterraneo spoil system susseguente alla vittoria di Cenni trovare un po' di tempo per parlare di queste bazzecole, ma noi ci proviamo. Consapevoli che termini come destra e sinistra in questa Italia bipolare e tendente al bipartitico trovano difficile collocazione e spesso provocano moti di sdegno nei politologi più raffinati. Ma ciò, bisogna ammettere, lo si deve principalmente a Berlusconi e alla sua "discesa in campo". Un generale "rimescolamento di carte" che ha coinvolto uomini e valori di riferimento, in un quadro dove gli uni e gli altri si sono alternati, compenetrati e confusi. Una vera e propria osmosi che agita costantemente le acque nei due schieramenti e a causa della quale, alla fine, molti soggetti appaiono, onestamente, nella "casella sbagliata".
Per rimanere nell'ambito del nostro microcosmo pratese, non possono non saltare agli occhi alcune situazioni al limite del comico. Alberto Magnolfi, ex vice-sindaco di una giunta PCI-PSI in epoca pre-tangentopoli che in era berlusconiana approda alla presidenza del gruppo regionale del PdL. Una posizione di grande prestigio e di vera e propria leadership della destra locale. Dall'altra parte Antonello Giacomelli che, dai banchi del consiglio, di quella giunta fu acerrimo oppositore. Un democristiano doc, un po' baciapile, parecchio anticomunista. Oggi, deputato PD, è considerato il vero e proprio deus-ex-machina di quello che rimane del vecchio PCI.
Solo due esempi dei tanti che potremmo fare per chiederci e chiedere: e i valori? Possibile che siano così universali da poterseli tranquillamente portare al seguito come valigie? O forse ormai destra e sinistra sono esattamente la stessa cosa e si combattono solo per la gestione del potere? O più semplicemente non esistono più valori che appartengano alla categoria della politica?
Si, daccordo, tutti esercizi di accademia che lasciano il tempo che trovano. Tempo perso. Ma, insomma, tra un rimpasto di giunta, una presidenza e un consiglio d'amministrazione...

11 settembre 2009

Un uomo solo al comando.



Tiene banco in questi giorni la dettagliata cronaca dello “scontro” tra Fini e Berlusconi. Una battaglia che secondo certi opinionisti vicini al centrodestra ha origine nel duopolio imperfetto all’interno del PdL, mentre per molti, interessati, osservatori di sinistra segnerebbe l’inizio della fine dell’era berlusconiana con conseguente apertura di una nuova fase politica.
C’è da dire che solo un pazzo o un ingenuo avrebbe potuto immaginare una situazione di pari dignità in un partito, il PdL, che ha il premier come acclamato e indiscusso presidente e leader. Fini e tutti i suoi boiardi ex-aennini non potevano onestamente pensare di tenere testa non solo al cavaliere, ma neanche allo sconosciuto Verdini, nei momenti decisionali del partito. Che poi, in realtà, corrispondono a ciò che contingentemente passa per la testa di Burlusconi. Senza bisogno di convocare organo dirigenziale alcuno. Perché così si fa nelle aziende, così si tratta con i dipendenti.
Ora Fini, dalla scuola di formazione del PdL a Gubbio, torna a reclamare “più democrazia interna”, toppando ancora almeno un paio di volte. In primo luogo perché se, come sembra, è così calato nel ruolo di super partes che la sua veste istituzionale gli impone, allora non dovrebbe ficcare il naso nelle misere questioni partitiche dei comuni mortali. Se è così convinto di essere ormai un patrimonio della nazione e non già di una parte, lasci queste basse faccende al prode ‘Gnazio o a qualche altro dei suoi ex colonnelli. Infine abbia il buon gusto di non parlare di democrazia interna quando per anni nella sua Alleanza Nazionale chi la chiedeva era, nella migliore delle ipotesi, messo nella condizione di non nuocere o più sovente costretto a fare i bagagli.
Ma del resto quello del bastone del comando è un assillo che ormai ha soltanto Fini. Nel PdL, saldamente al governo del Paese, di molte regioni e ormai anche di tantissime città, tutti gli uomini validi sono in altre faccende affaccendati: occupare posti, spartirsi prebende, costruire clientele, trombare veline, assicurarsi la vecchiaia, ecc. ecc.
Finché c’è Lui che decide per tutti chi ha voglia di perdere tempo con queste sciocchezze?

07 settembre 2009

Chel lì l'è matt!


"Chel lì l’è matt". Non usa mezzi termini il ministro delle Riforme, Umberto Bossi. Mette in un angolo il presidente della Camera, Gianfranco Fini, bocciando la sua proposta di concedere il voto agli immigrati. "Come già riferito a monsignor Bagnasco anche noi vogliamo aiutarli, ma a casa loro - ha spiegato il Senatùr - se questo il presidente Fini non lo capisce è condannato a perdere altri voti" (il Giornale)

Quello che invece non capisce lo scoppiettante Umberto è che il presidente della Camera non può perdere voti. Dopo lo scioglimento di AN, infatti, il prode Gianfranco non ha più un partito da far naufragare e anche la sua collocazione dentro il PdL appare ogni giorno sempre meno percepibile. Per questo Fini esterna a briglia sciolta senza preoccuparsi delle ripercussioni elettorali. Tutto è strumentale alla sua ambizione di candidarsi come prossimo presidente della Repubblica. Se per raggiungere tale scopo, dopo aver rinnegato ideali, storia, tradizioni, babbo e mamma, deve sparare un altro po' di cazzate, cosa volete che sia?

19 luglio 2009

Incontro col comunista.

Chissà se Guido Morselli immaginava, quando scrisse il suo romanzo, uno scenario come quello che si è presentato a noi in questi giorni. Certo non siamo nella Milano degli anni quaranta, non c'è la guerra e non c'è nemmeno il partito comunista clandestino. O quasi. Perché un po' clandestino pareva sentirsi il comunista che abbiamo incontrato noi nelle vie della Prato post-terremoto cenniano. Spaesato, confuso, deluso, ma non sorpreso. Del resto chi come lui non è andato a votare, un po' doveva aspettarsela la vittoria del centrodetra. Chi, come lui, è andato a ingrossare le fila degli astensionisti ha pesantemente contribuito alla vittoria di Cenni. Un astensionismo che ha colpito in prevalenza il candidato della sinistra e che è maturato non già al momento delle elezioni o del ballottaggio, ma molto prima. Già all'indomani dei risultati delle assurde primarie del PD, quando fu certificato che per la prima volta nella storia di Prato, comunque fossero andate a finire le elezioni, il Sindaco non sarebbe stato un ex comunista. Carlesi o Cenni, dice, per me pari sono. Certo, il neo-sindaco si è portato dietro una corte dei miracoli piena di bizzarri personaggi, gente che al nostro comunista non deve proprio restare simpatica, ma chi garantisce che con Carlesi non sarebbe accaduto altrettanto?
Ormai, dice, centrodestra e centrosinistra si assomigliano sempre di più.
Come dargli torto? Noi che da anni andiamo dicendo che ormai c'è un'unica, indistinta marmellata dove programmi, idee e valori si confondono e si sovrappongono. Dove un residuo di discrimine, se c'è, è rappresentato da quello che una volta si usava definire "cultura".
E allora non può non inquietare la nomina di Anna Beltrame come assessore alle politiche culturali pratesi. Possibile, ci chiediamo, che con tutto il patrimonio umano e politico che i partiti della coalizione avevano a disposizione, non ci fosse qualcuno in grado di ricoprire quel ruolo? Che in sessant'anni di dura scuola dell'opposizione non fosse cresciuto in Prato uno straccio di personaggio degno di rappresentare la visione culturale del centrodestra?
O forse anche sul piano della cultura gli uni e gli altri, come dice il nostro compagno, ormai son tutti uguali?

30 giugno 2009

Vaghi Cenni di cambiamento.


di Patrizio Giugni

Chissà a quali giochi giocava Cenni da piccolo? Ho qualche dubbio vista la poliedricità del personaggio in questione, ma sono pronto a scommettere che amava i giochi di società.
A me non ha mai convinto l’immagine de “l’uomo solo al comando” che in questa consultazione elettorale è riuscito a costruirsi con il suo carisma da imprenditore di fama, complice anche l’inconsistenza dei suoi alleati nessuno dei quali riusciva a rubargli la scena.
Già lo vedo arrivare al campetto con il pallone nuovo sottobraccio e dire: “Giochiamo insieme? Sia chiaro però che il pallone è mio e se non mi fate fare il centravanti e calciare i rigori me ne vado e non gioca più nessuno”.
Il politico Cenni ha giocato, da unica punta, con una squadra molto assortita fatta di ex socialisti ed ex democristi come rifinitori, uomini del PdL ed ex alleanzini come difensori e faticatori di fascia.
Una squadra con il regista a tutto campo, l’ex domocrista Borchi, capace di costruirgli gli assist mediatici che, di fatto, lo hanno incoronato primo Sindaco non comunista della rossa Prato.
Gli allestitori di questa squadra hanno capito prima degli altri che bisognava adeguare l’immagine reale a quella percepita attraverso la mediazione dei partiti politici tradizionali, cambiare la “tecnologia” di trasmissione dell’immagine, cambiare il fondotinta, rifare il cerone e la manicure ai sempre-verdi politici nostrani.
Mostrare agli elettori di centro-destra di poter giocare sempre in attacco è stata la scelta vincente dei suoi registi, che puntualmente hanno trovato in questa campagna elettorale schiere di fedelissimi amici e sostenitori “in grembiulino” che hanno incoraggiato e sostenuto la punta nella logica del monologo e dell’azione solitaria, quasi come aspettandosi dai suoi “tiri” la risoluzione a tutti i problemi che angustiano la città.
Il polverone di rivendicazioni, mistificazioni, teatrini e promesse in cui si è svolta questa complessa e allo stesso tempo semplicissima campagna elettorale disvela ancora una volta che forse il merito più grande di Cenni è quello di essersi circondato di amici che lo hanno portato nella Storia pratese.
Sono amicizie apparentemente più innocue di quelle maturate negli anni passati nelle congreghe di partito ma forse ancora più pericolose, avvolgenti e inestricabili.
Il “campionato” è stato vinto, ora il “goleador” dovrà trasformarsi in “selezionatore”.
Il “mercato“ è aperto, auguriamoci che gli ”acquisti” rispondano appieno alle aspettative degli elettori, non relegando in “panchina” coloro che di questa vittoria sono stati compartecipi.
Nulli nocendum: situi vero laeserit, multa dum simili iure (Fedro)

23 giugno 2009

Dentro la Storia.

E così è successo. Prato, la rossa, ha voltato pagina. Una sera di inizio estate, tra canti, gioia e bandiere al vento. Ma anche lacrime. Non dei vinti, che quelli ora non ci interessano, ma di alcuni vincitori. Di quelli che da tanto, troppo tempo aspettavano che il sogno si avverasse. Che in mezzo alla folla festante riandavano con la mente alle immortali parole di Giorgio Almirante: "non dobbiamo pensare possibile, per noi, di toccare con mano il momento conclusivo, il momento carnale della vittoria conquistata, accarezzata, toccata con le mani dello spirito e con quelle del corpo. La nostra generazione non è destinata a tanto, ma è destinata a qualche cosa di più: è destinata a fare il lavoro dell'ape virgiliana, dell'ape operosa e umile che lavora per gli altri e per sé nulla chiede se non la dolcezza del fato che si compie".
Con questo spirito vogliamo ringraziare tutti coloro, e sono stati davvero tanti, che ci hanno pubblicamente detto "questo successo è anche merito vostro". Dove quel "vostro" sta a significare più di una generazione di missini, i cuori neri, i maledetti e gli esclusi, che hanno reso possibile la nascita e la crescita di una alternativa all'egemonia catto-comunista.
Un riconoscimento che accettiamo, nonostante la diversità di vedute su tante cose, purché ci sia consentito di poterlo moralmente estendere a quanti non sono più tra noi e che negli anni, per la buona battaglia, raccogliendo e consegnandoci la fiaccola, hanno camminato al nostro fianco.

12 giugno 2009

Ballottaggio.



di Patrizio Giugni

L’effetto-PDL si allunga anche sul comune di Prato. Favorito o meno dal volto "nuovo" del candidato sindaco Cenni, il partito di Berlusconi ha costretto al ballottaggio la sinistra pratese.
Una notizia che profuma di svolta storica in una città amministrata ininterrottamente dalla sinistra dal ‘46 ad oggi e nella quale nel 2004 Romagnoli, al suo esordio come candidato a sindaco DS aveva fatto man bassa di voti stracciando il candidato del centro-destra Bernocchi al primo turno, con ben 20 punti percentuali di distacco.
Sarà ballottaggio. E non sarà facile per il candidato PD, il 21 e 22 Giugno. Le condizioni sono assolutamente diverse rispetto a cinque anni fa. Conteranno, certamente, i possibili apparentamenti ma anche i voti di coloro che rivedendo la loro posizione di “astensionisti” del primo turno, potrebbero recarsi questa volta alle urne.
Così il fortino dell’amministrazione comunale pratese, roccaforte storica della sinistra, dentro la quale i “democratici” avrebbero voluto resistere per consolidare il potere politico-economico sulla città, non è più, per loro, così sicuro.

08 giugno 2009

La cruda realtà dei numeri.

Ultimato lo spoglio dei voti per il Parlamento europeo, svanisce la favola berlusconiana di un popolo italiano ansioso di ribadire plebiscitariamente il proprio gradimento per la compagine governativa. Si conferma anche che la dissoluzione di AN nel partito di Berlusconi è stata una mera operazione di vertice che la base e soprattutto gli elettori non hanno assolutamente seguito. La svolta antifascista di Fini ha probabilmente garantito la sopravvivenza ai soliti oligarchi ex aennini, ma ha sicuramente dissipato un grande patrimonio ideale, valoriale ed elettorale. Si pensi che a fronte dell'odierno miserello 35 percento del PDL, alle europee del 1994 le sole Forza Italia e Alleanza Nazionale sommavano un buon 43 percento. E senza ancora essere mai state al governo. Senza le chiavi del potere, insomma. Chapeau!

05 giugno 2009

La diaspora.



Pur non avendo il minimo interesse per le prossime elezioni, ci siamo tuttavia fatti incuriosire da una domanda: dove saranno finiti i pezzi grossi pratesi di Alleanza Nazionale ora che il loro partito è stato inglobato in quello di Berlusconi? Ecco un elenco degli ex aennini impegnati a vario livello nei "ludi cartacei" nostrani.





Lista Civica Taiti per Prato
FILIPPO MORETTI

Prato Libera e Sicura
GIANLUCA BINI

Prato Civica
SILVANO AGOSTINELLI

Lega Nord
ALESSANDRO SCANDIUZZI

II Popolo della Libertà
GIANNI CENNI
MAURIZIO BETTAZZI
FULVIO PONZUOLI
GIANCARLO AUZZI
GIANLUCA BANCHELLI
ELENA TEMPESTINI
SILVIO BALDI
MATTEO COCCI
FRANCESCO MUGNAIONI
ANDREA PRIOLO
FILIPPO BERNOCCHI
LUIGI CALVANI
GIACOMO GACCI
ELENA GANUGI
MAURIZIO MARINOZZI
LUIGI AVVANZO
ROBERTO ULIVI
COSIMO ZECCHI

La Destra
MARIA REMEDIOS BESSI
ANDREA CHITI
GIANFRANCO CIAMBELLOTTI
MAURO SCARPITTA
MARIO BRUNI
MARCO SQUILLONI
SEBASTIANO CAMPO

I Socialisti per le Libertà
SALVATORE PIRRONELLO

Lista Civica Rilanciare Montemurlo
LORENZO TRAETTINO

Lista Civica Libera Vernio
MARCO CURCIO

03 giugno 2009

Tien An Men. 4 Giugno 1989



Il 4 Giugno di 20 anni fa il governo comunista cinese ordinò ai carri armati di sparare sugli studenti che si erano radunati in piazza Tien An Men a Pechino per protestare contro la corruzione dei funzionari di governo e per chiedere aperture democratiche e libertà di espressione. Morirono migliaia di ragazzi. Venti anni dopo il governo cinese non ha cambiato idea, e sostiene ancora che quei ragazzi fossero ribelli che stavano mettendo in pericolo la sicurezza e il futuro del paese.
I martiri di Tien An Men in Occidente sono diventati vere e proprie icone di libertà, in particolare uno di loro. Un ragazzo armato di due sacchetti di plastica che si mise davanti a una fila di carri armati impedendone l'avanzata. Quando il tank tentava di voltare a destra, il ragazzo coi sacchetti si spostava a destra. Se il tank si portava sulla sinistra, il ragazzo si spostava a sinistra passandosi i sacchetti di plastica da una mano all'altra. La scena è stata ripresa dalle televisioni di tutto il mondo e da un fotografo americano. E' una delle immagini che hanno segnato il secolo scorso e la storia del comunismo.
Eppure il ragazzo del carro armato è rimasto sconosciuto. Anche la sua fine è ignota anche se, purtroppo, immaginabile. Le foto lo riprendono di schiena, la sua faccia non è riconoscibile. I giornali lo chiamarono "l'uomo del carro armato". La rivista Time lo definì "il ribelle sconosciuto" e lo ha inserito nella lista dei venti più grandi rivoluzionari del XX secolo.