11 giugno 2007

Uomini e ambulanze.



ROMA - Bufera su Gustavo Selva, il senatore di An che sabato ha finto un malore per farsi trasportare da un'ambulanza negli studi de La7 superando così tutti gli ostacoli al traffico causati dalla visita di Bush a Roma. (ANSA)

Potrebbe sembrare una cosa da niente, una goliardata. Ma è sintomatico di cosa sia diventata oggi la politica con il suo carico di arroganza, di privilegi e di impunità. Per carità: di abusi se ne compiono ogni giorno e di ben più gravi, ma questo va segnalato per fantasia e dabbenaggine. Si, perché il prode senatore di AN non si è limitato a commetterlo ma ne ha fatto anche pubblico vanto. Da vecchio democristiano è tuttora convinto che lo Stato sia al suo servizio e non viceversa; da "alleanzino" si è trovato in buona compagnia visto che l'unica molla che muove il partito dei dipendenti di Fini è la ricerca spasmodica del privilegio, del potere fine a se stesso, della "sistemazione" personale. Una casta nella casta i cui accoliti, come è stato appropriatamente detto, dopo aver assaggiato il Sauternes difficilmente si accontenteranno di tornare a bere lo Zibibbo...

23 maggio 2007

La grande verità.

All’improvviso, nel 1989, il paradiso sovietico si è disfatto. Sono emersi la fragilità, l’inganno e le miserie del comunismo e del socialismo reale. Non soltanto nell’URSS, ma in tutti gli stati satelliti di Mosca. Anche il PCI è stato travolto dal crollo. I comunisti italiani sono stati obbligati a mettersi allo specchio e a scrutarsi con uno sguardo diverso rispetto al passato. Su questa famiglia rossa, in preda allo choc, si sono poi abbattute altre disgrazie impreviste. La scissione del 1991 e la nascita di Rifondazione Comunista. La perdita di forza elettorale. Una crisi di immagine profonda. Anche la conquista del governo del 1996 è avvenuta sotto la guida di un democristiano come Romano Prodi. Insomma una catastrofe ininterrotta. Bene, cosa restava a questi sinistrati? Di fatto soltanto l’orgoglio di aver sconfitto il fascismo con la guerra partigiana. Ma a quel punto sono spuntati i maledetti revisionisti. Questa razza malvagia ha cominciato a dar picconate anche a quella certezza. Affermando una serie di verità sgradevoli. Per esempio, che in Italia il fascismo era stato sconfitto non dai partigiani, ma dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti, due potenze capitalistiche. Poi ancora che lo scontro avvenuto fra il 1943 e il 1945 era stato una guerra civile. E che per raccontarla in modo completo era indispensabile occuparsi anche della Repubblica Sociale di Mussolini.


Da: "La grande bugia"
Giampaolo Pansa
Sperling & Kupfer 2006

24 aprile 2007

Complimenti Mr.Fini!

Sono 3 milioni e 35mila gli stranieri regolari in Italia, quasi il doppio rispetto a 5 anni fa.

''La modifica della Bossi-Fini si e' resa necessaria perche' i meccanismi adottati dalla stessa legge per l'immigrazione hanno favorito uno sproporzionato ingresso di immigrazione clandestina nei confronti dell'immigrazione legale''.
(Giuliano Amato, ministro dell'Interno)

Complimenti. Complimenti vivissimi! Ci volevano proprio cinque anni di governo di centro-destra per ottenere questi brillanti risultati.

16 febbraio 2007

Album di famiglia.



Sul blog di "Cuori Neri" si parla della presentazione del libro di Nicola Rao (La fiamma e la celtica - Ed. Sperling & Kupfer) in quel di Padova ad opera di alcuni esponenti di AN. Io sostengo che la storia del neofascismo italiano raccontata da Rao non possa essere considerata l'"album di famiglia" di Alleanza Nazionale. Non perché non esista una diretta discendenza del partito di Fini da quello che è stato per quasi cinquant'anni l'unico partito neofascista del dopoguerra, il MSI. Ma perché do per scontato che, salvo rare eccezioni, in AN si preferisca cancellare la memoria di questo recente passato. E' pur vero che in gran parte della base di AN (anche, devo dire, in quella di provenienza non-missina) il sentimento nei confronti del "partito che c'era prima" è benevolo e riconoscente, ma è altrettanto vero che le disposizioni "istituzionali" di Fini sono di tutt'altro genere. La svolta antifascista di AN impone, per calcolo o per viltà (o per tutte e due le cose), di stendere un velo di oblio sulla provenienza dei massimi dirigenti alleanzini. La mancata celebrazione del sessantennale della fondazione del MSI è più che eloquente.
Insomma, un passato che imbarazza, di cui ci si vergogna quando addirittura non ci si pente. Un passato che per noi ex missini rappresenta un imperituro motivo di orgoglio e che invece per tanti ambiziosi arrivisti uomini di AN potrebbe costituire un ostacolo alla frequentazione dei "salotti buoni" della politica.

13 febbraio 2007

Tanto di cappello, Presidente.




Lo ammettiamo: non ci aveva fatto fare salti di gioia l'elezione di Giorgio Napolitano a Presidente della Repubblica. Non tanto perché fosse il primo ex-comunista a salire sul colle più alto, cosa che semmai legittimerebbe anche gli ex-fascisti ad aspirare alla stessa carica (sempre che ve ne siano ancora in giro), ma perché non ci appassiona più di tanto la "dinasty" delle solite cariatidi della politica nostrana, riciclata e riciclona. Ma le parole usate in occasione della giornata del ricordo, in memoria degli italiani infoibati, ci hanno fatto ricredere. Nessuno, neanche il tanto osannato Ciampi, aveva parlato senza mezzi termini di pulizia etnica e di colpevole silenzio per bieco calcolo politico.
Come c'era da aspettarsi il Presidente Napolitano è stato oggetto di un rabbioso attacco da parte della Croazia che gli ha procurato l'unanime solidarietà del mondo politico. Cosa faranno, ci siamo chiesti, i conigli di Alleanza Nazionale? Prenderanno le sue difese o sull'argomento foibe si eclisseranno come hanno fatto in occasione delle celebrazioni?

07 febbraio 2007

La cultura della sconfitta.

"Vincere, vincere, vincere! E vinceremo, in terra cielo e mare..."

Dopo i tragici fatti di Catania sociologi, politici e tuttologi vari si sono affrettati a rammentarci che in Italia, nelle competizioni sportive, non abbiamo la cultura della sconfitta. Cultura che è invece patrimonio comune dei paesi europei ad alto tasso di "democrazia calcistica"!
In realtà, anche volendo solo per ipotesi considerare manifestazione sportiva le scene di guerriglia urbana viste venerdì scorso a Catania, la peculiarità di noi italiani è proprio quella di voler aggirare, con ogni mezzo, la possibilità di sconfitta. Ottosettembristi del pallone? Può darsi. Del resto cosa possiamo pretendere da un popolo che inizia sempre le proprie guerre a fianco di un alleato e le finisce puntualmente a fianco di quello che era il suo nemico? Tanto per rimanere in ambito calcistico: sei un tifoso, che so, del Milan? Niente paura: all'ultima di campionato mettiti a tifare Inter e giura che il tuo cuore ha sempre battuto per i nerazzurri. In Italia si fa così.

15 gennaio 2007

Un uomo di destra alla Farnesina.



"Nei nostri cinque anni di governo abbiamo dato vita a una politica estera leale nei confronti dell'alleanza atlantica. Al contrario questa Italia di Prodi, servendo l'asse fra Parigi e Madrid, insegue l'ambizione francese di una strategia euro-araba. Una strategia che mira ad escludere l'influenza americana e che ha come interlocutore, purtroppo, l'Iran di Ahmadinejad. Come conseguenza di ciò, l'America ci ha messo ormai nella lista dei paesi non affidabili."
Queste, in sintesi, le parole di Berlusconi.
Insomma, D'Alema è bravo solo a criticare gli stati uniti: per la guerra in Iraq e per i bombardamenti in Somalia. Invia i soldati italiani in Libano per difendere gli Hezbollah dalle rappresaglie israeliane, chiede la costituzione di uno stato palestinese, vuole escludere l'influenza americana dall'Europa e dal medio-oriente...
Qualcuno nota la differenza dal suo scialbo predecessore che scodinzolava di fronte alla Rice e faceva il pendolare a Tel Aviv?

12 gennaio 2007

Idealismo e pragmatismo.

Alcuni amici della cosiddetta destra radicale sostengono che non sia conciliabile la critica al sistema con l’accettazione dei rituali democratici e in particolar modo di quelli parlamentari. A sostegno di questa tesi portano l’esempio di Pino Rauti, un tempo icona nera dell’alternativa al sistema e oggi costretto, per ragioni di bottega, all’alleanza con Berlusconi, emblema vivente dell’odiato liberal-capitalismo e del sistema che lo sorregge.
Attendiamo come sempre le opinioni dei nostri utenti, limitandoci a una breve considerazione: il limite di certe forze politiche della destra “antagonista” è sicuramente quello di non aver saputo tenere su due piani separati l’idealismo dal pragmatismo. Perché le idee, anche le migliori, possano affermarsi devono reggere la prova dell’immersione nella realtà contemporanea. L’obbiettivo di lungo termine sarà senza dubbio quello della costruzione di una società migliore, ma nell’immediato questa è la società nella quale ci si trova ad agire. Per cui, massimo rispetto per chi sogna più o meno utopiche terze posizioni, ma nel frattempo il buon Rauti e tutti quelli che, bontà loro, si dilettano a fare attività politica che cosa dovrebbero fare?
Del resto se Mussolini non avesse dato prova di grande pragmatismo alleandosi con il capitale, con la chiesa, con la massoneria e via discorrendo, non avremmo avuto, nel secolo scorso, l’unica vera rivoluzione (quella si, autentica terza via) che l’Italia abbia mai conosciuto.

15 dicembre 2006

Che fine ha fatto la destra sociale?


Dopo le elezioni vinte dal centrosinistra sono letteralmente scomparsi gli ex capi-corrente del partito di Fini. Storace, prima trombato alle regionali e poi stroncato dall’”affaire Laziogate”, Alemanno annichilito dalla pessima figura fatta nella corsa al Campidoglio. E la comunità militante della cosiddetta destra identitaria? Andata. Mettiamoci una pietra sopra.
Eppure non sembrerebbero mancare gli argomenti di attualità per far sentire la voce di quella che un tempo veniva considerata l’ala “intellettuale” della destra italiana.
E invece no. Spariti tutti. Ci viene un dubbio: che siano in ritiro ad inventarsi una giustificazione plausibile per il prossimo ingresso nel PPE?

04 dicembre 2006

Come ti rovino la festa.


Non c’è dubbio: con la manifestazione di sabato 2 Dicembre a Roma i partiti del centrodestra hanno dato prova di una grande capacità di mobilitazione della propria base. Ancora maggiore se si considera che i due milioni di cittadini scesi in piazza non lo hanno fatto sulla base di una piattaforma programmatica e rivendicativa specifica. Hanno manifestato, sic et simpliciter, contro il governo Prodi. Dimostrando quindi una fidelizzazione quasi ideologica di cui gli organizzatori potranno sicuramente far tesoro.
Incredibile dunque come un evento che ha dato prova di grande forza dell’opposizione si sia tradotto, nei fatti, in una vera e propria disfatta per l’opposizione stessa. Una Caporetto che è tutta ascrivibile alla scelta dell’UDC di tenere altra e contemporanea manifestazione in quel di Palermo. Una rottura maturata probabilmente dalla consapevolezza di Casini di non essere lui il bolognese prescelto per la successione a Berlusconi…
Sta di fatto che l’attenzione degli addetti ai lavori è stata ad arte deviata dalla protesta romana ai dissidi interni alla ormai ex CdL. I riflettori della diretta televisiva si sono accesi, in una improbabile par-condicio, tanto sulla debordante folla di Roma quanto sul grottesco convegno di Palermo. Tot minuti per i due milioni di italiani, tot minuti per i diecimila vetero-democristiani.
Adesso l’UDC ha dichiarato che ormai ci sono due opposizioni e che il partito di Cesa intende seguire una propria strada per creare un’alternativa a Prodi. Convinti come siamo che Casini e soci siano abbastanza intelligenti da non coltivare, in epoca di bipolarismo, sogni di egemonie centriste destinati a infrangersi (Mariotto Segni docet), ci rimane un unico interrogativo: cosa faranno i senatori uddiccini quando la risicata maggioranza prodiana avrà bisogno di una mano? Mah…

13 novembre 2006

La fiamma e la celtica.

Sul blog di Luca Telese (che invitiamo a visitare) www.cuorineri.it si è aperta una ricca discussione sul libro di Nicola Rao "La fiamma e la celtica" edito da Sperling & Kupfer. Tra i vari interventi ci è sembrato particolarmente interessante questo di Gabriele Adinolfi che riportiamo di seguito.

l valore dell’ultimo libro di Rao che pur inserendosi in una linea di rivisitazione storica che vorrebbe relegarci in soffitta a vantaggio della DC e dell’Azione Cattolica stona magnificamente. Leggetelo!
Non tutte le ciambelle riescono con il buco. Sicché se per favorire la rinascente DC si commette l’errore di affidare ad un autore di cuore e coscienzioso il compito di parlare del neofascismo nell’intento di liquidarlo storicamente, può invece accadere che ne esca fuori un’opera bella e toccante.
È quanto è accaduto con “La fiamma e la celtica” di Nicola Rao edito dalla Sperling & Kupfer che giungerà di sicuro al grande pubblico più dei testi della Settimo Sigillo di Enzo Cipriano per la quale Rao aveva operato la sua prima stesura: “Neofascisti” e cui è opportuno rendere il dovuto onore.

In mezzo a mele marce

La Sperling & Kupfer va al sodo: volume rilegato male per risparmio di spesa con fogli che si sfilacciano immediatamente, collana diretta dal rampante Telese e, ciliegina sulla torta, nel retrocopertina quest’agghiacciante descrizione del libro: “tutto quello che è successo nella galassia della destra italiana da Il sangue dei vinti a Cuori Neri”. Come dire che le due operazioni commerciali in salsa democrista rappresenterebbero i suggelli narrativamente corretti di un mondo che certa gente vorrebbe far sparire e dimenticare.

E che il piano stia riuscendo fino ad attecchire in un’area che non ha più dirigenze adeguate lo comprovano tutte le piroette ideologiche e identitarie che vanno in scena ripetutamente. Non ci riferiamo solo ad AN ma soprattutto a chi si situa al suo fianco destro dove è vittima della progressiva avanzata di tesi controrivoluzionarie. A furia di abbassare la guardia di fronte agli ammiccamenti che da una ventina d’anni provengono da alcune confraternite, sempre più spesso qualcuno pressappochista o dalle idee confuse, pur ostentando paradossalmente una simbologia fascista, si propone invece come un’Azione Cattolica degli anni Cinquanta.

Che si sia in presenza di una libido di s-fascistizzazione è talmente chiaro che, come in genere avviene per tutto quel che è palese, solo in pochi se ne avvedono e ancor meno sono quelli che ne capiscono la portata.

Invece non solo bisognerebbe saper leggere gli slogan e capire il lessico politico (e quindi pretendere la correzione di ogni espressione d’estrema destra che vada nel senso della s-fascistizzazione) ma anche saper distinguere le letture, comprendere cosa muove gli autori, quali vanno sostenuti e quali no.

Se Telese e Pansa sono indiscutibilmente uomini che operano, oltre che per interesse personale, anche e soprattutto in una strategia democristiana, senza porsi minimamente il problema della mistificazione, Tassinari e Rao, pur provenendo da due percorsi diversi, sono invece spinti da attrazione reale per qualcosa che intendono esprimere com’era (e come in parte ancora è) e non invece per neutralizzarlo.

Il funerale del Comandante

La vita è buffa. Il libro di Rao inizia con il capitolo più toccante, travolgente, trascinante: quello dedicato al funerale di Peppe Dimitri. Ora, guarda caso, proprio il commento di quella vicenda fornì l’occasione per la peggior espressione di bassezza d’animo del curatore della collana, Telese.

Ma Rao non è sulla lunghezza d’onda del suo curatore, non è un borghese qualunque attratto dal piacere della mollezza e non scrive per esporre una tesi: entra nell’opera. In modo intero, assoluto, lo fa in quel capitolo che s’intitola “Un funerale per il neofascismo” ma che sarebbe stato più corretto denominare “Un funerale per una generazione guerriera” perché è quella generazione – la mia – che è stata sepolta in quel giorno con un rito vichingo.

Non aggiungerò altro su quel capitolo che è riuscito a farmi commuovere di nuovo: dico che, fosse anche solo per quelle pagine, il libro merita di essere letto.

Ma non è solo per questo che vale. Come in “Neofascisti” Rao ci ripropone sessant’anni di storie e di pulsioni. Lo fa ricorrendo a testimonianze dirette il che, ovviamente, non è esente da rischi, perché le memorie raccolte a posteriori sono spesso oggetto di possibili rivisitazioni soggettive anche inconsce.

Diverso è quando si riesce a fornire un documento d’epoca: è il caso, che si trova in appendice al capitolo dedicato all’ “autonomia nera”, del diario di Emanuela da cui scaturiscono con esattezza dei sentimenti che allora erano veramente condivisi fra cui anche l’esatta valutazione della lotta armata che la penna di una sedicenne riuscì a rendere semplice pur conservandone l’enorme complessità.

Oltre le soggettività

Rischi di soggettività? Ad esempio per la parte su Terza Posizione Rao si concentra su una vecchia testimonianza di Marcello De Angelis che però, qualche imprecisione a parte (ad esempio l’affermazione che vedessimo bene Gheddafi non è vera) e malgrado qualche interpretazione soggettiva (“non ci sentivamo più fascisti” non è di certo esatto) rende bene l’idea anche se indugia un po’ troppo su tratti d’amarcord intimistico.

Sempre riguardo TP Rao riporta estratti di articoli e di documenti politici che rendono in buona parte l’idea del Movimento. Anche se a mio avviso l’accento posto sul fattore internazionale ha fatto passare un po’ troppo in secondo piano l’altro pregio di TP: l’essere riuscita ad essere protagonista della rivolta generazionale e fortemente ancorata, in modo concreto, nel sociale. E non avrebbe guastato anche uno studio su quello che TP rappresentò poi nella maturazione ideologica della destra radicale.

Ma tutto sommato il capitolo va bene così e se tanto mi dà tanto è probabile che anche per i brani che riguardano il passato i percorsi a volo d’uccello siano globalmente riusciti.

Sessant’anni di storie parallele

Dal 1946 al 2006 si snoda la matassa di tante storie parallele: quella trasformista, quella reazionaria, quella intransigente, quella tradizionalista, quella social/rivoluzionaria. E si dipana il filo della vitalità fascista in neofascismo, feconda in particolare con il terzaforzismo e il Mito dell’Europa da Anfuso a Jeune Europe passando per il monumentale Adriano Romualdi fino ad esplorare gli avamposti più irrequieti: frediani e appunto terzaposizionisti.

Una storia sessantennale fatta di convivenze fra diverse istanze ma nella quale storia il gene più fertile non cessò di generare. Ed ora proprio quel gene si vorrebbe estirpare riducendo l’eredità di quel sessantennio soltanto al trasformismo e alla reazione. Persino del tradizionalismo viene proposta dai più esclusivamente la sua scimmia conformista moralista e in molti casi confessionale. Insomma il terreno sembra fertile e i tempi appaiono maturi perché quel che non riuscì neppure alla destra badogliana avvenga oggi per l’operato di individui tanto esterni che interni all’area che godono di un prestigio gonfiato e di notevoli appoggi proprio per l’operazione che stanno consumando

Ci troviamo insomma in presenza di una vera e propria mistificazione generalizzata.

L’Omega e l’Alfa

Questa compressione mortifera non è però l’intento di Rao e anzi, non sappiamo se consapevole o spinto da un’ispirazione irrazionale, egli si rifiuta di fare del suo libro un de profundis.

Tant’è che se “la fiamma e la celtica” inizia con un Omega (appunto “Il funerale del neofascismo”) si chiude inaspettatamente con un’Alfa (“I centri sociali di destra. Casa Pound e lo squadrismo mediatico”). Un capitolo nel quale Nicola Rao sottolinea come sia proprio il fascismo delle origini ad animare le componenti più dinamiche, innovatrici e d’impatto dei nostri giorni. Il gene, quindi, è vivo.

Anche per questa conclusione implicita vale la pena di leggere “La fiamma e la celtica” che, alla faccia di più d’uno, non rappresenta la storia di due simboli che stanno per essere inghiottiti, sia verso il centro che verso la destra, da scudi crociati di diverso stile. Sono simboli che vivono e che generano ancora dopo aver sventato per decenni sia il tentativo di mistificarli che quello di estirparli.

Il tentativo oggi si fa più serrato e viene da tutte le direzioni, ma noi, come ha potuto notare Nicola, siamo maledettamente testardi.

Gabriele Adinolfi

09 ottobre 2006

Dall’assemblea nazionale l’ennesima “svolta” di AN.

Oddio, non che l’assemblea in quanto tale abbia fatto gran ché. Dopo il consueto soliloquio del lider maximo i componenti del pletorico organo dirigente si sono limitati ad approvare entusiasticamente le tesi di Fini. Qualche membro più intraprendente si è spinto fino ad una iperbolica esegesi del Fini-pensiero, dal quale indubitabilmente scenderanno sul partito di via della Scrofa copiosi effetti salvifici. Tra costoro vogliamo citare, per amor di campanile, il coordinatore regionale della Toscana, on. Riccardo Migliori, vice presidente del gruppo parlamentare di Montecitorio, insomma uno che conta. “In Toscana - dice - la sinistra soffoca l’elettorato con il blocco delle classi dirigenti”. E’ vero, ma a parte il fatto che quando la destra va al potere fa delle meschine figure come ad Arezzo, Grosseto, Lucca, Montecatini, Pietrasanta e così via, il modello da seguire quale sarebbe? Quello offerto dai partiti di opposizione? Il naturale, gioioso, vivificante ricambio delle classi dirigenti attuato da Alleanza Nazionale?
Ancora Migliori: “Molti dicono: non possiamo morire democristiani. Ma il Ppe è un grande “contenente” che ha un contenuto essenziale: raccoglie tutte le forze che non si riconoscono nel socialismo europeo, insomma una CdL continentale più vasta.”
Non che la cosa ci interessi, ma siamo sicuri che questo sia ciò di cui necessita il Paese? Di una CdL più vasta? E per fare cosa? Per fare anche in Europa quello cha ha fatto in cinque anni in Italia?
A noi sembra che l’adesione al PPE serva soltanto a corroborare le ambizioni di Gianfranco Fini a succedere a Berlusconi. Una ulteriore “purga” imposta al capo degli ex neo-fascisti da lobbies, logge e poteri più o meno occulti.
E considerate le ormai note doti di coerenza di Fini e le coraggiose capacità di critica e di indipendenza intellettuale dei suoi fedeli adulatori, c’è solo da sperare che il Signore ci conservi il Cavaliere il più a lungo possibile.

02 ottobre 2006

Fatti, non parole.

Manifestare contro la legge finanziaria del governo Prodi, non solo con le solite esternazioni, ma con fatti concreti. Concretezza su cui si deve riconoscere non solo tutto il popolo di destra, ma anche tutti quelli che avevano preso sul serio il “nuovo governo” prodiano.
Lo scopo è semplice: far capire alla sinistra di Governo che i cittadini non sono disposti ad assecondare supinamente le nuove stangate, anche se presentate in forme ”illuminate”. La finanziaria che colpisce indistintamente “poveri e ricchi” deve essere modificata.
Dobbiamo prepararci a scendere in piazza per sostenere, ancora una volta, lo stato sociale di tutti i cittadini.
Il messaggio ai nostri politici deve essere chiaro: no a nuove e vecchie tasse. Insomma, tutti in piazza per dire basta con le stangate del professor “mortadella” e di tutti i suoi complici del centrosinistra.
Manifestare contro il “rapinatore Prodi” deve essere il tema portante della protesta.
Usiamo, senza paura, espressioni forti e chiare.
Il compito deve essere quello di non tradire elettori e cittadini che hanno voglia di fare una vera e sana battaglia politica in difesa dei propri ed altrui interessi.
L’obbiettivo può sembrare arduo, ma è anche da questo che si misura la vera forza del centro destra.

Patrizio Giugni

20 settembre 2006

E se qualcuno si decidesse a prenderli a pedate?

Nel consiglio regionale della Toscana si aggira un pagliaccio. Il capogruppo di AN, Maurizio Bianconi, ha detto di "essersi sbagliato" a votare insieme ai diesse l'aumento dei consiglieri da cinquanta a sessantacinque! Ora è tempo di vacche magre (ma quelle grasse chi l'ha mai viste?) e bisogna ridurre le spese. Sennò Martini aumenta il bollo auto e la benzina. Ecco allora che Bianconi, paladino della lotta agli sprechi di pubblico denaro, chiede di tornare al vecchio numero di consiglieri regionali. Ben venga questa ammissione di colpa, seppur tardiva e un tantino sospetta, ma chi sbaglia non dovrebbe, di solito, pagare? Come pensa Bianconi di risarcire i toscani che si vedranno aumentare le tasse a causa del depauperamento delle casse regionali dovuto anche alla sua personale "sistemazione"?
Dice, il pentito: "Quando ho iniziato a fare l'avvocato comprai dei divani di pelle, poi li ho dovuti sostituire con altri di sky". Poverino! E noi che eravamo convinti che i lussi se li fosse permessi dopo l'elezione e non prima! Ma già, tutti questi parassiti "sacrificano" le loro avviate e redditizie carriere professionali per "prestarsi" alla politica. Ma allora, di grazia, perché privare la società di tante brillanti menti? Prego, rompete le righe, il "servizio" è finito. Potete tornare alle vostre occupazioni. Prima che qualcuno si decida a calzare gli scarponi chiodati...

19 luglio 2006

Povera destra mia, perduta fra i carrieristi.

di Pietrangelo Buttafuoco

Adesso Alleanza nazionale si appresta a fare una nuova svolta. Francesco Storace ha riunito i suoi, sono «la destra di destra», Gianni Alemanno farà la sua convention separata nella mezza estate e sarà una stagione di convegni. Ci sta lavorando di fino Adolfo Urso, che è tipo da pensatoio. Ha avuto l'incarico da Gianfranco Fini che, invece, preferisce scacciarli i pensieri. In Sicilia dove la costituzione del governo Cuffaro ha dovuto attendere gli spasimi di An, il leader quasi non è più benvenuto: ha avuto problemi con Enzo Trantino, celebre penalista, cui aveva garantito il Csm, e con Fabio Fatuzzo, cui aveva promesso l'ingresso nel governo di Palazzo d'Orleans a Palermo. Ha fatto guerra a Raffaele Stancanelli, il vicepresidente dell'assemblea regionale, fra i campioni di raccolta del consenso, col rischio di ripetere un altro abbandono: quello di Nello Musumeci, il presidente della Pro vincia di Catania stravotato e però costretto a fare la sua scissione nell'arcipelago dell'autonomismo, in alleanza con Raffaele Lombardo. È la crisi dentro quello che fu il più importante deposito elettorale della destra, ma pare che dal Veneto a Lampedusa la regola fondamentale sia la stessa: cacciare (o far scappare) chiunque possa togliere spazio alla comitiva di dirigenti che con la politica ci campa. Tra credenti e carrieristi, non si è superata quella fase per cui, direbbe il filosofo Fatuzzo, la politica che amministra la realtà dal «è un cretino ma è un amico» deve passare a quella più responsabile del «è un amico, ma è un cretino», affinché ì consigli d'amministrazione poi non vengano sfasciati dai dilettanti allo sbaraglio. E gran sbaraglio di dilettantismo è stata An alla prova della realtà, sebbene il partito abbia attraversato una brutta mesata dopo le intercettazioni, le vergogne e gli arresti alla malasanità in Lazio, sebbene sia fin troppo chiaro che se si vota domani come niente An becca un 5 per cento, tanto è sfasciato il partito. Si spera che l'ennesima svolta di An non corrisponda poi alla caustica battuta di donna Assunta, la vedova di Giorgio Almirante: «AN svolta, e che diventa?, NA?». Prima di tutte le svolte ci fu un partito che di nome e cognome faceva Movimento sociale. Era quello con la base trapezoidale nel simbolo, ebbene si era quello della bara. Fiamma tricolore con dicitura «Destra nazionale» e poi la sigla, M.S.I., che sotto sotto significava questo: Mussolini Sei Immortale, ma anche, e si trattava di sottrarre voti alla Democrazia cristiana, Maria Santissima Immacolata. Perfino Padre Pio, in confessionale, ai penitenti arrivati a San Giovanni Rotondo che chiedevano il permesso di votare il partito di Almirante («Si commette peccato?») rispondeva: «Peccato è non votare l'Msi!». Ci fu dunque questo partito che pure nel dramma di un dopoguerra mai chiuso raccontò molto più di una nostalgia. Sarebbe stata nostalgia di modernità fra l'altro: l'urbanistica, la scienza di Guglielmo Marconi, l'organizzazione culturale, la letteratura di Luigi Pirandello, l'Enciclopedia italiana, l'avanguardia artistica di un pittore tra i massimi come Alberto Burri (rinchiuso in un campo di concentramento Usa nel Texas), oppure quell'Iri dove si sarebbe fatto le ossa Romano Prodi. Fu il partito della giustizia al servizio dello Stato. Fu, infatti, il partito di Paolo Borsellino e di un altro fascistone dell'antimafia, ovvero Mauro De Mauro, il cronista del quotidiano L'Ora cancellato in un pilone di cemento armato. Alleanza nazionale ha buttato via tutto questo mondo e cancellato tutta l'effervescenza di un dibattito splendido al punto dI ritrovare nel comitato editoriale del Borghese (e dopo, nel Giornale di Indro Montanelli) protagonisti come Ernst Jünger, Eugene Ionesco, Vintila Horia, Mircea Eliade in cambio di un Domenico Fisichella troppo ingrato per restare anche in tempi di magra, per meritarsi infine la benedizione dada di Maurizio Gasparri sull'Indipendente: «Ho preso 200 mila voti alle europee, sono schede dove hanno dovuto scrivere il mio cognome. Quanti libri avrà mai venduto Fisichella?». Più di Fisichella hanno venduto i “Fascisti immaginari” di Luciano Lanna e Filippo Rossi e i “Cuori neri” di Luca Telese, il cui blog, a dispetto di An dove non si discute, ma ci si scazza, è un agone a disposizione delle discussioni. Ma sarebbe perfino scontato aprire una questione sulla miseria culturale, An ormai al tramonto è puro trash. Alemanno, il più chic tra i dirigenti di An, comunque candidato sindaco di Roma fino a ieri, per umiltà di bottega ha dovuto sopportare i tassisti (non le quadrate legioni, ma i tassisti?) che lo celebravano al grido di «Du-ce, du-ce, du-ce!» come in una scena di “Caterina va in città”, o come nello spasso di “Vogliamo i colonnelli”. La caricatura: dalle inique sanzioni alle licenze taxi. Tanto valeva restare Msi. Fatta tara dell'antifascismo obbligatorio, religione civile dell'Italia democratica, fatta tara dell'inutilità politica (per quel che è valsa poi, l'utilità di An), la fiamma fu il marchio di uno stile familiare agli italiani pur educati a stare alla larga dalla destra. Un marchio perfino ammirato, se Andrea Camilleri, in un romanzo, affida al «missino del paese» un ruolo nobile quando invece nella Rai di stato, in tempi di recente guerra antiberlusconiana, in una celebre puntata del “Medico in famiglia”, l'orrido pedofilo stanato da Nonno Libero (lettore dell’“Unità”) è ovviamente un lettore del “Giornale”. II Msi non fu mai al potere e dunque non ebbe modo di sporcare le sue pulite mani, così si dice per riflesso condizionato, ma se non fu mai al governo fu però espressione di tutta un'umanità radicata nel territorio. I suoi militanti (gli aderenti, si sarebbe detto) come minimo non erano succubi dell'egemonia culturale della sinistra. Erano i lettori di Indro Montanelli e di Giovannino Guareschi, avevano i libri di Giuseppe Berto, gli album di Leo Longanesi e nel 1958, a Genova, quando dopo 12 anni d'internamento negli Usa tornò Ezra Pound, il sommo poeta salutò i giornalisti con il saluto romano dopo di che fu pronto a concedere un'intervista a Pier Paolo Pasolini; anche a nome di Franz Pagliani, l'ex federale del Pnf di Bologna, clinico di fama internazionale il quale, malgrado la sua condizione di recluso, veniva rispettosamente convocato in una sala operatoria antifascista per dare la sua scienza di chirurgo e poi riconsegnato ai secondini. Non erano cittadini di serie B. Da Fiuggi furono traghettati nella democrazia. Italiani che pensavano di essere speciali si sono svegliati in questa dura mesata appena scorsa per scoprirsi come gli altri. Anzi, peggiori.

19 giugno 2006

Rien ne va plus.




Fonte: ANSA

"Gli atti relativi alla cosiddetta "concussione sessuale" di cui è accusato Salvatore Sottile, il portavoce del leader di An Gianfranco Fini, saranno trasferiti a Roma. Lo ha stabilito il gip di Potenza Alberto Iannuzzi nella stessa ordinanza con cui ha disposto gli arresti, compreso quello - ai domiciliari - di Sottile. Il trasferimento degli atti è a cura della procura della repubblica di Potenza ed avverà materialmente nei prossimi giorni quando sarà stata completata la riproduzione degli allegati dell'ordinanza nella parte relativa alle accuse mosse a Sottile. Sarà comunque il gip di Potenza ad effettuare l'interrogatorio di garanzia di Sottile, dal momento che è stato Iannuzzi ad ordinarne l'arresto. Quando la posizione di Sottile sarà trasferita alla procura di Roma il gip della capitale dovrà decidere soltanto sulle misure cautelari e potrà non ripetere l' interrogatorio di garanzia.

Vittorio Emanuele prende in mano la situazione e affida la pratica al faccendiere Achille De Luca che riesce a fare il miracolo. Arriva ai Monopoli di Stato - passando per Salvatore Sottile e Francesco Proietti Cosimi, portavoce e segretario del leader di An - e promette generosità, parlando in "fumus meridional"

Il gip, Alberto Iannuzzi - che domani comincerà gli interrogatori di garanzia - ha ribadito anche oggi ai giornalisti di aver trovato "indizi gravissimi" e situazioni "raccapriccianti", quasi invitando gli innocentisti ad essere cauti nel giudizio.

Del resto, l' inchiesta e le duemila pagine dell' ordinanza presentano un quadro talmente vasto che non è impossibile credergli: è lo stesso gip, ad esempio, che ritiene indispensabile un approfondimento investigativo sui rapporti di affari esistenti fra Daniela Di Sotto - moglie dell' on. Gianfranco Fini - e Francesco Proietti Cosimi. Un altro scenario che potrebbe portare lontano."



CON QUESTA CLASSE DIRIGENTE ALLEANZA NAZIONALE E' DIVENTATA UN CASINO.
ANZI, UN CASINO' !

16 maggio 2006

La seconda svolta di AN.

Un utente ci ha chiesto quale è stato, secondo noi, il momento in cui Alleanza Nazionale ha effettuato quella che lui definisce "la seconda svolta in senso centrista, neo-liberista e antifascista del partito di Fini".
Siamo consapevoli di non poter fornire a tal riguardo una risposta esaustiva e quindi apriamo questo post per raccogliere opinioni e commenti dai nostri numerosi visitatori. Abbiamo però una nostra modestissima teoria.
Alleanza Nazionale nacque, come proposta politica ancor prima che come partito, nel 1994 sulla scorta di spinte e sollecitazioni esterne ed interne al MSI-DN.
Per quanto riguarda quelle esterne è ormai celebre il ruolo di "padre fondatore" di Domenico Fisichella al quale si deve anche lo stesso nome della nuova formazione politica. Meno celebrato ma invero assai più determinante il ruolo svolto da Silvio Berlusconi. Il futuro leader del centrodestra, con ammirabile lungimiranza, con il suo pubblico appoggio a Gianfranco Fini alle comunali di Roma del novembre 1993, contribuì a far ottenere il 47 percento dei voti al Movimento Sociale e contemporaneamente a far sdoganare tutto l'ambiente del neo-fascismo italiano. Berlusconi comprese subito che nel nuovo sistema maggioritario nessuno avrebbe più potuto tenere in frigorifero i voti dell'unico partito di destra, tanto più che questo sembrava attestarsi saldamente su percentuali a due cifre. Questo però comportava la necessità di dolorosi "strappi" ad una ortodossia e a certi rituali che, in verità, erano più nell'immaginario degli avversari che non nella pratica dei missini.
Ma anche dall'interno del MSI-DN arrivavano le spinte per la costruzione di una destra nuova, moderna e all'altezza delle nuove sfide che la caduta del muro di Berlino e la fine delle ideologie le ponevano di fronte. Il cuore pulsante - e anche il cervello - di questa esigenza di cambiamento ha un nome e un cognome: Pinuccio Tatarella. A lui e non certo agli omuncoli che gli scodinzolavano intorno si deve riconoscere la capacità di far navigare la nave di AN in acque aperte, su rotte che nessuno prima aveva osato esplorare. Oggi si direbbe un ideologo. Ma anche un personaggio che, unico, era in grado per autorevolezza e per carisma di "tenere a bada" un Gianfranco Fini ancora acerbo, come politico e come uomo.
L'otto febbraio 1999 Tatarella muore improvvisamente.
Fini si ritrova senza guida, senza la vera mente pensante e senza tutela. E da allora non ne ha più azzeccata una. E' vero che prima della repentina scomparsa di Tatarella si era celebrata la conferenza di Verona, con tutto il valore di svolta "liberal" che in quell'occasione si era affermato. Ma chissà che piega avrebbe preso in seguito se a guidarla ci fosse stato ancora il politico pugliese.
Fini da solo non ce la fa. E' stritolato all'interno dalla piovra delle correnti, all'esterno da situazioni più grandi di lui. Il primo appuntamento che gestisce senza la tutela di Tatarella sono le elezioni europee del 1999. Un disastro. Fini si fa infinocchiare persino da un politico da barzelletta come Mario Segni. Da allora in poi l'improvvisazione, la contraddizione, l'approssimazione diventano i suoi tratti caratteristici. Coinvolgendo in questo tutto il partito.
La nave adesso si trova, è vero, in mare aperto, ma al timone non c'è più nessuno.

04 maggio 2006

D'alema Presidente? Perché no?



Ci hanno invitati ad intervenire sull'argomento collegandoci ad un blog che riportiamo:


No D'alema Presidente della Repubblica

Dopo il rifiuto di Ciampi al secondo mandato, si prospetta un toto candidati da brividi. La coalizione di centrosinistra, guidata da Prodi, da più giorni fa trapelare la candidatura di Massimo D'alema alla Presidenza della Repubblica. L'attuale presidente dei Democratici di Sinistra, partito che a malapena raggiunge il 17% dei consensi in Italia, dovrebbe ricoprire la più alta carica dello Stato?
Quanto poco rispetto per le istituzioni c'è dietro a questa candidatura! Un vero e proprio ritorno al passato, quando nella prima repubblica la nomina a Capo dello Stato faceva parte degli accordi di Governo!
(www.nodalema.blogspot.com)


Vediamo di capirci.
Noi non nutriamo nessuna simpatia per il presidente diessino e in questo, crediamo, siamo in buona compagnia. Anche se condividiamo la felice analisi di Adornato: "D'alema appare molto antipatico ma anche molto capace. In realtà è molto meno antipatico e molto meno capace di quanto appare". Ma per quale motivo non potrebbe ambire al colle più alto? Perché è un ex comunista? E allora Gianfranco Fini, per dirne uno, dovrebbe essere escluso dalla corsa al Quirinale per ragioni identiche e contrarie? Andiamoci piano con le delegittimazioni: specialmente quando si è ancora sotto osservazione per la propria, di legittimazione.
Imbarazzante per il Paese un Presidente post-comunista? Questa repubblica da operetta, nata dalla resistenza e bla bla bla ha già avuto quello che si meritava. O forse per i moderati benpensanti di oggi il partigiano Sandro Pertini è stato meno imbarazzante del baffino nazionale? E quella vera e propria vergogna italica che rispondeva al nome di Oscar Luigi Scalfaro, ce la siamo già scordata?
No, ci dispiace, non siamo d'accordo. L'Italia, ahinoi, è una repubblica parlamentare: se D'alema in parlamento ha i voti necessari per essere eletto, che faccia pure il Presidente. In confronto allo scempio che farà il futuro governo (con tanti comunisti ancora in servizio) questo ci sembra proprio il male minore.