E così sembra che Berlusconi abbia accantonato l’idea di rinunciare al simbolo del PdL per le prossime elezioni amministrative e di presentare liste civiche quasi ovunque. Una mossa che gli avrebbe consentito, o almeno così lui sperava, di ottenere due risultati: una maggiore flessibilità in tema di alleanze, da ricercare di volta in volta secondo le realtà locali; una vera e propria operazione “mimetica” per non incorrere nella sacrosanta punizione dell’elettorato che giustamente imputa al PdL la responsabilità di sostenere un governo di affamatori e di strozzini. Da non trascurare il fatto che diversi sondaggi lo danno in alcune città intorno al dieci percento.
Si tratta comunque di un’ipotesi tuttora aperta che potrebbe preludere ad una ulteriore svolta dopo quella della nascita dei “club” di Forza Italia e quella del “predellino”: il superamento della forma partito così come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi. Vale a dire archiviare le formazioni politiche di stampo ottocentesco per rimpiazzarle con forme nuove di raccolta del consenso. E se il Cavaliere ha in testa questa cosa, sicuramente c’è da aspettarsi qualche bella sorpresa. Anche perché il governo tecnico ha reso palpabile il fatto che i partiti sono ormai pressappoco inutili, più o meno dei costosi accessori.
In tal caso rivolgeremo un commosso pensiero a tutti quelli, gli ex aenne in primis, ma senza scordare tanti ex socialisti, democristiani, liberali e compagnia cantante, che, nati, cresciuti e pasciuti nelle accoglienti sponde dei vecchi partiti, traslocati in Forza Italia o in Alleanza Nazionale prima e ricollocati nel Popolo della Libertà poi, si potrebbero ritrovare orfani nel fiore degli anni.
E qualche anima bella dell’ultim’ora non pensi che il colpo di grazia alla credibilità di queste nobili istituzioni glie lo abbia dato lo scandalo delle tessere false da una parte o una pratica demenziale delle primarie dall’altra. No, grazie, avevamo già abbastanza schifo anche prima. In fondo sarebbero bastate poche semplici cose per salvarli, questi partiti: A- che non avessero abbandonato ogni contenuto valoriale e culturale; B- che fossero stati meno autoreferenziali; C- che non si fossero riempiti di incapaci ed arrivisti; D- che avessero tenuto le mani lontano dalla marmellata.
Ma con la classe politica che oggi ci ritroviamo...macchettelodicoaffà!
21 febbraio 2012
20 febbraio 2012
Lo stile del Cerchio.

di Patrizio Giugni
In vista del congresso provinciale, strani sconvolgimenti stanno accadendo nel PDL pratese. Le ultime “uscite” di alcuni suoi alti personaggi disegnano per questo partito un’immagine frammentata, litigiosa e non all'altezza del compito assegnatogli. Non mi sorprende che all’interno di quel raggruppamento di varie “razze” politiche qualcuno non percepisca che nella politica in generale esiste il fondamentale discrimine tra grande e piccola politica e che a questo discrimine ci si deve sempre riferire per decidere a quale di queste due dimensioni si vuole appartenere. La nostra funzione nel Circolo, da semplici osservatori, è quella di condurre, chi a questa nostra comunità si riferisce, nella dimensione della grande politica. In politica nulla è mai finito e definito perché la grande politica è sforzo continuo di interpretazione del mondo e delle realtà del mondo. Chi rincorre la piccola politica si colloca in un mondo definito che vorrebbe dire un posto stupido, intollerabilmente stupido. Siamo solidamente convinti che la politica significa fare sforzo continuo per capire ed interpretare quello che quotidianamente accade, in un atto di umiltà continua nel tentativo di aiutare questo mondo ad uscire dal complesso di semplificazione del fenomeno dello slogan, della frase ad effetto, del “l’avevamo detto”. Di qui lo stile di libertà del Cerchio che da anni continua ad essere presente in un panorama di facili amori, di facili illusioni, e di facili delusioni. Stile di libertà, stile di vita che è l’unico coagulo possibile per una comunità umana che sempre ha dato dimostrazione di essere diversa e alternativa.
15 febbraio 2012
Il Cerchio su Facebook.

Da oggi siamo anche su FB. A quasi sette anni dalla creazione di questo blog, sbarchiamo sul più famoso dei social network. Non è un traguardo, né una capitolazione. Semplicemente ci adeguiamo agli strumenti attuali di comunicazione, magari anche con l'obbiettivo di allargare la platea dei nostri abituali contatti e stimolare un panorama più "variegato" di interventi.
Del resto se abbiamo tutti questi ministri che "twittano", noi possiamo anche un po' "feisbuccare".
Un particolare ringraziamento a Donatella Longo, amica carissima e fedele custode della Fiamma, per averci definitivamente spronati a questo passo.
10 febbraio 2012
10 Febbraio. Questa repubblica antifascista ha il presidente che si merita.
Le foibe? Caro presidente, furono i comunisti
di Marcello Veneziani
Presidente Napolitano, mi dispiace, ma non ci stiamo. Ricordando ieri le foibe lei se l’è presa con «le derive nazionalistiche europee», attribuendo a esse l’eccidio di migliaia di istriani, dalmati e dei partigiani bianchi.
Ma le cose, lei lo sa bene, non stanno così. L’orrore delle foibe fu perpetrato dai partigiani comunisti di Tito con l’appoggio del comunismo mondiale e dei comunisti italiani. Lei non ha mai citato il comunismo a proposito delle foibe.
È come se nella giornata della Memoria, celebrata pochi giorni fa, non citassero mai il nazismo ma se la prendessero con il comunismo. Certo, il nazionalismo fu una delle cause che inasprì i rapporti sui confini orientali; così come è noto che l’Unione Sovietica dette una mano a Hitler nella caccia e nello sterminio degli ebrei. Ma in entrambi i casi non si può tacere il principale colpevole e va citato per nome: il nazismo per la shoah e il comunismo per le foibe o per i gulag.
Lo sterminio degli italiani e la loro espropriazione obbedì a una triplice guerra: la guerra del comunismo contro l’Italia fascista, poi la guerra dei proletari comunisti contro i benestanti borghesi, quindi la guerra etnica contro gli italiani. Non salti i due precedenti passaggi e abbia l’onesto coraggio di chiamare i sicari per nome: furono comunisti. Il nazionalismo in questo caso c’entra assai meno, tant’è vero che i collaborazionisti di Tito furono anche i comunisti italiani. Con tutto il rispetto che merita, e persino la simpatia, non ricada nel dimenticazionismo.
25 gennaio 2012
L'insostenibile leggerezza dell'essere.

Una volta, quando ancora le nostre vite non erano state sconvolte dalla globalizzazione, le cose erano più semplici. Vite, appunto, ognuna con la propria peculiarità, non simulacri di esistenze tutte in fotocopia e nessuna chiaramente distinguibile dalle altre. Cloni. Dell’apparire e soprattutto dell’essere. Del pensiero.
Anche far politica era semplice. Sceglievi dei valori di riferimento, ti appropriavi di qualche ideale e ti guardavi in giro. Qualche partito che facesse al caso si trovava di sicuro. Scelta e iniziazione. Semplice: se stavi nel MSI eri un fascista, se stavi nel PCI eri un comunista, se stavi nella DC eri un verme, se stavi nel PSI eri un ladro. Come facevi a sbagliarti?
Poi se a qualcuno queste etichette sono rimaste appiccicate addosso e ad altri no, è un altro discorso. Qualità della stoffa forse. Forse qualche valore e qualche ideale hanno affrontato il tempo meglio di altri. Resistenza. Chi l’avrebbe mai detto?
Oggi, certo, è diverso. Oggi ci sono dei giovani, che hanno l’età di quando noi eravamo già vecchi, che ti dicono che in politica i valori non contano più. Amen. Che i partiti sono il mezzo di trasporto di ogni cosa che vi si possa stipare. Tutti sopra. Tutti uguali. Poi ci si stupisce se cresce l’antipolitica, se la gente schifa i partiti come la peste.
Ma, ti dicono, non ho tradito. E non tradirò. Cosa, di grazia? Oggi che non c’è più niente da tradire? Niente ideali, niente giuramenti, niente sangue. Noi, noi vecchi, forse abbiamo tradito, anche se inconsapevolmente. Noi che non siamo riusciti ad impedire ad una élite di farabutti di spegnere la fiaccola che altri ci avevano consegnato. Anzi, la fiamma.
Ma oggi che vuoi tradire? L’acqua di Fiuggi? Tranquilli. Fa più ridere questa smania di voler a tutti costi apparire, secondo le circostanze, qualcosa di “altro” rispetto a ciò che le convenzioni - e le posizioni - impongono. Sei fascio? E come fai a stare nel PdL? Sei un compagno? Mai con Storace. Sei un verme o un ladro? Hai diverse possibilità di scelta.
Ah! Questa insostenibile leggerezza dell’essere!
18 gennaio 2012
Celestino V
Nei giorni scorsi qualche giovane di belle speranze aveva gettato un sasso nello stagno del PdL di Prato, alle prese (il partito, non i giovani di belle speranze) con grossi problemi di origine intestina.
Crisi di identità, assenza di democrazia interna, dibattito azzerato, scollamento dalla base e dagli elettori, carrierismo e mancanza di meritocrazia.
La rivolta di questi giovani (ma fino a che età ci si può considerare tali?) ha quantomeno costretto le cariatidi berlusconiote a munirsi di carta e penna per scrivere ai mezzi di informazione. Talvolta per dire delle vere e proprie scempiaggini.
Ma il volo dei ribelli è durato poco. Del resto sempre di pidiellini si tratta. Di soggetti cioè in procinto di approdare a quella nuova Democrazia Cristiana che sta sorgendo sulle ceneri di Forza Italia e AN.
Soggetti ai quali potremmo, se ne valesse la pena, insegnare che se ci si mette “contro” lo si fa per davvero. Con tutte le forze, ma soprattutto con la forza delle proprie ragioni, delle proprie convinzioni. Senza temere la sconfitta. Senza badare alle aspirazioni personali. Senza rimpianti se con questo mettersi “contro” si bruciano, sull’altare della coerenza, probabili carriere ed antiche amicizie.
Banchelli e Mugnaioni non avrebbero mai vinto il congresso pratese del PdL, ma la loro sarebbe stata la sconfitta onorevole di due uomini liberi e non la resa ignominiosa di chi “fece per viltade il gran rifiuto”.
15 dicembre 2011
Il marcio nelle acquasantiere.
Nota sui fatti di Firenze.
di Giorgio Freda
E’ nota la nostra distanza dall’ottimismo sociale di Casa Pound. Noi non crediamo che i bisognosi siano meritevoli di attenzione a prescindere, che una cura sincera per i problemi connessi con la povertà possa innescare il circolo virtuoso, di rigenerazione, che vorremmo. Molto spesso quei bisognosi sono infatti i primi a coltivare i cliché dell’antifascismo, a levare lo scudo ottuso del moralismo ideologico (oggi! oggi che tutto va a rotoli e il marcio salta fuori pure dalle acquasantiere, a esprimere, insomma, i segni della passione degenerata che Nietzsche chiamava ressentiment.
Ma l’affronto di queste ore contro Casa Pound è grave. Non è possibile continuare a veder imperversare la menzogna antifascista, che tutto nasconde, anche l’oggettiva costanza di questo movimento nel suo impegno sociale, la sana complessità dei suoi riferimenti, la vastità degli orizzonti cui guarda, che non si fermano certo ai santini retorici. In questo sistema fatto solo di convenienze, di scambi puttanizi, di favori personali “io lo faccio a te e tu lo ricambi a me”, in questa Napoli assoluta (intendo per l’immondizia a cielo aperto), si è persa la voglia di studiarsi un argomento prima di descriverlo, di darsi da fare per raccogliere gli elementi utili a ritrarre il più sinceramente possibile persone e fenomeni. Un movimento che non sia incasellabile in modo partigiano dev’essere subito sforbiciato qua e là , perché torni a star dentro ai casellari di comodo. Un letto di Procuste, altro che giornalismo all’inglese (dopo Murdoch, d’altronde). E non è follia, questa, tentare ancora di nascondere il marcio che inquina l’aria, di stravolgere la verità, di abbarbicarsi, ancora, sul fronte della Resistenza che fu? Non è follia? Omicida? Suicida?
di Giorgio Freda
E’ nota la nostra distanza dall’ottimismo sociale di Casa Pound. Noi non crediamo che i bisognosi siano meritevoli di attenzione a prescindere, che una cura sincera per i problemi connessi con la povertà possa innescare il circolo virtuoso, di rigenerazione, che vorremmo. Molto spesso quei bisognosi sono infatti i primi a coltivare i cliché dell’antifascismo, a levare lo scudo ottuso del moralismo ideologico (oggi! oggi che tutto va a rotoli e il marcio salta fuori pure dalle acquasantiere, a esprimere, insomma, i segni della passione degenerata che Nietzsche chiamava ressentiment.
Ma l’affronto di queste ore contro Casa Pound è grave. Non è possibile continuare a veder imperversare la menzogna antifascista, che tutto nasconde, anche l’oggettiva costanza di questo movimento nel suo impegno sociale, la sana complessità dei suoi riferimenti, la vastità degli orizzonti cui guarda, che non si fermano certo ai santini retorici. In questo sistema fatto solo di convenienze, di scambi puttanizi, di favori personali “io lo faccio a te e tu lo ricambi a me”, in questa Napoli assoluta (intendo per l’immondizia a cielo aperto), si è persa la voglia di studiarsi un argomento prima di descriverlo, di darsi da fare per raccogliere gli elementi utili a ritrarre il più sinceramente possibile persone e fenomeni. Un movimento che non sia incasellabile in modo partigiano dev’essere subito sforbiciato qua e là , perché torni a star dentro ai casellari di comodo. Un letto di Procuste, altro che giornalismo all’inglese (dopo Murdoch, d’altronde). E non è follia, questa, tentare ancora di nascondere il marcio che inquina l’aria, di stravolgere la verità, di abbarbicarsi, ancora, sul fronte della Resistenza che fu? Non è follia? Omicida? Suicida?
05 dicembre 2011
Monti: lo sceriffo di Nottingham.
Aspettavamo Robin Hood e invece...
Tagli al trasporto, pensioni più lontane, aumento dell’Iva, tasse sulla casa.
Il governo Monti ha così deciso, e tutti ad aspettare il verbo di mestieranti banchieri e parrucconi degli istituti creditizi come fossero profeti della terra promessa. Gli scienziati dei conti hanno scritto che e’ meglio attaccare le tasche degli italiani piuttosto che avere l’onta del crollo dell’Euro. Una moneta che si è dimostrata un incubo per gli italiani, che con due milioni campavano e anche abbastanza bene, e ora con mille euro (per chi ce li ha…) fanno la fame.
Visto che c’era, Monti poteva tagliare anche gli stipendi di tutti quei parlamentari e senatori che pur scelti dal popolo, e magari contrari alle misure imposte, hanno comunque gia’ deciso di votare favorevolmente. Ecco, nella manovra si mettano anche la mensilità di dicembre di costoro che sono costretti ad approvarla la manovra, senza poter dire nemmeno una parola.
Quello che viene approvato dal governo è un massacro sociale per cui non c’è stato alcun mandato popolare. Gli italiani hanno eletto un governo e se ne trovano un altro. Hanno votato un governo per ridurre le tasse, e se ne ritrovano uno che le tasse le aumenta. Hanno votato un governo per eliminare l’Ici, e se la vedono rimettere. Però in compenso ci siamo ritrovati ministri che rifiutano la scrivania di Mussolini ma si tengono stretta la poltrona di Napolitano.
Ricordiamo ancora le polemiche feroci sull’aumento dell’Iva di un punto percentuale; in un sol colpo oggi si raddoppia l’aumento e nessuno batte ciglio. Contro l’evasione fiscale abbassano il limite di tracciabilità a 1000 euro. Ma invece di controllare noi, dateci la possibilità di scaricare tutto: così si combatte veramente l’evasione, non con i giochetti contabili di cui però certi sono esperti, evidentemente.
Ma in che Paese siamo?! Persone non scelte dal popolo che scelgono quali sono le misure del popolo. E a che diritto?! Come possono decidere questi ”colletti bianchi”, che dovrebbero stare in carico al massimo per un altro anno, se i nostri figli dovranno andare in pensione a 70 anni, mentre il neo indicato premier Monti si becca il vitalizio da senatore a vita. Si fa presto a parlare con i soldi in tasca.
Sanno cosa vuol dire tagliare risorse al trasporto pubblico locale nel nostro paese? Significa bloccare la viabilità, interdire la mobilità dei cittadini e portarla al collasso, soprattutto nelle grandi città. Sono sadici. Se prima pensavamo che questo governo fosse semplicemente illegittimo, ora diciamo che è una vera iattura, per gli italiani e per il centrodestra, che si porterà addosso la responsabilità di avere fatto abdicare Berlusconi per Monti. E non sarà facile perdonarglielo, a meno di un sussulto d’orgoglio delle ultime ore.
(Francesco Storace)
17 novembre 2011
Diritto al voto, ma che inutile scocciatura...
di Marcello de Angelis
Ci sono voluti sessant'anni, ma gli italiani hanno capito che la democrazia non fa per loro. E pensare che c'è voluta una guerra e milioni di morti per "regalarcela". Che poi tutto si riassume semplicemente in un unico diritto, che è quello di voto, che si basa sull'idea - da molti ritenuta fantasiosa - che ogni individuo abbia la capacità di formarsi un'opinione ed esprimerla. Gli italiani - dopo meno di un secolo di suffragio universale - sono tornati a una visione semplice e tradizionale. Esiste un'entità metafisica invisibile e onnipotente (prima Dio, oggi il Mercato) che ti favorisce o ti punisce se tu c'azzecchi o sbagli. Un capo legittimo è colui che interpreta il suo volere o - addirittura - è direttamente indicato da lui. Egli si contorna di un'aristocrazia dove i titoli contano più della persona. Uno è professore, o esperto, generale, marchese. Tengono lontane le carestie, intercedono con Dio per avere piogge nella stagione giusta e ricchi raccolti. Così non vivremo più nella paura della punizione divina. Inutile soffrire di invidia per gli altri popoli che sembrano a volte decidere per noi. D'altronde ci hanno sempre considerato dei camerieri o dei pizzaioli, degli sciuscià o dei mafiosi. Da sempre chi vuole darsi arie parla francese o studia in Inghilterra. Torniamo alle nostre attività di sempre. Spendiamo in schedine e lotterie più di una intera finanziaria, evadiamo le tasse con moderazione (siamo sempre il Paese dei furbi e poi lo fanno tutti), parliamo alle spalle e di fronte diciamo "sissignore". Sperando che un giorno quel Signore inciampi, così gli tiriamo qualche calcio quando è a terra…. La politica è una cosa sporca… tutti i giornali dicono che… gli americani so' forti… avanti dotto'… indietro dotto'… Me la dà una mancetta?
09 novembre 2011
Credibilità.
04 novembre 2011
Cavalcare la tigre.
di Marcello Veneziani
Non so cosa avrà capito il ladro che mi rubò la Mini Minor e si trovò sul sedile una copia, tutta sottolineata e chiosata, di Cavalcare la tigre di Julius Evola. La sua perdita mi fece soffrire quasi più dell’auto rubata. Avevo vent’anni e consideravo quel libro una specie di manuale pratico di filosofia di vita, un codice d’onore in epoca disonorata, un galateo indispensabile per un Vero Signore, ma non nel senso alto borghese in cui ne scrisse Giovanni Ansaldo o, peggio, delle buone maniere prescritte dalle donne Letizia dei rotocalchi. Il Signore evoliano era «l’uomo differenziato», fiero di distinguersi dalla massa. La sua era un’opera da asceta in campo, come uno Zarathustra disceso dai monti in piena epoca nichilista.
Cavalcare la tigre è un manuale di sopravvivenza metapolitica per chi dissente dal proprio tempo e dal mondo in cui vive; ma, non potendolo modificare, preferisce ritirarsi in attiva solitudine e padroneggiarlo, cavalcarlo per non essere travolto. «Cavalcare la tigre» è un motto cinese, rispolverato anche da Mao, e suggerisce non di affrontare la tigre o tentare la fuga, ma di saltarle in groppa e correre su di lei. È un breviario aristocratico di nichilismo attivo per chi ha scelto non la politica, ma l’apolitìa, come la chiama Evola, o la scelta «impolitica» come invece l’aveva definita Thomas Mann.
Cavalcare la tigre compie ora cinquant’anni e la Fondazione Evola diretta da Gianfranco de Turris ha deciso di ricordare quell’opera che ebbe un effetto bomba sulla destra giovanile, soprattutto quella radicale. E ha organizzato all’Accademia di Romania in Roma un incontro per discutere di quel libro di culto che pervase almeno tre generazioni di non conformisti. Dal ’61 ad oggi continua a essere ristampato continuamente; l’edizione più recente ha l’introduzione di Stefano Zecchi e la postfazione di de Turris, che è il curatore dell’opera omnia evoliana.
Cavalcare la tigre è l’opera di un pensatore legato alla Tradizione il quale, vivendo nell’irreversibile Età Oscura (kaly yuga), in preda a decadenza, desolazione e rovine, favorisce la corsa verso la dissoluzione perché solo raggiungendo il punto zero si potrà poi risalire e invertire la rotta. Una posizione che rischia la complicità con i dèmoni della decomposizione. L’anomìa, il caos, la trasgressione, l’anarchia diventano per l’evoliano occasioni per temprarsi.
Cavalcare la tigre fu il ’68 della destra colta e radicale, la trasgressione nel nome della tradizione.
Nelle mani dei giovani radicali di destra Cavalcare la tigre diventò un libro pericoloso. Ma non perché istigasse alla violenza e al terrorismo, come pensarono alcuni questurini dell’ideologia, ma perché diventò un nobile alibi per scelte anarco-individualiste, per esperienze trasgressive e alienanti e per la fuga dalla politica. Fu la via d’accesso per entrare da destra nel dionisismo di massa che poi esplose nel ’68. O, per altri versanti, fu una password verso l’uso della modernità e dei suoi mezzi.
In quel testo Evola tornava alla sua gioventù dadaista e all’Autarca, l’individuo assoluto della sua prima filosofia. Tornava a Nietzsche e al suo nichilismo attivo, incontrava Ernst Jünger, del quale tradusse - nello stesso periodo in cui scriveva Cavalcare la tigre - l’Operaio, e al poeta Gottfried Benn. Fra il Tantra e Dioniso. Poi, davanti al ’68, Evola tornò alla Tradizione, si spinse nel ruolo di teorico di una Destra metastorica e postfascista e si spense nel ’74, in piena epoca di stragi «nere» che gettarono su di lui un’ingiusta luce diabolica, da Grande Ispiratore.
Poi la tigre disarcionò i suoi cavalcatori e continuò a correre verso il nulla.
17 ottobre 2011
Lettera aperta al Pdl.

Cari tutti, il momento è senza dubbio il più difficile che io abbia mai vissuto nella mia vita politica e civile. Per questo prima di arrivare a questa lettera, nonostante la mia proverbiale impulsività, ci ho pensato molto e ho deciso di espormi e correre il “rischio”. Ho sperato tanto e creduto molto nella classe politica che mi rappresenta, in ultimo anche nella nomina di Alfano come segretario. Però dopo lo spettacolo indecoroso di ieri credo sia il momento di dire basta, non alla politica, non al PDL, ma a tutti coloro che stanno contribuendo all’implosione del paese. A tutti coloro che sono in quel parlamento da più di tre legislature (quando va bene) e che sono stati incapaci prima di prevenire e adesso di curare la crisi. Vecchi non solo anagraficamente, e questo non sarebbe il problema, ma “intellettualmente”. Una classe politica incapace di trovare soluzioni nuove, innovative, al passo con i tempi. Solo ieri sera, nel corso della trasmissione di Ballarò, ho appreso che tra le soluzioni per affrontare la crisi ci sarebbe quella di mettere mano sulle detrazioni, follia!, sarebbe un altro modo ancora di aumentare la pressione fiscale alle famiglie. Vorrei sapere quanti in parlamento si confrontano quotidianamente con la precarietà del lavoro, con un mutuo casa, con l’ansia di un tasso variabile, con la caccia all’offerta economica, con le rinunce davanti agli scaffali del supermercato, con un reale declassamento dei propri stipendi. Ovviamente non sono solo questi i motivi che mi provocano disagi nel militare in un partito come il PDL, un partito da cui la persona che mi ci ha messo (FINI) dice di essere stata cacciata, o meglio è fuggito.
Il disagio, quindi, non è solo nei confronti di un partito in cui è annullato qualsiasi confronto, in cui ci si ritrova sporadicamente, in cui il confronto politico su piccoli e grandi temi non è contemplato, in cui una critica è fazionismo o becero sfogo. Come accennato all’inizio della lettera non nascondo il fatto che la nomina di Alfano mi aveva fatto sperare, per lo meno in un possibile ricambio generazionale, in un rilancio etico e morale dell’ azione politica, per usare un concetto da movimentista, in una piccola rivoluzione politico-culturale.
Avevo sperato nei congressi, ma anche quelli si accingono ad essere una farsa, una buffonata e ve ne spiego i due motivi principali. Il primo e che non si è introdotta una norma (idea sostenuta, so, anche da Alfano) che vieta il cumulo di cariche, la divisione tra ruolo istituzionale e dirigente di partito. Separazione fondamentale per il ricambio e l’autonomia del partito. Necessaria per far ripartire il movimento e il confronto, ma soprattutto per tutelare quell’anima critica utile a costruire grandi progetti. Sono stufo e stanco di avere coordinatori di ogni livello che sono parlamentari e che ci dicono che sono bravi e che lavorano ogni giorno 24 ore su 24 e che ti liquidano con un” non puoi capire” o “ci sono problemi più grandi”. Il secondo motivo e che si è introdotta una norma regolamentale per i congressi che permette di escludere candidature non gradite. Credo che questo non abbia bisogno di altri commenti.
Nel mio piccolo le ho provate tutte per convincere chi di dovere che si dovesse cambiare rotta che si dovesse dare segnali di discontinuità ad ogni livello. Da lettere private al sostegno dei referendum. Adesso semplicemente mi limiterò a non contribuire ad un tesseramento fittizio, utile solo a pochi soliti noti.
Un ultima cosa per i miei vertici, locali, regionali e nazionali, non abbiate l’arroganza di pensare che sia il solo a provare questo disagio. Sono decine i documenti sottoscritti da svariati dirigenti che girano tra gli eletti e sicuramente molti di questi li avete letti. Io sono solo uno dei pochi che ha deciso di uscire dall’apatia nella quale ci avete parcheggiato.
Buona fortuna
Gianluca Banchelli
Presidente della 1°commissione del comune di Prato
04 ottobre 2011
Da "indignati" a "impegnati".

di Francesco Mugnaioni*
Gli attacchi alla politica sono ormai all'ordine del giorno, moralità, capacità, competenza, tutte caratteristiche, secondo il tam tam mediatico, nelle quali i politici attuali manifestano carenze.
Evidentemente però non si può e non si deve generalizzare, ci sono decine e decine di eletti che dignitosamente e spesso "campando di altri (veri) lavori" s'impegnano per il bene della loro città, certo è, che questi spesso si perdono, strangolati da quegli stessi partiti che li hanno eletti.
E' proprio nei partiti difatti, detentori del potere di rappresentanza attraverso il quale si esercita la democrazia, che spesso viene penalizzato chi mostra competenza e intraprendenza, soprattutto se questi sono under 40 e non sono figli di nessun "padre nobile".
Come nel panorama delle aziende medio piccole italiane, dove c'è poco di manageriale e molto di familiare, i partiti sono gestiti con un approccio direttoriale da "padre di famiglia" e non inteso come figura giuridica del "buon padre di famiglia", piuttosto un padre-padrone, che dall'alto sceglie gli yesman da candidare nei seggi sicuri, mentre per gli altri offre soltanto lezioni da imparare "se si vuol stare nella casta".
Però ripeto, non si può e non si deve generalizzare, chi come me, è entrato in poitica a 15 anni, nel periodo di "tangentopoli" ed oggi crede ancora di riuscire a migliorare la vita della propria comunità, deve avere anche la forza e la libertà intellettuale di dire che nonostante tutto, nel nostro paese ci sono ancora tanti uomini e donne che fanno politica seriamente, e cosa più importante, la fanno per le persone e non per sé stesse.
Certo queste non si trovano solo in un partito, per fortuna sono trasversali, sono ovunque, centinaia di persone dalle buone capacità e dalle indiscusse motivazioni, spesso giovani, che tutti i giorni, oltre ad indignarsi per le ingiustizie che si leggono sui giornali, usano il loro tempo per dare alla politica un ruolo diverso, migliore, utile alla gente.
Ripeto ancora, non si può e non si deve generalizzare, ma allora è ovvio, si deve dare all'elettore la posssibilità di scegliere.
Il ritorno al voto di preferenza resta l'unico strumento che permetta alle persone di eleggersi i rappresentanti che più ritengono vicini, inoltre è l'unico elemento di controllo da parte dell'elettorato del proprio rappresentante, difatti è solo in questo caso che, se gli elettori si ritenessero insoddisfatti dell'operato dell'eletto di turno, potrebbero non rivotarlo, magari scegliendo un'altra persona all'interno dello stesso partito. Così com'è oggi invece, se il partito conferma il candidato, chiunque voglia votare per quel partito non potrà esimersi dal ri-votare anche lo stesso candidato, in barba a tutte le logiche di autodeterminazione della rappresentanza.
Già l'anno passato in Consiglio Provinciale io votai, in dissenso con il mio gruppo, a favore del ripristino del voto di preferenza, ed oggi non può che farmi piacere l'apertura del Ministro Maroni e di parte del PDL, la politica stessa deve cambiare, il voto di preferenza è un primo grande passo che i politici debbono fare per ridare dignità al loro/nostro ruolo, rimettendo al centro della vita politica le persone e la loro capacità di rappresentare le proprie comunità, la propria gente.
Se la politica romana farà questo passo, la politica tutta sarà pervasa da chi s'impegna ancora, in tutti i partiti, cercando di cambiare questa società invece di lamentarsene e basta, passare da "indignati" a "impegnati" sarà forse l'innovazione più grande della politica negli ultimi 10 anni.
*consigliere provinciale di Prato
12 settembre 2011
Beppe Niccolai. Il missino e l'eretico

Sabato scorso nell'ambito della Festa del Tricolore di Bacchereto è stata presentata la bella biografia dell'indimenticabile Niccolai scritta e pubblicata da Alessandro Amorese.
Un libro che consigliamo a tutti, ma soprattutto un esempio, quello di Beppe, che continueremo ad additare a tutti. Compresi coloro che sono cresciuti sotto la sua ala e che, dopo aver beneficiato della sua rigorosa repulsione per il carrierismo in politica, si sono rivelati per quello che oggi tutti possono constatare.
"Giorgio Almirante. Ci siamo voluti bene. Visceralmente. Ci siamo scontrati. Visceralmente. E sarei ingiusto, mi farei schifo, dinanzi a lui ora, se affermassi che, per il tempo che mi resta da vivere, cessa con lui ogni polemica.
Sarebbe per lui un'offesa, lui che ha sempre amato il palcoscenico, da calcare, non da guitto, ma da protagonista.
I miei amici, per ricordarlo, penseranno bene di inondarlo di ogni elogio. Non ci sarà parola alata e adomata che non troveranno, per santificarlo. Io non voglio santificarlo. Voglio tenerlo vivo, davanti a me; e con lui voglio continuare a polemizzare, così come ho fatto ieri.
So, con certezza, che questo (la pensino come vogliono coloro che gli sono stati vicini nei tempi facili e dolci del suo successo) gli piacerà. Immensamente. Si sentirà vivo, polemico, aspro, duro; come lo è stato quando, scontrandoci, ci siamo feriti tutti e due nel profondo. E su ciò che tutti e due amiamo, oltre ogni dire: l’Italia. Il diverso modo di servirla, questo ci ha fatti scontrare. Ci fa scontrare.
Perché considerare ormai tutto passato?
Almirante resta in mezzo a noi come punto irriducibile di riferimento. E con lui c'è da fare ancora i conti.
Io non lo commemoro; io lo voglio «vivo», come è «vivo», perché, nella contrapposizione, mi identifica, perché nei suoi atti positivi, nei suoi errori, nelle sue generosità, nelle sue cadute vistosissime, tutti noi ci siamo formati. E non è certo con dei manifesti e delle parole che possiamo passarlo nell’album dei ricordi sancendo la sua definitiva dipartita.
Arrivederci, dunque, Giorgio! Così, come ai bei tempi, quando di Te mi piaceva la trasgressione, lo stare contro vento, lo stare con i perdenti!
«Mi danno del cinico, vedi Beppe, e non sanno che io, davanti ad un sorriso di donna, mi innamoro... Subito».
In una giornata assolata, sul mare della Versilia, dopo una tempestosa riunione nella ribelle Federazione missina di Massa Carrara. Trentasette anni fa. Ricordi?
Arrivederci, Giorgio, al prossimo Comitato Centrale!"
Beppe Niccolai
L’Eco della Versilia
31 Maggio 1988
22 agosto 2011
7 Settembre 1944. L'eccidio comunista del Castello.
Adesso è ufficiale: il prossimo 9 settembre (ore 17.30) nel salone consiliare del Comune di Prato si parlerà della mattanza di fascisti al castello dell'imperatore ad opera del partigiano Tantana e dei suoi complici. Una verità storica rimasta sepolta per oltre sessant'anni grazie alla cortina di omertà creata dal partito comunista pratese, all'interno del quale hanno tranquillamente continuato a militare i responsabili di quell'eccidio.
Una storia ignota ai più, ma non a noi missini cresciuti all'insegnamento dei testimoni diretti di quegli eventi. Noi abbiamo tenuta accesa la fiamma della memoria. Fino a quando Giampaolo Pansa, grazie al poderoso materiale fornitogli da Sileno Desideri, ex Federale missino pratese, ha dedicato al "Castello" un capitolo del suo ultimo libro sugli eccidi dei partigiani alla fine della guerra, squarciando il velo di una storia che tantissimi pratesi ignoravano.
Ringraziamo il Presidente della circoscrizione centro del comune di Prato che ha chiesto la collaborazione del "Cerchio" all'organizzazione dell'evento. Un compito al quale ci siamo di buon grado dedicati, sempre più consapevoli che la Politica si fa con la testimonianza, con la memoria, con la storia piuttosto che con il "management" dei professionisti della poltrona pubblica.
28 luglio 2011
Mazzetta rossa la trionferà!
Ci fanno sorridere tutte queste anime belle che si scandalizzano per la recente “esplosione” di vicende giudiziarie che coinvolgono il PD.
Mazzette, appalti truccati, concussioni e via così.
Altro che macchina del fango come dice un annaspante Bersani, questa è la scoperta dell’acqua calda. Almeno per noi toscani, che del “sistema” di potere degli ex comunisti possiamo essere buoni testimoni.
Quando la politica era una cosa seria e l’opposizione si dedicava ad altro che cercare di guadagnare qualche consiglio di amministrazione, gli episodi di malcostume che denunciavamo erano all’ordine del giorno. Per alcuni di essi i responsabili furono accertati e condannati. In molti altri casi, va detto, calò abbondante la sabbia di una magistratura stranamente “distratta”.
Ma la favola della “superiorità morale” della sinistra per favore raccontatela a qualcun altro, non a noi toscani.
Non a noi pratesi che ricordiamo tra le altre (così per ridere) la vicenda dell’Ente Comunale di Consumo e del suo fallimento. In pratica un vero e proprio supermercato di proprietà dell’amministrazione comunale con punto vendita in piazza Lippi. Merci e beni acquistati dal Comune (quindi da tutti noi) che venivano rivenduti con un piccolo margine con intenti calmieranti del mercato.
L’inchiesta accertò che l’Ente di Consumo da sempre riforniva gratuitamente e in maniera occulta le locali e fastose “Feste dell’Unità”. Ovvio che alla fine abbia fatto bancarotta.
Si appurò, tra l’altro, la misteriosa scomparsa di 1000 (dicasi mille) prosciutti. Una razzìa. Un saccheggio.
Quelli che oggi si stupiscono del malaffare rosso si ricordino sempre di quei cinquecento maiali che gridano vendetta!
22 giugno 2011
Come volevasi dimostrare.
Passata la sbornia di entusiasmo per la spallata affibbiata a Berlusconi con la vittoria referendaria, in casa Pd si iniziano a fare i conti con le conseguenze concrete della consultazione. E sull'acqua “bene pubblico” per gli amministratori locali del Pd son già dolori. Tanto che si vuol cercare una soluzione legislativa che rimetta ordine nel caos creato dai due quesiti idrici: “E' necessario mettere riparo in fretta ai vuoti normativi che si sono aperti”, dice Sergio D'Antoni, responsabile dell'organizzazione e delle politiche del Pd sul territorio. E per farlo, ammette, occorre trovare un'intesa con la maggioranza di centrodestra, senza i cui voti nessuna legge può passare. Dal Pdl però si reagisce con cautela: “Certo bisognerà trattare, ma come facciamo a fidarci di un Bersani che fino ad un anno fa propagandava le privatizzazioni dei servizi locali e poi si è buttato sul carro referendario?”.
Per capire la portata del problema che ora si pone agli amministratori (e ai cittadini che aprono i rubinetti), si prenda il caso Hera, la holding bolognese quotata in Borsa che gestisce i servizi idrici, ambientali ed energetici in Emilia Romagna. Un colosso, il secondo gestore delle acque in Italia, e legato a doppio filo ai governi locali della regione più rossa d'Italia: per Hera, il referendum è stato un terremoto, e sono i cittadini che rischiano di pagarne il conto salato. Il 13 giugno la società ha annunciato che non firmerà più la convenzione con gli enti locali che prevedeva investimenti per 70 milioni di euro sulla rete idrica. In Borsa ha perso circa il 10 per cento del suo valore, bruciando circa 187 milioni di capitalizzazione: per il Comune di Bologna (appena riconquistato dal Pd), che ha il 13% delle quote, si tratta di una perdita secca di 25 milioni e mezzo; 35 i milioni persi dai comuni della provincia. Le conseguenze catastrofiche del sì ai due quesiti vengono spiegate, in una intervista al Corriere di Bologna, dall'assessore provinciale all'Ambiente della Provincia di Bologna, Emanuele Burgin, che non a caso era schierato per il no: “Serve una nuova legge nazionale, perché siamo in una situazione di stallo. Se a Bologna si fermano 70 milioni di investimenti, con tutte le conseguenze che si possono immaginare anche in termini economici e di occupazione, il dato nazionale è pari a 6 miliardi”. Difficile però pensare che governo e Parlamento rispondano a questa esigenza in tempi brevi. Quindi? “Quindi â- dice Burgin - non sappiamo come fare. I soldi per fare investimenti gli enti locali non li hanno. Rispettiamo la volontà espressa dal referendum, che ha abrogato una norma introdotta dal governo Prodi, ma bisogna dire con altrettanta onestà che il ricorso ai privati era l'unico modo per finanziare gli investimenti”.
Erasmo De Angelis, ex consigliere regionale toscano del Pd e oggi presidente di Publiacqua, la società idrica locale, solleva un altro problema potenzialmente esplosivo: “Da oggi, dopo l'abrogazione del 7%, che bollette mandiamo ai nostri cittadini? Formalmente dovrebbero valere le vecchie tariffe, ma mi aspetto che se non le riducessimo saremmo presto sommersi da una valanga di ricorsi dei consumatori”. E infatti il Codacons già minaccia: “Le bollette devono scendere immediatamente del sette per cento. Siamo pronti ad una class action nel caso i gestori non applichino immediatamente l'esito referendario”. Incalza De Angelis: “Dove li prendiamo adesso i soldi per le infrastrutture? Ce li daranno i sindaci? Publiacqua ha aperto un cantiere da 71 milioni di euro a Firenze, per dare una fogna a mezza città. In totale abbiamo programmato investimenti per 740 milioni nei prossimi dieci anni. Quelli di Milano mi hanno detto che loro hanno in cantiere opere per 800 milioni. Come facciamo? Tremonti ci mette a disposizione la Cassa depositi e prestiti per finanziarci?”.
Insomma il voto non è servito ad altro che ad aprire le porte ancor meglio alle multinazionali. E i costi, vedrete, alla fine, e neanche tra molto, di fatto saliranno.
(Noreporter.org)
21 giugno 2011
Ma...
da: Notizie di Prato:
"Emergenza profughi, arrivati altri sei giovani maliani: saranno ospitati a Sofignano insieme ai loro connazionali
Nuovo arrivo di un gruppo di profughi provenienti da Lampedusa. Sono sei uomini del Mali fuggiti dalla Libia a causa della guerra e sbarcati sull’isola siciliana lo scorso 11 giugno. A Sofignano i maliani salgono a 11. Tutti sono richiedenti asilo in Italia. In attesa di una eventuale concessione dello status di rifugiato godono di un permesso di soggiorno temporaneo."
...qualcuno potrebbe dirmi per quale arcano motivo i suddetti profughi, che erano in Libia per lavoro, quando sono dovuti "fuggire" per la guerra in corso, non sono tornati in Mali?
10 giugno 2011
Al mare, al mare!
La truffa dei referendum è così smaccata che verrebbe voglia di non parlarne nemmeno per non concedere un’immeritata importanza a coloro che l’hanno organizzata.
La prima, grande truffa è che votare per il referendum sia un dovere. L’astensione è invece una scelta perfettamente legittima e, ormai per prassi, la mossa corretta per chi intenda esprimere la propria contrarietà ai quesiti. Dato che in caso di mancato raggiungimento del numero di voti espressi pari al 50% degli elettori il referendum è considerato nullo, ormai da tempo l’astensione è l’arma di chi desideri votare no ai quesiti: infatti dal ’95 nessun referendum proposto è più risultato valido proprio perché l’astensionismo dei contrari ha fatto mancare il quorum. Fa quindi tristezza vedere una persona come Benedetto Della Vedova, ex Pdl, radicale (e quindi esperto di cose referendarie) e ora Fli, avere la faccia tosta di andare in televisione da Bruno Vespa e dire che si dava indicazione di votare per il «no» ad un quesito come quello sull’acqua, che vuole abrogare una liberalizzazione che porta la firma del suo compagno di partito, Andrea Ronchi. Dire di votare per il «no» è una pura e semplice truffa, dato che un minimo di onestà intellettuale vuole che le scelte reali siano tra il «sì» e l’astensione. Il voto «no» è esattamente equivalente a votare «sì» perché contribuisce a far raggiungere il quorum e quindi validare il referendum. Ma gli inganni non finiscono qui: infatti nessuno spiega che il decreto Ronchi si adeguava semplicemente a una direttiva comunitaria che prevede affidamenti con gare aperte e trasparenti per la gestione dei vari servizi, tra i quali quello idrico. Se il referendum dovesse raggiungere il quorum in pratica avremmo tante belle Tirrenia dell’acqua, inefficienti, libere di perdere quanto vogliono con i loro costi allegramente scaricati sulla fiscalità generale, vale a dire sui soliti benefattori che dichiarano fedelmente il loro reddito. Gli evasori brinderanno con un bel bicchiere di acqua del rubinetto pagato dal solito pantalone, che ovviamente pagherà anche le inevitabili sanzioni da parte dell’Unione Europea.
Stendiamo un velo pietoso poi sul secondo quesito relativo all’acqua dato che si trattava di un provvedimento varato dal governo Prodi contro il quale ora, con una faccia tosta degna di ben altra considerazione, si mobilitano quegli stessi che l’hanno votato. Gli altri quesiti sono peggio ancora: il referendum sul nucleare si riferisce ad una legge già abrogata (ed è comprensibile, non si può decidere su argomenti impegnativi per anni sull’onda dell’emozione per un fatto eccezionale) quindi è solo la fantasia delle nostre supreme magistrature che è riuscita a generare il mostro di un quesito per abrogare una cosa che non c’è già più.
Non va meglio con il «legittimo impedimento» dato che si omette di ricordare che la legge oggetto di quesito è già stata modificata, guarda caso, dalla Consulta ma, soprattutto, scadrà in ogni caso ad ottobre di quest’anno trattandosi di un semplice provvedimento-ponte in attesa di un’impantanata legge costituzionale. Una bella impresa quindi per la sinistra: organizzare una mobilitazione nazionale per abrogare una liberalizzazione voluta dall’Unione Europea, una legge di Prodi, un provvedimento che non c’è più e una legge che in ogni caso scadrà ad ottobre. Complimenti.
01 giugno 2011
Liberiamoci dai liberatori. Versione contemporanea.
Macché Milano liberata. Di questi purtroppo non ci libereremo mai
di Alessandro Gnocchi
Ah, la vittoria di Pisapia. Che rivoluzione «tranquilla». Che cambiamento «gentile». Che sviolinate su tutti i quotidiani, pronti a recepire e rilanciare le parole d’ordine necessarie per infondere fiducia e serenità negli elettori. Tutto è cambiato, questo il messaggio, ma pa-ca-ta-men-te come voleva Romano Prodi.
E con quale gentilezza e tranquillità, i soliti noti si apprestano a riprendere ciò che in realtà non hanno mai mollato: il potere e la visibilità. Milano è una «città liberata». Di loro però non si libererà mai...
Nei quartieri alti si gongola. Il giorno dopo è tutto un vantarsi: io lo sapevo, io l’avevo previsto, questa è una sorpresa solo per chi non conosce i salotti del capoluogo, etc. Ecco quindi Francesco Micheli, finanziere, creatore di Fastweb, musicofilo, gran sponsor di «Giuliano» spiegare al Corriere la sua ricetta: «Cultura. Università. Ricerca». E tirare un calcio negli stinchi agli affaristi «spregiudicati» come gli «immobiliaristi» che non troveranno più spazio. Una gelida constatazione che ha il sapore di una promessa. Anche Piero Bassetti, una vita da imprenditore e nella Democrazia cristiana, consigliere e assessore al Comune meneghino fin dal 1956, era stato profetico: «Avevo detto che ci sarebbe stata una slavina». E giù consigli a «Giuliano» per trasformare Milano in una metropoli.
Tutte idee originalissime. Festeggiano anche: Alessandro Profumo, ex amministratore delegato di Unicredit, già in coda alle primarie per l’amico Romano Prodi; Guido Rossi: neoeditorialista del Sole 24 Ore, manovratore della finanza italiana, un cursus honorum che va dalla presidenza della Consob all’elezione in Parlamento nella sinistra indipendente (ma vicina al Pci); Maria Giulia Crespi: fondatrice del Fai e discendente di una dinastia di editori, nota per aver allontanato Indro Montanelli dal Corriere della Sera; l’intera lista Moratti (intesa come Emilia Bossi Moratti detta Milly) composta da docenti, intellettuali, architetti e galleristi tutti quanti per «Giuliano».
Insomma: facce nuove, vicine ai cittadini. Tutta gente pronta a liberare Milano dal centrodestra. Ma di cui Milano non si libererà probabilmente mai, neanche se lo volesse. Sono i famosi poteri forti, bellezza.
Ci sono anche poteri molto meno forti che esultano. Non ci libereremo mai dalle prediche ormai senza capo né coda dell’ecologista Adriano Celentano, prediche indirizzate «a studenti, comunisti, fascisti, leghisti e operai costretti a lavorare nell’insicurezza» che dovrebbero far tesoro degli insegnamenti demenziali del molleggiato, tipo questo: «Essere nuclearisti non è solo una bestemmia, ma significa essere dementi fin dalla nascita».
Non ci libereremo mai dal trionfante senso di superiorità antropologica irradiata da Umberto Eco, dalle battute sempre più stanche di Paolo Rossi, dalle canzoni sempre più retoriche di Roberto Vecchioni, dal teatro sempre più moscio di Moni Ovadia. Sarà difficile liberarsi dal conformismo che definisce «geniale», per principio, ogni opera teatrale di Luca Ronconi, ogni costruzione di Gae Aulenti, ogni interpretazione di Claudio Abbado. E, per converso, sarà difficile liberarsi dal conformismo che impedisce non dico di mettersi a ridere ma almeno di manifestare scetticismo di fronte agli artisti della bomboletta spray, ai documentaristi più pallosi della fantozziana Corazzata, ai gruppi musicali indie rock, in generale a tutto quello che è giovane e quindi automaticamente bello, divertente, innovativo. Anche quando fa pena.
Non ci liberemo mai della retorica anni Settanta di cui «Giuliano» fa sfoggio nel suo vendoliano programma in cui gli orti sono «agricoltura di prossimità», le biblioteche «rifugi anti-noia», i volontari «amici della città»; in cui la gente dorme in «alberghi diffusi» nel «deserto urbano»; in cui lo sviluppo è «responsabile, sostenibile, etico e solidale» e ha un gran bisogno di «incubatori tecnologici». E se per caso state pensando che è la solita fuffa vecchia di cinquant’anni, ecco una bella bordata di inutili termini inglesi, di cui non ci libereremo mai finché la scuola non tornerà a insegnare l’italiano: e giù green economy, pet-therapy, e-democracy, venture capitalists e business angels.
E adesso gioite: siete liberi. Di pensarla come loro o di stare zitti.
24 maggio 2011
26 aprile 2011
Liberiamoci dai liberatori.
Come previsto, non c'è voluto un granché per piegare ancora una volta l'italietta democratica e antifascista ai voleri di Washington. Da oggi dobbiamo bombardare la Libia anche noi. Dopo aver assicurato per bocca di ministri e presidenti che mai avremmo infranto il fatidico articolo 11 della nostra sacra e inviolabile Costituzione. Quella nata dalla resistenza. Visto come la giudicano inviolabile i "liberatori" a stelle e strisce?
Tutto previsto dunque. Ma un dubbio ci assale: possibile che la Nato, con la sua preponderante forza bellica, abbia bisogno dei nostri quattro Tornado per vincere una guerricciola contro l'esausto esercito di Gheddafi? Siamo davvero così determinanti per l'esito vittorioso di questo conflitto? Ovviamente no. Quello che stati uniti e alleati europei vogliono ribadire è la sovranità limitata del nostro Paese. Con l'esautorazione e l'umiliazione delle nostre istituzioni si vuole "rimettere al proprio posto" l'Italia che negli ultimi anni aveva fatto un timido tentativo di sganciarsi dal giogo politico ed economico dell'america e della sua area di influenza. Una punizione per aver stretto patti con Tripoli a tutto vantaggio dell'Italia in termini di immigrazione e di approvvigionamento petrolifero. Una punizione, in prospettiva, per aver privilegiato rapporti di reciproca convenienza con la Russia di Putin. Insomma un richiamo all'ordine che ci vuole da quasi settanta anni sudditi delle superpotenze. Possiamo dire delle democrazie plutocratiche?
La stessa cosa, in fondo, che avvenne con l'Italia fascista che cercava autonomia e sviluppo dopo aver conquistato l'unità, senza dover più chiedere il permesso ai potenti della terra.
Berlusconi come Mussolini quindi? Come dicono gli odierni antifascisti? Per carità! Per stroncare le aspirazioni dell'Italia fascista fu necessaria una lunga guerra sferrata dalla più grande coalizione armata mai realizzata nella storia dell'umanità. Oggi è sufficiente che un meticcio e un nano alzino la voce.
07 aprile 2011
Norme transitorie.
di Francesco Maria Del Vigo
La proposta di abolire la norma che vieta la ricostituzione del partito fascista ha agitato il mondo politico e il presidente della Camera che l'ha definita assurda.
Roba d'antiquariato, cose da vecchi camerati. La proposta che ha fatto tanto discutere il mondo politico italiano di abolire la norma che vieta la ricostituzione del Partito fascista, parte da cinque senatori. Storie di neofascismo e di militanza missina, di sedi (anche se loro le chiamavano federazioni) chiuse col fuoco e di cambiamenti: da Salò a Fiuggi con qualche pit stop a Predappio. Poi i tempi passano e con loro l'Italia e anche gli uomini e così il fascismo rimane un fenomeno buono solo per finire sui libri di storia. Eppure l'idea di abrogare la norma transitoria continua a destare molto scalpore. "Questa proposta - spiega Achille Totaro, parlamentare del Pdl -, è stata presentata a più riprese da parlamentari di varie tendenze politiche. Penso ai radicali, ma anche a Fini che ha promosso questo tipo di iniziativa in passato". Fini, sì, proprio lui. Il cammino dal Fronte della Gioventù al "fascismo male assoluto" è stato un percorso lastricato di incertezze e indecisioni. C’è chi ricorre alla memoria storica per ricordare quelle battaglie vissute: "All’inizio di ogni legislatura presentavamo questo tipo di iniziativa. Lo abbiamo fatto quando eravamo Msi, poi nel ’94 e anche nel 2001".
Nella seduta del 16 maggio del ’94, viene ricordato, tutto il gruppo di Alleanza nazionale venne criticato da esponenti del centrosinistra - Occhetto in primis - per aver presentato una proposta di legge, "recante le firme dell’onorevole Fini, del vicepresidente del Consiglio dei ministri, Tatarella, del sottosegretario Trantino". In realtà lo stesso Occhetto riferì poi nei giorni successivi che la proposta fu ritirata. C’era anche la firma di Fini? "Può benissimo essere", conferma Donato Lamorte. "Quella è solo una questione di principio. Si può pure togliere la norma transitoria, tanto mica può ricostituirsi un partito fascista... C’è la legge Mancino", aggiunge l’esponente di Futuro e libertà e "comunque in quel tempo tutto il partito la pensava allo stesso modo". Ora per il presidente della Camera la proposta è una follia. Allora il fascismo era un patrimonio ideologico da attualizzare e portare oltre il giro di boa del millennio con il "Fascismo del duemila". Quando durante i comizi la folla missina inneggiava a Fini come "il nuovo Mussolini". Oggi la stessa proposta che fino a qualche anno fa non aveva problemi a sigillare con la sua firma è diventata "assurda". La storia è sempre la stessa e gli uomini anche, ma sono cambiati i fini...
21 marzo 2011
Fratelli d'Italia?
Ancora non erano finiti gli squilli di tromba per le celebrazioni del 150° che ci ha pensato un capo di stato straniero, Sarkozy, per interposta persona di altri capi di stato stranieri a ricordarci chi è che comanda nel nostro sciagurato Paese. Non avevamo nemmeno fatto in tempo a ripiegare i tricolori, vessilli assurti seppur tardivamente a simbolo di orgogliosa sovranità nazionale. Chi? L'Italia? Al diavolo loro e le loro celebrazioni, devono aver concordato oltralpe. Sempre poco più che un'espressione geografica! Bombarderemo la Libia, useremo le loro basi e i loro mezzi. Punto. Se abbiamo chiesto il loro parere? Ma chissenefrega!
E già: a chi volete che freghi se questa italietta viene trascinata in un conflitto dagli esiti comunque nafasti per noi che siamo l'approdo più facile del Mediterraneo. Per i missili, per i terroristi, per i profughi. A chi volete che freghi se questa italietta aveva appena siglato il "trattato di amicizia" con la Libia. Tanto, avranno pensato, questi sono sempre quelli dell'8 settembre: un marchio d'infamia indelebile per l'eternità.
Per essere chiari: per Gheddafi condividiamo il disprezzo manifestato da Marcello Veneziani sul Giornale di oggi. Così come ci disgusta che il presidente del Consiglio si sia inopinatamente ridotto a baciargli le mani. Ma non vi è dubbio che l'Italia da questa guerra non uscirà vittoriosa. Per gli effetti che ricadranno sulla vita degli italiani e per l'ennesima dimostrazione di quanto la nostra sia una sovranità limitata.
11 marzo 2011
Standing ovation!
Abbiamo resistito alle Br: Bocchino ci fa ridere.
di Paolo Granzotto
Italo Bocchino è un buffone. Non è che voglia aggravare la mia posizione di querelato: una sentenza della Corte di Cassazione relativa a quel Piero Ricca che diede, appunto, del buffone a Silvio Berlusconi, stabilisce infatti che rivolgersi in tal fatta a un politico non costituisce reato, essendo solo una «forte critica che può esplicarsi in forma tanto più incisiva e penetrante, quanto più elevata è la sua posizione pubblica». E Italo Bocchino, che è di elevata posizione pubblica, niente meno che il vice del Presidente della Camera, si prenda dunque da me del buffone.
Ne abbiamo passate delle belle, qui al Giornale. Dapprima trattati da pirla allo sbaraglio (ci davano per falliti entro sessanta giorni), poi da appestati cui negare non dico la parola, ma il semplice buongiorno e infine da nemici da abbattere con ogni mezzo. Subimmo scioperi selvaggi in tipografia, boicottaggi nelle edicole, assalti alla redazione da parte di branchi di scalmanati armati di chiavi inglese e oggetti contundenti di diversa natura. Montanelli si beccò anche le pallottole. Per dire del clima, fummo costretti a prendere il porto d’armi - subito accordato per manifesto stato di pericolo - e girare con la pistola nella fondina. E tutto questo era niente di fronte alla quotidiana martellante, proterva, violenta e sguaiata aggressione verbale e giornalistica. Altro che stalking. La libertà di stampa e d’opinione, i diritti riconosciuti dalla Costituzione «più bella del mondo» sbandierati ieri e oggi da quelle forze politiche e giornalistiche che vantano la diversità antropologica, a noi del Giornale non era riservata. Per i lorsignori, o cantavi nel coro o volente o nolente ti tappavi la bocca.
Ma a quei tempi a mordere erano almeno le iene, belve dalla forte dentatura. Oggi escono dall’ovile e ci mordono o provano a farlo le pecore, gli Italo Bocchino. Che da buon fascista, ancorché rinnegato, la libertà di stampa e d’opinione non sa nemmeno dove stia di casa e dunque si stizzisce, adendo subito le vie legali, se un giornale come il Giornale non dico lo critica, ma non lo eleva - come fecero in un primo momento, sognando il ribaltone, La Repubblica, Santoro e il Tg3 - a statista d’alto rango, di grande cultura e di sopraffina intelligenza. Non si sente diffamato, Bocchino. Non ha trovato, in quello che ho scritto o hanno scritto i miei colleghi querelati, particolari disonorevoli sul suo conto, tali d’averne offeso la reputazione. Ciò che abbiamo scritto è solo che la sua lucida mente ha portato l’ambizioso progetto futurista di far fuori il governo Berlusconi a una Caporetto senza se e senza ma. Provi qualcuno a negarlo. Per addentarci, col suo morso di pecora, è dovuto dunque ricorrere allo stalking, accusandoci non solo di fargli perdere il sonno, ma di averlo fatto, insieme alla moglie, deperire e dimagrire. È dunque una fortuna che ci venga in aiuto la Corte di Cassazione (sentenza 19509 del 4 maggio 2006) permettendoci di dare, «accertati il sostrato fattuale della critica e l’utilità sociale della stessa», del buffone a chi impugna simili mezzucci per unirsi all’opera di quanti vollero e tuttora vogliono far tacere la voce del Giornale. Non ci riuscirono, con mezzi assai più devastanti, negli anni di piombo. Figuriamoci se ci riuscirà, tirando in ballo la silhouette sua e della sua signora, una nullità politica come Italo Bocchino.
01 marzo 2011
Doppifini. Anzi, tripli.

Eppure c'è ancora qualcuno che lo sta a sentire. "Se Fli fallisce lascio la politica" ha detto. Ma chi crede di prendere per il culo questo buffone? Ma si può dare ancora credito a questo saltimbanco della politica? Della peggiore politica? A parte il fatto che stiamo ancora aspettando le dimissioni che aveva solennemente promesso per l'affaire Montecarlo. Per la casa, patrimonio della comunità ex missina di AN, sottratta al partito per farne gradito omaggio al fratello della sua ganza. Ma ci prende proprio tutti per fessi? Il Gianfrego si è stranamente dimenticato di definire il concetto di "fallimento". Un risultato elettorale modesto? Sotto il dieci, il cinque o il due percento? Chi stabilisce la misura dell'asticella sotto la quale scatterebbe il ritorno, auspicabile, del caghetta alla vita privata? Ma che domanda: lui stesso! E considerando l'uomo e il suo coriaceo attaccamento alla poltrona, nonché alla propria vanità, c'è da immaginarsi che per lui, comunque vada, sarà un successo!
Questo pagliaccio ha fatto fallire già due partiti. Voleva distruggerne un terzo. Ha negli anni sostenuto e rinnegato tutto quello che si poteva sostenere e rinnegare. Ha ammesso più volte di essersi sbagliato: su Mussolini, sui gay, sulla procreazione assistita, sugli immigrati, sulla legge elettorale, su Berlusconi.
Davvero ha bisogno di un'altra sconfitta per ritirarsi dalla politica?
02 febbraio 2011
Antifascisti in ritardo.
«Se si pensa al regime fascista si fa un confronto umiliante con il presente: il dittatore fascista era attento alla sua immagine di amico del popolo, era di vita privata modesta, di peccati nascosti. Si dirà che nel regime fascista si rubava poco perché c'era poco da rubare e che l'attuale abbondanza è una delle ragioni della corruzione generale, ma anche nella dittatura alcuni ritegni, alcune vergogne, alcuni timori di una punizione restavano». Il camerata che avete appena ascoltato tessere l'elogio del regime è Giorgio Bocca e la citazione non risale all'epoca in cui era un giovane fascista. Ma appare nell'ultimo «Venerdì» del quotidiano La Repubblica .
Fa il paio con il recupero del fascismo nel paragone con il berlusconismo che ha fatto il Grande Vecchio comunista Alberto Asor Rosa, secondo cui il fascismo era dentro una tradizione nazionale, aveva un rapporto stretto con il risorgimento. E fa il terno con quanto ha detto di recente Andrea Camilleri: «Sotto il fascismo ero più libero dei giovani d'oggi ». Potrei continuare fino al gesto simbolico di Napolitano che l'altro giorno è andato a visitare Palazzo Venezia e la sala del Mappamondo, fino ad affacciarsi allo storico balcone, senza sporgersi, per timore di fotografi appostati. E ha detto: «Quant'è piccolo ».
Io mi diverto, soprattutto se penso al povero Fini, diventato antifascista proprio ora che gli rivalutano il duce. Viaggia sempre con un regime di ritardo.
Marcello Veneziani
26 gennaio 2011
Non arrestiamo i pensieri.
Al vaglio del ministro Alfano il reato di negazionismo.
Ministro Alfano, lasci perdere il reato di negazionismo. Farebbe un danno alla libertà, alla verità e alla dignità di tutti coloro che patirono massacri, ebrei in testa. Ho sentito che ha istituito un gruppo per studiare un testo di legge. Si fermi, la legge sarebbe iniqua, avrebbe effetti peggiori del male che vuol colpire e chiederanno di estenderla ad altri negazionismi. Un tunnel senza fine. Le opinioni che negano la realtà storica sono svariate, a volte avariate e diversamente spregevoli; ma le opinioni non si puniscono col carcere. Primo, perché le parole si condannano con le parole, gli atti con gli atti. Secondo, perché penalizzare le opinioni significa intimidire la ricerca storica che per sua natura è portata alla revisione dei fatti e dei giudizi. Terzo, perché creerebbe intorno agli ebrei un cordone sanitario di intoccabilità che è pericoloso perché rischia di capovolgersi nel suo rovescio. L’alone di immunità potrebbe scatenare desideri di infrangere il tabù, di violare l’inviolabile e creare fanatismi di ritorno e antipatie. Quarto, perché crea il principio dell’ereditarietà delle colpe e delle tragedie, con dolorose contabilità, e il reato di complicità ideologica, due mostri giuridici dagli effetti devastanti ed estensibili. Quinto, perché sarebbe ingiusto punire chi nega la Shoah e non punire chi nega altri massacri, precedenti o più recenti, di armeni e di kulaki, di russi e di cinesi, di vandeani e di indios, di giapponesi e di istriani, di colonizzati e di cristiani, e potrei a lungo continuare. Non propongo di punire anche gli altri negazionismi, per carità, perché se affidiamo pure il giudizio storico ai tribunali e se mettiamo storici e docenti sotto tutela del magistrato, oltre a uccidere la ricerca storica, avveleniamo la vita civile e scolastica. E devitalizziamo la giusta indignazione, l’impulso a replicare con argomenti di verità alle menzogne. Niente discussioni, basta la denuncia; al posto nostro ci pensa il giudice. Capisco le ragioni di questa proposta e perfino le convenienze, ma lasci stare. La storia fa troppe vittime nel suo corso per farne ancora, a babbomorto, 66 anni dopo.
Marcello Veneziani
Ministro Alfano, lasci perdere il reato di negazionismo. Farebbe un danno alla libertà, alla verità e alla dignità di tutti coloro che patirono massacri, ebrei in testa. Ho sentito che ha istituito un gruppo per studiare un testo di legge. Si fermi, la legge sarebbe iniqua, avrebbe effetti peggiori del male che vuol colpire e chiederanno di estenderla ad altri negazionismi. Un tunnel senza fine. Le opinioni che negano la realtà storica sono svariate, a volte avariate e diversamente spregevoli; ma le opinioni non si puniscono col carcere. Primo, perché le parole si condannano con le parole, gli atti con gli atti. Secondo, perché penalizzare le opinioni significa intimidire la ricerca storica che per sua natura è portata alla revisione dei fatti e dei giudizi. Terzo, perché creerebbe intorno agli ebrei un cordone sanitario di intoccabilità che è pericoloso perché rischia di capovolgersi nel suo rovescio. L’alone di immunità potrebbe scatenare desideri di infrangere il tabù, di violare l’inviolabile e creare fanatismi di ritorno e antipatie. Quarto, perché crea il principio dell’ereditarietà delle colpe e delle tragedie, con dolorose contabilità, e il reato di complicità ideologica, due mostri giuridici dagli effetti devastanti ed estensibili. Quinto, perché sarebbe ingiusto punire chi nega la Shoah e non punire chi nega altri massacri, precedenti o più recenti, di armeni e di kulaki, di russi e di cinesi, di vandeani e di indios, di giapponesi e di istriani, di colonizzati e di cristiani, e potrei a lungo continuare. Non propongo di punire anche gli altri negazionismi, per carità, perché se affidiamo pure il giudizio storico ai tribunali e se mettiamo storici e docenti sotto tutela del magistrato, oltre a uccidere la ricerca storica, avveleniamo la vita civile e scolastica. E devitalizziamo la giusta indignazione, l’impulso a replicare con argomenti di verità alle menzogne. Niente discussioni, basta la denuncia; al posto nostro ci pensa il giudice. Capisco le ragioni di questa proposta e perfino le convenienze, ma lasci stare. La storia fa troppe vittime nel suo corso per farne ancora, a babbomorto, 66 anni dopo.
Marcello Veneziani
12 gennaio 2011
Fiat voluntas tua.
A Mirafiori si prepara il referendum tra i lavoratori per ratificare o meno l'accordo sulle condizioni capestro di Marchionne per il prosieguo della produzione auto in Italia. La classe politica nostrana, incapace di governare alcunché, figuriamoci le grandi sfide della globalizzazione, si limita a balbettare sull'evidente arretramento dei diritti dei lavoratori, rifugiandosi, al più, nella sempre rassicurante accusa: metodi da regime fascista!
Agli operai che con il diktat della Fiat perderanno, tra l'altro, la pausa pranzo, vorremmo far conoscere questo telegramma, inviato il 16 luglio del 1937 al prefetto di Torino da Benito Mussolini, che se non ricordiamo male era il più fascista di tutti...
"Comunichi al senatore Agnelli che nei nuovi stabilimenti Fiat devono esserci comodi e decorosi refettori per gli operai. Gli dica che l'operaio che mangia in fretta e furia vicino alla macchina, non è di questo tempo fascista. Aggiunga che l'uomo non è una macchina adibita ad un'altra macchina."
29 dicembre 2010
Quattro domande per il nuovo anno.
di Marcello Veneziani
Ho trovato divertente il finto scoop sul finto agguato al finto leader, il presidente GianFitzgerald Fini. Dopo la finta indignazione aspettiamo ora la finta rivendicazione dell’attentato, e magari il finto arresto, così completiamo il circolo della finzione. Io però vorrei tornare alla realtà per capire cosa c’è di vero e di vivo nella destra di oggi, dopo un anno terribile che l’ha decapitata, lacerata e mozzata. Dico la destra, non il centrodestra nel suo complesso, non il Pdl berlusconiano. Ne ricostruisco la storia per capire il presente. C’era una volta una destra piccina ma compatta, che però riduceva la più ampia e più variegata destra al piccolo mondo missino, animato dalla nostalgia e da un radicalismo politico, etico e ideologico tipico di chi vuol testimoniare un’idea e un’appartenenza, senza modificare la realtà. In quel tempo c’era una fiorente galassia di piccoli giornali, riviste, aree che si definivano di destra. Poi venne la mutazione necessaria e salutare in un partito di destra più ampio e meno retrospettivo, chiamato Alleanza nazionale. Un partito che non seppe darsi contenuti all’atto della svolta, ma compì un salto nel tempo e nel modo di pensare la politica. Il suo ruolo nell’ambito del centrodestra non fu mai egemone ma via via decrescente; fino a diventare quasi irrilevante sul piano politico, culturale e pratico. L’omologazione di An andò di pari passo con l’insofferenza crescente del suo leader verso Berlusconi, fino a remare contro (ricorderete le elezioni del 2006). Divenuto ormai un pallido clone di Forza Italia, incapace di bilanciare il ruolo della Lega, avvertendo un’imminente emorragia di consensi, An si sciolse come burro e confluì nel Pdl, metà soddisfatto e metà malvolentieri. Vinte le elezioni, incassati i dividendi e gli incarichi, a cominciare dalla presidenza della Camera, avviò la marcia contro Berlusconi. La sua operazione ha avuto un sostegno mediatico senza precedenti, branchi di lupi si sono raggruppati per attaccare il governo: giornali, cortei, partiti, lobby, poteri. Però dopo la sconfitta del 14 dicembre i lupi si sono dispersi o sono rientrati nelle loro tane. E i fuoriusciti finiani hanno dovuto rinunciare pure al racconto consolatorio che stavano dando vita a una destra nuova, autonoma e moderna, perché sono finiti come una costola di quel che resta della vecchia dc, sotto la leadership di Casini, al fianco di Rutelli, La Malfa e Lombardo (baciamo le mani). Certo, la polverizzazione della destra è avvenuta di pari passo con la mortificazione della sinistra. E tutto questo è accaduto per un paradosso: il passaggio dal bipolarismo al tentato bipartitismo ha prodotto la scomparsa della destra e della sinistra. Per la prima volta nessuna formazione politica in Parlamento si definisce apertamente di destra o di sinistra. Veltroni liquidò la sinistra, facendo nascere il Pd e azzerando la sinistra. E Fini ha completato l’opera sull’altro versante, liquidando la destra in tre mosse: scioglie An, sfascia il Pdl e convoglia i residui del Fli nel terzo polo. Entrambi incolpano il berlusconismo del duplice omicidio, ma si tratta di due suicidi. Ora si pone un problema: fallito il Fli, cosa resta della destra in Italia? Vedo singoli, a volte rispettabili, politici che provengono da quella storia e fanno il loro mestiere. Vedo frammenti, piccole fondazioni che ricalcano gli ultimi scampoli delle vecchie correnti di An, ma non c’è un soggetto che le coordini, non un’area, non un giornale, una rivista, una fondazione, una cabina di regia che dentro il centrodestra costituisca il suo riferimento. Il nulla. Allora pongo alcune domande finali ai signori di destra, di vertice e di base, elettori inclusi. Vi sta bene così? Ritenete che la destra abbia ormai esaurito la sua missione storica e politica e che altre debbano essere oggi le fonti della politica e , se posso permettermi di sapere, quali? Preferite riconoscervi dentro un gran contenitore e poi ciascuno coltiva private predilezioni e civetterie? Siete in attesa vigile sotto coperta e aspettate di riaffiorare quando finirà questo ciclo e allora giocoforza da qualche punto fermo bisognerà partire? Rispondete a vostra scelta a solo una di queste domande. Qualunque sia la risposta sarà benvenuta, perché vorrà dire che nel frattempo non vi siete liquefatti o assiderati. P.S. Per tornare a divertirci come all’inizio, ripenso al finto incontro del finto leader con una sedicente escort. La storia mi sembra finta per tante ragioni, ma per una sopra tutte: mai Fini andrebbe con una donna di nome Rachele. Il suo antifascismo gli impedirebbe di imitare il creatore del Male Assoluto.
14 dicembre 2010
E ora dimettiti, merda di un uomo!
314 a 311.
La Camera rinnova la fiducia a Berlusconi. Contro tutti i pronostici, contro tutta l'accozzaglia demo-comunista, contro i poteri forti italiani. Ma soprattutto contro quei vermi cultori dell'8 settembre perpetuo che rispondono al nome di fillini.
Se il cognato di Tulliani avesse un minimo di dignità dovrebbe ritirarsi dalla vita politica. Ma figurati...
12 dicembre 2010
Ipocrisia.
di Marcello Veneziani
Che differenza c’è tra il figlio del caposcorta di Veltroni assunto all’Atac quando era sindaco Veltroni e il figlio del caposcorta di Alemanno assunto all’Atac quando è sindaco Alemanno? Un abisso. Il primo è ordinaria amministrazione, il secondo è una vergogna e Alemanno deve dimettersi.
Che differenza c’è tra un deputato eletto nelle liste del Pdl che cambia partito e ritira la fiducia al premier a cui era abbinato e un deputato eletto nelle liste dell’Idv che cambia partito e fa il percorso inverso al suo collega? Un abisso. Il primo è un eroe ravveduto, il secondo un infame traditore. E se dietro all’uno come all’altro si può supporre che ci sia un interesse personale (garantirsi un futuro incerto con seggi, incarichi, prebende), il primo resta un incensurabile politico, il secondo è un corrotto da destinare alla gogna e al tribunale.
E ancora. Che differenza c’è tra un direttore del Tg1 che spende 7mila euro al mese di spese di rappresentanza e un direttore del Tg1, suo predecessore, che ne spendeva ventimila al mese per una suite? Un abisso, il primo è un delinquente da cacciare e da censurare in azienda, in commissione di vigilanza, in tribunale e in comitato di redazione; il secondo è un galantuomo che doveva pur trovarsi un tetto per esercitare il suo mestiere.
Gli esempi potrebbero andare all’infinito, tra parenti di politici di sinistra sistemati nelle pubbliche amministrazioni e poi parenti di politici di destra che hanno goduto degli stessi privilegi. Se davvero fossimo tra persone oneste, quelli di sinistra che pagano di tasca propria le loro opinioni dovrebbero indignarsi soprattutto con quelli di sinistra che campano alle spalle loro; e viceversa quelli di destra. Invece la Repubblica dei disonesti lancia giudici, gogna e condanne per quelli di destra che imitano i loro predecessori di sinistra e si adeguano all’andazzo. Ma esonera i predecessori.
Questa campagna contro la corruzione fa vomitare. Non ho altre parole per riassumerla meglio. Mi vergogno per loro. Ma chi va con Fini, dicono, crede a una destra moderna e democratica? Non vi sfiora il dubbio che chi vota Berlusconi preferisca responsabilmente il governo in carica a una crisi al buio? Ma no, è solo un servo pagato. Voi che tenete tanto alla Costituzione, non è uno strappo alle sue regole negare il governo a chi è stato eletto dal popolo o lasciare che il presidente della Camera agisca anche da capo fazione e voglia sfasciare il governo? Che schifo. Disonesti ce ne sono sempre stati, ma la novità dei nostri giorni è che i disonesti hanno il monopolio dell’Onestà.
Dai giornali di questi giorni sembra che da pochi mesi si sia imposto in Italia uno spregevole malcostume: il clientelismo, il nepotismo, la corruzione, il mercato dei voti, il trasformismo. Tutte malattie sconosciute a questo sano e onestissimo Paese, importate da Berlusconi, dai leghisti e addirittura dagli ex-fascisti. Intendiamoci, i fascisti andati con Fini sono fior di galantuomini redenti perché il loro codice d’onore prevede al punto uno, anzi unico: sfasciare Berlusconi e il suo governo, pentirsi di aver vissuto per tutti questi anni con quel leader, con quel programma, e di essere stati perciò eletti, diventando perfino maggioranza e forza di governo (chi l’avrebbe mai detto, camerati). Ora, si sa bene che la corruzione non nasce con la destra al governo o con Berlusconi e nemmeno con la sinistra, a essere onesti. C’era già dai tempi della Dc e anche prima. Anzi se volete l’onestà estrema, l’unico periodo in cui la corruzione non prevalse sull’onestà e il merito fu durante il fascismo. Scoccia dirlo ma è così. Ma qualcuno è disposto a rinunciare alla libertà e alla democrazia e beccarsi un regime autoritario per avere onestà ed efficacia, meno mafia e più opere pubbliche, meno ladri e più politica sociale? No, e allora il discorso si chiude lì, torniamo al presente. Dunque, che famo? Colpiamo la corruzione in sede penale, il malcostume in sede civile e culturale, il clientelismo in sede politica, ma evitiamo di stabilire teoremi ideologici e razzismo etico: non c’è la razza dei corrotti a destra e degli incorrotti a sinistra. La responsabilità è personale e si proceda caso per caso e non secondo razza.
Sul malaffare a destra, lasciatemi invece dire una cosa: sconforta sapere che i «propri» eletti non sono migliori degli altri, si adeguano agli standard di potere precedenti, Dc e sinistra. E non c’è nemmeno l’alibi consolatorio per dire: sì sul piano clientelare e nepotistico agiscono come gli altri, ma almeno lasciano segni mirabili in altri campi, impronte di grandi imprese, esempi fulgidi, simboli, idee e principi finora calpestati. No, è tutto così scarso, dappertutto.
Poi vedi quel che scrivono i giornali, quel che dice la partitocrazia, quel che fanno i magistrati, vedi quella disonestà cieca, unilaterale e militante che stabilisce chi sono i corrotti e chi gli esonerati, e sei costretto a preferire i mali minori, e a chiedere perfino l’arbitrato di Mastella. Italia, ora pro nobis.
Che differenza c’è tra il figlio del caposcorta di Veltroni assunto all’Atac quando era sindaco Veltroni e il figlio del caposcorta di Alemanno assunto all’Atac quando è sindaco Alemanno? Un abisso. Il primo è ordinaria amministrazione, il secondo è una vergogna e Alemanno deve dimettersi.
Che differenza c’è tra un deputato eletto nelle liste del Pdl che cambia partito e ritira la fiducia al premier a cui era abbinato e un deputato eletto nelle liste dell’Idv che cambia partito e fa il percorso inverso al suo collega? Un abisso. Il primo è un eroe ravveduto, il secondo un infame traditore. E se dietro all’uno come all’altro si può supporre che ci sia un interesse personale (garantirsi un futuro incerto con seggi, incarichi, prebende), il primo resta un incensurabile politico, il secondo è un corrotto da destinare alla gogna e al tribunale.
E ancora. Che differenza c’è tra un direttore del Tg1 che spende 7mila euro al mese di spese di rappresentanza e un direttore del Tg1, suo predecessore, che ne spendeva ventimila al mese per una suite? Un abisso, il primo è un delinquente da cacciare e da censurare in azienda, in commissione di vigilanza, in tribunale e in comitato di redazione; il secondo è un galantuomo che doveva pur trovarsi un tetto per esercitare il suo mestiere.
Gli esempi potrebbero andare all’infinito, tra parenti di politici di sinistra sistemati nelle pubbliche amministrazioni e poi parenti di politici di destra che hanno goduto degli stessi privilegi. Se davvero fossimo tra persone oneste, quelli di sinistra che pagano di tasca propria le loro opinioni dovrebbero indignarsi soprattutto con quelli di sinistra che campano alle spalle loro; e viceversa quelli di destra. Invece la Repubblica dei disonesti lancia giudici, gogna e condanne per quelli di destra che imitano i loro predecessori di sinistra e si adeguano all’andazzo. Ma esonera i predecessori.
Questa campagna contro la corruzione fa vomitare. Non ho altre parole per riassumerla meglio. Mi vergogno per loro. Ma chi va con Fini, dicono, crede a una destra moderna e democratica? Non vi sfiora il dubbio che chi vota Berlusconi preferisca responsabilmente il governo in carica a una crisi al buio? Ma no, è solo un servo pagato. Voi che tenete tanto alla Costituzione, non è uno strappo alle sue regole negare il governo a chi è stato eletto dal popolo o lasciare che il presidente della Camera agisca anche da capo fazione e voglia sfasciare il governo? Che schifo. Disonesti ce ne sono sempre stati, ma la novità dei nostri giorni è che i disonesti hanno il monopolio dell’Onestà.
Dai giornali di questi giorni sembra che da pochi mesi si sia imposto in Italia uno spregevole malcostume: il clientelismo, il nepotismo, la corruzione, il mercato dei voti, il trasformismo. Tutte malattie sconosciute a questo sano e onestissimo Paese, importate da Berlusconi, dai leghisti e addirittura dagli ex-fascisti. Intendiamoci, i fascisti andati con Fini sono fior di galantuomini redenti perché il loro codice d’onore prevede al punto uno, anzi unico: sfasciare Berlusconi e il suo governo, pentirsi di aver vissuto per tutti questi anni con quel leader, con quel programma, e di essere stati perciò eletti, diventando perfino maggioranza e forza di governo (chi l’avrebbe mai detto, camerati). Ora, si sa bene che la corruzione non nasce con la destra al governo o con Berlusconi e nemmeno con la sinistra, a essere onesti. C’era già dai tempi della Dc e anche prima. Anzi se volete l’onestà estrema, l’unico periodo in cui la corruzione non prevalse sull’onestà e il merito fu durante il fascismo. Scoccia dirlo ma è così. Ma qualcuno è disposto a rinunciare alla libertà e alla democrazia e beccarsi un regime autoritario per avere onestà ed efficacia, meno mafia e più opere pubbliche, meno ladri e più politica sociale? No, e allora il discorso si chiude lì, torniamo al presente. Dunque, che famo? Colpiamo la corruzione in sede penale, il malcostume in sede civile e culturale, il clientelismo in sede politica, ma evitiamo di stabilire teoremi ideologici e razzismo etico: non c’è la razza dei corrotti a destra e degli incorrotti a sinistra. La responsabilità è personale e si proceda caso per caso e non secondo razza.
Sul malaffare a destra, lasciatemi invece dire una cosa: sconforta sapere che i «propri» eletti non sono migliori degli altri, si adeguano agli standard di potere precedenti, Dc e sinistra. E non c’è nemmeno l’alibi consolatorio per dire: sì sul piano clientelare e nepotistico agiscono come gli altri, ma almeno lasciano segni mirabili in altri campi, impronte di grandi imprese, esempi fulgidi, simboli, idee e principi finora calpestati. No, è tutto così scarso, dappertutto.
Poi vedi quel che scrivono i giornali, quel che dice la partitocrazia, quel che fanno i magistrati, vedi quella disonestà cieca, unilaterale e militante che stabilisce chi sono i corrotti e chi gli esonerati, e sei costretto a preferire i mali minori, e a chiedere perfino l’arbitrato di Mastella. Italia, ora pro nobis.
07 dicembre 2010
Il vero scandalo è il presidente della Camera.
di Giancarlo Perna
Ogni giorno c’è una polemica scema. Verdini è preso di mira per una parola di troppo, dandogli un’importanza che non ha. Poi, sono gli stretti legami del Cav con Mosca e Putin a indignare gli ex comunisti che idolatravano la Mosca di Stalin. E giù una grulleria via l’altra. Nessuno però si accorge dello scandalo vero sotto gli occhi di tutti: l’indegnità costituzionale, politica e morale di Gianfranco Fini a presiedere la Camera.
La prevaricazione di Gianfry era già evidente nei mesi scorsi con la faccenda della casa, la creazione di un partito antagonista del Pdl nelle cui file era stato eletto, la guerriglia contro il governo. Ha ora raggiunto il culmine con la firma di una mozione di sfiducia che, confluendo in quella dell’opposizione, rischia di affossare la legislatura. Mai il presidente di un ramo del Parlamento si era messo di traverso con chi governa, anche a costo di dissolvere in anticipo la Camera a lui affidata.
Normalmente, uno nel ruolo di Fini è sopra le parti, si estranea dalle beghe politiche, pacifica. Gianfry ha invece sparso zizzania, sfogato gli odi, perseguito le proprie ambizioni personali. Non da semplice politico - cosa che sarebbe stata legittima anche se lo avrebbe comunque reso meschino agli occhi di molti -, ma restando incollato al trono di terza carica dello Stato. Da queste altezze ha fatto l’occhiolino a un’opposizione smarrita, l’ha incoraggiata a rianimarsi, aizzandola contro il governo con la promessa di aiutarla nella comune lotta al berlusconismo. Senza Fini, Bersani sarebbe ancora immerso nell’abulia dell’ultimo anno. Se oggi le sinistre di tutti i colori - comuniste, ex comuniste, giustizialiste - sono ringalluzzite, è grazie all’ex fascista. Questo per capire a quale Paese normale ci stiamo avviando e la bolgia in cui piomberemmo se questa bazzoffia raccogliticcia dovesse prevalere.
Fini fa salsicce della carica. Dopo di lui, la Camera non sarà più la stessa. Pensate se a Renato Schifani, presidente del Senato, venisse l’uzzolo di imitarlo. Gli sta antipatico Bersani? Domattina lo attacca, gli ingiunge di comportarsi come dice lui, dubita della sua sanità mentale, gli consiglia il ricovero nell’ospizio per raggiunti limiti di età. La Costituzione non glielo impedisce, né c’è modo di frenarlo. Tocca inghiottire. Esattamente come ora si è costretti a fare con le mattane di Gianfry.
In passato, solo Fausto Bertinotti nella scorsa legislatura gli si era avvicinato alla lontana. Incattivito contro il premier Prodi, dichiarò al Corriere della Sera che il suo governo aveva «fallito». Tutto qui. Per il resto fu un normale presidente della Camera. Molti notarono però l’infima anomalia, criticandola. Quando fu costretto a dimettersi, Prodi si tolse comunque il sassolino dichiarando che se il governo era caduto la colpa era di chi (Bertinotti, ndr) aveva fatto dichiarazioni «istituzionalmente opinabili». Una chiara accusa di tradimento del ruolo per averne violato la neutralità. Questo nonnulla, imparagonabile agli stracci fatti volare da Fini, è il precedente peggiore.
Prima dell’avvento dei pataccari, i numeri uno della Camera sentivano la dignità della carica. Pertini si dimise dalla presidenza - era il 1969 - solo perché i socialisti unificati (Psu), in rappresentanza dei quali era stato eletto, tornarono a dividersi in Psi e Psdi. «È cambiata la situazione parlamentare - disse il vecchio Sandro -, correttezza vuole che rassegni il mandato». Con questo provocò un dibattito sulla sua persona. Amici e avversari gli confermarono la fiducia e Pertini, confortato, restò al suo posto. Lo immaginate voi, Fini che chiede all’Aula di verificare la stima di cui è circondato? Sarebbe un bel vedere. Ma con tutti gli scheletri che ha in cassaforte, Gianfry si rannicchia, tiene strette le prebende e tira avanti impettito. Delle regole se ne impipa. Ha già annunciato che se gli gira, in caso di elezioni, si dimetterà per dedicarsi alla campagna elettorale. Dunque, lascerà l’Aula senza guida per oltre un mese, creando un altro sconquasso senza precedenti. Conferma adamantina dell’uso ad personam dell’istituzione che sciaguratamente incarna.
La caratteristica di Gianfry è la faccia di bronzo. Ieri, a una scolaresca che gli chiedeva le ragioni della crisi di governo, ha risposto in sintesi: «Perché un signore (il Cav, ndr) che doveva fare le cose per tutti ha pensato solo ai fatti suoi». A dirlo è lui! Lo stesso che doveva essere il geloso custode dell’appartamento monegasco ereditato da An e che lo ha invece ceduto al putto dei Tulliani a prezzi da robivecchi. Il medesimo che a furia di arroganti raccomandazioni ha trasformato la suocera casalinga in produttrice di «scemeggiati» Rai. L’identico che, creato il partitino a uso personale, si accinge a spillare quattrini agli italiani per lanciarlo nell’agone elettorale. Proprio costui osa accusare altri di usare le cariche per i propri comodi. Non vede la differenza tra sé e il Cav. Berlusca, alla luce del sole, chiede una legge per governare senza l’angoscia delle procure partigiane, come avviene altrove. Lui, all’ombra dei sotterfugi, sistema per un paio di generazioni la sua sfera privata.
Quello che stupisce, si fa per dire, è che tanti gli tengano bordone. Trascuriamo i compari - Casini, Rutelli, Di Pietro, Bersani e compagni vari - che pur di raccattarne un altro nella guerra al Cav fanno le tre scimmiette. Ma i mammasantissima che fanno? Sconcerta il presidente Napolitano, un genio nel trovare il pelo nell’uovo. Venera la Costituzione come Dante Beatrice, ma non gli esce un fiato sul vulnus di un presidente della Camera che capeggia la rivolta al governo. Idem i costituzionalisti, in genere con l’arma al piè in difesa della Sacra Carta. Quando Cossiga picconava dal Quirinale ci misero in guardia sulla sopravvivenza della Repubblica. Ed erano solo esternazioni beffarde. Ora, però, che Fini dall’alto del seggio azzoppa un governo e manda a ramengo una legislatura, tacciono. Dicono che la norma non lo vieta e fanno spallucce. Per costoro, che un presidente della Camera si comporti come Pertini o come Fini, pari sono. Allora, delle due l’una: o qualcosa non va nella Costituzione o qualcosa non funziona nelle loro teste. E che dire infine dei giudici? L’appropriazione monegasca da parte del cognatino è provata. Ma i pm non ci trovano nulla di strano e chiedono l’assoluzione. Il giudice da più di un mese si macera e non decide. Auguri e figli maschi. Intanto, noi ci dimettiamo da cittadini.
Ogni giorno c’è una polemica scema. Verdini è preso di mira per una parola di troppo, dandogli un’importanza che non ha. Poi, sono gli stretti legami del Cav con Mosca e Putin a indignare gli ex comunisti che idolatravano la Mosca di Stalin. E giù una grulleria via l’altra. Nessuno però si accorge dello scandalo vero sotto gli occhi di tutti: l’indegnità costituzionale, politica e morale di Gianfranco Fini a presiedere la Camera.
La prevaricazione di Gianfry era già evidente nei mesi scorsi con la faccenda della casa, la creazione di un partito antagonista del Pdl nelle cui file era stato eletto, la guerriglia contro il governo. Ha ora raggiunto il culmine con la firma di una mozione di sfiducia che, confluendo in quella dell’opposizione, rischia di affossare la legislatura. Mai il presidente di un ramo del Parlamento si era messo di traverso con chi governa, anche a costo di dissolvere in anticipo la Camera a lui affidata.
Normalmente, uno nel ruolo di Fini è sopra le parti, si estranea dalle beghe politiche, pacifica. Gianfry ha invece sparso zizzania, sfogato gli odi, perseguito le proprie ambizioni personali. Non da semplice politico - cosa che sarebbe stata legittima anche se lo avrebbe comunque reso meschino agli occhi di molti -, ma restando incollato al trono di terza carica dello Stato. Da queste altezze ha fatto l’occhiolino a un’opposizione smarrita, l’ha incoraggiata a rianimarsi, aizzandola contro il governo con la promessa di aiutarla nella comune lotta al berlusconismo. Senza Fini, Bersani sarebbe ancora immerso nell’abulia dell’ultimo anno. Se oggi le sinistre di tutti i colori - comuniste, ex comuniste, giustizialiste - sono ringalluzzite, è grazie all’ex fascista. Questo per capire a quale Paese normale ci stiamo avviando e la bolgia in cui piomberemmo se questa bazzoffia raccogliticcia dovesse prevalere.
Fini fa salsicce della carica. Dopo di lui, la Camera non sarà più la stessa. Pensate se a Renato Schifani, presidente del Senato, venisse l’uzzolo di imitarlo. Gli sta antipatico Bersani? Domattina lo attacca, gli ingiunge di comportarsi come dice lui, dubita della sua sanità mentale, gli consiglia il ricovero nell’ospizio per raggiunti limiti di età. La Costituzione non glielo impedisce, né c’è modo di frenarlo. Tocca inghiottire. Esattamente come ora si è costretti a fare con le mattane di Gianfry.
In passato, solo Fausto Bertinotti nella scorsa legislatura gli si era avvicinato alla lontana. Incattivito contro il premier Prodi, dichiarò al Corriere della Sera che il suo governo aveva «fallito». Tutto qui. Per il resto fu un normale presidente della Camera. Molti notarono però l’infima anomalia, criticandola. Quando fu costretto a dimettersi, Prodi si tolse comunque il sassolino dichiarando che se il governo era caduto la colpa era di chi (Bertinotti, ndr) aveva fatto dichiarazioni «istituzionalmente opinabili». Una chiara accusa di tradimento del ruolo per averne violato la neutralità. Questo nonnulla, imparagonabile agli stracci fatti volare da Fini, è il precedente peggiore.
Prima dell’avvento dei pataccari, i numeri uno della Camera sentivano la dignità della carica. Pertini si dimise dalla presidenza - era il 1969 - solo perché i socialisti unificati (Psu), in rappresentanza dei quali era stato eletto, tornarono a dividersi in Psi e Psdi. «È cambiata la situazione parlamentare - disse il vecchio Sandro -, correttezza vuole che rassegni il mandato». Con questo provocò un dibattito sulla sua persona. Amici e avversari gli confermarono la fiducia e Pertini, confortato, restò al suo posto. Lo immaginate voi, Fini che chiede all’Aula di verificare la stima di cui è circondato? Sarebbe un bel vedere. Ma con tutti gli scheletri che ha in cassaforte, Gianfry si rannicchia, tiene strette le prebende e tira avanti impettito. Delle regole se ne impipa. Ha già annunciato che se gli gira, in caso di elezioni, si dimetterà per dedicarsi alla campagna elettorale. Dunque, lascerà l’Aula senza guida per oltre un mese, creando un altro sconquasso senza precedenti. Conferma adamantina dell’uso ad personam dell’istituzione che sciaguratamente incarna.
La caratteristica di Gianfry è la faccia di bronzo. Ieri, a una scolaresca che gli chiedeva le ragioni della crisi di governo, ha risposto in sintesi: «Perché un signore (il Cav, ndr) che doveva fare le cose per tutti ha pensato solo ai fatti suoi». A dirlo è lui! Lo stesso che doveva essere il geloso custode dell’appartamento monegasco ereditato da An e che lo ha invece ceduto al putto dei Tulliani a prezzi da robivecchi. Il medesimo che a furia di arroganti raccomandazioni ha trasformato la suocera casalinga in produttrice di «scemeggiati» Rai. L’identico che, creato il partitino a uso personale, si accinge a spillare quattrini agli italiani per lanciarlo nell’agone elettorale. Proprio costui osa accusare altri di usare le cariche per i propri comodi. Non vede la differenza tra sé e il Cav. Berlusca, alla luce del sole, chiede una legge per governare senza l’angoscia delle procure partigiane, come avviene altrove. Lui, all’ombra dei sotterfugi, sistema per un paio di generazioni la sua sfera privata.
Quello che stupisce, si fa per dire, è che tanti gli tengano bordone. Trascuriamo i compari - Casini, Rutelli, Di Pietro, Bersani e compagni vari - che pur di raccattarne un altro nella guerra al Cav fanno le tre scimmiette. Ma i mammasantissima che fanno? Sconcerta il presidente Napolitano, un genio nel trovare il pelo nell’uovo. Venera la Costituzione come Dante Beatrice, ma non gli esce un fiato sul vulnus di un presidente della Camera che capeggia la rivolta al governo. Idem i costituzionalisti, in genere con l’arma al piè in difesa della Sacra Carta. Quando Cossiga picconava dal Quirinale ci misero in guardia sulla sopravvivenza della Repubblica. Ed erano solo esternazioni beffarde. Ora, però, che Fini dall’alto del seggio azzoppa un governo e manda a ramengo una legislatura, tacciono. Dicono che la norma non lo vieta e fanno spallucce. Per costoro, che un presidente della Camera si comporti come Pertini o come Fini, pari sono. Allora, delle due l’una: o qualcosa non va nella Costituzione o qualcosa non funziona nelle loro teste. E che dire infine dei giudici? L’appropriazione monegasca da parte del cognatino è provata. Ma i pm non ci trovano nulla di strano e chiedono l’assoluzione. Il giudice da più di un mese si macera e non decide. Auguri e figli maschi. Intanto, noi ci dimettiamo da cittadini.
18 novembre 2010
Quando te le servono su un piatto d'argento...
C'è un certo Massimiliano Simoni, coordinatore regionale di Futuro e Libertà, che afferma di avere un assessore "in sonno" nella giunta comunale di Prato.
A parte la terminologia massonica usata da questo Carneade e che la dice lunga sulla reale natura della neonata formazione finiana, ci viene spontanea una riflessione: ma non è che, viste le brillanti performances, siano TUTTI un po' assonnati gli assessori del centro-destra pratese?
16 novembre 2010
Rinnegati e rimbambiti.
Egregio onorevole Mirko Tremaglia, lei ha concluso il suo intervento allo storico incontro di Bastia Umbra con un «alla faccia di Berlusconi!», facendo venire giù il fastoso e tecnologico teatro (già, ma chi ha pagato tutta quella berlusconiana grazia di Dio?) per gli applausi.
La cosa mi ha lasciato un po’ perplesso. Forse alla sua veneranda età ha dimenticato un particolare non proprio trascurabile. È solo grazie al disprezzato Berlusca che lei, un «ex ragazzo di Salò», è potuto assurgere ai fasti di un ministero ancorché senza portafoglio nel 2001-2006; e per di più l’abominevole uomo di Arcore la difese quando veniva accusato di aver fatto giungere al governo il primo «ex repubblichino» nella storia della Repubblica italiana «nata dalla resistenza». Ed è grazie a questa insperata poltrona che lei è riuscito a coronare il sogno della sua lunghissima vita: quello di concedere il voto agli italiani all’estero, benché con una legge tanto pessima nel suo meccanismo e nella sua attuazione pratica che riuscì a portare - con sospetto di brogli - più voti al centrosinistra che al centrodestra nelle elezioni del 2006, contribuendo concretamente a far vincere l’Ulivo di Prodi & C. Nonostante ciò, non venne cacciato a pernacchie dal centrodestra medesimo.
Oggi, dunque, onorevole Tremaglia, lei prorompe in un «alla faccia di Berlusconi!» per lasciare il Popolo della libertà e passare a Futuro e libertà. Benissimo. Ma si è mai chiesto chi è che guida il Fli? Non sarà per caso quel signore che ha portato lei e tanti altri in questo stesso Pdl sciogliendo Alleanza nazionale, e con questo Pdl vincere le elezioni del 2008 e farla rieleggere in Parlamento? Forse sì. E illustre onorevole, caro, vecchio, smemorato «ragazzo di Salò», padre di quell’unico e insostituibile Marzio che il fato ha sottratto a lei e a noi troppo presto, non si ricorda per ipotesi cosa questa guida, questo condottiero, questo duce democraticissimo, ha affermato in merito a certi argomenti ai quali lei dovrebbe essere particolarmente sensibile? Ad esempio, il fascismo: «Fu il male assoluto», ebbe a dire nel 2003.
Ad esempio, rincarando la dose, la Repubblica sociale nelle cui file armate lei militò: «Una pagina vergognosa della storia italiana». E infine, per chiudere degnamente il cerchio: «L’antifascismo è un valore» e sinonimo di democrazia, e la resistenza anch’essa lo fu, a parte qualche trascurabile eccezione che voleva farci diventare un Paese stalinista. Però, nonostante tutto, come costui ha scritto all’Anpi di Bologna pochi giorni fa, «commemorare gli eroici combattenti partigiani che si opposero ai rastrellamenti degli antifascisti è un dovere delle istituzioni».
Onorevole Tremaglia, devo dedurre che anche lei la pensi ormai così, nonostante che a tali rastrellamenti magari ha pure partecipato. Sicché, non ritiene, onorevole fillino, che suo figlio Marzio, che quale assessore alla Cultura della Regione Lombardia volle creare - forse anche pensando a suo padre - un istituto per la storia della Rsi, oggi diretto dal professor Roberto Chiarini, si stia rivoltando nella tomba?
Gianfranco de Turris
31 ottobre 2010
Nessun dolore. Una storia di CasaPound.

Riporto una frase dal bel romanzo di Domenico Di Tullio: "Perché quando hai una storia ed un mondo a cui appartieni, una comunione di intenti e vita così grande e profonda che niente può scalfirla, quando ti guardi negli occhi e, senza pensare, riconosci accanto a te il fratello che ti sorride leggero un secondo prima di iniziare la battaglia, non esiste più nessuna paura, non rimane più nessun dolore."
Vallo a spiegare a pidiellini e futuristi vari...
27 ottobre 2010
La casa di Fini e le mutande di Berlusconi.
Che coincidenza! Nel giorno in cui la Procura di Roma chiede l'archiviazione per il presidente della Camera (ma che velocità per Gianfrego!) spunta l'ennesima inchiesta sull'ennesima donzella finita nel letto del cavaliere. Dove sono finite le anime belle che strepitavano contro i giornalisti cattivi, fabbricanti di dossier e invasori della privacy? Perché sarebbe lecito e deontoligico spiare dentro le mutande del Presidente del Consiglio e riprovevole cercare di capire come il Presidente della Camera si sia appropriato di un bene del partito per omaggiarlo ad un suo famiglio?
Parliamoci chiaro: a noi di quante donne si tromba Silvio Berlusconi non ce ne frega un cazzo. Perché fa con roba sua. Siano soldi o siano altri requisiti. Ci disturba soltanto l'ipocrisia di tutti quei soggetti "politicamente corretti" che non perdono mai occasione di frantumarceli con la salvaguardia dei diritti altrui. Il premier è un vecchio satiro, schiavo dei suoi istinti sessuali: scandalo, vergogna, abominio! E allora? E se fosse stato gay? Avrebbero riservato al Berlusca la stessa benevola e civile tolleranza che ci aspetteremmo nei confronti di un Vendola, qualora diventasse Presidente del Consiglio?
A noi vecchi militanti della fiamma tricolore interessa, invece, sapere come un bene lasciato in eredità ad AN dalla fascistissima contessa Colleoni sia finito a prezzo di liquidazione nella disponibilità del cognato di Gianfranco Fini. Ci interessa perché la clausola con cui la defunta destinava l'appartamento di Montecarlo parlava espressamente di "continuare la buona battaglia". Povera contessa Colleoni che, come tanti altri ex fascisti, nel 1999 pensava ancora che AN fosse l'erede del MSI. Sappiamo benissimo a quale buona battaglia voleva alludere. E lo sapeva anche Gianfrego. In tanti quella battaglia l'hanno combattuta e avrebbero voluto continuare a combatterla, lui invece ne ha combattuta un'altra, tutta sua, personalissima e indecente. E purtroppo l'ha vinta.
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