01 giugno 2011

Liberiamoci dai liberatori. Versione contemporanea.


















Macché Milano liberata. Di questi purtroppo non ci libereremo mai

di Alessandro Gnocchi

Ah, la vittoria di Pisapia. Che rivoluzione «tranquilla». Che cambiamento «gentile». Che sviolinate su tutti i quotidiani, pronti a recepire e rilanciare le parole d’ordine necessarie per infondere fiducia e serenità negli elettori. Tutto è cambiato, questo il messaggio, ma pa-ca-ta-men-te come voleva Romano Prodi.
E con quale gentilezza e tranquillità, i soliti noti si apprestano a riprendere ciò che in realtà non hanno mai mollato: il potere e la visibilità. Milano è una «città liberata». Di loro però non si libererà mai...

Nei quartieri alti si gongola. Il giorno dopo è tutto un vantarsi: io lo sapevo, io l’avevo previsto, questa è una sorpresa solo per chi non conosce i salotti del capoluogo, etc. Ecco quindi Francesco Micheli, finanziere, creatore di Fastweb, musicofilo, gran sponsor di «Giuliano» spiegare al Corriere la sua ricetta: «Cultura. Università. Ricerca». E tirare un calcio negli stinchi agli affaristi «spregiudicati» come gli «immobiliaristi» che non troveranno più spazio. Una gelida constatazione che ha il sapore di una promessa. Anche Piero Bassetti, una vita da imprenditore e nella Democrazia cristiana, consigliere e assessore al Comune meneghino fin dal 1956, era stato profetico: «Avevo detto che ci sarebbe stata una slavina». E giù consigli a «Giuliano» per trasformare Milano in una metropoli.

Tutte idee originalissime. Festeggiano anche: Alessandro Profumo, ex amministratore delegato di Unicredit, già in coda alle primarie per l’amico Romano Prodi; Guido Rossi: neoeditorialista del Sole 24 Ore, manovratore della finanza italiana, un cursus honorum che va dalla presidenza della Consob all’elezione in Parlamento nella sinistra indipendente (ma vicina al Pci); Maria Giulia Crespi: fondatrice del Fai e discendente di una dinastia di editori, nota per aver allontanato Indro Montanelli dal Corriere della Sera; l’intera lista Moratti (intesa come Emilia Bossi Moratti detta Milly) composta da docenti, intellettuali, architetti e galleristi tutti quanti per «Giuliano».

Insomma: facce nuove, vicine ai cittadini. Tutta gente pronta a liberare Milano dal centrodestra. Ma di cui Milano non si libererà probabilmente mai, neanche se lo volesse. Sono i famosi poteri forti, bellezza.

Ci sono anche poteri molto meno forti che esultano. Non ci libereremo mai dalle prediche ormai senza capo né coda dell’ecologista Adriano Celentano, prediche indirizzate «a studenti, comunisti, fascisti, leghisti e operai costretti a lavorare nell’insicurezza» che dovrebbero far tesoro degli insegnamenti demenziali del molleggiato, tipo questo: «Essere nuclearisti non è solo una bestemmia, ma significa essere dementi fin dalla nascita».

Non ci libereremo mai dal trionfante senso di superiorità antropologica irradiata da Umberto Eco, dalle battute sempre più stanche di Paolo Rossi, dalle canzoni sempre più retoriche di Roberto Vecchioni, dal teatro sempre più moscio di Moni Ovadia. Sarà difficile liberarsi dal conformismo che definisce «geniale», per principio, ogni opera teatrale di Luca Ronconi, ogni costruzione di Gae Aulenti, ogni interpretazione di Claudio Abbado. E, per converso, sarà difficile liberarsi dal conformismo che impedisce non dico di mettersi a ridere ma almeno di manifestare scetticismo di fronte agli artisti della bomboletta spray, ai documentaristi più pallosi della fantozziana Corazzata, ai gruppi musicali indie rock, in generale a tutto quello che è giovane e quindi automaticamente bello, divertente, innovativo. Anche quando fa pena.

Non ci liberemo mai della retorica anni Settanta di cui «Giuliano» fa sfoggio nel suo vendoliano programma in cui gli orti sono «agricoltura di prossimità», le biblioteche «rifugi anti-noia», i volontari «amici della città»; in cui la gente dorme in «alberghi diffusi» nel «deserto urbano»; in cui lo sviluppo è «responsabile, sostenibile, etico e solidale» e ha un gran bisogno di «incubatori tecnologici». E se per caso state pensando che è la solita fuffa vecchia di cinquant’anni, ecco una bella bordata di inutili termini inglesi, di cui non ci libereremo mai finché la scuola non tornerà a insegnare l’italiano: e giù green economy, pet-therapy, e-democracy, venture capitalists e business angels.

E adesso gioite: siete liberi. Di pensarla come loro o di stare zitti.

26 aprile 2011

Liberiamoci dai liberatori.


Come previsto, non c'è voluto un granché per piegare ancora una volta l'italietta democratica e antifascista ai voleri di Washington. Da oggi dobbiamo bombardare la Libia anche noi. Dopo aver assicurato per bocca di ministri e presidenti che mai avremmo infranto il fatidico articolo 11 della nostra sacra e inviolabile Costituzione. Quella nata dalla resistenza. Visto come la giudicano inviolabile i "liberatori" a stelle e strisce?
Tutto previsto dunque. Ma un dubbio ci assale: possibile che la Nato, con la sua preponderante forza bellica, abbia bisogno dei nostri quattro Tornado per vincere una guerricciola contro l'esausto esercito di Gheddafi? Siamo davvero così determinanti per l'esito vittorioso di questo conflitto? Ovviamente no. Quello che stati uniti e alleati europei vogliono ribadire è la sovranità limitata del nostro Paese. Con l'esautorazione e l'umiliazione delle nostre istituzioni si vuole "rimettere al proprio posto" l'Italia che negli ultimi anni aveva fatto un timido tentativo di sganciarsi dal giogo politico ed economico dell'america e della sua area di influenza. Una punizione per aver stretto patti con Tripoli a tutto vantaggio dell'Italia in termini di immigrazione e di approvvigionamento petrolifero. Una punizione, in prospettiva, per aver privilegiato rapporti di reciproca convenienza con la Russia di Putin. Insomma un richiamo all'ordine che ci vuole da quasi settanta anni sudditi delle superpotenze. Possiamo dire delle democrazie plutocratiche?
La stessa cosa, in fondo, che avvenne con l'Italia fascista che cercava autonomia e sviluppo dopo aver conquistato l'unità, senza dover più chiedere il permesso ai potenti della terra.
Berlusconi come Mussolini quindi? Come dicono gli odierni antifascisti? Per carità! Per stroncare le aspirazioni dell'Italia fascista fu necessaria una lunga guerra sferrata dalla più grande coalizione armata mai realizzata nella storia dell'umanità. Oggi è sufficiente che un meticcio e un nano alzino la voce.

07 aprile 2011

Norme transitorie.


di Francesco Maria Del Vigo

La proposta di abolire la norma che vieta la ricostituzione del partito fascista ha agitato il mondo politico e il presidente della Camera che l'ha definita assurda.

Roba d'antiquariato, cose da vecchi camerati. La proposta che ha fatto tanto discutere il mondo politico italiano di abolire la norma che vieta la ricostituzione del Partito fascista, parte da cinque senatori. Storie di neofascismo e di militanza missina, di sedi (anche se loro le chiamavano federazioni) chiuse col fuoco e di cambiamenti: da Salò a Fiuggi con qualche pit stop a Predappio. Poi i tempi passano e con loro l'Italia e anche gli uomini e così il fascismo rimane un fenomeno buono solo per finire sui libri di storia. Eppure l'idea di abrogare la norma transitoria continua a destare molto scalpore. "Questa proposta - spiega Achille Totaro, parlamentare del Pdl -, è stata presentata a più riprese da parlamentari di varie tendenze politiche. Penso ai radicali, ma anche a Fini che ha promosso questo tipo di iniziativa in passato". Fini, sì, proprio lui. Il cammino dal Fronte della Gioventù al "fascismo male assoluto" è stato un percorso lastricato di incertezze e indecisioni. C’è chi ricorre alla memoria storica per ricordare quelle battaglie vissute: "All’inizio di ogni legislatura presentavamo questo tipo di iniziativa. Lo abbiamo fatto quando eravamo Msi, poi nel ’94 e anche nel 2001".
Nella seduta del 16 maggio del ’94, viene ricordato, tutto il gruppo di Alleanza nazionale venne criticato da esponenti del centrosinistra - Occhetto in primis - per aver presentato una proposta di legge, "recante le firme dell’onorevole Fini, del vicepresidente del Consiglio dei ministri, Tatarella, del sottosegretario Trantino". In realtà lo stesso Occhetto riferì poi nei giorni successivi che la proposta fu ritirata. C’era anche la firma di Fini? "Può benissimo essere", conferma Donato Lamorte. "Quella è solo una questione di principio. Si può pure togliere la norma transitoria, tanto mica può ricostituirsi un partito fascista... C’è la legge Mancino", aggiunge l’esponente di Futuro e libertà e "comunque in quel tempo tutto il partito la pensava allo stesso modo". Ora per il presidente della Camera la proposta è una follia. Allora il fascismo era un patrimonio ideologico da attualizzare e portare oltre il giro di boa del millennio con il "Fascismo del duemila". Quando durante i comizi la folla missina inneggiava a Fini come "il nuovo Mussolini". Oggi la stessa proposta che fino a qualche anno fa non aveva problemi a sigillare con la sua firma è diventata "assurda". La storia è sempre la stessa e gli uomini anche, ma sono cambiati i fini...

21 marzo 2011

Fratelli d'Italia?


Ancora non erano finiti gli squilli di tromba per le celebrazioni del 150° che ci ha pensato un capo di stato straniero, Sarkozy, per interposta persona di altri capi di stato stranieri a ricordarci chi è che comanda nel nostro sciagurato Paese. Non avevamo nemmeno fatto in tempo a ripiegare i tricolori, vessilli assurti seppur tardivamente a simbolo di orgogliosa sovranità nazionale. Chi? L'Italia? Al diavolo loro e le loro celebrazioni, devono aver concordato oltralpe. Sempre poco più che un'espressione geografica! Bombarderemo la Libia, useremo le loro basi e i loro mezzi. Punto. Se abbiamo chiesto il loro parere? Ma chissenefrega!
E già: a chi volete che freghi se questa italietta viene trascinata in un conflitto dagli esiti comunque nafasti per noi che siamo l'approdo più facile del Mediterraneo. Per i missili, per i terroristi, per i profughi. A chi volete che freghi se questa italietta aveva appena siglato il "trattato di amicizia" con la Libia. Tanto, avranno pensato, questi sono sempre quelli dell'8 settembre: un marchio d'infamia indelebile per l'eternità.
Per essere chiari: per Gheddafi condividiamo il disprezzo manifestato da Marcello Veneziani sul Giornale di oggi. Così come ci disgusta che il presidente del Consiglio si sia inopinatamente ridotto a baciargli le mani. Ma non vi è dubbio che l'Italia da questa guerra non uscirà vittoriosa. Per gli effetti che ricadranno sulla vita degli italiani e per l'ennesima dimostrazione di quanto la nostra sia una sovranità limitata.

11 marzo 2011

Standing ovation!



Abbiamo resistito alle Br: Bocchino ci fa ridere.
di Paolo Granzotto

Italo Bocchino è un buffone. Non è che voglia aggravare la mia posizione di querelato: una sentenza della Corte di Cassazione relativa a quel Piero Ricca che diede, appunto, del buffone a Silvio Berlusconi, stabilisce infatti che rivolgersi in tal fatta a un politico non costituisce reato, essendo solo una «forte critica che può esplicarsi in forma tanto più incisiva e penetrante, quanto più elevata è la sua posizione pubblica». E Italo Bocchino, che è di elevata posizione pubblica, niente meno che il vice del Presidente della Camera, si prenda dunque da me del buffone.
Ne abbiamo passate delle belle, qui al Giornale. Dapprima trattati da pirla allo sbaraglio (ci davano per falliti entro sessanta giorni), poi da appestati cui negare non dico la parola, ma il semplice buongiorno e infine da nemici da abbattere con ogni mezzo. Subimmo scioperi selvaggi in tipografia, boicottaggi nelle edicole, assalti alla redazione da parte di branchi di scalmanati armati di chiavi inglese e oggetti contundenti di diversa natura. Montanelli si beccò anche le pallottole. Per dire del clima, fummo costretti a prendere il porto d’armi - subito accordato per manifesto stato di pericolo - e girare con la pistola nella fondina. E tutto questo era niente di fronte alla quotidiana martellante, proterva, violenta e sguaiata aggressione verbale e giornalistica. Altro che stalking. La libertà di stampa e d’opinione, i diritti riconosciuti dalla Costituzione «più bella del mondo» sbandierati ieri e oggi da quelle forze politiche e giornalistiche che vantano la diversità antropologica, a noi del Giornale non era riservata. Per i lorsignori, o cantavi nel coro o volente o nolente ti tappavi la bocca.
Ma a quei tempi a mordere erano almeno le iene, belve dalla forte dentatura. Oggi escono dall’ovile e ci mordono o provano a farlo le pecore, gli Italo Bocchino. Che da buon fascista, ancorché rinnegato, la libertà di stampa e d’opinione non sa nemmeno dove stia di casa e dunque si stizzisce, adendo subito le vie legali, se un giornale come il Giornale non dico lo critica, ma non lo eleva - come fecero in un primo momento, sognando il ribaltone, La Repubblica, Santoro e il Tg3 - a statista d’alto rango, di grande cultura e di sopraffina intelligenza. Non si sente diffamato, Bocchino. Non ha trovato, in quello che ho scritto o hanno scritto i miei colleghi querelati, particolari disonorevoli sul suo conto, tali d’averne offeso la reputazione. Ciò che abbiamo scritto è solo che la sua lucida mente ha portato l’ambizioso progetto futurista di far fuori il governo Berlusconi a una Caporetto senza se e senza ma. Provi qualcuno a negarlo. Per addentarci, col suo morso di pecora, è dovuto dunque ricorrere allo stalking, accusandoci non solo di fargli perdere il sonno, ma di averlo fatto, insieme alla moglie, deperire e dimagrire. È dunque una fortuna che ci venga in aiuto la Corte di Cassazione (sentenza 19509 del 4 maggio 2006) permettendoci di dare, «accertati il sostrato fattuale della critica e l’utilità sociale della stessa», del buffone a chi impugna simili mezzucci per unirsi all’opera di quanti vollero e tuttora vogliono far tacere la voce del Giornale. Non ci riuscirono, con mezzi assai più devastanti, negli anni di piombo. Figuriamoci se ci riuscirà, tirando in ballo la silhouette sua e della sua signora, una nullità politica come Italo Bocchino.

01 marzo 2011

Doppifini. Anzi, tripli.


Eppure c'è ancora qualcuno che lo sta a sentire. "Se Fli fallisce lascio la politica" ha detto. Ma chi crede di prendere per il culo questo buffone? Ma si può dare ancora credito a questo saltimbanco della politica? Della peggiore politica? A parte il fatto che stiamo ancora aspettando le dimissioni che aveva solennemente promesso per l'affaire Montecarlo. Per la casa, patrimonio della comunità ex missina di AN, sottratta al partito per farne gradito omaggio al fratello della sua ganza. Ma ci prende proprio tutti per fessi? Il Gianfrego si è stranamente dimenticato di definire il concetto di "fallimento". Un risultato elettorale modesto? Sotto il dieci, il cinque o il due percento? Chi stabilisce la misura dell'asticella sotto la quale scatterebbe il ritorno, auspicabile, del caghetta alla vita privata? Ma che domanda: lui stesso! E considerando l'uomo e il suo coriaceo attaccamento alla poltrona, nonché alla propria vanità, c'è da immaginarsi che per lui, comunque vada, sarà un successo!
Questo pagliaccio ha fatto fallire già due partiti. Voleva distruggerne un terzo. Ha negli anni sostenuto e rinnegato tutto quello che si poteva sostenere e rinnegare. Ha ammesso più volte di essersi sbagliato: su Mussolini, sui gay, sulla procreazione assistita, sugli immigrati, sulla legge elettorale, su Berlusconi.
Davvero ha bisogno di un'altra sconfitta per ritirarsi dalla politica?

02 febbraio 2011

Antifascisti in ritardo.


«Se si pensa al regime fascista si fa un confronto umiliante con il presente: il dittatore fascista era attento alla sua immagine di amico del popolo, era di vita privata modesta, di peccati nascosti. Si dirà che nel regime fascista si rubava poco perché c'era poco da rubare e che l'attuale abbondanza è una delle ragioni della corruzione generale, ma anche nella dittatura alcuni ritegni, alcune vergogne, alcuni timori di una punizione restavano». Il camerata che avete appena ascoltato tessere l'elogio del regime è Giorgio Bocca e la citazione non risale all'epoca in cui era un giovane fascista. Ma appare nell'ultimo «Venerdì» del quotidiano La Repub­blica .
Fa il paio con il recupero del fascismo nel paragone con il berlusconismo che ha fatto il Grande Vecchio comunista Alberto Asor Rosa, secondo cui il fascismo era dentro una tradizione nazionale, aveva un rapporto stretto con il risorgimento. E fa il terno con quanto ha detto di recente Andrea Camilleri: «Sotto il fascismo ero più libero dei giovani d'oggi ». Potrei continuare fino al gesto simbolico di Napolitano che l'altro giorno è andato a visitare Palazzo Venezia e la sala del Mappamondo, fino ad affacciarsi allo storico balcone, senza sporgersi, per timore di fo­tografi appostati. E ha detto: «Quant'è piccolo ».
Io mi diverto, soprattutto se penso al povero Fini, diventato antifascista proprio ora che gli rivalutano il duce. Viaggia sempre con un regime di ritardo.

Marcello Veneziani

26 gennaio 2011

Non arrestiamo i pensieri.

Al vaglio del ministro Alfano il reato di negazionismo.

Ministro Alfano, lasci perdere il reato di negazionismo. Farebbe un danno alla libertà, alla verità e alla dignità di tutti coloro che patirono massacri, ebrei in testa. Ho sentito che ha istituito un gruppo per studiare un testo di legge. Si fermi, la legge sarebbe iniqua, avrebbe effetti peggiori del male che vuol colpire e chiederanno di estenderla ad altri negazionismi. Un tunnel senza fine. Le opinioni che negano la realtà storica sono svariate, a volte avariate e diversamente spregevoli; ma le opinioni non si puniscono col carcere. Primo, perché le parole si condannano con le parole, gli atti con gli atti. Secondo, perché penalizzare le opinioni significa intimidire la ricerca storica che per sua natura è portata alla revisione dei fatti e dei giudizi. Terzo, perché creerebbe intorno agli ebrei un cordone sanitario di intoccabilità che è pericoloso perché rischia di capovolgersi nel suo rovescio. L’alone di immunità potrebbe scatenare desideri di infrangere il tabù, di violare l’inviolabile e creare fanatismi di ritorno e anti­patie. Quarto, perché crea il principio dell’ereditarietà delle colpe e delle tragedie, con dolorose contabilità, e il reato di complicità ideologica, due mostri giuridici dagli effetti devastanti ed esten­sibili. Quinto, perché sarebbe ingiusto punire chi nega la Shoah e non punire chi nega altri massacri, precedenti o più recenti, di armeni e di kulaki, di russi e di cinesi, di vandeani e di indios, di giapponesi e di istriani, di colonizzati e di cristiani, e potrei a lungo continuare. Non propongo di punire anche gli altri negazionismi, per carità, perché se affidiamo pure il giudizio storico ai tribunali e se mettiamo storici e docenti sotto tutela del magistrato, oltre a uccidere la ricerca storica, avveleniamo la vita civile e scolastica. E devitalizziamo la giusta indignazione, l’impulso a replicare con argomenti di verità alle menzogne. Niente discussioni, basta la denuncia; al posto nostro ci pensa il giudice. Capisco le ragioni di questa proposta e perfino le convenienze, ma lasci stare. La storia fa troppe vittime nel suo corso per farne ancora, a bab­bomorto, 66 anni dopo.

Marcello Veneziani

12 gennaio 2011

Fiat voluntas tua.


A Mirafiori si prepara il referendum tra i lavoratori per ratificare o meno l'accordo sulle condizioni capestro di Marchionne per il prosieguo della produzione auto in Italia. La classe politica nostrana, incapace di governare alcunché, figuriamoci le grandi sfide della globalizzazione, si limita a balbettare sull'evidente arretramento dei diritti dei lavoratori, rifugiandosi, al più, nella sempre rassicurante accusa: metodi da regime fascista!
Agli operai che con il diktat della Fiat perderanno, tra l'altro, la pausa pranzo, vorremmo far conoscere questo telegramma, inviato il 16 luglio del 1937 al prefetto di Torino da Benito Mussolini, che se non ricordiamo male era il più fascista di tutti...

"Comunichi al senatore Agnelli che nei nuovi stabilimenti Fiat devono esserci comodi e decorosi refettori per gli operai. Gli dica che l'operaio che mangia in fretta e furia vicino alla macchina, non è di questo tempo fascista. Aggiunga che l'uomo non è una macchina adibita ad un'altra macchina."

29 dicembre 2010

Quattro domande per il nuovo anno.


di Marcello Veneziani

Ho trovato divertente il finto scoop sul finto agguato al finto leader, il presidente GianFitzgerald Fini. Dopo la finta indignazione aspettiamo ora la finta rivendicazione dell’attentato, e magari il finto arresto, così completiamo il circolo della finzione. Io però vorrei tornare alla realtà per capire cosa c’è di vero e di vivo nella destra di oggi, dopo un anno terribile che l’ha decapitata, lacerata e mozzata. Dico la destra, non il centrodestra nel suo complesso, non il Pdl berlusconiano. Ne ricostruisco la storia per capire il presente. C’era una volta una destra piccina ma compatta, che però riduceva la più ampia e più variegata destra al piccolo mondo missino, animato dalla nostalgia e da un radicalismo politico, etico e ideologico tipico di chi vuol testimoniare un’idea e un’appar­tenenza, senza modificare la realtà. In quel tempo c’era una fiorente galassia di piccoli giornali, riviste, aree che si definivano di destra. Poi venne la mutazione necessaria e salutare in un partito di destra più ampio e meno retrospettivo, chiamato Alleanza nazionale. Un partito che non seppe darsi contenuti all’atto della svolta, ma compì un salto nel tempo e nel modo di pensare la politica. Il suo ruolo nell’ambito del centrodestra non fu mai egemone ma via via decrescente; fino a diventare quasi irrilevante sul piano politico, culturale e pratico. L’omologazione di An andò di pari passo con l’insofferenza crescente del suo leader verso Berlusconi, fino a remare contro (ricorderete le elezioni del 2006). Divenuto ormai un pallido clone di Forza Italia, incapace di bilanciare il ruolo della Lega, avvertendo un’imminente emorragia di consensi, An si sciolse come burro e confluì nel Pdl, metà soddisfatto e metà malvolentieri. Vinte le elezioni, incassati i dividendi e gli incarichi, a cominciare dalla presidenza della Camera, avviò la marcia contro Berlusconi. La sua operazione ha avuto un sostegno mediatico senza precedenti, branchi di lupi si sono raggruppati per attaccare il governo: giornali, cortei, partiti, lobby, poteri. Però dopo la sconfitta del 14 dicembre i lupi si sono dispersi o sono rientrati nelle loro ta­ne. E i fuoriusciti finiani hanno dovuto rinunciare pure al racconto consolatorio che stavano dando vita a una destra nuova, autonoma e moderna, perché sono finiti come una costola di quel che resta della vecchia dc, sotto la leadership di Casini, al fianco di Rutelli, La Malfa e Lombardo (baciamo le mani). Certo, la polverizzazione della destra è avvenuta di pari passo con la mortificazione della sinistra. E tutto questo è accaduto per un paradosso: il passaggio dal bipolarismo al tentato bipartitismo ha prodotto la scomparsa della destra e della sinistra. Per la prima volta nessuna formazione politica in Parlamento si definisce apertamente di destra o di sinistra. Veltroni liquidò la sinistra, facendo nascere il Pd e azzerando la sinistra. E Fini ha completato l’opera sull’altro versante, liquidando la destra in tre mosse: scioglie An, sfascia il Pdl e convoglia i residui del Fli nel terzo polo. Entrambi incolpano il berlusconismo del duplice omi­cidio, ma si tratta di due suicidi. Ora si pone un problema: fallito il Fli, cosa resta della destra in Italia? Vedo singoli, a volte rispettabili, politici che provengono da quella storia e fanno il loro mestiere. Vedo frammenti, piccole fondazioni che ricalcano gli ultimi scampoli delle vecchie correnti di An, ma non c’è un soggetto che le coordini, non un’area, non un giornale, una rivista, una fondazione, una cabina di regia che dentro il centrodestra costituisca il suo riferimento. Il nulla. Allora pongo alcune domande finali ai signori di destra, di vertice e di base, elettori inclusi. Vi sta bene così? Ritenete che la destra abbia ormai esaurito la sua missio­ne storica e politica e che altre debbano essere oggi le fonti della politica e , se posso permettermi di sapere, quali? Preferite riconoscervi dentro un gran contenitore e poi ciascuno coltiva private predilezioni e civetterie? Siete in attesa vigile sotto coperta e aspettate di riaffiorare quando finirà questo ciclo e allora giocoforza da qualche punto fermo bisognerà parti­re? Rispondete a vostra scelta a solo una di queste domande. Qualunque sia la risposta sarà benvenuta, perché vorrà dire che nel frattempo non vi siete liquefatti o assiderati. P.S. Per tornare a divertirci come all’inizio, ripenso al finto incontro del finto leader con una sedicente escort. La storia mi sembra finta per tante ragioni, ma per una sopra tutte: mai Fini andrebbe con una donna di nome Rachele. Il suo antifascismo gli impedirebbe di imitare il creatore del Male Assoluto.

14 dicembre 2010

E ora dimettiti, merda di un uomo!


















314 a 311.
La Camera rinnova la fiducia a Berlusconi. Contro tutti i pronostici, contro tutta l'accozzaglia demo-comunista, contro i poteri forti italiani. Ma soprattutto contro quei vermi cultori dell'8 settembre perpetuo che rispondono al nome di fillini.
Se il cognato di Tulliani avesse un minimo di dignità dovrebbe ritirarsi dalla vita politica. Ma figurati...

12 dicembre 2010

Ipocrisia.

di Marcello Veneziani

Che differenza c’è tra il figlio del caposcorta di Veltroni assunto all’Atac quando era sindaco Veltroni e il figlio del caposcorta di Alemanno assunto all’Atac quando è sindaco Alemanno? Un abisso. Il primo è ordinaria amministrazione, il secondo è una vergogna e Alemanno deve dimettersi.
Che differenza c’è tra un deputato eletto nelle liste del Pdl che cambia partito e ritira la fiducia al premier a cui era abbinato e un deputato eletto nelle liste dell’Idv che cambia partito e fa il percorso inverso al suo collega? Un abisso. Il primo è un eroe ravveduto, il secondo un infame traditore. E se dietro all’uno come all’altro si può supporre che ci sia un interesse personale (garantirsi un futuro incerto con seggi, incarichi, prebende), il primo resta un incensurabile politico, il secondo è un corrotto da destinare alla gogna e al tribunale.
E ancora. Che differenza c’è tra un direttore del Tg1 che spende 7mila euro al mese di spese di rappresentanza e un direttore del Tg1, suo predecessore, che ne spendeva ventimila al mese per una suite? Un abisso, il primo è un delinquente da cacciare e da censurare in azienda, in commissione di vigilanza, in tribunale e in comitato di redazione; il secondo è un galantuomo che doveva pur trovarsi un tetto per esercitare il suo mestiere.
Gli esempi potrebbero andare all’infinito, tra parenti di politici di sinistra sistemati nelle pubbliche amministrazioni e poi parenti di politici di destra che hanno goduto degli stessi privilegi. Se davvero fossimo tra persone oneste, quelli di sinistra che pagano di tasca propria le loro opinioni dovrebbero indignarsi soprattutto con quelli di sinistra che campano alle spalle loro; e viceversa quelli di destra. Invece la Repubblica dei disonesti lancia giudici, gogna e condanne per quelli di destra che imitano i loro predecessori di sinistra e si adeguano all’andazzo. Ma esonera i predecessori.
Questa campagna contro la corruzione fa vomitare. Non ho altre parole per riassumerla meglio. Mi vergogno per loro. Ma chi va con Fini, dicono, crede a una destra moderna e democratica? Non vi sfiora il dubbio che chi vota Berlusconi preferisca responsabilmente il governo in carica a una crisi al buio? Ma no, è solo un servo pagato. Voi che tenete tanto alla Costituzione, non è uno strappo alle sue regole negare il governo a chi è stato eletto dal popolo o lasciare che il presidente della Camera agisca anche da capo fazione e voglia sfasciare il governo? Che schifo. Disonesti ce ne sono sempre stati, ma la novità dei nostri giorni è che i disonesti hanno il monopolio dell’Onestà.
Dai giornali di questi giorni sembra che da pochi mesi si sia imposto in Italia uno spregevole malcostume: il clientelismo, il nepotismo, la corruzione, il mercato dei voti, il trasformismo. Tutte malattie sconosciute a questo sano e onestissimo Paese, importate da Berlusconi, dai leghisti e addirittura dagli ex-fascisti. Intendiamoci, i fascisti andati con Fini sono fior di galantuomini redenti perché il loro codice d’onore prevede al punto uno, anzi unico: sfasciare Berlusconi e il suo governo, pentirsi di aver vissuto per tutti questi anni con quel leader, con quel programma, e di essere stati perciò eletti, diventando perfino maggioranza e forza di governo (chi l’avrebbe mai detto, camerati). Ora, si sa bene che la corruzione non nasce con la destra al governo o con Berlusconi e nemmeno con la sinistra, a essere onesti. C’era già dai tempi della Dc e anche prima. Anzi se volete l’onestà estrema, l’unico periodo in cui la corruzione non prevalse sull’onestà e il merito fu durante il fascismo. Scoccia dirlo ma è così. Ma qualcuno è disposto a rinunciare alla libertà e alla democrazia e beccarsi un regime autoritario per avere onestà ed efficacia, meno mafia e più opere pubbliche, meno ladri e più politica sociale? No, e allora il discorso si chiude lì, torniamo al presente. Dunque, che famo? Colpiamo la corruzione in sede penale, il malcostume in sede civile e culturale, il clientelismo in sede politica, ma evitiamo di stabilire teoremi ideologici e razzismo etico: non c’è la razza dei corrotti a destra e degli incorrotti a sinistra. La responsabilità è personale e si proceda caso per caso e non secondo razza.
Sul malaffare a destra, lasciatemi invece dire una cosa: sconforta sapere che i «propri» eletti non sono migliori degli altri, si adeguano agli standard di potere precedenti, Dc e sinistra. E non c’è nemmeno l’alibi consolatorio per dire: sì sul piano clientelare e nepotistico agiscono come gli altri, ma almeno lasciano segni mirabili in altri campi, impronte di grandi imprese, esempi fulgidi, simboli, idee e principi finora calpestati. No, è tutto così scarso, dappertutto.
Poi vedi quel che scrivono i giornali, quel che dice la partitocrazia, quel che fanno i magistrati, vedi quella disonestà cieca, unilaterale e militante che stabilisce chi sono i corrotti e chi gli esonerati, e sei costretto a preferire i mali minori, e a chiedere perfino l’arbitrato di Mastella. Italia, ora pro nobis.

07 dicembre 2010

Il vero scandalo è il presidente della Camera.

di Giancarlo Perna

Ogni giorno c’è una polemica scema. Verdini è preso di mira per una parola di troppo, dandogli un’importanza che non ha. Poi, sono gli stretti legami del Cav con Mosca e Putin a indignare gli ex comunisti che idolatravano la Mosca di Stalin. E giù una grulleria via l’altra. Nessuno però si accorge dello scandalo vero sotto gli occhi di tutti: l’indegnità costituzionale, politica e morale di Gianfranco Fini a presiedere la Camera.
La prevaricazione di Gianfry era già evidente nei mesi scorsi con la faccenda della casa, la creazione di un partito antagonista del Pdl nelle cui file era stato eletto, la guerriglia contro il governo. Ha ora raggiunto il culmine con la firma di una mozione di sfiducia che, confluendo in quella dell’opposizione, rischia di affossare la legislatura. Mai il presidente di un ramo del Parlamento si era messo di traverso con chi governa, anche a costo di dissolvere in anticipo la Camera a lui affidata.
Normalmente, uno nel ruolo di Fini è sopra le parti, si estranea dalle beghe politiche, pacifica. Gianfry ha invece sparso zizzania, sfogato gli odi, perseguito le proprie ambizioni personali. Non da semplice politico - cosa che sarebbe stata legittima anche se lo avrebbe comunque reso meschino agli occhi di molti -, ma restando incollato al trono di terza carica dello Stato. Da queste altezze ha fatto l’occhiolino a un’opposizione smarrita, l’ha incoraggiata a rianimarsi, aizzandola contro il governo con la promessa di aiutarla nella comune lotta al berlusconismo. Senza Fini, Bersani sarebbe ancora immerso nell’abulia dell’ultimo anno. Se oggi le sinistre di tutti i colori - comuniste, ex comuniste, giustizialiste - sono ringalluzzite, è grazie all’ex fascista. Questo per capire a quale Paese normale ci stiamo avviando e la bolgia in cui piomberemmo se questa bazzoffia raccogliticcia dovesse prevalere.
Fini fa salsicce della carica. Dopo di lui, la Camera non sarà più la stessa. Pensate se a Renato Schifani, presidente del Senato, venisse l’uzzolo di imitarlo. Gli sta antipatico Bersani? Domattina lo attacca, gli ingiunge di comportarsi come dice lui, dubita della sua sanità mentale, gli consiglia il ricovero nell’ospizio per raggiunti limiti di età. La Costituzione non glielo impedisce, né c’è modo di frenarlo. Tocca inghiottire. Esattamente come ora si è costretti a fare con le mattane di Gianfry.
In passato, solo Fausto Bertinotti nella scorsa legislatura gli si era avvicinato alla lontana. Incattivito contro il premier Prodi, dichiarò al Corriere della Sera che il suo governo aveva «fallito». Tutto qui. Per il resto fu un normale presidente della Camera. Molti notarono però l’infima anomalia, criticandola. Quando fu costretto a dimettersi, Prodi si tolse comunque il sassolino dichiarando che se il governo era caduto la colpa era di chi (Bertinotti, ndr) aveva fatto dichiarazioni «istituzionalmente opinabili». Una chiara accusa di tradimento del ruolo per averne violato la neutralità. Questo nonnulla, imparagonabile agli stracci fatti volare da Fini, è il precedente peggiore.
Prima dell’avvento dei pataccari, i numeri uno della Camera sentivano la dignità della carica. Pertini si dimise dalla presidenza - era il 1969 - solo perché i socialisti unificati (Psu), in rappresentanza dei quali era stato eletto, tornarono a dividersi in Psi e Psdi. «È cambiata la situazione parlamentare - disse il vecchio Sandro -, correttezza vuole che rassegni il mandato». Con questo provocò un dibattito sulla sua persona. Amici e avversari gli confermarono la fiducia e Pertini, confortato, restò al suo posto. Lo immaginate voi, Fini che chiede all’Aula di verificare la stima di cui è circondato? Sarebbe un bel vedere. Ma con tutti gli scheletri che ha in cassaforte, Gianfry si rannicchia, tiene strette le prebende e tira avanti impettito. Delle regole se ne impipa. Ha già annunciato che se gli gira, in caso di elezioni, si dimetterà per dedicarsi alla campagna elettorale. Dunque, lascerà l’Aula senza guida per oltre un mese, creando un altro sconquasso senza precedenti. Conferma adamantina dell’uso ad personam dell’istituzione che sciaguratamente incarna.
La caratteristica di Gianfry è la faccia di bronzo. Ieri, a una scolaresca che gli chiedeva le ragioni della crisi di governo, ha risposto in sintesi: «Perché un signore (il Cav, ndr) che doveva fare le cose per tutti ha pensato solo ai fatti suoi». A dirlo è lui! Lo stesso che doveva essere il geloso custode dell’appartamento monegasco ereditato da An e che lo ha invece ceduto al putto dei Tulliani a prezzi da robivecchi. Il medesimo che a furia di arroganti raccomandazioni ha trasformato la suocera casalinga in produttrice di «scemeggiati» Rai. L’identico che, creato il partitino a uso personale, si accinge a spillare quattrini agli italiani per lanciarlo nell’agone elettorale. Proprio costui osa accusare altri di usare le cariche per i propri comodi. Non vede la differenza tra sé e il Cav. Berlusca, alla luce del sole, chiede una legge per governare senza l’angoscia delle procure partigiane, come avviene altrove. Lui, all’ombra dei sotterfugi, sistema per un paio di generazioni la sua sfera privata.
Quello che stupisce, si fa per dire, è che tanti gli tengano bordone. Trascuriamo i compari - Casini, Rutelli, Di Pietro, Bersani e compagni vari - che pur di raccattarne un altro nella guerra al Cav fanno le tre scimmiette. Ma i mammasantissima che fanno? Sconcerta il presidente Napolitano, un genio nel trovare il pelo nell’uovo. Venera la Costituzione come Dante Beatrice, ma non gli esce un fiato sul vulnus di un presidente della Camera che capeggia la rivolta al governo. Idem i costituzionalisti, in genere con l’arma al piè in difesa della Sacra Carta. Quando Cossiga picconava dal Quirinale ci misero in guardia sulla sopravvivenza della Repubblica. Ed erano solo esternazioni beffarde. Ora, però, che Fini dall’alto del seggio azzoppa un governo e manda a ramengo una legislatura, tacciono. Dicono che la norma non lo vieta e fanno spallucce. Per costoro, che un presidente della Camera si comporti come Pertini o come Fini, pari sono. Allora, delle due l’una: o qualcosa non va nella Costituzione o qualcosa non funziona nelle loro teste. E che dire infine dei giudici? L’appropriazione monegasca da parte del cognatino è provata. Ma i pm non ci trovano nulla di strano e chiedono l’assoluzione. Il giudice da più di un mese si macera e non decide. Auguri e figli maschi. Intanto, noi ci dimettiamo da cittadini.

18 novembre 2010

Quando te le servono su un piatto d'argento...


C'è un certo Massimiliano Simoni, coordinatore regionale di Futuro e Libertà, che afferma di avere un assessore "in sonno" nella giunta comunale di Prato.
A parte la terminologia massonica usata da questo Carneade e che la dice lunga sulla reale natura della neonata formazione finiana, ci viene spontanea una riflessione: ma non è che, viste le brillanti performances, siano TUTTI un po' assonnati gli assessori del centro-destra pratese?

16 novembre 2010

Rinnegati e rimbambiti.



Egregio onorevole Mirko Tremaglia, lei ha concluso il suo intervento allo storico incontro di Bastia Umbra con un «alla faccia di Berlusconi!», facendo venire giù il fastoso e tecnologico teatro (già, ma chi ha pagato tutta quella berlusconiana grazia di Dio?) per gli applausi.

La cosa mi ha lasciato un po’ perplesso. Forse alla sua veneranda età ha dimenticato un particolare non proprio trascurabile. È solo grazie al disprezzato Berlusca che lei, un «ex ragazzo di Salò», è potuto assurgere ai fasti di un ministero ancorché senza portafoglio nel 2001-2006; e per di più l’abominevole uomo di Arcore la difese quando veniva accusato di aver fatto giungere al governo il primo «ex repubblichino» nella storia della Repubblica italiana «nata dalla resistenza». Ed è grazie a questa insperata poltrona che lei è riuscito a coronare il sogno della sua lunghissima vita: quello di concedere il voto agli italiani all’estero, benché con una legge tanto pessima nel suo meccanismo e nella sua attuazione pratica che riuscì a portare - con sospetto di brogli - più voti al centrosinistra che al centrodestra nelle elezioni del 2006, contribuendo concretamente a far vincere l’Ulivo di Prodi & C. Nonostante ciò, non venne cacciato a pernacchie dal centrodestra medesimo.

Oggi, dunque, onorevole Tremaglia, lei prorompe in un «alla faccia di Berlusconi!» per lasciare il Popolo della libertà e passare a Futuro e libertà. Benissimo. Ma si è mai chiesto chi è che guida il Fli? Non sarà per caso quel signore che ha portato lei e tanti altri in questo stesso Pdl sciogliendo Alleanza nazionale, e con questo Pdl vincere le elezioni del 2008 e farla rieleggere in Parlamento? Forse sì. E illustre onorevole, caro, vecchio, smemorato «ragazzo di Salò», padre di quell’unico e insostituibile Marzio che il fato ha sottratto a lei e a noi troppo presto, non si ricorda per ipotesi cosa questa guida, questo condottiero, questo duce democraticissimo, ha affermato in merito a certi argomenti ai quali lei dovrebbe essere particolarmente sensibile? Ad esempio, il fascismo: «Fu il male assoluto», ebbe a dire nel 2003.

Ad esempio, rincarando la dose, la Repubblica sociale nelle cui file armate lei militò: «Una pagina vergognosa della storia italiana». E infine, per chiudere degnamente il cerchio: «L’antifascismo è un valore» e sinonimo di democrazia, e la resistenza anch’essa lo fu, a parte qualche trascurabile eccezione che voleva farci diventare un Paese stalinista. Però, nonostante tutto, come costui ha scritto all’Anpi di Bologna pochi giorni fa, «commemorare gli eroici combattenti partigiani che si opposero ai rastrellamenti degli antifascisti è un dovere delle istituzioni».

Onorevole Tremaglia, devo dedurre che anche lei la pensi ormai così, nonostante che a tali rastrellamenti magari ha pure partecipato. Sicché, non ritiene, onorevole fillino, che suo figlio Marzio, che quale assessore alla Cultura della Regione Lombardia volle creare - forse anche pensando a suo padre - un istituto per la storia della Rsi, oggi diretto dal professor Roberto Chiarini, si stia rivoltando nella tomba?

Gianfranco de Turris

31 ottobre 2010

Nessun dolore. Una storia di CasaPound.


Riporto una frase dal bel romanzo di Domenico Di Tullio: "Perché quando hai una storia ed un mondo a cui appartieni, una comunione di intenti e vita così grande e profonda che niente può scalfirla, quando ti guardi negli occhi e, senza pensare, riconosci accanto a te il fratello che ti sorride leggero un secondo prima di iniziare la battaglia, non esiste più nessuna paura, non rimane più nessun dolore."


Vallo a spiegare a pidiellini e futuristi vari...

27 ottobre 2010

La casa di Fini e le mutande di Berlusconi.


Che coincidenza! Nel giorno in cui la Procura di Roma chiede l'archiviazione per il presidente della Camera (ma che velocità per Gianfrego!) spunta l'ennesima inchiesta sull'ennesima donzella finita nel letto del cavaliere. Dove sono finite le anime belle che strepitavano contro i giornalisti cattivi, fabbricanti di dossier e invasori della privacy? Perché sarebbe lecito e deontoligico spiare dentro le mutande del Presidente del Consiglio e riprovevole cercare di capire come il Presidente della Camera si sia appropriato di un bene del partito per omaggiarlo ad un suo famiglio?
Parliamoci chiaro: a noi di quante donne si tromba Silvio Berlusconi non ce ne frega un cazzo. Perché fa con roba sua. Siano soldi o siano altri requisiti. Ci disturba soltanto l'ipocrisia di tutti quei soggetti "politicamente corretti" che non perdono mai occasione di frantumarceli con la salvaguardia dei diritti altrui. Il premier è un vecchio satiro, schiavo dei suoi istinti sessuali: scandalo, vergogna, abominio! E allora? E se fosse stato gay? Avrebbero riservato al Berlusca la stessa benevola e civile tolleranza che ci aspetteremmo nei confronti di un Vendola, qualora diventasse Presidente del Consiglio?
A noi vecchi militanti della fiamma tricolore interessa, invece, sapere come un bene lasciato in eredità ad AN dalla fascistissima contessa Colleoni sia finito a prezzo di liquidazione nella disponibilità del cognato di Gianfranco Fini. Ci interessa perché la clausola con cui la defunta destinava l'appartamento di Montecarlo parlava espressamente di "continuare la buona battaglia". Povera contessa Colleoni che, come tanti altri ex fascisti, nel 1999 pensava ancora che AN fosse l'erede del MSI. Sappiamo benissimo a quale buona battaglia voleva alludere. E lo sapeva anche Gianfrego. In tanti quella battaglia l'hanno combattuta e avrebbero voluto continuare a combatterla, lui invece ne ha combattuta un'altra, tutta sua, personalissima e indecente. E purtroppo l'ha vinta.

25 settembre 2010

Gianfranco traditore e ladro di sogni.

Io so chi c’è dietro le carte che accusano Fini. So chi le ispira, conosco bene il mandante. Non c’entra affatto con Palazzo Chigi, i servizi segreti, il governo di Santa Lucia. È un ragazzo di quindici anni che si iscrisse alla Giovane Italia. Sognava un’Italia migliore, amava la tradizione quanto la ribellione, detestava l’arroganza dei contestatori almeno quanto la viltà dei moderati, e si sedette dalla parte del torto, per gusto aspro di libertà. Portava in piazza la bandiera tricolore, si emozionava per storie antiche e comizi infiammati, pensava che solo i maledetti potessero dire la verità.
Quel ragazzo insieme ad altri coetanei fondò una sezione e ogni mese facevano la colletta per pagare tredicimila lire di affitto, più le spese di luce, acqua e attività. Si tassavano dalla loro paghetta ma era solo un acconto, erano disposti a dare la vita. Il ragazzo aveva vinto una ricca borsa di studio di ben 150mila lire all’anno e decise di spenderla tutta per comprare alla sezione un torchio e così esercitare la sua passione politica e anche di stampa. Passò giorni interi da militante, a scrivere, a stampare e diffondere volantini. E con lui i suoi inseparabili camerati, Precco, Martimeo, il Canemorto, e altri. Scuola politica di pomeriggio, volantini di sera, manifesti di notte, rischi di botte e ogni tanto pellegrinaggi in cerca di purezza con tricolori e fazzoletti al collo. Erano migliaia i ragazzi come lui. Ce ne furono alcuni che persero la vita, una trentina mi pare, ma non vuol ricordare i loro nomi; lo infastidiva il richiamo ai loro nomi nei comizi per strappare l’applauso o, peggio, alle elezioni per strappare voti. Perciò non li cita. Sa solo che uno di quei ragazzi poteva essere lui.
È lui, il ragazzo di quindici anni, il vero mandante e ispiratore delle accuse a Fini. Non rivuole indietro i soldi che spese per il torchio, per mantenere la sezione, per comprare la colla. Furono ben spesi, ne va fiero. Non rivuole nemmeno gli anni perduti che nessuno del resto può restituirgli, le passioni bruciate di quel tempo. E nemmeno chiede che gli venga riconosciuto lo spreco di pensieri, energie, parole, opere e missioni che dedicò poi negli anni a quella «visione del mondo». Le idee furono buttate al vento ma è giusto così; è al vento che le idee si devono dare. Quell’etichetta gli restò addosso per tutta la vita, e gli costò non poco, ma seppe anche costruirvi sopra qualcosa. No, non chiede indietro giorni, giornali, libri, occasioni e tanto tanto altro ancora.
Però quel che non sopporta è pensare che qualcuno, dopo aver buttato a mare le sue idee e i loro testimoni, dopo aver gettato nel cesso quelle bandiere e quei sacrifici, dopo aver dimenticato facce, vite, morti, storie, culture e pensieri, possa usare quel che resta di un patrimonio di fede e passione per i porci comodi suoi e del suo clan famigliare. Capisce tutto, cambiare idee, adeguarsi al proprio tempo, abiurare, rinnegare, perfino tradire. Non giustifica, ma capisce; non rispetta, ma accetta. È la politica, bellezza. E figuratevi se pensa che dovesse restare inchiodato alla fiamma su cui pure ha campato per tanto tempo. Però quel che non gli va giù è vedere quelle paghette di ragazzi che alla politica dettero solo e non ebbero niente, quei soldi arrotolati di poveracci che li sottraevano alle loro famiglie e venivano a dirlo orgogliosi, quelle pietose collette tra gente umile e onesta, per tenere in vita sezioni, finire in quel modo. Gente che risparmiava sulla benzina della propria Seicento per dare due soldi al partito che col tempo finirono inghiottiti in una Ferrari. Gente che ha lasciato alla Buona Causa il suo appartamento. Gente che sperava di vedere un giorno trionfare l’Idea, come diceva con fede grottesca e verace. E invece, Montecarlo, i Caraibi, due, tre partiti sciolti nel nulla, gioventù dissolte nell’acido. È questo che il ragazzo non può perdonare.Da Berlusconi il ragazzo non si aspettava nulla di eroico, e neanche da Bossi o da Casini. E nemmeno da Fini, tutto sommato. Capiva i tempi, i linguaggi e le esigenze mutate, le necessità della politica, il futuro… Poteva perfino trescare e finanziare la politica con schifose tangenti; ma giocare sulla pelle dei sogni, giocare sulla pelle dei poveri e dei ragazzini che per abitare i loro sogni si erano tolti i due soldi che avevano, no, non è accettabile.
Attingere da quel salvadanaio di emarginate speranze è vergognoso; come vergognoso è lasciare col culo per terra tanta gente capace e fedele nei secoli, che ha dato l’anima al suo partito ed era ancora in attesa di uno spazio per loro, per favorire con appaltoni rapidi e milionari il suddetto clan famigliare. Lui non crede che il senso della vita sia, come dice Bocchino in un’intervista, «Cibo, sesso e viaggi» (si è scordato dei soldi).
Il vero ispiratore e mandante dell’operazione è lui, quel ragazzo di quindici anni. Si chiama Marcello, ma potrebbe chiamarsi Pietrangelo o Marco. Non gl’interessa se Gianfrego debba dimettersi e andarsene all’estero, ai Caraibi o a Montecarlo, o continuare. Lo stufa questo interminabile grattaefini. È pronto a discutere le ragioni politiche, senza disprezzarle a priori. Sentiremo oggi le sue spiegazioni (ma perché un videomessaggio, non è mica Bin Laden). Però Fini non ha diritto di rubare i sogni di un ragazzo, di un vecchio, di un combattente. Non ha diritto di andarsi a svendere la loro dignità, i loro sacrifici, le loro idee. Non può sporcare quel motto di Pound che era il blasone di quei ragazzi; loro ci hanno rimesso davvero, lui ci ha guadagnato. Quel ragazzo ora chiede a Fini solo un piccolo sforzo, adattare lo slogan alla situazione reale e dire: se un uomo è disposto a svendere casa, o non vale niente la casa o non vale niente lui. E la casa valeva.

Marcello Veneziani

10 settembre 2010

Eredità.



C’è leader e leader. A sottolineare la differenza tra Gianfranco Fini e il suo «maestro» Giorgio Almirante - su Panorama di questa settimana - è la vedova di quest’ultimo: «Mio marito ha avuto ben 22 appartamenti in donazione e si è sempre limitato a chiamare un notaio e fare un passaggio di proprietà da se stesso al partito, e i soldi di eventuali vendite li incassava l’amministratore del partito stesso».
Di certo in quelle proprietà non sono finiti «cognati».

01 settembre 2010

Intervista a Marco Tarchi.


Intolleranza per il dissenso, è proprio quello ora che Fini denuncia all’interno del Pdl...
«Di questo ne ho scritto anche in sede scientifica. Nel libro Dal Msi ad An, ho scritto che il Msi era, e An dopo ancor di più, un partito a centralismo plebiscitario. La gestione era affidata a un leader considerato una sorta di sovrano assoluto. Fini ha esercitato questi poteri in modo assolutamente drastico, avendo in grande astio qualsiasi forma di dissenso»

Nel 1987 ci fu la festa del partito a Mirabello, con Almirante che designò Fini suo erede. La genesi?
«Dell’87 ricordo ciò che scrissero i giornali, come Panorama, che definì Fini “il miracolato dell’Assunta”. Cioè Assunta Almirante che aveva convinto il marito a designare Fini suo erede. Non so se corrispondesse al vero ma questa è l’interpretazione che se ne dava. Di sicuro Fini era designato da altri. Lui non doveva fare nulla, erano altri a fare per lui».

E adesso?
«Adesso deve star da solo e trovare la linea adeguata. Comunque non è da oggi (come politologo lo dico da anni), che la sua posizione è quella di chi non pensa di ottenere la legittimazione di leader dall’interno della forza politica a cui fa riferimento. Da tempo si presenta come ragionevole a ogni costo, moderato, politicamente corretto perché spera in una fase confusa o difficoltosa di un post Berlusconi per essere legittimato dagli altri, dagli avversari e così costruire qualcosa di più solido».

Oggi, 23 anni dopo, un’altra Mirabello, tanto attesa per scoprire quale strada sceglierà Fini. La sua nemesi?
«A Mirabello ci sarà una prova di forza. Lancerà il sasso ma ritirerà la mano. Non credo che farà uno nuovo partito, lui cerca di lavorare ai fianchi, di erodere, ma ha tutta la convenienza di restare nel Pdl».

Durante la sua segreteria, Fini è riuscito a fagocitare gli avversari oppure a epurarli. Sistema Fini oppure sistema Msi?
«Nel 1995 ho definito l’atteggiamento mentale dominante tra i quadri e i militanti il “complesso di Mosè”, cioè affidare al capo, quasi fosse un profeta, ogni responsabilità per la vita stessa della comunità dei militanti e dei sostenitori. Ora, se si pensa che Fini, più per le circostanze che per capacità sua, è riuscito a traghettare fuori dal periodo di cattività quel mondo politico e umano, si può capire perché l’intolleranza aperta verso il dissenso abbia trovato in lui un interprete ancor più rigoroso».

Molti invocano le sue dimissioni, per la questione Montecarlo e per l’incompatibilità tra leader politico e carica istituzionale.
«Ho una posizione diversa. Nell’analisi della politica seguo un approccio realista. Vorrei scrostare da molta ipocrisia le figure istituzionali: hanno tutte una storia politica alle spalle. Non si cambia drasticamente perché si passa su uno scranno significativo. Certo, la sovraesposizione e lo scontro interno non rendono Fini credibile come arbitro agli occhi della maggioranza che lo ha eletto».

Pugnalate e diplomazia: il Pdl è ad un’impasse. La maggioranza finirà la legislatura?
«A Fini e ai suoi conviene che il governo si logori giorno dopo giorno, non che cada. Se Berlusconi giungesse spossato a fine legislatura, i finiani potrebbero rivendicare buone ragioni per sancire alleanze diverse. Insomma, hanno un interesse evidente a giocare contro il Pdl, ma se accelerassero troppo rischierebbero di doversi sottoporre prima del tempo alla prova delle urne, senza essere preparati. E il loro prevedibile scarso peso non li renderebbe appetibili per i patrocinatori di terzi poli».

E al Pdl quali carte rimangono?
«Per quanto sia un azzardo, a mio parere Berlusconi avrebbe un vantaggio a stanare Fini portandolo alla prova delle urne. Il logorio serve a Fini, non a Berlusconi»

(Il Giornale)

22 agosto 2010

Furbetti.



Il Papa: «Accogliere le genti
di tutte le nazioni e culture»
Il messaggio di Benedetto XVI: «I genitori educhino
i loro figli alla fraternità universale»

Le parole del Papa arrivano dopo la decisione del governo di Sarkozy di espellere decine di immigrati rom e dopo il monito della Cei all'Italia in tema di immigrazione. Mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes della Conferenza episcopale italiana (Cei), ha dichiarato infatti che «l'Italia non può decidere di espellere in modo indiscriminato i rom né altri cittadini comunitari».


MESTRE. Assediati da barboni e balordi:
i frati cappuccini "blindano" la chiesa
Una cancellata e un muretto renderanno inaccessibile di notte
il sagrato, dove da qualche tempo bivaccano degli sbandati

Mestre (17 agosto) - A settembre la chiesa dei Cappuccini si chiude in bunker. Una cancellata dalla parte di via Cappuccina e una cancellata e un muretto dalla parte della piazzetta. I frati sono esasperati e dopo averle provate tutte hanno deciso di chiudere. E Josef il polacco dovrà spostarsi. Con lui altri 7-8 che hanno fatto di quei "sotoporteghi" la loro casa.

06 agosto 2010

Destinazione finale.

Per tutti quelli che sotto l'ombrellone si dilettano a seguire la politica italiana e, nella fattispecie, le piroette evolutive dell'ex camerata Fini, alcune perle degne di riflessione.

Luca Barbareschi: "Futuro e Libertà non è un formazione politica di destra. Queste sono categorie ormai superate. Io, che sono stato orgogliosamente craxiano, voglio accelerare il processo di rottamazione del berlusconismo, ormai al tramonto".

Chiara Moroni: "Con Fini può finalmente trovare attuazione il riformismo socialista. Io voglio continuare a esprimere la mia identità, dare voce e rappresentanza ai tanti socialisti che ancora ci sono in Italia e a quei giovani che lo sono anche senza saperlo. E mi pare che Fini stia tratteggiando un progetto politico innovativo. Dove potrebbe trovare cittadinanza una nuova identità socialista".

Italo Bocchino: "Le elezioni? Non le vogliamo e probabilmente non convengono neanche a Berlusconi. Ma se si andra' alle urne, credo che la figura di Fini sara' piu' spendibile per una nuova alleanza moderata insieme ad autonomisti, centristi del Pd, esponenti di destra moderata".

Pierferdinando Casini: "Fini è vittima di uno squadrismo intimidatorio".

Fabio Granata: "Chiediamo agli italiani, di destra e di sinistra e a tutta quella gente per bene che reclama una nuova politica, di non metterci in croce per un voto. Da oggi in Parlamento, grazie alla nostra iniziativa, si è creata una vasta area parlamentare. A settembre ne vedremo delle belle…"

28 luglio 2010

Aria di tempesta.



(...) Quando il Cav lo prese sotto la sua ala, Gianfranco era il pittoresco e nostalgico capataz di un piccolo partito emarginato che si ispirava al fascismo. Condotto per mano dal manigoldo che oggi vorrebbe epurare, ha trasformato il Msi in An e ha cominciato a viaggiare in Europa. Le sue amicizie, un tempo limitate a Le Pen, si sono dilatate nel vasto mondo. Incapace, in passato, di farsi eleggere sindaco di Roma è riuscito poi a essere vicepremier e ministro degli Esteri. Ha stretto le mani di capi di Stato, è stato ricevuto con ogni onore a Gerusalemme nonostante il mussolinismo degli esordi. Ora, è presidente della Camera. Però, non passa giorno che non tenti di azzannare, come la pariniana vergine cuccia, il piede che lo ha catapultato verso cotante altezze. Se c’è un uomo che non si è fatto da sé, questo è Fini. (...)
Il Giornale, 28 luglio 2010


Noi, intanto, seduti in riva al fiume...

04 giugno 2010

C'è qualcosa di nuovo oggi nell'aria...



Sembrava che la componente finiana dovesse prendere quota anche a Prato, imponendosi fin da subito come da contraltare alla maggioranza dei berluscones del Popolo della Libertà. Ma, quando si è trattato di passare dalle parole ai fatti, ovvero dalla firma al web appello alla costituzione dei circoli finiani di “Generazione Italia” soltanto Federico Lorusso ha fatto il passo. Gli altri a partire dal presidente del consiglio comunale Bettazzi provano a smorzare la questione: “E’ chiaro che rimaniamo finiani, ma preferiamo che siano i giovani a farsi avanti in questo momento”. Quindi ecco la scelta di percorrere una strada diversa, quella dell’associazione “Nuova Prato” che a partire da stasera riunirà tutta la componente degli ex An, Bettazzi, quindi, insieme agli assessori Filippo Bernocchi e Gianni Cenni, i consiglieri comunali Giancarlo Auzzi, Gianluca Banchelli, Alessandro Giugni e Fulvio Ponzuoli.

Cito questo breve passo dalle notizie di Prato perché mi sembra sintomatico del caos che regna nella politica di oggi. Una sarabanda che non lascia indenni neanche i piccoli personaggi del teatrino locale, questi statistelli in sedicesimo, baciati da un'insperata sorte e, malgrado la loro insipienza, proiettati nell'empireo della casta che conta. E che di politica campa.
Vale anche per costoro, e forse a maggior ragione, quello che da tempo suggeriamo a Gianfranco Fini: che si decidano una buona volta! Non abbiamo sentito uno di loro rivendicare l'orgoglio di appartenenza allorquando l'ex presidente decise, motu-proprio, di sciogliere il partito nel quale militavano. Non abbiamo letto dichiarazioni pubbliche di presa di distanza al momento di candidarsi con il tram del PdL verso agevoli elezioni. Non abbiamo visto dimissioni sdegnate e virili. Niente renitenza alla leva quando il sacro fuoco della poltrona ha chiamato!
Adesso, seguendo le piroette del presidente della Camera, si danno da fare per riproporre anche nella nostra città il triste spettacolo di un partito che nacque dalla fusione di due diverse forze politiche affini ma non uguali; alleate ma non unificabili.
Torniamo a ripetere: c'era davvero bisogno di sciogliere due partiti, di rinnegare coloro che li avevano fondati, di disperdere una comunità intera, umana prima ancora che politica, di buttare alle ortiche un patrimonio valoriale accumulato in mezzo secolo di lotte e di sacrifici, per tornare a coltivare questi miseri orticelli seminati di patetiche ambizioni personali?
Lo diremmo a Fini, se servisse: ce l'avevi un partito. Anche troppo bello per le tue capacità. Tu l'hai voluto estirpare come se fosse un dente marcio. Ora vedi di non rompere i coglioni.
E lo diciamo anche ai suoi vecchi e nuovi seguaci in terra di Prato: questi giochetti di palazzo sono la dimostrazione di come al giorno d'oggi la politica sia espressione della parte peggiore della società. Davvero volete rimarcare la vostra identità diluita nel calderone berlusconiano? Potevate pensarci prima a dire il vero, ma se proprio non potete farne a meno, anche se tardivamente, date una prova di dignità. Dagli incarichi, specie se ben retribuiti, ci si può sempre dimettere.
Ma che ve lo dico affa'...

26 maggio 2010

Parliamo di cose serie...

I giudici regalano pensioni agli extracomunitari
di Anna Maria Greco (il Giornale 26/05/10)

Per l’Inps è un colpo duro. La Corte costituzionale garantisce l’assegno mensile di invalidità anche agli stranieri extracomunitari. Non più solo a quelli che dopo 5 anni hanno ottenuto la carta di soggiorno, come previsto finora, ma a tutti quelli che hanno i requisiti (non certo i clandestini) e non possono lavorare per un handicap.

Così, mentre governo e Parlamento affrontano la crisi comprimendo lo Stato sociale e tirando la cinghia anche per i benefici agli handicappati, la Consulta va in controtendenza e allarga il numero dei beneficiari dell’assegno.

Così tanto, che alcuni prevedono ora il rischio di una forma di una sorta di «turismo previdenziale» in Italia, con l’arrivo di chissà quanti stranieri invalidi o presunti tali, attirati dalla possibilità di essere mantenuti a spese dello Stato, senza lavorare.

La decisione è già stata presa dai 15 giudici costituzionali, anche se ancora non è pubblica. C’è stata una spaccatura, nella riunione a Palazzo della Consulta, ma alla fine la maggioranza ha accolto il ricorso della Corte di appello di Torino, dichiarando costituzionalmente illegittima la norma che attribuisce l’assegno di invalidità, a italiani, cittadini comunitari ed extracomunitari solo se titolari della carta di soggiorno.

È ancora presto per valutare le conseguenze economiche di questo verdetto, ma certo il nostro già disastrato Istituto per la previdenza sociale dovrà fare i salti mortali per far fronte anche a questo onere. L’assegno è basso, 242,84 euro per 13 mensilità, ma bisogna vedere per quanti si moltiplica. E poi, una volta dichiarato invalido civile, un extracomunitario potrà ottenere a cascata gli altri benefici legati allo status, come la ben più cospicua indennità di accompagnamento e le detrazioni fiscali connesse.
(...)

18 maggio 2010

Amarcord.

Ogni tanto ci vuole...

"Quando il sipario si è abbassato, in un clima di determinazione e di entusiasmo, sul XII congresso nazionale del MSI-DN, a tutti è apparso evidente che la massima assise del movimento non era stata inutile. La proclamazione aperta e senza ipocrisie, giunta al termine di tre intensi giorni di discussione e per bocca del Segretario nazionale, della nostra diretta discendenza dal Fascismo inteso in senso rivoluzionario, cioè moderno e giovane, scelta ed al tempo stesso garanzia di libertà, ha infatti rappresentato per ogni camerata, di qualsiasi età o schieramento interno, un momento magico, sognato da tempo e sempre, fino ad allora, forzatamente accantonato. Lo scrosciante applauso che ha salutato "Il Fascismo è qui" lanciato da Almirante ha quindi segnato una svolta nella vita della Destra di alternativa".

Gianfranco Fini - Dissenso n.52 del 10 marzo 1982


p.s.
Le maiuscole sono originali.

21 aprile 2010

Il dissidente.

«Non voglio farmi da parte né stare zitto, Berlusconi accetti che ci sia dissenso»
Parola di Gianfranco Fini.
Chi si aspettava azioni clamorose da parte del presidente della Camera e dei suoi fedelissimi deve rassegnarsi ad attendere ancora. Non che si potessero ragionevolmente prevedere "gesta eroiche" da questi personaggi, ma, sai com'è, la speranza è l'ultima a morire. Hai visto mai che qualcuno un giorno si decida a rischiare poltrona, carriera e pagnotta per un'idea, anche se non per un ideale.
Ora però sarebbe il caso che l'ex capo di aenne si decidesse su che cosa vuol fare da grande; vuole fare una corrente? Già ce l'aveva. Vuole formare dei gruppi parlamentari? Già ce li aveva. Vuole fondare un partito? Già ce l'aveva! Vuole prendere moglie? Già ce l'aveva. Vuole fare figli? Già ce l'aveva. Forse ha ragione Storace quando definisce Fini un "eterno insicuro", che ha bisogno di distruggere tutto ciò che tocca per affermare la propria esistenza. Ha sciolto due partiti, sta lavorando per distruggerne un terzo, ha sciolto un matrimonio, ha dissipato un serbatoio elettorale importante, ha disperso una comunità umana. Perdio qualcuno gli dica di riposarsi!
Magari se mentre si accinge a varare la sua corrente nel Pdl si ricordasse di quando scagliava anatemi contro le correnti di AN, farebbe cosa gradita alla memoria e all'intelligenza. Se mentre reclama libertà di dissenso nel partito di Berlusconi si ricordasse di come il dissenso era stroncato nel partito di Fini, parlerebbe con più prudenza. E se proprio vuole volare, abbia finalmente il coraggio di farlo con le proprie ali, senza i tutori che ha avuto finora: Almirante, Tatarella, Berlusconi. Dimostri cosa vale realmente; e se è destinato a nuovi, più alti traguardi, ben per lui. Gli italiani, anche quelli che ancora votano, se ne faranno una ragione...

31 marzo 2010

Una brillante sconfitta.

A bocce sufficientemente ferme, con una certa insistenza molti amici mi chiedono un mio commento sui risultati delle regionali particolarmente in Toscana e nella provincia di Prato. Chi segue questo blog avrà sicuramente notato che non mi sono occupato nella maniera più assoluta di questa campagna elettorale. Da tempo ormai ho smesso di appassionarmi allo squallore della politica "praticata" e quindi anche alle sorti dell'ennesimo "agnello sacrificale" che il centrodestra ha voluto offrire al regime cattocomunista della nostra rossa regione. Una semplice osservazione però mi permetto di fare, di tipo "ragionieristico" direi quasi: il PdL, che esulta per un risultato che a livello nazionale può essere considerato più che positivo, in terra di Toscana ha veramente poco da festeggiare. In tutta la provincia di Prato raccoglie 29.602 voti, mentre alle regionali del 2000 i due partiti che poi si sono fusi nel PdL rastrellavano, rispettivamente, AN 20.034 e FI 25.643. In dieci anni i voti sono quasi dimezzati. Così come nel riepilogo regionale i voti sono passati dai 690.509 del 2000 ai 412.118 di questa tornata. Un vero disastro. Un patrimonio elettorale disperso, dilapidato. Certo, diciamolo, nel 2000 la situazione era diversa: c'erano altri partiti, c'erano altri candidati, c'era ancora il voto di appartenenza, c'erano le preferenze. Poi, nel frattempo, Confindustria, qualche banca e qualche loggia hanno rovesciato a Prato una sclerotica sinistra al potere da sempre. E' vero. Ma le responsabilità della classe dirigente del centrodestra toscano, inamovibile, autoreferenziale e parassita sono più che evidenti.
Ma, siamo certi, nessuno pagherà il conto.

18 marzo 2010

L'altro mondo.

di A. De Benoist

“Nessun mondo” scrive Philippe Muray, “è mai stato più detestabile di quello attuale”. Ma qual è dunque questo mondo? Dopo l’affondamento del sistema sovietico, si è passati da un mondo diviso in due blocchi a un mondo dominato da una sola potenza, che tenta di imporre la sua legge al pianeta intero. Virtualmente, questo mondo non sarebbe altro che un villaggio globale, dove il progresso economico, dal quale si suppone tutti possano trarre giovamento, accrescerebbe l'ineluttabile evoluzione verso un modello politico, la democrazia liberale rappresentativa, della quale gli Stati Uniti d’America costituirebbero il modello più completo. Alla fine, il mondo diverrebbe un vasto mercato popolato da semplici consumatori, sottomessi di volta in volta all'ordine marciante. Il capitalismo si è deterritorializzato. I raggruppamenti industriali infine hanno dato luogo alla formazione di società transnazionali, i cui bilanci superano di gran lunga quelli dei singoli paesi. Allo stesso tempo, le nazioni sono state invitate ad abolire le loro barriere doganali, ad aprire le loro frontiere alle persone ed ai capitali, a favorire con ogni mezzo la " libera circolazione " dei prodotti e dei beni. Questo è il senso primario di una globalizzazione che supporta la volatilità dei mercati, le delocalizzazioni, la ricerca permanente di una maggiore produttività, la reificazione generalizzata dei rapporti sociali. Questo sistema è fondato sulla trasformazione di tutte le attività viventi in mercantili. Nel mondo del mercato, la legge suprema è la logica del profitto, legittimato da un’antropologia che fa dell’individuo un essere avente il cui obiettivo permanente è la massimizzazione del proprio interesse. La sottomissione progressiva di tutti gli aspetti della vita umana alle esigenze di questa logica destruttura il legame sociale. I media uniformano i desideri e le pulsioni, al prezzo di una radicale desimbolizzazione degli immaginari, produttori di una falsa coscienza, di una coscienza alienata. È esattamente questo il mondo in cui viviamo. Un mondo che ha abolito le distanze e il tempo, dove il capitalismo finanziario non è connesso all'economia reale (la maggioranza degli scambi di capitale non corrispondono più agli scambi di prodotti), dove l'economia reale si sviluppa senza considerazione dei limiti, dove le passioni si riducono agli interessi, dove il valore è ribassato sul prezzo, dove i bambini stessi divengono dei beni (e degli utili) di consumo durevole, dove la politica è ridotta alla porzione congrua, dove i detentori di potere non sono più eletti e dove coloro che sono eletti sono impotenti. Un simile mondo non minaccia soltanto la vita interiore, le identità collettive, la diversità dei viventi. Esso minaccia l'umanità propria dell’uomo. Per contrapporsi alla miseria affettiva ed agli stress materiali che ne risultano, la Forma-Capitale usa strategie differenti. Da un lato, crea senza interruzione nuovi bisogni, moltiplica le distrazioni e i divertimenti, propaga l'idea che non esista felicità se non in un consumo il cui orizzonte è continuamente riposto più lontano. Dall’altro lato, il suo pretesto di lottare contro il “populismo”, il “comunitarismo”, il “terrorismo”, rafforza le procedure di controllo e di sorveglianza. Si restringono le libertà con il pretesto della sicurezza. Per smorzare la portata dei movimenti sociali, per distogliere la gente dal porsi domande, per disarmare le nuove “classi pericolose” e rendere inoperante la loro velleità di rivolta, crea nemici onnipresenti, demonizzabili a piacimento, strumentalizza i conflitti culturali e gli urti tra comunità. Come sempre, si divide percomandare. L'obiettivo è quello di instaurare tutto ciò che crea caos per continuare a regnare senza alcuna minaccia. (....)

22 febbraio 2010

Eccoli, arrivano. E cambierà tutto.


E rieccoci. Puntuali come le bollette del gas e altrettanto molesti, con l'approssimarsi delle elezioni, spuntano gli "amici" peroranti la giusta causa. Ti chiedono, "in nome dei vecchi tempi", una firmetta per presentare la lista. "Sai, vogliono farci fuori - questa legge elettorale è un imbroglio - un ostacolo quasi insormontabile - pensa: quantemila firme..." e bla, bla, bla. A parte il fatto che non firmo più niente se non davanti ai miei avvocati, ma le firme di sottoscrizione delle liste, ultimamente, non erano tutte false? E che vuoi da me? Fai firmare Garibaldi, Totò, Biancaneve, e fottitene. Tanto, male che vada, la sanzione per questa truffa sarà puramente amministrativa.
E poi, quanto ancora devo ripetervi che non ho nessuna intenzione di recarmi al seggio? Che da diversi anni ormai non mi ci reco? Scandalo! Gli "amici" restano interdetti. "Ma come? Tu?" e via le solite filippiche: il voto diritto-dovere, l'astensionismo è un male, rafforza quegli altri, fallo per i vecchi ideali, ci manca solo "il momento è catartico" e poi lo zelig è completo. Ti dicono: abbiamo la possibilità, questa volta, di strappare la Toscana alla sinistra! Minchia! E sai come me la godo. Mettere la Faenzi al posto di Rossi è una di quelle cose per le quali darei la vita...
Una vera rivoluzione, un cambio epocale, l'avverarsi di un sogno a lungo inseguito...
Roba da non dormirci la notte. Come avrò fatto fino ad oggi a convivere con il rimorso di non aver votato alle scorse amministrative? Con la consapevole colpevolezza che, se anche fossi stato residente a Prato, non sarei andato a votare manco al ballottaggio? E adesso avrei il rimpianto di non aver contribuito col mio voto a quella grande svolta che ha consentito di sostituire Bencini con Borchi, Giovagnoli con Bernocchi, Mazzoni con la Beltrame e ...Milone con Milone!
Suvvia "amici": lasciate noi vecchi idealisti e sognatori alle nostre dilettevoli ed inutili occupazioni. Le cose serie, quelle importanti, da cui dipendono le sorti nostre e dei nostri figli, le lasciamo a voi. Siamo sicuramente in buone mani...

16 febbraio 2010

La tangente è viva e lotta insieme a noi.



Qualcuno pensava che con la seconda repubblica il fenomeno della corruzione politica si fosse quantomeno attenuato? Che dopo lo sconquasso delle inchieste su tangentopoli i protagonisti della scena politica nostrana si fossero almeno fatti un po' più prudenti?
L'irruzione della cosiddetta "società civile" nella gestione della cosa pubblica e la contemporanea dissoluzione dei partiti tradizionali non hanno portato quel rinnovamento che ci si aspettava. Anzi, l'ingresso dei nuovi attori sulla scena politica ha comportato l'avvento di un'etica a volte persino peggiore di quella corrotta e decadente dei vecchi partiti "di regime". Tutto come prima, dunque?
No, una cosa è cambiata: non ci sono più i "carabinieri missini" a presidiare le istituzioni, a sorvegliare queste vere e proprie "cittadelle del malaffare". Nessuno più denuncia le irregolarità, gli illeciti e gli intrecci tra politica ed economia. Perché gli ex missini ancora in servizio, un tempo gli unici allenati all'opposizione e al rigore morale, sono diventati qua e là forza di governo e quindi sono passati dall'altra parte della barricata; e perché gli ex amministratori della sinistra, precipitati qua e là all'opposizione, non hanno voglia, interesse e cultura per denunciare il malaffare, avendola, quella parte della barricata, occupata per lunghissimo tempo.
"Oggi - dice Fini - chi ruba non lo fa per il partito ma solo per se stesso". Non sappiamo sulla base di quale esperienza il presidente della Camera faccia questa affermazione. Avrà i suoi buoni motivi. A noi pare che manchino quegli uomini che in tempi molto più difficili degli attuali, svolgevano con serietà il loro mandato non a favore solo di un partito, ma a vantaggio di tutta la collettività.

15 febbraio 2010

Nel fango.



Dal Corriere della Sera:

L'inchiesta di Firenze: gli appalti,
gli imprenditori e i contatti con i politici
Le telefonate di Verdini (Pdl) e Fusi della Bpt

ROMA — «Nel corso dell’attività d’indagine sono stati raccolti numerosi elementi riferiti all’operatività di una struttura facente capo a due alti funzionari del ministro delle Infrastrutture, Angelo Balducci e Fabio De Santis, finalizzata all’illecita ripartizione dei lavori appaltati nell’ambito dei Grandi eventi». Comincia così l’informativa del Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri, sezione Anticrimine di Firenze, che il 15 ottobre scorso riferiva ai magistrati il presunto intreccio di corruzione e altri legami tra gli uomini che circolavano intorno alla Protezione civile e un gruppo di imprenditori. I quali, a loro volta erano in collegamento con uomini politici utilizzati per facilitare affari, incontri e contatti.
Dalle intercettazioni racchiuse nel rapporto emergono i nomi dei parlamentari del Pdl Denis Verdini, Altero Matteoli, Mario Pepe e Guido Viceconte. Ascoltati mentre s’intrattengono al telefono con alcuni dei principali inquisiti dell’inchiesta, che a loro volta hanno rapporti privilegiati con chi gestisce gli appalti fuori controllo per la realizzazione dei Grandi eventi, a partire da Balducci e De Santis. «È stata documentata la corresponsione ai predetti funzionari di utilità di varia natura da parte di un cartello di imprenditori in cui sono inseriti, tra gli altri, Francesco De Vito Piscicelli e Diego Anemone», scrivono i carabinieri. Piscicelli è l’uomo sorpreso a dire che la notte del terremoto in Abruzzo rideva pensando a quanto ci si poteva guadagnare (anche se lui ha negato, chiedendo scusa); Anemone è l’imprenditore (ora in carcere) ascoltato e pedinato mentre parlava e s’incontrava con Guido Bertolaso.

«È stato documentato — si legge ancora nel rapporto del Ros—che prima Vincenzo De Nardo e successivamente Riccardo Fusi, rispettivamente amministratore delegato e presidente del Consiglio di amministrazione della Baldassini Tognozzi Pontello (Bpt) spa, tramite l’imprenditore De Vito Piscicelli, hanno allacciato rapporti con Balducci, De Santis e un’altra funzionaria ministeriale, entrando gradualmente a far parte di questo ristretto gruppo di imprenditori favorito nelle aggiudicazioni dall’ing. Balducci e dai suoi collaboratori»; quelli che, solo per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia avevano assegnato, già nel dicembre 2007, «undici opere da realizzarsi in varie città del territorio nazionale, per un importo complessivo di circa 339 milioni di euro».

Il trio De Vito Piscicelli-Di Nardo-Fusi, secondo il rapporto dei carabinieri, «ha avuto la preventiva assicurazione che alcuni lavori (del 150˚ anniversario e del G8 alla Maddalena, ndr) sarebbero stati aggiudicati in favore delle loro imprese unite in associazione temporanea». Ma non solo: «De Vito Piscicelli, avvalendosi dei suoi consolidati ottimi rapporti con Balducci e De Santis, ha richiesto a questi di intervenire presso il ministero delle Infrastrutture al fine di far assegnare alla Bpt spa di Riccardo Fusi il cantiere per la realizzazione della Scuola marescialli dei carabinieri di Firenze».

Per questa «mediazione» De Vito Piscicelli ha chiesto a Fusi un compenso di un milione e mezzo di euro giustificato con la sua antica e consolidata rete di conoscenze, riassunta così in una telefonata del febbraio 2008: «Io ti ho messo a disposizione, a te e ai tuoi uomini, il mio background di dieci anni di buttamento di sangue... Perché sono convinto che insieme possiamo fare delle cose... Io ne avrò benefici e tu altrettanto... Io mi sono giocato dieci anni di rotture di c... di investimenti di tutti i tipi, capisci?».

Fusi in quella conversazione diceva di capire, ma nel frattempo si rivolgeva anche ad altri amici. Uno sembra essere l’onorevole Denis Verdini, già esponente di spicco di Forza Italia e ora coordinatore del Popolo della libertà. Le telefonate tra lui e Fusi sono decine. In un’occasione — riferiscono gli investigatori — il deputato si vanta con l’imprenditore fiorentino di aver contribuito a far nominare Provveditore alle opere pubbliche della Toscana Fabio De Santis, uno dei quattro finiti in carcere nei giorni scorsi.

«Ti volevo dire—racconta a Fusi il 21 gennaio 2009 — quella cosa lì romana è andata a buon fine, ma è stata dura eh... diglielo ai nostri... Poi lui... devo dire... è stato molto corretto con me... il piacere me l’ha fatto... tra l’altro ho parlato con il suo capo il quale ha detto "Va bè, se è per Denis... allora si fa". È stata una cosa dura... comunque... una cosa tosta... falla pesà, insomma». Dieci mesi prima, il 3 marzo 2008, Fusi e Verdini parlavano del «coinvolgimento in una comune operazione dell’imprenditore parmense Pizzarotti».

Verdini: «Senti me... ma te con Pizzarotti come stai?».

Fusi: «Io lo conosco, ho un buon rapporto... però c’è stata quella storia degli ospedali della Toscana... Lui si sta facendo l’interporto di Santa Croce.... le ferrovie a Bologna... roba grossa insomma, capito (...). Io non so perché serve, ma insomma...».

Verdini: «Serve per quello che tu sai... perché sembrerebbe che lì ci fossero delle possibilità... ma da andare a stuzzicare... bisogna sapere che rapporto c’hai, insomma...».

Il 28 marzo 2008, invece, discutevano di un’operazione bancaria condotta sul Credito cooperativo fiorentino.

Fusi: «Ti volevo dire, ho parlato ora con Biagini, volevo...».

Verdini: «Sì, si è fatto tutto... un po’ di fatica... ma insomma si è fatto tutto». Un mese più tardi, il 24 aprile del 2008, parlando della composizione del nuovo governo Berlusconi, a Fusi che chiedeva se poteva stare tranquillo Verdini rispondeva: «Tu devi stare tranquillo, perché io ho preso una decisione... A me mi era toccato l’Ambiente (cioè il ministero, ndr)... Però esco fuori, perché se accetto mi tocca rinunciare a tutto, lasciare la banca, capito? Quindi non posso... (...) diventerò capo del partito, prenderò il posto di Bondi (ex coordinatore di Forza Italia, ndr), anche di quello nuovo... ».

Fusi: «Te l’hai capito? Che c’è tutto il mondo... ».

Verdini: «Non ti preoccupare, siamo messi bene...».

Nell’estate di quell’anno Fusi sollecita a Verdini (che in un’occasione chiede all’imprenditore l’elicottero: «Mi sa che mi serve», e quello risponde pronto: «È a tua disposizione, quando dove e perché») un incontro con Altero Matteoli, ministro delle Infrastrutture, per discutere la vicenda della Scuola dei marescialli. Il 5 agosto l’imprenditore parla direttamente col ministro.

Fusi: «Come funzioni, sei già in vacanza? Ci si può vedere un minuto?».

Matteoli: «No, io me ne vado stanotte e torno il 27 a Roma».

Fusi: «Ah, il 27, ho capito, niente allora... So che ci dovrebbe essere stato un po’ di sviluppi per quanto riguarda la Scuola di Firenze... Dovrebbe arrivare al ministero una situazione abbastanza importante perché... l’Autorità di vigilanza ha riscontrato varie irregolarità...».

Matteoli: «Però io... fino al 27 non torno a Roma ».

Fusi: «Ho capito, va bene».

Matteoli: «Ok, buone vacanze».

L’8 ottobre Fusi e Verdini parlano ancora della stessa cosa.

Fusi: «Poi ti volevo dire... con il ministro Matteoli... per quella storia della Scuola dei marescialli, che è nell’interesse dello Stato questa cosa, se si potesse anticipare... Se ci fosse verso che ci mettesse le mani lui...».

Verdini: «Con lui ho fissato che ci si sente a fine settimana... ora fammi fare... faccio lui e poi faccio quest’altro...».

03 febbraio 2010

Candidature di servizio.



Avercela una faccia. Si potrebbe anche perderla. A volte viene da dubitare che taluni non si rendano conto di che materiale ce l’hanno.
La scelta del candidato del PdL per la presidenza della Regione Toscana, ha fugato qualche dubbio.
Basta leggere le dichiarazioni al riguardo di Riccardo Migliori, ex potente ras toscano di Alleanza Nazionale: “io sono candidabile da vent’anni e non sono mai stato candidato.” Perbacco. Se andiamo a frugare nei meandri dell’esperienza personale, si può tranquillamente affermare che da trentacinque anni non si ricorda che Migliori non sia stato candidato a qualcosa. Qualcosa di concreto, beninteso. Candidature che hanno sempre avuto il crisma della garanzia di elezione. Non si ricordano occasioni in cui egli sia mai stato messo in discussione. Casomai è stato Migliori che per lungo tempo ha deciso delle candidature altrui. Fino a quando il partito gli ha consentito di farlo. Adesso che quel partito non c’è più, anche a lui è toccato di subire un’esclusione. Umiliante, per di più. In quanto sembra maturata sul filo di mere considerazioni di immagine, estetiche quasi. Insomma, Migliori non è una bella fanciulla e quindi non è dotato del requisito indispensabile nell’era berlusconiana. Chi se ne frega se forse è il più bravo di tutti. Se probabilmente è uno dei pochi in grado di distinguere una legge regionale da un pianoforte a coda…
Peccato, perché ci hanno privati della possibilità di vederlo, finalmente, alle prese con una vera “candidatura di servizio”, una di quelle che non ti garantiscono altro che la sconfitta. E alle quali, il personaggio, non è per niente abituato.

19 gennaio 2010

Decennale.

A margine della vergognosa beatificazione istituzionale che gran parte della casta sta tributando a Bettino Craxi nel decennale della scomparsa, pubblichiamo l'editoriale di "Confini" del Febbraio 2002. Niente da aggiungere.

No grazie. Scusateci ma non ci stiamo. Il processo di “beatificazione” dell’ex ledaer socialista morto latitante (non in esilio) ad Hammamet fatelo senza di noi. La patetica cerimonia commemorativa tenuta dagli amici vecchi e nuovi di Craxi meritava più di una precisazione da parte dei vertici di AN, delle prese di distanza, dei distinguo, degli altolà. Che naturalmente non ci sono stati. Così se da una parte Berlusconi ha potuto parlare “dell’amico Bettino” come di un personaggio a cui l’Italia deve eterna riconoscenza, se Casini ha affermato che “Craxi non meritava di morire con il marchio dell’infamia”, nessuno si è preso la briga di ristabilire un minimo di verità storica. Di una storia peraltro recentissima, che non consente vuoti di memoria. A noi pare di ricordare che vi fosse una combriccola di ladroni che hanno saccheggiato l’Italia, che l’hanno portata sull’orlo del baratro, che hanno scaricato il peso delle loro ruberie sulle spalle degli italiani, in particolare sui ceti meno abbienti. Pare di ricordare che i guasti che provocarono furono tali e tanti che tuttora ne patiamo le conseguenze in termini di quantità e qualità dei servizi che il Paese è in grado di erogare. Quanta parte delle attuali disfunzioni della sanità, dei trasporti, della scuola, della pubblica amministrazione è da ricondurre al peso della corruzione che su questi ed altri comparti gravava negli anni del craxismo imperante? E, soprattutto, quanto di quel sistema di corruzione è sopravvissuto ai nostri giorni? Sarebbe ora che tutti quelli che ci chiedono quotidianamente abiure sul nostro passato cominciassero a prendere seriamente le distanze da quel sistema di corruttela. Tanto per rassicurare noi e i nostri elettori. Tanto per non dare l’impressione che si voglia avallare la singolare tesi difensiva di Craxi il quale affermava che essendo quello il sistema e che tutti i partiti lo sapevano e ne beneficiavano, nessuno poteva dirsi colpevole. No, caro Bettino, c’era un partito che era estraneo a quel sistema di corruzione; che sapeva ma non beneficiava, anzi denunciava. Da anni, con forza e rigore. Era il Movimento Sociale Italiano, il partito sano, onesto, incorrotto che ha consentito la nascita di Alleanza Nazionale. Oggi i massimi dirigenti di AN (gli stessi del MSI) sembra abbiano dimenticato questo piccolo ma essenziale passaggio storico. Sembrano vergognarsi non solo delle lontane origini fasciste ma anche del recente passato missino. Tanto che il presidente Fini, che nel 1987 (congresso di Sorrento) diventò Segretario Nazionale affermando di voler “portare il fascismo negli anni duemila”, è costretto a rinnegare quanto dichiarò nel 1994: cioè che considerava Mussolini il più grande statista del novecento. Oggi, ministro della Repubblica, rappresentante dell’Italia alla Convenzione per la Costituzione europea, dice che i suoi riferimenti ideali sono piuttosto Giolitti, Einaudi e De Gasperi. Di questo passo il riconoscimento di Craxi come “il più grande statista del novecento” dobbiamo sicuramente aspettarcelo. Ma, per favore, non chiedeteci di esporre la sua fotografia nelle nostre sedi…

15 gennaio 2010

Quando sento parlare di cultura...


Sarà stato per sfoggiare un po’ di quella cultura alla cui guida è stata chiamata dal primo sindaco non-comunista della città. Sarà stata una fatale disattenzione. Sarà stato per pagare un piccolo pegno a certe forze politiche dell’ex “galassia nera”.
Sarà,semplicemente,che non sapeva di chi stava parlando, ma l’uscita dell’assessora alla cultura del comune di Prato, Anna Beltrame, ci ha lasciati di stucco.
Nell’ambito del suo intervento durante il consiglio sulla cultura, richiesto dal PD, si è esibita in una citazione di -nientepopodimenoché- Ezra Pound, secondo il quale “la cultura inizia quando si riesce a fare una cosa senza sforzo”.
Chissà se l’assessora conosce davvero il poeta dei cantos. Chissà se ne conosce, oltre le opere, anche la vita e le scelte che fece in perfetta coerenza con quella che fu la sua più grande ed immortale massima: "Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee, o le sue idee non valgono niente o non vale niente lui".
Noi, per aiutarla, pubblichiamo una breve selezione da Wikipedia.
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Dal 1941 al 1943 Pound realizzò a Roma per la radio italiana numerose trasmissioni in inglese in cui difendeva il fascismo e accusava gli angloamericani e la finanza internazionale di aver provocato la guerra contro i paesi che si erano ribellati al giogo dell'usura. Trasmesse in Gran Bretagna e Stati Uniti, queste trasmissioni gli valsero un'incriminazione per tradimento da parte del governo americano.
Durante la Repubblica Sociale Italiana continuò la sua attività giornalistica e compose due canti in italiano in cui ribadiva la solidarietà al fascismo.
Il 3 maggio 1945 fu arrestato da partigiani italiani e consegnato ai militari statunitensi, che lo trattennero per alcune settimane a Genova e poi lo trasferirono in un campo di prigionia dell'esercito americano a Metato, presso Pisa.
Dopo alcune settimane di reclusione in una cella di sicurezza (la "gabbia da gorilla", disse lui), subì un tracollo fisico e mentale. Gli fu allora assegnata una tenda presso l'infermeria e gli fu consentito di scrivere. Qui compose gli undici Canti pisani.
A fine novembre fu trasferito in aereo a Washington per il processo. In seguito a una perizia psichiatrica che lo dichiarò infermo di mente, il processo fu rinviato e Pound fu internato nell'ospedale criminale federale di St. Elizabeth di Washington.

05 gennaio 2010

Attaccano Fini? Sono degli sporchi fascisti.

Nell'ambito della ormai quotidiana polemica de "Il Giornale" nei confronti del presidente della Camera, spunta un nuovo elemento di riflessione.
Vittorio Feltri dice di Fini, con una buona dose di verità in effetti, che a forza di cambiare idee non glie ne sono rimaste più e che deve farsene prestare qualcuna dalla sinistra. Poi lo attacca sulla gestione del patrimonio immobiliare dell'ex AN e su altre cosette profane, addirittura paragonandolo a Di Pietro. Fin qui niente di nuovo, potremmo dire. E come reagisce, invece, Farefuturo la fondazione dei finiani più finiani di Fini? Semplice: con un anatema che, i meno giovani ricorderanno, serviva a demonizzare ogni avversario e ad annichilire ogni ulteriore possibilità di contraddittorio. Feltri è un fascista! E questo taglia la testa al toro, con lui non si discute.
I finiani, gli ultimi baluardi dell'antifascismo militante!
Chissà perché ci viene da pensare ad un tragico corto-circuito?