Io so chi c’è dietro le carte che accusano Fini. So chi le ispira, conosco bene il mandante. Non c’entra affatto con Palazzo Chigi, i servizi segreti, il governo di Santa Lucia. È un ragazzo di quindici anni che si iscrisse alla Giovane Italia. Sognava un’Italia migliore, amava la tradizione quanto la ribellione, detestava l’arroganza dei contestatori almeno quanto la viltà dei moderati, e si sedette dalla parte del torto, per gusto aspro di libertà. Portava in piazza la bandiera tricolore, si emozionava per storie antiche e comizi infiammati, pensava che solo i maledetti potessero dire la verità.
Quel ragazzo insieme ad altri coetanei fondò una sezione e ogni mese facevano la colletta per pagare tredicimila lire di affitto, più le spese di luce, acqua e attività. Si tassavano dalla loro paghetta ma era solo un acconto, erano disposti a dare la vita. Il ragazzo aveva vinto una ricca borsa di studio di ben 150mila lire all’anno e decise di spenderla tutta per comprare alla sezione un torchio e così esercitare la sua passione politica e anche di stampa. Passò giorni interi da militante, a scrivere, a stampare e diffondere volantini. E con lui i suoi inseparabili camerati, Precco, Martimeo, il Canemorto, e altri. Scuola politica di pomeriggio, volantini di sera, manifesti di notte, rischi di botte e ogni tanto pellegrinaggi in cerca di purezza con tricolori e fazzoletti al collo. Erano migliaia i ragazzi come lui. Ce ne furono alcuni che persero la vita, una trentina mi pare, ma non vuol ricordare i loro nomi; lo infastidiva il richiamo ai loro nomi nei comizi per strappare l’applauso o, peggio, alle elezioni per strappare voti. Perciò non li cita. Sa solo che uno di quei ragazzi poteva essere lui.
È lui, il ragazzo di quindici anni, il vero mandante e ispiratore delle accuse a Fini. Non rivuole indietro i soldi che spese per il torchio, per mantenere la sezione, per comprare la colla. Furono ben spesi, ne va fiero. Non rivuole nemmeno gli anni perduti che nessuno del resto può restituirgli, le passioni bruciate di quel tempo. E nemmeno chiede che gli venga riconosciuto lo spreco di pensieri, energie, parole, opere e missioni che dedicò poi negli anni a quella «visione del mondo». Le idee furono buttate al vento ma è giusto così; è al vento che le idee si devono dare. Quell’etichetta gli restò addosso per tutta la vita, e gli costò non poco, ma seppe anche costruirvi sopra qualcosa. No, non chiede indietro giorni, giornali, libri, occasioni e tanto tanto altro ancora.
Però quel che non sopporta è pensare che qualcuno, dopo aver buttato a mare le sue idee e i loro testimoni, dopo aver gettato nel cesso quelle bandiere e quei sacrifici, dopo aver dimenticato facce, vite, morti, storie, culture e pensieri, possa usare quel che resta di un patrimonio di fede e passione per i porci comodi suoi e del suo clan famigliare. Capisce tutto, cambiare idee, adeguarsi al proprio tempo, abiurare, rinnegare, perfino tradire. Non giustifica, ma capisce; non rispetta, ma accetta. È la politica, bellezza. E figuratevi se pensa che dovesse restare inchiodato alla fiamma su cui pure ha campato per tanto tempo. Però quel che non gli va giù è vedere quelle paghette di ragazzi che alla politica dettero solo e non ebbero niente, quei soldi arrotolati di poveracci che li sottraevano alle loro famiglie e venivano a dirlo orgogliosi, quelle pietose collette tra gente umile e onesta, per tenere in vita sezioni, finire in quel modo. Gente che risparmiava sulla benzina della propria Seicento per dare due soldi al partito che col tempo finirono inghiottiti in una Ferrari. Gente che ha lasciato alla Buona Causa il suo appartamento. Gente che sperava di vedere un giorno trionfare l’Idea, come diceva con fede grottesca e verace. E invece, Montecarlo, i Caraibi, due, tre partiti sciolti nel nulla, gioventù dissolte nell’acido. È questo che il ragazzo non può perdonare.Da Berlusconi il ragazzo non si aspettava nulla di eroico, e neanche da Bossi o da Casini. E nemmeno da Fini, tutto sommato. Capiva i tempi, i linguaggi e le esigenze mutate, le necessità della politica, il futuro… Poteva perfino trescare e finanziare la politica con schifose tangenti; ma giocare sulla pelle dei sogni, giocare sulla pelle dei poveri e dei ragazzini che per abitare i loro sogni si erano tolti i due soldi che avevano, no, non è accettabile.
Attingere da quel salvadanaio di emarginate speranze è vergognoso; come vergognoso è lasciare col culo per terra tanta gente capace e fedele nei secoli, che ha dato l’anima al suo partito ed era ancora in attesa di uno spazio per loro, per favorire con appaltoni rapidi e milionari il suddetto clan famigliare. Lui non crede che il senso della vita sia, come dice Bocchino in un’intervista, «Cibo, sesso e viaggi» (si è scordato dei soldi).
Il vero ispiratore e mandante dell’operazione è lui, quel ragazzo di quindici anni. Si chiama Marcello, ma potrebbe chiamarsi Pietrangelo o Marco. Non gl’interessa se Gianfrego debba dimettersi e andarsene all’estero, ai Caraibi o a Montecarlo, o continuare. Lo stufa questo interminabile grattaefini. È pronto a discutere le ragioni politiche, senza disprezzarle a priori. Sentiremo oggi le sue spiegazioni (ma perché un videomessaggio, non è mica Bin Laden). Però Fini non ha diritto di rubare i sogni di un ragazzo, di un vecchio, di un combattente. Non ha diritto di andarsi a svendere la loro dignità, i loro sacrifici, le loro idee. Non può sporcare quel motto di Pound che era il blasone di quei ragazzi; loro ci hanno rimesso davvero, lui ci ha guadagnato. Quel ragazzo ora chiede a Fini solo un piccolo sforzo, adattare lo slogan alla situazione reale e dire: se un uomo è disposto a svendere casa, o non vale niente la casa o non vale niente lui. E la casa valeva.
Marcello Veneziani
25 settembre 2010
10 settembre 2010
Eredità.
C’è leader e leader. A sottolineare la differenza tra Gianfranco Fini e il suo «maestro» Giorgio Almirante - su Panorama di questa settimana - è la vedova di quest’ultimo: «Mio marito ha avuto ben 22 appartamenti in donazione e si è sempre limitato a chiamare un notaio e fare un passaggio di proprietà da se stesso al partito, e i soldi di eventuali vendite li incassava l’amministratore del partito stesso».
Di certo in quelle proprietà non sono finiti «cognati».
01 settembre 2010
Intervista a Marco Tarchi.
Intolleranza per il dissenso, è proprio quello ora che Fini denuncia all’interno del Pdl...
«Di questo ne ho scritto anche in sede scientifica. Nel libro Dal Msi ad An, ho scritto che il Msi era, e An dopo ancor di più, un partito a centralismo plebiscitario. La gestione era affidata a un leader considerato una sorta di sovrano assoluto. Fini ha esercitato questi poteri in modo assolutamente drastico, avendo in grande astio qualsiasi forma di dissenso»
Nel 1987 ci fu la festa del partito a Mirabello, con Almirante che designò Fini suo erede. La genesi?
«Dell’87 ricordo ciò che scrissero i giornali, come Panorama, che definì Fini “il miracolato dell’Assunta”. Cioè Assunta Almirante che aveva convinto il marito a designare Fini suo erede. Non so se corrispondesse al vero ma questa è l’interpretazione che se ne dava. Di sicuro Fini era designato da altri. Lui non doveva fare nulla, erano altri a fare per lui».
E adesso?
«Adesso deve star da solo e trovare la linea adeguata. Comunque non è da oggi (come politologo lo dico da anni), che la sua posizione è quella di chi non pensa di ottenere la legittimazione di leader dall’interno della forza politica a cui fa riferimento. Da tempo si presenta come ragionevole a ogni costo, moderato, politicamente corretto perché spera in una fase confusa o difficoltosa di un post Berlusconi per essere legittimato dagli altri, dagli avversari e così costruire qualcosa di più solido».
Oggi, 23 anni dopo, un’altra Mirabello, tanto attesa per scoprire quale strada sceglierà Fini. La sua nemesi?
«A Mirabello ci sarà una prova di forza. Lancerà il sasso ma ritirerà la mano. Non credo che farà uno nuovo partito, lui cerca di lavorare ai fianchi, di erodere, ma ha tutta la convenienza di restare nel Pdl».
Durante la sua segreteria, Fini è riuscito a fagocitare gli avversari oppure a epurarli. Sistema Fini oppure sistema Msi?
«Nel 1995 ho definito l’atteggiamento mentale dominante tra i quadri e i militanti il “complesso di Mosè”, cioè affidare al capo, quasi fosse un profeta, ogni responsabilità per la vita stessa della comunità dei militanti e dei sostenitori. Ora, se si pensa che Fini, più per le circostanze che per capacità sua, è riuscito a traghettare fuori dal periodo di cattività quel mondo politico e umano, si può capire perché l’intolleranza aperta verso il dissenso abbia trovato in lui un interprete ancor più rigoroso».
Molti invocano le sue dimissioni, per la questione Montecarlo e per l’incompatibilità tra leader politico e carica istituzionale.
«Ho una posizione diversa. Nell’analisi della politica seguo un approccio realista. Vorrei scrostare da molta ipocrisia le figure istituzionali: hanno tutte una storia politica alle spalle. Non si cambia drasticamente perché si passa su uno scranno significativo. Certo, la sovraesposizione e lo scontro interno non rendono Fini credibile come arbitro agli occhi della maggioranza che lo ha eletto».
Pugnalate e diplomazia: il Pdl è ad un’impasse. La maggioranza finirà la legislatura?
«A Fini e ai suoi conviene che il governo si logori giorno dopo giorno, non che cada. Se Berlusconi giungesse spossato a fine legislatura, i finiani potrebbero rivendicare buone ragioni per sancire alleanze diverse. Insomma, hanno un interesse evidente a giocare contro il Pdl, ma se accelerassero troppo rischierebbero di doversi sottoporre prima del tempo alla prova delle urne, senza essere preparati. E il loro prevedibile scarso peso non li renderebbe appetibili per i patrocinatori di terzi poli».
E al Pdl quali carte rimangono?
«Per quanto sia un azzardo, a mio parere Berlusconi avrebbe un vantaggio a stanare Fini portandolo alla prova delle urne. Il logorio serve a Fini, non a Berlusconi»
(Il Giornale)
22 agosto 2010
Furbetti.
Il Papa: «Accogliere le genti
di tutte le nazioni e culture»
Il messaggio di Benedetto XVI: «I genitori educhino
i loro figli alla fraternità universale»
Le parole del Papa arrivano dopo la decisione del governo di Sarkozy di espellere decine di immigrati rom e dopo il monito della Cei all'Italia in tema di immigrazione. Mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes della Conferenza episcopale italiana (Cei), ha dichiarato infatti che «l'Italia non può decidere di espellere in modo indiscriminato i rom né altri cittadini comunitari».
MESTRE. Assediati da barboni e balordi:
i frati cappuccini "blindano" la chiesa
Una cancellata e un muretto renderanno inaccessibile di notte
il sagrato, dove da qualche tempo bivaccano degli sbandati
Mestre (17 agosto) - A settembre la chiesa dei Cappuccini si chiude in bunker. Una cancellata dalla parte di via Cappuccina e una cancellata e un muretto dalla parte della piazzetta. I frati sono esasperati e dopo averle provate tutte hanno deciso di chiudere. E Josef il polacco dovrà spostarsi. Con lui altri 7-8 che hanno fatto di quei "sotoporteghi" la loro casa.
06 agosto 2010
Destinazione finale.
Per tutti quelli che sotto l'ombrellone si dilettano a seguire la politica italiana e, nella fattispecie, le piroette evolutive dell'ex camerata Fini, alcune perle degne di riflessione.
Luca Barbareschi: "Futuro e Libertà non è un formazione politica di destra. Queste sono categorie ormai superate. Io, che sono stato orgogliosamente craxiano, voglio accelerare il processo di rottamazione del berlusconismo, ormai al tramonto".
Chiara Moroni: "Con Fini può finalmente trovare attuazione il riformismo socialista. Io voglio continuare a esprimere la mia identità, dare voce e rappresentanza ai tanti socialisti che ancora ci sono in Italia e a quei giovani che lo sono anche senza saperlo. E mi pare che Fini stia tratteggiando un progetto politico innovativo. Dove potrebbe trovare cittadinanza una nuova identità socialista".
Italo Bocchino: "Le elezioni? Non le vogliamo e probabilmente non convengono neanche a Berlusconi. Ma se si andra' alle urne, credo che la figura di Fini sara' piu' spendibile per una nuova alleanza moderata insieme ad autonomisti, centristi del Pd, esponenti di destra moderata".
Pierferdinando Casini: "Fini è vittima di uno squadrismo intimidatorio".
Fabio Granata: "Chiediamo agli italiani, di destra e di sinistra e a tutta quella gente per bene che reclama una nuova politica, di non metterci in croce per un voto. Da oggi in Parlamento, grazie alla nostra iniziativa, si è creata una vasta area parlamentare. A settembre ne vedremo delle belle…"
Luca Barbareschi: "Futuro e Libertà non è un formazione politica di destra. Queste sono categorie ormai superate. Io, che sono stato orgogliosamente craxiano, voglio accelerare il processo di rottamazione del berlusconismo, ormai al tramonto".
Chiara Moroni: "Con Fini può finalmente trovare attuazione il riformismo socialista. Io voglio continuare a esprimere la mia identità, dare voce e rappresentanza ai tanti socialisti che ancora ci sono in Italia e a quei giovani che lo sono anche senza saperlo. E mi pare che Fini stia tratteggiando un progetto politico innovativo. Dove potrebbe trovare cittadinanza una nuova identità socialista".
Italo Bocchino: "Le elezioni? Non le vogliamo e probabilmente non convengono neanche a Berlusconi. Ma se si andra' alle urne, credo che la figura di Fini sara' piu' spendibile per una nuova alleanza moderata insieme ad autonomisti, centristi del Pd, esponenti di destra moderata".
Pierferdinando Casini: "Fini è vittima di uno squadrismo intimidatorio".
Fabio Granata: "Chiediamo agli italiani, di destra e di sinistra e a tutta quella gente per bene che reclama una nuova politica, di non metterci in croce per un voto. Da oggi in Parlamento, grazie alla nostra iniziativa, si è creata una vasta area parlamentare. A settembre ne vedremo delle belle…"
28 luglio 2010
Aria di tempesta.

(...) Quando il Cav lo prese sotto la sua ala, Gianfranco era il pittoresco e nostalgico capataz di un piccolo partito emarginato che si ispirava al fascismo. Condotto per mano dal manigoldo che oggi vorrebbe epurare, ha trasformato il Msi in An e ha cominciato a viaggiare in Europa. Le sue amicizie, un tempo limitate a Le Pen, si sono dilatate nel vasto mondo. Incapace, in passato, di farsi eleggere sindaco di Roma è riuscito poi a essere vicepremier e ministro degli Esteri. Ha stretto le mani di capi di Stato, è stato ricevuto con ogni onore a Gerusalemme nonostante il mussolinismo degli esordi. Ora, è presidente della Camera. Però, non passa giorno che non tenti di azzannare, come la pariniana vergine cuccia, il piede che lo ha catapultato verso cotante altezze. Se c’è un uomo che non si è fatto da sé, questo è Fini. (...)
Il Giornale, 28 luglio 2010
Noi, intanto, seduti in riva al fiume...
22 luglio 2010
04 giugno 2010
C'è qualcosa di nuovo oggi nell'aria...
Sembrava che la componente finiana dovesse prendere quota anche a Prato, imponendosi fin da subito come da contraltare alla maggioranza dei berluscones del Popolo della Libertà. Ma, quando si è trattato di passare dalle parole ai fatti, ovvero dalla firma al web appello alla costituzione dei circoli finiani di “Generazione Italia” soltanto Federico Lorusso ha fatto il passo. Gli altri a partire dal presidente del consiglio comunale Bettazzi provano a smorzare la questione: “E’ chiaro che rimaniamo finiani, ma preferiamo che siano i giovani a farsi avanti in questo momento”. Quindi ecco la scelta di percorrere una strada diversa, quella dell’associazione “Nuova Prato” che a partire da stasera riunirà tutta la componente degli ex An, Bettazzi, quindi, insieme agli assessori Filippo Bernocchi e Gianni Cenni, i consiglieri comunali Giancarlo Auzzi, Gianluca Banchelli, Alessandro Giugni e Fulvio Ponzuoli.
Cito questo breve passo dalle notizie di Prato perché mi sembra sintomatico del caos che regna nella politica di oggi. Una sarabanda che non lascia indenni neanche i piccoli personaggi del teatrino locale, questi statistelli in sedicesimo, baciati da un'insperata sorte e, malgrado la loro insipienza, proiettati nell'empireo della casta che conta. E che di politica campa.
Vale anche per costoro, e forse a maggior ragione, quello che da tempo suggeriamo a Gianfranco Fini: che si decidano una buona volta! Non abbiamo sentito uno di loro rivendicare l'orgoglio di appartenenza allorquando l'ex presidente decise, motu-proprio, di sciogliere il partito nel quale militavano. Non abbiamo letto dichiarazioni pubbliche di presa di distanza al momento di candidarsi con il tram del PdL verso agevoli elezioni. Non abbiamo visto dimissioni sdegnate e virili. Niente renitenza alla leva quando il sacro fuoco della poltrona ha chiamato!
Adesso, seguendo le piroette del presidente della Camera, si danno da fare per riproporre anche nella nostra città il triste spettacolo di un partito che nacque dalla fusione di due diverse forze politiche affini ma non uguali; alleate ma non unificabili.
Torniamo a ripetere: c'era davvero bisogno di sciogliere due partiti, di rinnegare coloro che li avevano fondati, di disperdere una comunità intera, umana prima ancora che politica, di buttare alle ortiche un patrimonio valoriale accumulato in mezzo secolo di lotte e di sacrifici, per tornare a coltivare questi miseri orticelli seminati di patetiche ambizioni personali?
Lo diremmo a Fini, se servisse: ce l'avevi un partito. Anche troppo bello per le tue capacità. Tu l'hai voluto estirpare come se fosse un dente marcio. Ora vedi di non rompere i coglioni.
E lo diciamo anche ai suoi vecchi e nuovi seguaci in terra di Prato: questi giochetti di palazzo sono la dimostrazione di come al giorno d'oggi la politica sia espressione della parte peggiore della società. Davvero volete rimarcare la vostra identità diluita nel calderone berlusconiano? Potevate pensarci prima a dire il vero, ma se proprio non potete farne a meno, anche se tardivamente, date una prova di dignità. Dagli incarichi, specie se ben retribuiti, ci si può sempre dimettere.
Ma che ve lo dico affa'...
26 maggio 2010
Parliamo di cose serie...
I giudici regalano pensioni agli extracomunitari
di Anna Maria Greco (il Giornale 26/05/10)
Per l’Inps è un colpo duro. La Corte costituzionale garantisce l’assegno mensile di invalidità anche agli stranieri extracomunitari. Non più solo a quelli che dopo 5 anni hanno ottenuto la carta di soggiorno, come previsto finora, ma a tutti quelli che hanno i requisiti (non certo i clandestini) e non possono lavorare per un handicap.
Così, mentre governo e Parlamento affrontano la crisi comprimendo lo Stato sociale e tirando la cinghia anche per i benefici agli handicappati, la Consulta va in controtendenza e allarga il numero dei beneficiari dell’assegno.
Così tanto, che alcuni prevedono ora il rischio di una forma di una sorta di «turismo previdenziale» in Italia, con l’arrivo di chissà quanti stranieri invalidi o presunti tali, attirati dalla possibilità di essere mantenuti a spese dello Stato, senza lavorare.
La decisione è già stata presa dai 15 giudici costituzionali, anche se ancora non è pubblica. C’è stata una spaccatura, nella riunione a Palazzo della Consulta, ma alla fine la maggioranza ha accolto il ricorso della Corte di appello di Torino, dichiarando costituzionalmente illegittima la norma che attribuisce l’assegno di invalidità, a italiani, cittadini comunitari ed extracomunitari solo se titolari della carta di soggiorno.
È ancora presto per valutare le conseguenze economiche di questo verdetto, ma certo il nostro già disastrato Istituto per la previdenza sociale dovrà fare i salti mortali per far fronte anche a questo onere. L’assegno è basso, 242,84 euro per 13 mensilità, ma bisogna vedere per quanti si moltiplica. E poi, una volta dichiarato invalido civile, un extracomunitario potrà ottenere a cascata gli altri benefici legati allo status, come la ben più cospicua indennità di accompagnamento e le detrazioni fiscali connesse.
(...)
di Anna Maria Greco (il Giornale 26/05/10)
Per l’Inps è un colpo duro. La Corte costituzionale garantisce l’assegno mensile di invalidità anche agli stranieri extracomunitari. Non più solo a quelli che dopo 5 anni hanno ottenuto la carta di soggiorno, come previsto finora, ma a tutti quelli che hanno i requisiti (non certo i clandestini) e non possono lavorare per un handicap.
Così, mentre governo e Parlamento affrontano la crisi comprimendo lo Stato sociale e tirando la cinghia anche per i benefici agli handicappati, la Consulta va in controtendenza e allarga il numero dei beneficiari dell’assegno.
Così tanto, che alcuni prevedono ora il rischio di una forma di una sorta di «turismo previdenziale» in Italia, con l’arrivo di chissà quanti stranieri invalidi o presunti tali, attirati dalla possibilità di essere mantenuti a spese dello Stato, senza lavorare.
La decisione è già stata presa dai 15 giudici costituzionali, anche se ancora non è pubblica. C’è stata una spaccatura, nella riunione a Palazzo della Consulta, ma alla fine la maggioranza ha accolto il ricorso della Corte di appello di Torino, dichiarando costituzionalmente illegittima la norma che attribuisce l’assegno di invalidità, a italiani, cittadini comunitari ed extracomunitari solo se titolari della carta di soggiorno.
È ancora presto per valutare le conseguenze economiche di questo verdetto, ma certo il nostro già disastrato Istituto per la previdenza sociale dovrà fare i salti mortali per far fronte anche a questo onere. L’assegno è basso, 242,84 euro per 13 mensilità, ma bisogna vedere per quanti si moltiplica. E poi, una volta dichiarato invalido civile, un extracomunitario potrà ottenere a cascata gli altri benefici legati allo status, come la ben più cospicua indennità di accompagnamento e le detrazioni fiscali connesse.
(...)
18 maggio 2010
Amarcord.
Ogni tanto ci vuole...
"Quando il sipario si è abbassato, in un clima di determinazione e di entusiasmo, sul XII congresso nazionale del MSI-DN, a tutti è apparso evidente che la massima assise del movimento non era stata inutile. La proclamazione aperta e senza ipocrisie, giunta al termine di tre intensi giorni di discussione e per bocca del Segretario nazionale, della nostra diretta discendenza dal Fascismo inteso in senso rivoluzionario, cioè moderno e giovane, scelta ed al tempo stesso garanzia di libertà, ha infatti rappresentato per ogni camerata, di qualsiasi età o schieramento interno, un momento magico, sognato da tempo e sempre, fino ad allora, forzatamente accantonato. Lo scrosciante applauso che ha salutato "Il Fascismo è qui" lanciato da Almirante ha quindi segnato una svolta nella vita della Destra di alternativa".
Gianfranco Fini - Dissenso n.52 del 10 marzo 1982
p.s.
Le maiuscole sono originali.
"Quando il sipario si è abbassato, in un clima di determinazione e di entusiasmo, sul XII congresso nazionale del MSI-DN, a tutti è apparso evidente che la massima assise del movimento non era stata inutile. La proclamazione aperta e senza ipocrisie, giunta al termine di tre intensi giorni di discussione e per bocca del Segretario nazionale, della nostra diretta discendenza dal Fascismo inteso in senso rivoluzionario, cioè moderno e giovane, scelta ed al tempo stesso garanzia di libertà, ha infatti rappresentato per ogni camerata, di qualsiasi età o schieramento interno, un momento magico, sognato da tempo e sempre, fino ad allora, forzatamente accantonato. Lo scrosciante applauso che ha salutato "Il Fascismo è qui" lanciato da Almirante ha quindi segnato una svolta nella vita della Destra di alternativa".
Gianfranco Fini - Dissenso n.52 del 10 marzo 1982
p.s.
Le maiuscole sono originali.
21 aprile 2010
Il dissidente.
«Non voglio farmi da parte né stare zitto, Berlusconi accetti che ci sia dissenso»
Parola di Gianfranco Fini.
Chi si aspettava azioni clamorose da parte del presidente della Camera e dei suoi fedelissimi deve rassegnarsi ad attendere ancora. Non che si potessero ragionevolmente prevedere "gesta eroiche" da questi personaggi, ma, sai com'è, la speranza è l'ultima a morire. Hai visto mai che qualcuno un giorno si decida a rischiare poltrona, carriera e pagnotta per un'idea, anche se non per un ideale.
Ora però sarebbe il caso che l'ex capo di aenne si decidesse su che cosa vuol fare da grande; vuole fare una corrente? Già ce l'aveva. Vuole formare dei gruppi parlamentari? Già ce li aveva. Vuole fondare un partito? Già ce l'aveva! Vuole prendere moglie? Già ce l'aveva. Vuole fare figli? Già ce l'aveva. Forse ha ragione Storace quando definisce Fini un "eterno insicuro", che ha bisogno di distruggere tutto ciò che tocca per affermare la propria esistenza. Ha sciolto due partiti, sta lavorando per distruggerne un terzo, ha sciolto un matrimonio, ha dissipato un serbatoio elettorale importante, ha disperso una comunità umana. Perdio qualcuno gli dica di riposarsi!
Magari se mentre si accinge a varare la sua corrente nel Pdl si ricordasse di quando scagliava anatemi contro le correnti di AN, farebbe cosa gradita alla memoria e all'intelligenza. Se mentre reclama libertà di dissenso nel partito di Berlusconi si ricordasse di come il dissenso era stroncato nel partito di Fini, parlerebbe con più prudenza. E se proprio vuole volare, abbia finalmente il coraggio di farlo con le proprie ali, senza i tutori che ha avuto finora: Almirante, Tatarella, Berlusconi. Dimostri cosa vale realmente; e se è destinato a nuovi, più alti traguardi, ben per lui. Gli italiani, anche quelli che ancora votano, se ne faranno una ragione...
Parola di Gianfranco Fini.
Chi si aspettava azioni clamorose da parte del presidente della Camera e dei suoi fedelissimi deve rassegnarsi ad attendere ancora. Non che si potessero ragionevolmente prevedere "gesta eroiche" da questi personaggi, ma, sai com'è, la speranza è l'ultima a morire. Hai visto mai che qualcuno un giorno si decida a rischiare poltrona, carriera e pagnotta per un'idea, anche se non per un ideale.
Ora però sarebbe il caso che l'ex capo di aenne si decidesse su che cosa vuol fare da grande; vuole fare una corrente? Già ce l'aveva. Vuole formare dei gruppi parlamentari? Già ce li aveva. Vuole fondare un partito? Già ce l'aveva! Vuole prendere moglie? Già ce l'aveva. Vuole fare figli? Già ce l'aveva. Forse ha ragione Storace quando definisce Fini un "eterno insicuro", che ha bisogno di distruggere tutto ciò che tocca per affermare la propria esistenza. Ha sciolto due partiti, sta lavorando per distruggerne un terzo, ha sciolto un matrimonio, ha dissipato un serbatoio elettorale importante, ha disperso una comunità umana. Perdio qualcuno gli dica di riposarsi!
Magari se mentre si accinge a varare la sua corrente nel Pdl si ricordasse di quando scagliava anatemi contro le correnti di AN, farebbe cosa gradita alla memoria e all'intelligenza. Se mentre reclama libertà di dissenso nel partito di Berlusconi si ricordasse di come il dissenso era stroncato nel partito di Fini, parlerebbe con più prudenza. E se proprio vuole volare, abbia finalmente il coraggio di farlo con le proprie ali, senza i tutori che ha avuto finora: Almirante, Tatarella, Berlusconi. Dimostri cosa vale realmente; e se è destinato a nuovi, più alti traguardi, ben per lui. Gli italiani, anche quelli che ancora votano, se ne faranno una ragione...
31 marzo 2010
Una brillante sconfitta.
A bocce sufficientemente ferme, con una certa insistenza molti amici mi chiedono un mio commento sui risultati delle regionali particolarmente in Toscana e nella provincia di Prato. Chi segue questo blog avrà sicuramente notato che non mi sono occupato nella maniera più assoluta di questa campagna elettorale. Da tempo ormai ho smesso di appassionarmi allo squallore della politica "praticata" e quindi anche alle sorti dell'ennesimo "agnello sacrificale" che il centrodestra ha voluto offrire al regime cattocomunista della nostra rossa regione. Una semplice osservazione però mi permetto di fare, di tipo "ragionieristico" direi quasi: il PdL, che esulta per un risultato che a livello nazionale può essere considerato più che positivo, in terra di Toscana ha veramente poco da festeggiare. In tutta la provincia di Prato raccoglie 29.602 voti, mentre alle regionali del 2000 i due partiti che poi si sono fusi nel PdL rastrellavano, rispettivamente, AN 20.034 e FI 25.643. In dieci anni i voti sono quasi dimezzati. Così come nel riepilogo regionale i voti sono passati dai 690.509 del 2000 ai 412.118 di questa tornata. Un vero disastro. Un patrimonio elettorale disperso, dilapidato. Certo, diciamolo, nel 2000 la situazione era diversa: c'erano altri partiti, c'erano altri candidati, c'era ancora il voto di appartenenza, c'erano le preferenze. Poi, nel frattempo, Confindustria, qualche banca e qualche loggia hanno rovesciato a Prato una sclerotica sinistra al potere da sempre. E' vero. Ma le responsabilità della classe dirigente del centrodestra toscano, inamovibile, autoreferenziale e parassita sono più che evidenti.
Ma, siamo certi, nessuno pagherà il conto.
Ma, siamo certi, nessuno pagherà il conto.
18 marzo 2010
L'altro mondo.
di A. De Benoist
“Nessun mondo” scrive Philippe Muray, “è mai stato più detestabile di quello attuale”. Ma qual è dunque questo mondo? Dopo l’affondamento del sistema sovietico, si è passati da un mondo diviso in due blocchi a un mondo dominato da una sola potenza, che tenta di imporre la sua legge al pianeta intero. Virtualmente, questo mondo non sarebbe altro che un villaggio globale, dove il progresso economico, dal quale si suppone tutti possano trarre giovamento, accrescerebbe l'ineluttabile evoluzione verso un modello politico, la democrazia liberale rappresentativa, della quale gli Stati Uniti d’America costituirebbero il modello più completo. Alla fine, il mondo diverrebbe un vasto mercato popolato da semplici consumatori, sottomessi di volta in volta all'ordine marciante. Il capitalismo si è deterritorializzato. I raggruppamenti industriali infine hanno dato luogo alla formazione di società transnazionali, i cui bilanci superano di gran lunga quelli dei singoli paesi. Allo stesso tempo, le nazioni sono state invitate ad abolire le loro barriere doganali, ad aprire le loro frontiere alle persone ed ai capitali, a favorire con ogni mezzo la " libera circolazione " dei prodotti e dei beni. Questo è il senso primario di una globalizzazione che supporta la volatilità dei mercati, le delocalizzazioni, la ricerca permanente di una maggiore produttività, la reificazione generalizzata dei rapporti sociali. Questo sistema è fondato sulla trasformazione di tutte le attività viventi in mercantili. Nel mondo del mercato, la legge suprema è la logica del profitto, legittimato da un’antropologia che fa dell’individuo un essere avente il cui obiettivo permanente è la massimizzazione del proprio interesse. La sottomissione progressiva di tutti gli aspetti della vita umana alle esigenze di questa logica destruttura il legame sociale. I media uniformano i desideri e le pulsioni, al prezzo di una radicale desimbolizzazione degli immaginari, produttori di una falsa coscienza, di una coscienza alienata. È esattamente questo il mondo in cui viviamo. Un mondo che ha abolito le distanze e il tempo, dove il capitalismo finanziario non è connesso all'economia reale (la maggioranza degli scambi di capitale non corrispondono più agli scambi di prodotti), dove l'economia reale si sviluppa senza considerazione dei limiti, dove le passioni si riducono agli interessi, dove il valore è ribassato sul prezzo, dove i bambini stessi divengono dei beni (e degli utili) di consumo durevole, dove la politica è ridotta alla porzione congrua, dove i detentori di potere non sono più eletti e dove coloro che sono eletti sono impotenti. Un simile mondo non minaccia soltanto la vita interiore, le identità collettive, la diversità dei viventi. Esso minaccia l'umanità propria dell’uomo. Per contrapporsi alla miseria affettiva ed agli stress materiali che ne risultano, la Forma-Capitale usa strategie differenti. Da un lato, crea senza interruzione nuovi bisogni, moltiplica le distrazioni e i divertimenti, propaga l'idea che non esista felicità se non in un consumo il cui orizzonte è continuamente riposto più lontano. Dall’altro lato, il suo pretesto di lottare contro il “populismo”, il “comunitarismo”, il “terrorismo”, rafforza le procedure di controllo e di sorveglianza. Si restringono le libertà con il pretesto della sicurezza. Per smorzare la portata dei movimenti sociali, per distogliere la gente dal porsi domande, per disarmare le nuove “classi pericolose” e rendere inoperante la loro velleità di rivolta, crea nemici onnipresenti, demonizzabili a piacimento, strumentalizza i conflitti culturali e gli urti tra comunità. Come sempre, si divide percomandare. L'obiettivo è quello di instaurare tutto ciò che crea caos per continuare a regnare senza alcuna minaccia. (....)
“Nessun mondo” scrive Philippe Muray, “è mai stato più detestabile di quello attuale”. Ma qual è dunque questo mondo? Dopo l’affondamento del sistema sovietico, si è passati da un mondo diviso in due blocchi a un mondo dominato da una sola potenza, che tenta di imporre la sua legge al pianeta intero. Virtualmente, questo mondo non sarebbe altro che un villaggio globale, dove il progresso economico, dal quale si suppone tutti possano trarre giovamento, accrescerebbe l'ineluttabile evoluzione verso un modello politico, la democrazia liberale rappresentativa, della quale gli Stati Uniti d’America costituirebbero il modello più completo. Alla fine, il mondo diverrebbe un vasto mercato popolato da semplici consumatori, sottomessi di volta in volta all'ordine marciante. Il capitalismo si è deterritorializzato. I raggruppamenti industriali infine hanno dato luogo alla formazione di società transnazionali, i cui bilanci superano di gran lunga quelli dei singoli paesi. Allo stesso tempo, le nazioni sono state invitate ad abolire le loro barriere doganali, ad aprire le loro frontiere alle persone ed ai capitali, a favorire con ogni mezzo la " libera circolazione " dei prodotti e dei beni. Questo è il senso primario di una globalizzazione che supporta la volatilità dei mercati, le delocalizzazioni, la ricerca permanente di una maggiore produttività, la reificazione generalizzata dei rapporti sociali. Questo sistema è fondato sulla trasformazione di tutte le attività viventi in mercantili. Nel mondo del mercato, la legge suprema è la logica del profitto, legittimato da un’antropologia che fa dell’individuo un essere avente il cui obiettivo permanente è la massimizzazione del proprio interesse. La sottomissione progressiva di tutti gli aspetti della vita umana alle esigenze di questa logica destruttura il legame sociale. I media uniformano i desideri e le pulsioni, al prezzo di una radicale desimbolizzazione degli immaginari, produttori di una falsa coscienza, di una coscienza alienata. È esattamente questo il mondo in cui viviamo. Un mondo che ha abolito le distanze e il tempo, dove il capitalismo finanziario non è connesso all'economia reale (la maggioranza degli scambi di capitale non corrispondono più agli scambi di prodotti), dove l'economia reale si sviluppa senza considerazione dei limiti, dove le passioni si riducono agli interessi, dove il valore è ribassato sul prezzo, dove i bambini stessi divengono dei beni (e degli utili) di consumo durevole, dove la politica è ridotta alla porzione congrua, dove i detentori di potere non sono più eletti e dove coloro che sono eletti sono impotenti. Un simile mondo non minaccia soltanto la vita interiore, le identità collettive, la diversità dei viventi. Esso minaccia l'umanità propria dell’uomo. Per contrapporsi alla miseria affettiva ed agli stress materiali che ne risultano, la Forma-Capitale usa strategie differenti. Da un lato, crea senza interruzione nuovi bisogni, moltiplica le distrazioni e i divertimenti, propaga l'idea che non esista felicità se non in un consumo il cui orizzonte è continuamente riposto più lontano. Dall’altro lato, il suo pretesto di lottare contro il “populismo”, il “comunitarismo”, il “terrorismo”, rafforza le procedure di controllo e di sorveglianza. Si restringono le libertà con il pretesto della sicurezza. Per smorzare la portata dei movimenti sociali, per distogliere la gente dal porsi domande, per disarmare le nuove “classi pericolose” e rendere inoperante la loro velleità di rivolta, crea nemici onnipresenti, demonizzabili a piacimento, strumentalizza i conflitti culturali e gli urti tra comunità. Come sempre, si divide percomandare. L'obiettivo è quello di instaurare tutto ciò che crea caos per continuare a regnare senza alcuna minaccia. (....)
22 febbraio 2010
Eccoli, arrivano. E cambierà tutto.
E rieccoci. Puntuali come le bollette del gas e altrettanto molesti, con l'approssimarsi delle elezioni, spuntano gli "amici" peroranti la giusta causa. Ti chiedono, "in nome dei vecchi tempi", una firmetta per presentare la lista. "Sai, vogliono farci fuori - questa legge elettorale è un imbroglio - un ostacolo quasi insormontabile - pensa: quantemila firme..." e bla, bla, bla. A parte il fatto che non firmo più niente se non davanti ai miei avvocati, ma le firme di sottoscrizione delle liste, ultimamente, non erano tutte false? E che vuoi da me? Fai firmare Garibaldi, Totò, Biancaneve, e fottitene. Tanto, male che vada, la sanzione per questa truffa sarà puramente amministrativa.
E poi, quanto ancora devo ripetervi che non ho nessuna intenzione di recarmi al seggio? Che da diversi anni ormai non mi ci reco? Scandalo! Gli "amici" restano interdetti. "Ma come? Tu?" e via le solite filippiche: il voto diritto-dovere, l'astensionismo è un male, rafforza quegli altri, fallo per i vecchi ideali, ci manca solo "il momento è catartico" e poi lo zelig è completo. Ti dicono: abbiamo la possibilità, questa volta, di strappare la Toscana alla sinistra! Minchia! E sai come me la godo. Mettere la Faenzi al posto di Rossi è una di quelle cose per le quali darei la vita...
Una vera rivoluzione, un cambio epocale, l'avverarsi di un sogno a lungo inseguito...
Roba da non dormirci la notte. Come avrò fatto fino ad oggi a convivere con il rimorso di non aver votato alle scorse amministrative? Con la consapevole colpevolezza che, se anche fossi stato residente a Prato, non sarei andato a votare manco al ballottaggio? E adesso avrei il rimpianto di non aver contribuito col mio voto a quella grande svolta che ha consentito di sostituire Bencini con Borchi, Giovagnoli con Bernocchi, Mazzoni con la Beltrame e ...Milone con Milone!
Suvvia "amici": lasciate noi vecchi idealisti e sognatori alle nostre dilettevoli ed inutili occupazioni. Le cose serie, quelle importanti, da cui dipendono le sorti nostre e dei nostri figli, le lasciamo a voi. Siamo sicuramente in buone mani...
16 febbraio 2010
La tangente è viva e lotta insieme a noi.
Qualcuno pensava che con la seconda repubblica il fenomeno della corruzione politica si fosse quantomeno attenuato? Che dopo lo sconquasso delle inchieste su tangentopoli i protagonisti della scena politica nostrana si fossero almeno fatti un po' più prudenti?
L'irruzione della cosiddetta "società civile" nella gestione della cosa pubblica e la contemporanea dissoluzione dei partiti tradizionali non hanno portato quel rinnovamento che ci si aspettava. Anzi, l'ingresso dei nuovi attori sulla scena politica ha comportato l'avvento di un'etica a volte persino peggiore di quella corrotta e decadente dei vecchi partiti "di regime". Tutto come prima, dunque?
No, una cosa è cambiata: non ci sono più i "carabinieri missini" a presidiare le istituzioni, a sorvegliare queste vere e proprie "cittadelle del malaffare". Nessuno più denuncia le irregolarità, gli illeciti e gli intrecci tra politica ed economia. Perché gli ex missini ancora in servizio, un tempo gli unici allenati all'opposizione e al rigore morale, sono diventati qua e là forza di governo e quindi sono passati dall'altra parte della barricata; e perché gli ex amministratori della sinistra, precipitati qua e là all'opposizione, non hanno voglia, interesse e cultura per denunciare il malaffare, avendola, quella parte della barricata, occupata per lunghissimo tempo.
"Oggi - dice Fini - chi ruba non lo fa per il partito ma solo per se stesso". Non sappiamo sulla base di quale esperienza il presidente della Camera faccia questa affermazione. Avrà i suoi buoni motivi. A noi pare che manchino quegli uomini che in tempi molto più difficili degli attuali, svolgevano con serietà il loro mandato non a favore solo di un partito, ma a vantaggio di tutta la collettività.
15 febbraio 2010
Nel fango.
Dal Corriere della Sera:
L'inchiesta di Firenze: gli appalti,
gli imprenditori e i contatti con i politici
Le telefonate di Verdini (Pdl) e Fusi della Bpt
ROMA — «Nel corso dell’attività d’indagine sono stati raccolti numerosi elementi riferiti all’operatività di una struttura facente capo a due alti funzionari del ministro delle Infrastrutture, Angelo Balducci e Fabio De Santis, finalizzata all’illecita ripartizione dei lavori appaltati nell’ambito dei Grandi eventi». Comincia così l’informativa del Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri, sezione Anticrimine di Firenze, che il 15 ottobre scorso riferiva ai magistrati il presunto intreccio di corruzione e altri legami tra gli uomini che circolavano intorno alla Protezione civile e un gruppo di imprenditori. I quali, a loro volta erano in collegamento con uomini politici utilizzati per facilitare affari, incontri e contatti.
Dalle intercettazioni racchiuse nel rapporto emergono i nomi dei parlamentari del Pdl Denis Verdini, Altero Matteoli, Mario Pepe e Guido Viceconte. Ascoltati mentre s’intrattengono al telefono con alcuni dei principali inquisiti dell’inchiesta, che a loro volta hanno rapporti privilegiati con chi gestisce gli appalti fuori controllo per la realizzazione dei Grandi eventi, a partire da Balducci e De Santis. «È stata documentata la corresponsione ai predetti funzionari di utilità di varia natura da parte di un cartello di imprenditori in cui sono inseriti, tra gli altri, Francesco De Vito Piscicelli e Diego Anemone», scrivono i carabinieri. Piscicelli è l’uomo sorpreso a dire che la notte del terremoto in Abruzzo rideva pensando a quanto ci si poteva guadagnare (anche se lui ha negato, chiedendo scusa); Anemone è l’imprenditore (ora in carcere) ascoltato e pedinato mentre parlava e s’incontrava con Guido Bertolaso.
«È stato documentato — si legge ancora nel rapporto del Ros—che prima Vincenzo De Nardo e successivamente Riccardo Fusi, rispettivamente amministratore delegato e presidente del Consiglio di amministrazione della Baldassini Tognozzi Pontello (Bpt) spa, tramite l’imprenditore De Vito Piscicelli, hanno allacciato rapporti con Balducci, De Santis e un’altra funzionaria ministeriale, entrando gradualmente a far parte di questo ristretto gruppo di imprenditori favorito nelle aggiudicazioni dall’ing. Balducci e dai suoi collaboratori»; quelli che, solo per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia avevano assegnato, già nel dicembre 2007, «undici opere da realizzarsi in varie città del territorio nazionale, per un importo complessivo di circa 339 milioni di euro».
Il trio De Vito Piscicelli-Di Nardo-Fusi, secondo il rapporto dei carabinieri, «ha avuto la preventiva assicurazione che alcuni lavori (del 150˚ anniversario e del G8 alla Maddalena, ndr) sarebbero stati aggiudicati in favore delle loro imprese unite in associazione temporanea». Ma non solo: «De Vito Piscicelli, avvalendosi dei suoi consolidati ottimi rapporti con Balducci e De Santis, ha richiesto a questi di intervenire presso il ministero delle Infrastrutture al fine di far assegnare alla Bpt spa di Riccardo Fusi il cantiere per la realizzazione della Scuola marescialli dei carabinieri di Firenze».
Per questa «mediazione» De Vito Piscicelli ha chiesto a Fusi un compenso di un milione e mezzo di euro giustificato con la sua antica e consolidata rete di conoscenze, riassunta così in una telefonata del febbraio 2008: «Io ti ho messo a disposizione, a te e ai tuoi uomini, il mio background di dieci anni di buttamento di sangue... Perché sono convinto che insieme possiamo fare delle cose... Io ne avrò benefici e tu altrettanto... Io mi sono giocato dieci anni di rotture di c... di investimenti di tutti i tipi, capisci?».
Fusi in quella conversazione diceva di capire, ma nel frattempo si rivolgeva anche ad altri amici. Uno sembra essere l’onorevole Denis Verdini, già esponente di spicco di Forza Italia e ora coordinatore del Popolo della libertà. Le telefonate tra lui e Fusi sono decine. In un’occasione — riferiscono gli investigatori — il deputato si vanta con l’imprenditore fiorentino di aver contribuito a far nominare Provveditore alle opere pubbliche della Toscana Fabio De Santis, uno dei quattro finiti in carcere nei giorni scorsi.
«Ti volevo dire—racconta a Fusi il 21 gennaio 2009 — quella cosa lì romana è andata a buon fine, ma è stata dura eh... diglielo ai nostri... Poi lui... devo dire... è stato molto corretto con me... il piacere me l’ha fatto... tra l’altro ho parlato con il suo capo il quale ha detto "Va bè, se è per Denis... allora si fa". È stata una cosa dura... comunque... una cosa tosta... falla pesà, insomma». Dieci mesi prima, il 3 marzo 2008, Fusi e Verdini parlavano del «coinvolgimento in una comune operazione dell’imprenditore parmense Pizzarotti».
Verdini: «Senti me... ma te con Pizzarotti come stai?».
Fusi: «Io lo conosco, ho un buon rapporto... però c’è stata quella storia degli ospedali della Toscana... Lui si sta facendo l’interporto di Santa Croce.... le ferrovie a Bologna... roba grossa insomma, capito (...). Io non so perché serve, ma insomma...».
Verdini: «Serve per quello che tu sai... perché sembrerebbe che lì ci fossero delle possibilità... ma da andare a stuzzicare... bisogna sapere che rapporto c’hai, insomma...».
Il 28 marzo 2008, invece, discutevano di un’operazione bancaria condotta sul Credito cooperativo fiorentino.
Fusi: «Ti volevo dire, ho parlato ora con Biagini, volevo...».
Verdini: «Sì, si è fatto tutto... un po’ di fatica... ma insomma si è fatto tutto». Un mese più tardi, il 24 aprile del 2008, parlando della composizione del nuovo governo Berlusconi, a Fusi che chiedeva se poteva stare tranquillo Verdini rispondeva: «Tu devi stare tranquillo, perché io ho preso una decisione... A me mi era toccato l’Ambiente (cioè il ministero, ndr)... Però esco fuori, perché se accetto mi tocca rinunciare a tutto, lasciare la banca, capito? Quindi non posso... (...) diventerò capo del partito, prenderò il posto di Bondi (ex coordinatore di Forza Italia, ndr), anche di quello nuovo... ».
Fusi: «Te l’hai capito? Che c’è tutto il mondo... ».
Verdini: «Non ti preoccupare, siamo messi bene...».
Nell’estate di quell’anno Fusi sollecita a Verdini (che in un’occasione chiede all’imprenditore l’elicottero: «Mi sa che mi serve», e quello risponde pronto: «È a tua disposizione, quando dove e perché») un incontro con Altero Matteoli, ministro delle Infrastrutture, per discutere la vicenda della Scuola dei marescialli. Il 5 agosto l’imprenditore parla direttamente col ministro.
Fusi: «Come funzioni, sei già in vacanza? Ci si può vedere un minuto?».
Matteoli: «No, io me ne vado stanotte e torno il 27 a Roma».
Fusi: «Ah, il 27, ho capito, niente allora... So che ci dovrebbe essere stato un po’ di sviluppi per quanto riguarda la Scuola di Firenze... Dovrebbe arrivare al ministero una situazione abbastanza importante perché... l’Autorità di vigilanza ha riscontrato varie irregolarità...».
Matteoli: «Però io... fino al 27 non torno a Roma ».
Fusi: «Ho capito, va bene».
Matteoli: «Ok, buone vacanze».
L’8 ottobre Fusi e Verdini parlano ancora della stessa cosa.
Fusi: «Poi ti volevo dire... con il ministro Matteoli... per quella storia della Scuola dei marescialli, che è nell’interesse dello Stato questa cosa, se si potesse anticipare... Se ci fosse verso che ci mettesse le mani lui...».
Verdini: «Con lui ho fissato che ci si sente a fine settimana... ora fammi fare... faccio lui e poi faccio quest’altro...».
03 febbraio 2010
Candidature di servizio.

Avercela una faccia. Si potrebbe anche perderla. A volte viene da dubitare che taluni non si rendano conto di che materiale ce l’hanno.
La scelta del candidato del PdL per la presidenza della Regione Toscana, ha fugato qualche dubbio.
Basta leggere le dichiarazioni al riguardo di Riccardo Migliori, ex potente ras toscano di Alleanza Nazionale: “io sono candidabile da vent’anni e non sono mai stato candidato.” Perbacco. Se andiamo a frugare nei meandri dell’esperienza personale, si può tranquillamente affermare che da trentacinque anni non si ricorda che Migliori non sia stato candidato a qualcosa. Qualcosa di concreto, beninteso. Candidature che hanno sempre avuto il crisma della garanzia di elezione. Non si ricordano occasioni in cui egli sia mai stato messo in discussione. Casomai è stato Migliori che per lungo tempo ha deciso delle candidature altrui. Fino a quando il partito gli ha consentito di farlo. Adesso che quel partito non c’è più, anche a lui è toccato di subire un’esclusione. Umiliante, per di più. In quanto sembra maturata sul filo di mere considerazioni di immagine, estetiche quasi. Insomma, Migliori non è una bella fanciulla e quindi non è dotato del requisito indispensabile nell’era berlusconiana. Chi se ne frega se forse è il più bravo di tutti. Se probabilmente è uno dei pochi in grado di distinguere una legge regionale da un pianoforte a coda…
Peccato, perché ci hanno privati della possibilità di vederlo, finalmente, alle prese con una vera “candidatura di servizio”, una di quelle che non ti garantiscono altro che la sconfitta. E alle quali, il personaggio, non è per niente abituato.
19 gennaio 2010
Decennale.
A margine della vergognosa beatificazione istituzionale che gran parte della casta sta tributando a Bettino Craxi nel decennale della scomparsa, pubblichiamo l'editoriale di "Confini" del Febbraio 2002. Niente da aggiungere.
No grazie. Scusateci ma non ci stiamo. Il processo di “beatificazione” dell’ex ledaer socialista morto latitante (non in esilio) ad Hammamet fatelo senza di noi. La patetica cerimonia commemorativa tenuta dagli amici vecchi e nuovi di Craxi meritava più di una precisazione da parte dei vertici di AN, delle prese di distanza, dei distinguo, degli altolà. Che naturalmente non ci sono stati. Così se da una parte Berlusconi ha potuto parlare “dell’amico Bettino” come di un personaggio a cui l’Italia deve eterna riconoscenza, se Casini ha affermato che “Craxi non meritava di morire con il marchio dell’infamia”, nessuno si è preso la briga di ristabilire un minimo di verità storica. Di una storia peraltro recentissima, che non consente vuoti di memoria. A noi pare di ricordare che vi fosse una combriccola di ladroni che hanno saccheggiato l’Italia, che l’hanno portata sull’orlo del baratro, che hanno scaricato il peso delle loro ruberie sulle spalle degli italiani, in particolare sui ceti meno abbienti. Pare di ricordare che i guasti che provocarono furono tali e tanti che tuttora ne patiamo le conseguenze in termini di quantità e qualità dei servizi che il Paese è in grado di erogare. Quanta parte delle attuali disfunzioni della sanità, dei trasporti, della scuola, della pubblica amministrazione è da ricondurre al peso della corruzione che su questi ed altri comparti gravava negli anni del craxismo imperante? E, soprattutto, quanto di quel sistema di corruzione è sopravvissuto ai nostri giorni? Sarebbe ora che tutti quelli che ci chiedono quotidianamente abiure sul nostro passato cominciassero a prendere seriamente le distanze da quel sistema di corruttela. Tanto per rassicurare noi e i nostri elettori. Tanto per non dare l’impressione che si voglia avallare la singolare tesi difensiva di Craxi il quale affermava che essendo quello il sistema e che tutti i partiti lo sapevano e ne beneficiavano, nessuno poteva dirsi colpevole. No, caro Bettino, c’era un partito che era estraneo a quel sistema di corruzione; che sapeva ma non beneficiava, anzi denunciava. Da anni, con forza e rigore. Era il Movimento Sociale Italiano, il partito sano, onesto, incorrotto che ha consentito la nascita di Alleanza Nazionale. Oggi i massimi dirigenti di AN (gli stessi del MSI) sembra abbiano dimenticato questo piccolo ma essenziale passaggio storico. Sembrano vergognarsi non solo delle lontane origini fasciste ma anche del recente passato missino. Tanto che il presidente Fini, che nel 1987 (congresso di Sorrento) diventò Segretario Nazionale affermando di voler “portare il fascismo negli anni duemila”, è costretto a rinnegare quanto dichiarò nel 1994: cioè che considerava Mussolini il più grande statista del novecento. Oggi, ministro della Repubblica, rappresentante dell’Italia alla Convenzione per la Costituzione europea, dice che i suoi riferimenti ideali sono piuttosto Giolitti, Einaudi e De Gasperi. Di questo passo il riconoscimento di Craxi come “il più grande statista del novecento” dobbiamo sicuramente aspettarcelo. Ma, per favore, non chiedeteci di esporre la sua fotografia nelle nostre sedi…
No grazie. Scusateci ma non ci stiamo. Il processo di “beatificazione” dell’ex ledaer socialista morto latitante (non in esilio) ad Hammamet fatelo senza di noi. La patetica cerimonia commemorativa tenuta dagli amici vecchi e nuovi di Craxi meritava più di una precisazione da parte dei vertici di AN, delle prese di distanza, dei distinguo, degli altolà. Che naturalmente non ci sono stati. Così se da una parte Berlusconi ha potuto parlare “dell’amico Bettino” come di un personaggio a cui l’Italia deve eterna riconoscenza, se Casini ha affermato che “Craxi non meritava di morire con il marchio dell’infamia”, nessuno si è preso la briga di ristabilire un minimo di verità storica. Di una storia peraltro recentissima, che non consente vuoti di memoria. A noi pare di ricordare che vi fosse una combriccola di ladroni che hanno saccheggiato l’Italia, che l’hanno portata sull’orlo del baratro, che hanno scaricato il peso delle loro ruberie sulle spalle degli italiani, in particolare sui ceti meno abbienti. Pare di ricordare che i guasti che provocarono furono tali e tanti che tuttora ne patiamo le conseguenze in termini di quantità e qualità dei servizi che il Paese è in grado di erogare. Quanta parte delle attuali disfunzioni della sanità, dei trasporti, della scuola, della pubblica amministrazione è da ricondurre al peso della corruzione che su questi ed altri comparti gravava negli anni del craxismo imperante? E, soprattutto, quanto di quel sistema di corruzione è sopravvissuto ai nostri giorni? Sarebbe ora che tutti quelli che ci chiedono quotidianamente abiure sul nostro passato cominciassero a prendere seriamente le distanze da quel sistema di corruttela. Tanto per rassicurare noi e i nostri elettori. Tanto per non dare l’impressione che si voglia avallare la singolare tesi difensiva di Craxi il quale affermava che essendo quello il sistema e che tutti i partiti lo sapevano e ne beneficiavano, nessuno poteva dirsi colpevole. No, caro Bettino, c’era un partito che era estraneo a quel sistema di corruzione; che sapeva ma non beneficiava, anzi denunciava. Da anni, con forza e rigore. Era il Movimento Sociale Italiano, il partito sano, onesto, incorrotto che ha consentito la nascita di Alleanza Nazionale. Oggi i massimi dirigenti di AN (gli stessi del MSI) sembra abbiano dimenticato questo piccolo ma essenziale passaggio storico. Sembrano vergognarsi non solo delle lontane origini fasciste ma anche del recente passato missino. Tanto che il presidente Fini, che nel 1987 (congresso di Sorrento) diventò Segretario Nazionale affermando di voler “portare il fascismo negli anni duemila”, è costretto a rinnegare quanto dichiarò nel 1994: cioè che considerava Mussolini il più grande statista del novecento. Oggi, ministro della Repubblica, rappresentante dell’Italia alla Convenzione per la Costituzione europea, dice che i suoi riferimenti ideali sono piuttosto Giolitti, Einaudi e De Gasperi. Di questo passo il riconoscimento di Craxi come “il più grande statista del novecento” dobbiamo sicuramente aspettarcelo. Ma, per favore, non chiedeteci di esporre la sua fotografia nelle nostre sedi…
15 gennaio 2010
Quando sento parlare di cultura...
Sarà stato per sfoggiare un po’ di quella cultura alla cui guida è stata chiamata dal primo sindaco non-comunista della città. Sarà stata una fatale disattenzione. Sarà stato per pagare un piccolo pegno a certe forze politiche dell’ex “galassia nera”.
Sarà,semplicemente,che non sapeva di chi stava parlando, ma l’uscita dell’assessora alla cultura del comune di Prato, Anna Beltrame, ci ha lasciati di stucco.
Nell’ambito del suo intervento durante il consiglio sulla cultura, richiesto dal PD, si è esibita in una citazione di -nientepopodimenoché- Ezra Pound, secondo il quale “la cultura inizia quando si riesce a fare una cosa senza sforzo”.
Chissà se l’assessora conosce davvero il poeta dei cantos. Chissà se ne conosce, oltre le opere, anche la vita e le scelte che fece in perfetta coerenza con quella che fu la sua più grande ed immortale massima: "Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee, o le sue idee non valgono niente o non vale niente lui".
Noi, per aiutarla, pubblichiamo una breve selezione da Wikipedia.
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Dal 1941 al 1943 Pound realizzò a Roma per la radio italiana numerose trasmissioni in inglese in cui difendeva il fascismo e accusava gli angloamericani e la finanza internazionale di aver provocato la guerra contro i paesi che si erano ribellati al giogo dell'usura. Trasmesse in Gran Bretagna e Stati Uniti, queste trasmissioni gli valsero un'incriminazione per tradimento da parte del governo americano.
Durante la Repubblica Sociale Italiana continuò la sua attività giornalistica e compose due canti in italiano in cui ribadiva la solidarietà al fascismo.
Il 3 maggio 1945 fu arrestato da partigiani italiani e consegnato ai militari statunitensi, che lo trattennero per alcune settimane a Genova e poi lo trasferirono in un campo di prigionia dell'esercito americano a Metato, presso Pisa.
Dopo alcune settimane di reclusione in una cella di sicurezza (la "gabbia da gorilla", disse lui), subì un tracollo fisico e mentale. Gli fu allora assegnata una tenda presso l'infermeria e gli fu consentito di scrivere. Qui compose gli undici Canti pisani.
A fine novembre fu trasferito in aereo a Washington per il processo. In seguito a una perizia psichiatrica che lo dichiarò infermo di mente, il processo fu rinviato e Pound fu internato nell'ospedale criminale federale di St. Elizabeth di Washington.
05 gennaio 2010
Attaccano Fini? Sono degli sporchi fascisti.
Nell'ambito della ormai quotidiana polemica de "Il Giornale" nei confronti del presidente della Camera, spunta un nuovo elemento di riflessione.
Vittorio Feltri dice di Fini, con una buona dose di verità in effetti, che a forza di cambiare idee non glie ne sono rimaste più e che deve farsene prestare qualcuna dalla sinistra. Poi lo attacca sulla gestione del patrimonio immobiliare dell'ex AN e su altre cosette profane, addirittura paragonandolo a Di Pietro. Fin qui niente di nuovo, potremmo dire. E come reagisce, invece, Farefuturo la fondazione dei finiani più finiani di Fini? Semplice: con un anatema che, i meno giovani ricorderanno, serviva a demonizzare ogni avversario e ad annichilire ogni ulteriore possibilità di contraddittorio. Feltri è un fascista! E questo taglia la testa al toro, con lui non si discute.
I finiani, gli ultimi baluardi dell'antifascismo militante!
Chissà perché ci viene da pensare ad un tragico corto-circuito?
Vittorio Feltri dice di Fini, con una buona dose di verità in effetti, che a forza di cambiare idee non glie ne sono rimaste più e che deve farsene prestare qualcuna dalla sinistra. Poi lo attacca sulla gestione del patrimonio immobiliare dell'ex AN e su altre cosette profane, addirittura paragonandolo a Di Pietro. Fin qui niente di nuovo, potremmo dire. E come reagisce, invece, Farefuturo la fondazione dei finiani più finiani di Fini? Semplice: con un anatema che, i meno giovani ricorderanno, serviva a demonizzare ogni avversario e ad annichilire ogni ulteriore possibilità di contraddittorio. Feltri è un fascista! E questo taglia la testa al toro, con lui non si discute.
I finiani, gli ultimi baluardi dell'antifascismo militante!
Chissà perché ci viene da pensare ad un tragico corto-circuito?
11 dicembre 2009
Consiglieri per gli acquisti.
I coordinatori provinciali del Pdl pratese, Riccardo Mazzoni e Filippo Bernocchi, invitano tutti i rappresentanti del partito nelle istituzioni (Parlamento, Regione, Provincia, Comune e Circoscrizioni) a fare una giornata di shopping natalizio nei negozi del centro storico. “Si tratta - spiegano - di un atto simbolico e insieme concreto per rendere visibile l’attenzione del Pdl su uno dei problemi cruciali di Prato, e cioè il progressivo depauperamento di quello che dovrebbe essere il cuore pulsante della città.”
Perbacco, che menti! C’è da restare sbalorditi di fronte a tanto acume! Davvero non si capisce come mai Tremonti non abbia ancora ingaggiato questi due superbi economisti nel suo dicastero…
E dire che uno dei due è anche assessore alle “grandi opere” del comune di Prato; dopo il ripristino della “cocomerata” di ferragosto, possiamo dire che mai delega fu più appropriata.
Sveglia ragazzi: non è perché adesso siete al servizio del cavaliere che la vita è diventata un programma televisivo. Non siete ad Ok-il-prezzo-è-giusto, forse, al limite su Scherzi-a-parte.
02 dicembre 2009
PdL al capolinea?
"Mordi la mano che ti nutre,
prosciuga la vena che sanguina.
A terra, inginocchiato,
rompo l'ultima parte dell'amore per te"
Post Blue (Placebo)
Nel grande frullatore che è diventata la politica italiana entra di prepotenza un nuovo elemento: il fuori-onda. Non del tutto nuovo in verità. Una quindicina di anni fa, agli albori della santa alleanza tra Forza Italia e AN, il mellifluo Buttiglione fu beccato a tentar di convincere un imbarazzato Tajani a disfarsi di quel fascio di Fini per mettersi con gli ex DC.
Oggi tocca all’ex fascio farsi pizzicare in imbarazzante colloquio con un “nemico” del suo datore di lavoro.
Da vittima dell’imboscata microfonica a carnefice. Del Popolo della Libertà. Si, perché qualcuno giura che il nuovo soggetto politico non esista più: troppo popolo, poca libertà, ha sempre denunciato l’ex leader di AN. Almeno da quando si è accorto che il “sovrano” aveva troppo potere e che il sovrano non era lui.
Adesso, si dice, deve scegliere: o dentro il PdL o fuori. O ne condivide i progetti, compresa la difesa a oltranza di Berlusconi dagli attacchi giudiziari, o se ne va.
Così, sembra che sia stato allestito in tutta fretta un sondaggio per capire che seguito elettorale potrebbe avere un nuovo partito capeggiato da Fini. Il risultato è stato deludente: poco più del cinque per cento. Meno del movimento sociale dei tempi peggiori. Complimenti a questo uomo che si era trovato fortunosamente in mano un partito del sedici per cento e che, attraverso percorsi tortuosi e incomprensibili, è arrivato a questo brillante risultato. Che fosse uno statista già lo sapevamo. Adesso sappiamo che è anche un grande stratega.
17 novembre 2009
Se Prato ricorda Danilo Michelacci.
In occasione della visita di Gianfranco Fini al consiglio comunale di Prato riunito in seduta straordinaria, Maurizio Bettazzi, che del consiglio comunale è il presidente, ha ricordato nel suo intervento Danilo Michelacci, storico consigliere del Movimento Sociale. Da quanto abbiamo appreso dai resoconti della stampa, Bettazzi ha voluto stigmatizzare l'inciviltà dell'emarginazione cui le forze egemoni della sinistra sottoponevano Danilo negli anni duri e difficili delle ideologie. Vogliamo ringraziare Bettazzi per questo sasso lanciato nello stagno della memoria, ma ci teniamo anche a rassicurarlo, per aver vissuto sulla nostra pelle le stesse vicissitudini, che l'emarginazione patita ad opera della sinistra era, all'epoca, l'ultima delle nostre preoccupazioni. Semmai il fatto che i comunisti abbandonassero l'aula ad ogni nostro intervento, era motivo di orgoglio e di soddisfazione. Una piccola medaglietta al valore. Il nostro.
Non sappiamo, invece, che effetto avrebbe potuto fare al nostro Michelacci, fascista di provata fede, reduce dai campi di prigionia americani di Hereford, assistere alla riunione di quel consiglio comunale pieno di antifascisti e di massoni, dal quale è stato bandito da tempo ogni riferimento a quelli che furono i suoi ideali.
Non possiamo saperlo perché sono vent'anni che ci manca. Ma noi che siamo ormai gli ultimi che hanno avuto la fortuna e il privilegio di essergli stati camerati e discepoli, possiamo tranquillamente immaginare che avrebbe, fascisticamente, preso qualcuno a calci in culo.
(clicca sul titolo, vai a pag. 2200)
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Non sappiamo, invece, che effetto avrebbe potuto fare al nostro Michelacci, fascista di provata fede, reduce dai campi di prigionia americani di Hereford, assistere alla riunione di quel consiglio comunale pieno di antifascisti e di massoni, dal quale è stato bandito da tempo ogni riferimento a quelli che furono i suoi ideali.
Non possiamo saperlo perché sono vent'anni che ci manca. Ma noi che siamo ormai gli ultimi che hanno avuto la fortuna e il privilegio di essergli stati camerati e discepoli, possiamo tranquillamente immaginare che avrebbe, fascisticamente, preso qualcuno a calci in culo.
(clicca sul titolo, vai a pag. 2200)
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24 settembre 2009
Alemanno contro Casapound.
dal Corriere della Sera.
Alle 19 la fiaccolata anti-razzismo. Alemanno contro la presenza del centro sociale di destra: inopportuni.
BIPARTISAN - Un corteo che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe vedere in piazza gli interi consigli di Comune, Provincia e Regione, con una folta rappresentanza di assessori, sindacali dalla Cgil all'Ugl, parlamentari romani, ma anche adesioni di testate giornalistiche come quella de Il Secolo d'Italia. Una fiaccolata che dopo le bottiglie incendiare al centro sociale di destra «Gens Romana» vuole anche mostrare le istituzioni unite al di là delle tensioni tra poli perchè Roma non sia nuovamente teatro di scontri ideologici come avvenne negli anni '70.
LA POLEMICA - Ma il clima della vigilia è intaccato dalla polemica tra il sindaco Alemanno e il centro sociale Casapound, dopo che quest'ultimo ha annunciato la sua presenza nel corteo. «Preso atto dell'adesione di Casapound alla fiaccolata - ha detto il sindaco - penso che la loro presenza non sia opportuna e li invito a non partecipare alla manifestazione così da evitare qualsiasi interpretazione sbagliata che possa portare a momenti di tensione». E il presidente dell'Anpi Roma e Lazio Massimo Rendina annuncia: «Pensando alle manifestazioni fasciste che organizzano, mi sembra che questa scelta di Casapound abbia il sapore della provocazione. Se ci saranno loro non ci saremo noi».
IL CENTRO SOCIALE - Da parte del centro sociale arriva la replica: «Abbiamo aderito alla manifestazione perché, lungi dai buonismi di facciata, ne condividiamo filosofia e motivazioni», dice Gianluca Iannone, presidente di Casapound. «Leggiamo tuttavia dichiarazioni di sdegno nei confronti della nostra partecipazione, dichiarazioni che provengono da coloro che si autodefiniscono maestri di tolleranza. Registriamo l'appello del Sindaco di Roma. Ci sembra chiaro da che parte si trovino gli intolleranti. Non parteciperemo più all'evento perché evidentemente ne avevamo frainteso il senso: non dar voce a tutti, ma a coloro che continuano ad attaccare Casapound senza alcun fondamento di verità. È proprio vero che nel mondo degli uguali c'è sempre chi è più uguale degli altri».
22 settembre 2009
Destra e sinistra nell'era Berlusconi.
Questo potrebbe essere un tema interessante per un dibattito se qualche addetto ai lavori si prendesse la briga di organizzarlo. Certo, non deve essere facile per tutti coloro impegnati nell'alacre e sotterraneo spoil system susseguente alla vittoria di Cenni trovare un po' di tempo per parlare di queste bazzecole, ma noi ci proviamo. Consapevoli che termini come destra e sinistra in questa Italia bipolare e tendente al bipartitico trovano difficile collocazione e spesso provocano moti di sdegno nei politologi più raffinati. Ma ciò, bisogna ammettere, lo si deve principalmente a Berlusconi e alla sua "discesa in campo". Un generale "rimescolamento di carte" che ha coinvolto uomini e valori di riferimento, in un quadro dove gli uni e gli altri si sono alternati, compenetrati e confusi. Una vera e propria osmosi che agita costantemente le acque nei due schieramenti e a causa della quale, alla fine, molti soggetti appaiono, onestamente, nella "casella sbagliata".
Per rimanere nell'ambito del nostro microcosmo pratese, non possono non saltare agli occhi alcune situazioni al limite del comico. Alberto Magnolfi, ex vice-sindaco di una giunta PCI-PSI in epoca pre-tangentopoli che in era berlusconiana approda alla presidenza del gruppo regionale del PdL. Una posizione di grande prestigio e di vera e propria leadership della destra locale. Dall'altra parte Antonello Giacomelli che, dai banchi del consiglio, di quella giunta fu acerrimo oppositore. Un democristiano doc, un po' baciapile, parecchio anticomunista. Oggi, deputato PD, è considerato il vero e proprio deus-ex-machina di quello che rimane del vecchio PCI.
Solo due esempi dei tanti che potremmo fare per chiederci e chiedere: e i valori? Possibile che siano così universali da poterseli tranquillamente portare al seguito come valigie? O forse ormai destra e sinistra sono esattamente la stessa cosa e si combattono solo per la gestione del potere? O più semplicemente non esistono più valori che appartengano alla categoria della politica?
Si, daccordo, tutti esercizi di accademia che lasciano il tempo che trovano. Tempo perso. Ma, insomma, tra un rimpasto di giunta, una presidenza e un consiglio d'amministrazione...
Per rimanere nell'ambito del nostro microcosmo pratese, non possono non saltare agli occhi alcune situazioni al limite del comico. Alberto Magnolfi, ex vice-sindaco di una giunta PCI-PSI in epoca pre-tangentopoli che in era berlusconiana approda alla presidenza del gruppo regionale del PdL. Una posizione di grande prestigio e di vera e propria leadership della destra locale. Dall'altra parte Antonello Giacomelli che, dai banchi del consiglio, di quella giunta fu acerrimo oppositore. Un democristiano doc, un po' baciapile, parecchio anticomunista. Oggi, deputato PD, è considerato il vero e proprio deus-ex-machina di quello che rimane del vecchio PCI.
Solo due esempi dei tanti che potremmo fare per chiederci e chiedere: e i valori? Possibile che siano così universali da poterseli tranquillamente portare al seguito come valigie? O forse ormai destra e sinistra sono esattamente la stessa cosa e si combattono solo per la gestione del potere? O più semplicemente non esistono più valori che appartengano alla categoria della politica?
Si, daccordo, tutti esercizi di accademia che lasciano il tempo che trovano. Tempo perso. Ma, insomma, tra un rimpasto di giunta, una presidenza e un consiglio d'amministrazione...
11 settembre 2009
Un uomo solo al comando.
Tiene banco in questi giorni la dettagliata cronaca dello “scontro” tra Fini e Berlusconi. Una battaglia che secondo certi opinionisti vicini al centrodestra ha origine nel duopolio imperfetto all’interno del PdL, mentre per molti, interessati, osservatori di sinistra segnerebbe l’inizio della fine dell’era berlusconiana con conseguente apertura di una nuova fase politica.
C’è da dire che solo un pazzo o un ingenuo avrebbe potuto immaginare una situazione di pari dignità in un partito, il PdL, che ha il premier come acclamato e indiscusso presidente e leader. Fini e tutti i suoi boiardi ex-aennini non potevano onestamente pensare di tenere testa non solo al cavaliere, ma neanche allo sconosciuto Verdini, nei momenti decisionali del partito. Che poi, in realtà, corrispondono a ciò che contingentemente passa per la testa di Burlusconi. Senza bisogno di convocare organo dirigenziale alcuno. Perché così si fa nelle aziende, così si tratta con i dipendenti.
Ora Fini, dalla scuola di formazione del PdL a Gubbio, torna a reclamare “più democrazia interna”, toppando ancora almeno un paio di volte. In primo luogo perché se, come sembra, è così calato nel ruolo di super partes che la sua veste istituzionale gli impone, allora non dovrebbe ficcare il naso nelle misere questioni partitiche dei comuni mortali. Se è così convinto di essere ormai un patrimonio della nazione e non già di una parte, lasci queste basse faccende al prode ‘Gnazio o a qualche altro dei suoi ex colonnelli. Infine abbia il buon gusto di non parlare di democrazia interna quando per anni nella sua Alleanza Nazionale chi la chiedeva era, nella migliore delle ipotesi, messo nella condizione di non nuocere o più sovente costretto a fare i bagagli.
Ma del resto quello del bastone del comando è un assillo che ormai ha soltanto Fini. Nel PdL, saldamente al governo del Paese, di molte regioni e ormai anche di tantissime città, tutti gli uomini validi sono in altre faccende affaccendati: occupare posti, spartirsi prebende, costruire clientele, trombare veline, assicurarsi la vecchiaia, ecc. ecc.
Finché c’è Lui che decide per tutti chi ha voglia di perdere tempo con queste sciocchezze?
07 settembre 2009
Chel lì l'è matt!
"Chel lì l’è matt". Non usa mezzi termini il ministro delle Riforme, Umberto Bossi. Mette in un angolo il presidente della Camera, Gianfranco Fini, bocciando la sua proposta di concedere il voto agli immigrati. "Come già riferito a monsignor Bagnasco anche noi vogliamo aiutarli, ma a casa loro - ha spiegato il Senatùr - se questo il presidente Fini non lo capisce è condannato a perdere altri voti" (il Giornale)
Quello che invece non capisce lo scoppiettante Umberto è che il presidente della Camera non può perdere voti. Dopo lo scioglimento di AN, infatti, il prode Gianfranco non ha più un partito da far naufragare e anche la sua collocazione dentro il PdL appare ogni giorno sempre meno percepibile. Per questo Fini esterna a briglia sciolta senza preoccuparsi delle ripercussioni elettorali. Tutto è strumentale alla sua ambizione di candidarsi come prossimo presidente della Repubblica. Se per raggiungere tale scopo, dopo aver rinnegato ideali, storia, tradizioni, babbo e mamma, deve sparare un altro po' di cazzate, cosa volete che sia?
19 luglio 2009
Incontro col comunista.
Chissà se Guido Morselli immaginava, quando scrisse il suo romanzo, uno scenario come quello che si è presentato a noi in questi giorni. Certo non siamo nella Milano degli anni quaranta, non c'è la guerra e non c'è nemmeno il partito comunista clandestino. O quasi. Perché un po' clandestino pareva sentirsi il comunista che abbiamo incontrato noi nelle vie della Prato post-terremoto cenniano. Spaesato, confuso, deluso, ma non sorpreso. Del resto chi come lui non è andato a votare, un po' doveva aspettarsela la vittoria del centrodetra. Chi, come lui, è andato a ingrossare le fila degli astensionisti ha pesantemente contribuito alla vittoria di Cenni. Un astensionismo che ha colpito in prevalenza il candidato della sinistra e che è maturato non già al momento delle elezioni o del ballottaggio, ma molto prima. Già all'indomani dei risultati delle assurde primarie del PD, quando fu certificato che per la prima volta nella storia di Prato, comunque fossero andate a finire le elezioni, il Sindaco non sarebbe stato un ex comunista. Carlesi o Cenni, dice, per me pari sono. Certo, il neo-sindaco si è portato dietro una corte dei miracoli piena di bizzarri personaggi, gente che al nostro comunista non deve proprio restare simpatica, ma chi garantisce che con Carlesi non sarebbe accaduto altrettanto?
Ormai, dice, centrodestra e centrosinistra si assomigliano sempre di più.
Come dargli torto? Noi che da anni andiamo dicendo che ormai c'è un'unica, indistinta marmellata dove programmi, idee e valori si confondono e si sovrappongono. Dove un residuo di discrimine, se c'è, è rappresentato da quello che una volta si usava definire "cultura".
E allora non può non inquietare la nomina di Anna Beltrame come assessore alle politiche culturali pratesi. Possibile, ci chiediamo, che con tutto il patrimonio umano e politico che i partiti della coalizione avevano a disposizione, non ci fosse qualcuno in grado di ricoprire quel ruolo? Che in sessant'anni di dura scuola dell'opposizione non fosse cresciuto in Prato uno straccio di personaggio degno di rappresentare la visione culturale del centrodestra?
O forse anche sul piano della cultura gli uni e gli altri, come dice il nostro compagno, ormai son tutti uguali?
Ormai, dice, centrodestra e centrosinistra si assomigliano sempre di più.
Come dargli torto? Noi che da anni andiamo dicendo che ormai c'è un'unica, indistinta marmellata dove programmi, idee e valori si confondono e si sovrappongono. Dove un residuo di discrimine, se c'è, è rappresentato da quello che una volta si usava definire "cultura".
E allora non può non inquietare la nomina di Anna Beltrame come assessore alle politiche culturali pratesi. Possibile, ci chiediamo, che con tutto il patrimonio umano e politico che i partiti della coalizione avevano a disposizione, non ci fosse qualcuno in grado di ricoprire quel ruolo? Che in sessant'anni di dura scuola dell'opposizione non fosse cresciuto in Prato uno straccio di personaggio degno di rappresentare la visione culturale del centrodestra?
O forse anche sul piano della cultura gli uni e gli altri, come dice il nostro compagno, ormai son tutti uguali?
30 giugno 2009
Vaghi Cenni di cambiamento.
di Patrizio Giugni
Chissà a quali giochi giocava Cenni da piccolo? Ho qualche dubbio vista la poliedricità del personaggio in questione, ma sono pronto a scommettere che amava i giochi di società.
A me non ha mai convinto l’immagine de “l’uomo solo al comando” che in questa consultazione elettorale è riuscito a costruirsi con il suo carisma da imprenditore di fama, complice anche l’inconsistenza dei suoi alleati nessuno dei quali riusciva a rubargli la scena.
Già lo vedo arrivare al campetto con il pallone nuovo sottobraccio e dire: “Giochiamo insieme? Sia chiaro però che il pallone è mio e se non mi fate fare il centravanti e calciare i rigori me ne vado e non gioca più nessuno”.
Il politico Cenni ha giocato, da unica punta, con una squadra molto assortita fatta di ex socialisti ed ex democristi come rifinitori, uomini del PdL ed ex alleanzini come difensori e faticatori di fascia.
Una squadra con il regista a tutto campo, l’ex domocrista Borchi, capace di costruirgli gli assist mediatici che, di fatto, lo hanno incoronato primo Sindaco non comunista della rossa Prato.
Gli allestitori di questa squadra hanno capito prima degli altri che bisognava adeguare l’immagine reale a quella percepita attraverso la mediazione dei partiti politici tradizionali, cambiare la “tecnologia” di trasmissione dell’immagine, cambiare il fondotinta, rifare il cerone e la manicure ai sempre-verdi politici nostrani.
Mostrare agli elettori di centro-destra di poter giocare sempre in attacco è stata la scelta vincente dei suoi registi, che puntualmente hanno trovato in questa campagna elettorale schiere di fedelissimi amici e sostenitori “in grembiulino” che hanno incoraggiato e sostenuto la punta nella logica del monologo e dell’azione solitaria, quasi come aspettandosi dai suoi “tiri” la risoluzione a tutti i problemi che angustiano la città.
Il polverone di rivendicazioni, mistificazioni, teatrini e promesse in cui si è svolta questa complessa e allo stesso tempo semplicissima campagna elettorale disvela ancora una volta che forse il merito più grande di Cenni è quello di essersi circondato di amici che lo hanno portato nella Storia pratese.
Sono amicizie apparentemente più innocue di quelle maturate negli anni passati nelle congreghe di partito ma forse ancora più pericolose, avvolgenti e inestricabili.
Il “campionato” è stato vinto, ora il “goleador” dovrà trasformarsi in “selezionatore”.
Il “mercato“ è aperto, auguriamoci che gli ”acquisti” rispondano appieno alle aspettative degli elettori, non relegando in “panchina” coloro che di questa vittoria sono stati compartecipi.
Nulli nocendum: situi vero laeserit, multa dum simili iure (Fedro)
23 giugno 2009
Dentro la Storia.
E così è successo. Prato, la rossa, ha voltato pagina. Una sera di inizio estate, tra canti, gioia e bandiere al vento. Ma anche lacrime. Non dei vinti, che quelli ora non ci interessano, ma di alcuni vincitori. Di quelli che da tanto, troppo tempo aspettavano che il sogno si avverasse. Che in mezzo alla folla festante riandavano con la mente alle immortali parole di Giorgio Almirante: "non dobbiamo pensare possibile, per noi, di toccare con mano il momento conclusivo, il momento carnale della vittoria conquistata, accarezzata, toccata con le mani dello spirito e con quelle del corpo. La nostra generazione non è destinata a tanto, ma è destinata a qualche cosa di più: è destinata a fare il lavoro dell'ape virgiliana, dell'ape operosa e umile che lavora per gli altri e per sé nulla chiede se non la dolcezza del fato che si compie".
Con questo spirito vogliamo ringraziare tutti coloro, e sono stati davvero tanti, che ci hanno pubblicamente detto "questo successo è anche merito vostro". Dove quel "vostro" sta a significare più di una generazione di missini, i cuori neri, i maledetti e gli esclusi, che hanno reso possibile la nascita e la crescita di una alternativa all'egemonia catto-comunista.
Un riconoscimento che accettiamo, nonostante la diversità di vedute su tante cose, purché ci sia consentito di poterlo moralmente estendere a quanti non sono più tra noi e che negli anni, per la buona battaglia, raccogliendo e consegnandoci la fiaccola, hanno camminato al nostro fianco.
Con questo spirito vogliamo ringraziare tutti coloro, e sono stati davvero tanti, che ci hanno pubblicamente detto "questo successo è anche merito vostro". Dove quel "vostro" sta a significare più di una generazione di missini, i cuori neri, i maledetti e gli esclusi, che hanno reso possibile la nascita e la crescita di una alternativa all'egemonia catto-comunista.
Un riconoscimento che accettiamo, nonostante la diversità di vedute su tante cose, purché ci sia consentito di poterlo moralmente estendere a quanti non sono più tra noi e che negli anni, per la buona battaglia, raccogliendo e consegnandoci la fiaccola, hanno camminato al nostro fianco.
12 giugno 2009
Ballottaggio.
di Patrizio Giugni
L’effetto-PDL si allunga anche sul comune di Prato. Favorito o meno dal volto "nuovo" del candidato sindaco Cenni, il partito di Berlusconi ha costretto al ballottaggio la sinistra pratese.
Una notizia che profuma di svolta storica in una città amministrata ininterrottamente dalla sinistra dal ‘46 ad oggi e nella quale nel 2004 Romagnoli, al suo esordio come candidato a sindaco DS aveva fatto man bassa di voti stracciando il candidato del centro-destra Bernocchi al primo turno, con ben 20 punti percentuali di distacco.
Sarà ballottaggio. E non sarà facile per il candidato PD, il 21 e 22 Giugno. Le condizioni sono assolutamente diverse rispetto a cinque anni fa. Conteranno, certamente, i possibili apparentamenti ma anche i voti di coloro che rivedendo la loro posizione di “astensionisti” del primo turno, potrebbero recarsi questa volta alle urne.
Così il fortino dell’amministrazione comunale pratese, roccaforte storica della sinistra, dentro la quale i “democratici” avrebbero voluto resistere per consolidare il potere politico-economico sulla città, non è più, per loro, così sicuro.
08 giugno 2009
La cruda realtà dei numeri.
Ultimato lo spoglio dei voti per il Parlamento europeo, svanisce la favola berlusconiana di un popolo italiano ansioso di ribadire plebiscitariamente il proprio gradimento per la compagine governativa. Si conferma anche che la dissoluzione di AN nel partito di Berlusconi è stata una mera operazione di vertice che la base e soprattutto gli elettori non hanno assolutamente seguito. La svolta antifascista di Fini ha probabilmente garantito la sopravvivenza ai soliti oligarchi ex aennini, ma ha sicuramente dissipato un grande patrimonio ideale, valoriale ed elettorale. Si pensi che a fronte dell'odierno miserello 35 percento del PDL, alle europee del 1994 le sole Forza Italia e Alleanza Nazionale sommavano un buon 43 percento. E senza ancora essere mai state al governo. Senza le chiavi del potere, insomma. Chapeau!
05 giugno 2009
La diaspora.
Pur non avendo il minimo interesse per le prossime elezioni, ci siamo tuttavia fatti incuriosire da una domanda: dove saranno finiti i pezzi grossi pratesi di Alleanza Nazionale ora che il loro partito è stato inglobato in quello di Berlusconi? Ecco un elenco degli ex aennini impegnati a vario livello nei "ludi cartacei" nostrani.
Lista Civica Taiti per Prato
FILIPPO MORETTI
Prato Libera e Sicura
GIANLUCA BINI
Prato Civica
SILVANO AGOSTINELLI
Lega Nord
ALESSANDRO SCANDIUZZI
II Popolo della Libertà
GIANNI CENNI
MAURIZIO BETTAZZI
FULVIO PONZUOLI
GIANCARLO AUZZI
GIANLUCA BANCHELLI
ELENA TEMPESTINI
SILVIO BALDI
MATTEO COCCI
FRANCESCO MUGNAIONI
ANDREA PRIOLO
FILIPPO BERNOCCHI
LUIGI CALVANI
GIACOMO GACCI
ELENA GANUGI
MAURIZIO MARINOZZI
LUIGI AVVANZO
ROBERTO ULIVI
COSIMO ZECCHI
La Destra
MARIA REMEDIOS BESSI
ANDREA CHITI
GIANFRANCO CIAMBELLOTTI
MAURO SCARPITTA
MARIO BRUNI
MARCO SQUILLONI
SEBASTIANO CAMPO
I Socialisti per le Libertà
SALVATORE PIRRONELLO
Lista Civica Rilanciare Montemurlo
LORENZO TRAETTINO
Lista Civica Libera Vernio
MARCO CURCIO
03 giugno 2009
Tien An Men. 4 Giugno 1989
Il 4 Giugno di 20 anni fa il governo comunista cinese ordinò ai carri armati di sparare sugli studenti che si erano radunati in piazza Tien An Men a Pechino per protestare contro la corruzione dei funzionari di governo e per chiedere aperture democratiche e libertà di espressione. Morirono migliaia di ragazzi. Venti anni dopo il governo cinese non ha cambiato idea, e sostiene ancora che quei ragazzi fossero ribelli che stavano mettendo in pericolo la sicurezza e il futuro del paese.
I martiri di Tien An Men in Occidente sono diventati vere e proprie icone di libertà, in particolare uno di loro. Un ragazzo armato di due sacchetti di plastica che si mise davanti a una fila di carri armati impedendone l'avanzata. Quando il tank tentava di voltare a destra, il ragazzo coi sacchetti si spostava a destra. Se il tank si portava sulla sinistra, il ragazzo si spostava a sinistra passandosi i sacchetti di plastica da una mano all'altra. La scena è stata ripresa dalle televisioni di tutto il mondo e da un fotografo americano. E' una delle immagini che hanno segnato il secolo scorso e la storia del comunismo.
Eppure il ragazzo del carro armato è rimasto sconosciuto. Anche la sua fine è ignota anche se, purtroppo, immaginabile. Le foto lo riprendono di schiena, la sua faccia non è riconoscibile. I giornali lo chiamarono "l'uomo del carro armato". La rivista Time lo definì "il ribelle sconosciuto" e lo ha inserito nella lista dei venti più grandi rivoluzionari del XX secolo.
19 aprile 2009
Fascisti in democrazia.
A volte ne incontri qualcuno. Erano pochi prima, sono pochissimi adesso. Sono gli ex missini che hanno aderito al PdL. 'Quanto tempo...', 'Sai, ci manchi...', 'Che vuoi, bisogna prendere atto...', 'Ma io, bada bene, son sempre lo stesso...', 'Io antifascista? Noddavvero!...', e bla, bla, bla.
Che anime belle! Così candidamente in bilico tra passato e avvenire, indecisi se stringerti l'avambraccio o porgerti, più correttamente, la mano. Pacche sulle spalle e un velo di imbarazzo. Ma solo un velo. In fondo non sono loro che hanno invertito la propria rotta politica di centottanta gradi, no, sei tu che non hai capito un cazzo. Che il mondo cambiava mentre tu te ne stavi lì, fermo, a presidiare un fortino pieno di ideali vecchi e moribondi. 'Mi fa schifo solo Fini' ti dice, 'Speriamo che il Cavalieri duri a lungo. Lui è il più fascista di tutti...' E tu che provi a dirgli che sai quanto te ne frega, di lui, di Fini e del cavaliere, ma la smania di autogiustificarsi è più forte di ogni tentativo di tagliar corto. 'L'importante è avere sempre le nostre idee nel cuore!' pontifica l'incauto.
E no! Non basta tenersi le belle idee nel cuore, non basta. Se non ci si adopera perché le idee diventino realtà a che serve qualsiasi tipo di impegno? A che cosa, soprattutto, sono serviti il nostro impegno e i nostri sacrifici? Se bastava coltivare in segreto le nostre convinzioni e proclamarsi antifascisti in pubblico, potevamo farlo trenta, quaranta anni fa, no? Ci saremmo risparmiati tanti guai, tante sofferenze e qualche decina di morti ammazzati.
E allora cari ex camerati che avete capito come muovervi nel vorticoso mondo politico di oggi, non ci venite ad ammannire sorrisi e ricordi in nome di una passata militanza comune. Quella, per voi, non conta più. Il passato è cosa che si addice a noi, voi tenetevi il vostro radioso avvenire, ma rammentate anche che la prossima volta potremmo non trovarci sulla stessa barricata.
Che anime belle! Così candidamente in bilico tra passato e avvenire, indecisi se stringerti l'avambraccio o porgerti, più correttamente, la mano. Pacche sulle spalle e un velo di imbarazzo. Ma solo un velo. In fondo non sono loro che hanno invertito la propria rotta politica di centottanta gradi, no, sei tu che non hai capito un cazzo. Che il mondo cambiava mentre tu te ne stavi lì, fermo, a presidiare un fortino pieno di ideali vecchi e moribondi. 'Mi fa schifo solo Fini' ti dice, 'Speriamo che il Cavalieri duri a lungo. Lui è il più fascista di tutti...' E tu che provi a dirgli che sai quanto te ne frega, di lui, di Fini e del cavaliere, ma la smania di autogiustificarsi è più forte di ogni tentativo di tagliar corto. 'L'importante è avere sempre le nostre idee nel cuore!' pontifica l'incauto.
E no! Non basta tenersi le belle idee nel cuore, non basta. Se non ci si adopera perché le idee diventino realtà a che serve qualsiasi tipo di impegno? A che cosa, soprattutto, sono serviti il nostro impegno e i nostri sacrifici? Se bastava coltivare in segreto le nostre convinzioni e proclamarsi antifascisti in pubblico, potevamo farlo trenta, quaranta anni fa, no? Ci saremmo risparmiati tanti guai, tante sofferenze e qualche decina di morti ammazzati.
E allora cari ex camerati che avete capito come muovervi nel vorticoso mondo politico di oggi, non ci venite ad ammannire sorrisi e ricordi in nome di una passata militanza comune. Quella, per voi, non conta più. Il passato è cosa che si addice a noi, voi tenetevi il vostro radioso avvenire, ma rammentate anche che la prossima volta potremmo non trovarci sulla stessa barricata.
23 marzo 2009
Parce sepulto.
AN si è sciolta. Senza dolore, senza dibattito, senza rimpianti. Una fine già scritta da tempo, una pietosa eutanasia. Così finisce, finalmente, l'equivoco di un partito di centro che pretendeva di raccogliere voti di destra. Con l'annessione al nuovo contenitore berlusconiano non ci sono più dubbi. Lo ha confermato lo stesso Fini: "il PDL non sarà di destra! Sarà un partito arioso, includente, interclassista." La nuova DC, insomma. Solo con un simbolo diverso. E il simbolo dei post-fascisti invece, la fiamma tricolore, per evitarne l'uso da parte di chi se lo meriterebbe rimane di proprietà di una apposita fondazione presieduta da Donato Lamorte.
Ut requiescat in pace.
Ut requiescat in pace.
19 febbraio 2009
Escrementi umani.
Una strada della Capitale sarà presto intitolata a Bettino Craxi. Ad annunciarlo è stato il sindaco di Roma Gianni Alemanno a margine della proiezione in Campidoglio del film-documentario "La mia vita è stata una corsa" sulla vita del leader socialista. «In consiglio comunale - ha spiegato Alemanno - si completerà a breve l'iter per intitolare una strada a Bettino Craxi. Credo sia un doveroso riconoscimento e omaggio della Capitale a uno dei più grandi leader della storia della Repubblica». «Craxi è stato un grande leader - ha detto Alemanno - che ha saputo con largo anticipo individuare l'esigenza di modernizzazione del Paese. E' stata una figura capace di scavalcare le vecchie categorie destra-sinistra. Noi del Msi condividevamo la sua ricerca della dignità nazionale e le sue scelte riformiste. Le diffamazioni e i momenti amari non sono riusciti a scalfire l'immagine di uno dei più grandi statisti dell'Italia repubblicana. Inoltre fu lui l'unico prima di Berlusconi a fare una legge su Roma capitale. Il Msi s’ispirava a lui».
SENZA PAROLE...
10 febbraio 2009
10 Febbraio.
Gino Paoli: i miei parenti finiti nelle foibe (tratto dal "Corriere della Sera" del 21 dicembre 2005).
La vita e la storia devono essere davvero più complicate di quanto si creda, se accade di scoprire quasi per caso, in fondo a due ore di conversazione, che Francesco De Gregori non è l’unico cantautore simbolo della sinistra (mai rinnegata) ad aver vissuto in famiglia i crimini compiuti dai comunisti, sul confine orientale, al finire della guerra.
Racconta Gino Paoli che «mio padre, figlio di un operaio analfabeta delle ferriere di Piombino, aveva fatto l’accademia di Livorno ed era arrivato ai cantieri di Monfalcone come ingegnere navale. Là aveva sposato mia madre, che invece veniva da una famiglia benestante, i Rossi. Io sono nato nel 1934 e ho vissuto i primi mesi a Monfalcone, poi ci siamo trasferiti a Genova. Dieci anni dopo, parte della famiglia di mia madre morì infoibata. I miei parenti non erano militanti fascisti, erano persone perbene, pacifiche. Ma la caccia all’italiano faceva parte della strategia di Tito, che voleva annettersi Trieste e Monfalcone. I partigiani titini, appoggiati dai partigiani comunisti italiani, vennero a prenderli di notte: un colpo alla nuca, poi giù nelle foibe. Mia madre e mia zia non hanno mai perdonato. Mi ricordavano spesso i nomi dei loro cari spariti in quel modo, senza lasciare dietro di sé un corpo, una tomba, una memoria. Peggio: una memoria negata. Per questo mia zia odiava gli jugoslavi; e per me è stata una bella sorpresa, da adulto, andare per la prima volta in Jugoslavia e scoprire che non erano affatto tutti così». Interviene Amanda, la splendida figlia che Paoli ha avuto dal suo amore con Stefania Sandrelli diciottenne: «Papà, ho fatto una lettura pubblica sull’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, e non hai idea di cosa abbiano commesso i nazisti...». «Sì invece Amanda, conosco bene quella storia. È atroce ma, vedi, le atrocità ci sono state da entrambe le parti. È la guerra che rende l’uomo atroce; per questo io odio la guerra. Una parte della nostra famiglia è finita nelle foibe e di queste cose per decenni non si è parlato. E la sinistra porta una responsabilità culturale, perché il partito doveva coprire la connivenza dei partigiani rossi con la strategia di Tito. Vedrai che ci vorrà un altro mezzo secolo perché le passioni si spengano e se ne parli liberamente. Atrocità hanno commesso anche gli alleati che risalivano l’Italia. Le truppe d’assalto avevano il diritto, riconosciuto per iscritto, di saccheggiare e stuprare: e le truppe d’assalto erano per gli americani i neri, per i francesi i marocchini, per gli inglesi gli indiani. Le conseguenze le hanno patite le donne italiane, finché queste truppe non si sono attendate al Tombolo, in Toscana, in un accampamento frequentato da femmine alla disperata ricerca di cibo, finché non sono arrivati gli americani ad arrestare tutti. Io stesso, Amanda, dovetti scendere dal treno che ci riportava a Genova e passare tra le macerie di Recco distrutta dal bombardamento alleato - non avevo ancora dieci anni - camminando tra due pile di cadaveri. È un ricordo indelebile».
05 gennaio 2009
Memorie.
Dedicato a quegli omuncoli di AN che per giustificare la loro meschina e prezzolata sopravvivenza parlamentare, vaneggiano a proposito di improbabili primogeniture di Almirante sul partito dei rinnegati finiani.
"Quando noi anziani, che siamo giustamente legati alle nostre memorie ed alle nostre vecchie tradizioni, parliamo un linguaggio che ci sembra attuale e che invece attuale non è; quando voi insistete a proposito dei valori della resistenza ed io insisto sui contrapposti valori della Repubblica sociale italiana, io vi dico che non sono disponibile a cedere su questo piano: non sono disponibile a rinnegare; e ricordo a me stesso che il vecchio motto del Movimento sociale italiano fu inventato da Augusto de Marsanich, che fu splendido segretario del partito e che insegnò nella sua esperienza, nella sua pulizia, nella sua estrema correttezza morale, nella sua grande capacità politica, a non rinnegare e a non restaurare. Non siamo disponibili per rinnegare; ma (abbiamo dato l'esempio e continuiamo a darlo) siamo capaci di non restaurare. La nostra non è una tradizione che pigramente pensiamo di potere inserire immutata nel presente e nell'avvenire del nostro Paese. Noi pensiamo di rinnovare noi stessi, di dare esempio di capacità di rinnovamento da parte nostra; pensiamo che sia venuta l'ora per riconoscerci in una Repubblica diversa, adeguta alle necessità dei tempi, in una Repubblica che sappia davvero rappresentare il punto di incontro tra tutti gli italiani."
(Camera dei Deputati, 21 Aprile 1987)
17 dicembre 2008
Il senso di una svolta.
(ANSA) - Bufera sulla Giunta di Napoli. E' in carcere l'imprenditore Alfredo Romeo, coinvolto nell'indagine sulla delibera 'Global service', approvata dal Comune. Dodici persone sono agli arresti domiciliari: tra essi due assessori della giunta comunale di Napoli, due ex loro colleghi e un ex provveditore alle opere pubbliche. Sono coinvolti anche i due parlamentari Italo Bocchino (Pdl) e Renzo Lusetti (Pd), secondo quanto appreso da fonti qualificate. L'accusa per i due è di associazione per delinquere finalizzata alla turbativa d'asta.
Già da tempo si assisteva al coinvolgimento di esponenti di AN in episodi di malaffare politico, ma adesso l'inchiesta napoletana colpisce uno dei "colonnelli" finiani, uno degli interpreti principali della tragicomica svolta antifascista degli eredi del MSI. E questo chiarisce definitivamente il senso di un percorso che ha lasciato attoniti e confusi tanti elettori. Il giudizio sulla storia del nostro paese, l'antifascismo come valore, De Gasperi come statista di riferimento, la collocazione neo-centrista del partito, l'ingresso nel PPE: tutto propedeutico al tentativo di accreditarsi come la nuova democrazia cristiana. Ruberie comprese.
26 novembre 2008
Date a Cesare...
Il fantasmagorico presidente della Camera, Giangaleazzo Fini, ha tuonato contro il rischio di "cesarismo" che potrebbe caratterizzare il nuovo partito del centrodestra, il PDL.
Detto da lui fa un certo effetto. Lui che da leader di Alleanza Nazionale ha interpretato nella maniera più rigorosa il ruolo di Cesare. Lui che ha fatto piazza pulita di tutti coloro che osavano mettere in discussione il suo operato. Lui che ha espropriato gli organi di democrazia interna e ha gestito il partito come affare personale. Lui che nella scelta dei "colonnelli" è apparso spesso più Caligola che Cesare.
Adesso che AN sta per sciogliersi e per essere fagocitata dal nuovo partito di Berlusconi, reclama quello che per un decennio ha pervicacemente negato: dialettica interna, collegialità, meritocrazia.
Forse ha capito che nel nuovo partito, al cospetto del Cavaliere, il futuro Cesare non sarà lui. E, anche se un po' tardi, si è messo a fare il Marcantonio!
21 novembre 2008
Scusate, ma...
25 ottobre 2008
El Alamein: un messaggio per l'antifascista Fini.
La sconfitta dell'Italia del 1942 ''non avrebbe gettato alcuna ombra sui valori di lealta' e di eroismo dei combattenti italiani o tedeschi'', ha detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano commemorando i caduti.
Le nuove generazioni devono "rispetto e riconoscenza, sempre" ai caduti di El Alamein.
''Nella partecipazione dei nostri soldati alle missioni internazionali di gestioni delle crisi, sono convinto che si esprima quella stessa carica di lealta', di coraggio e di umanita' che contraddistinse tutti i nostri Corpi e reparti a El Alamein''.
I nostri Paesi, ha aggiunto, parlando come oratore ufficiale a nome dei 12 Paesi che onorano oggi i loro caduti nelle battaglie del 1942, ''sono impegnati oggi a contribuire all'affermazione di valori di pace e di giustizia fuori dei confini dell'Europa partecipando alle missioni internazionali di gestione delle crisi che hanno investito regione vicine e lontane''.
Napolitano poi ha reso omaggio alle ''alte virtu' morali e alle straordinarie doti di coraggio di cui decine e decine di migliaia di uomini diedero qui incontestabile prova''.
''Tutti furono guidati - ha aggiunto - dal sentimento nazionale e dall'amor di Patria, per diverse e non comparabili che fossero le ragioni invocate dai governi che si contrapponevano su tutti i fronti del secondo conflitto mondiale''.
03 ottobre 2008
Dalla parte sbagliata (2)
Enrico Vezzalini, prefetto di Novara, fucilato il 23 Settembre 1945.
Va ricordato un particolare che lo avvicina ai grandi condannati politici di ogni tempo. Durante il lungo periodo intercorso fra condanna ed esecuzione gli è stata offerta la fuga dal carcere: poiché tale offerta non poteva essere estesa agli altri sei condannati con lui, la respinse con le parole: “0 tutti o nessuno!”.
Monsignor Pozzo che assisté il condannato, scrisse: “Il suo contegno mi ha edificato e direi quasi meravigliato. Ho ammirato la sua serenità d'animo, il suo coraggio, la preparazione al grande passaggio... La sua parola appassionata riuscì a portare la rassegnazione e la serenità ai compagni di sacrificio. Sono persuaso che già si trovi a godere la pace dei giusti.... E’ caduto da santo!”. E il giudice, pure presente all'esecuzione, ha dichiarato: “Sembrava andasse ad un ricevimento, tanto era composto, dignitoso e sereno. Io, avversario politico, ho dovuto abbracciarlo e baciarlo”.
Quale pluridecorato, il Vezzalini ha chiesto d'essere fucilato al petto: non l'ha ottenuto. Ma le sue ultime parole sono state: - Perdono a tutti! Viva l'Italia! Viva il fascismo! -
Poco prima ha scritto alla moglie:
Oggi più di ieri la mia certezza che la Fede che mi ha portato a cadere per lei è la vera, la giusta, mi dà l'orgoglio di chiedere a te ed ai miei bambini di non vergognarvi del nome che portate: sono stato sinceramente onesto in tutta la mia vita privata, lealmente soldato in tutta quella politica.
Non mi atteggio a martire: ma tu almeno non disprezzare questa fedeltà che riaffermo nel momento in cui mi costa la vita. Possa almeno il mio sangue placare l'odio degli uomini, compensarli di ogni altro sadismo di vendette e... quelli che resteranno possano guardare oltre ed assai più in alto di questo corpo che vale tanto poco e dell'egoismo che fa cercare per le persone e non per la Patria la soddisfazione di vittorie che non danno storia. Tu sai, tu che mi sai tutto, che sono sempre stato tenace in questa mia Fede: oggi mi si chiama traditore; ma io non ho mai tradito. Non la Patria, alla quale ho dato, come soldato, tutto il povero valore personale che possedevo; non la umanità, alla quale ho offerto un lavoro senza soste ed il mio poco ingegno: non la famiglia alla quale penso con adorazione fino all'ultimo momento.
Non ho tradito, non tradirei, se restassi vivo. Forse per questo cado. Ma con me non cade il mio Ideale. Se non fosse perché ci siete voi, sarebbe bello cantare la nostra canzone di Fede e finire urlando: per l'Italia e per il Fascismo: Viva la Morte! Alleva Ennio e Pucci: falli come te e dì loro che il papà non era un criminale. Gli uomini hanno sbagliato.
30 settembre 2008
Sempre dalla parte sbagliata.
"I partigiani non erano amati da tutti, c'erano anche quelli che dopo aver fatto qualche azione scappavano sulle montagne, lasciando la popolazione civile a subirne le conseguenze".
Non si pensi che a pronunciare queste parole sia stato Giorgio Pisanò, né tanto meno quel revisionista prezzolato di Pansa. No, a dire questa banale verità ci ha pensato Spike Lee, regista, americano, negro e di sinistra. Un erede dei "liberatori" evidentemente poco avvezzo al rispetto della vulgata resistenziale italica. Poche ciance, noi americani sappiamo bene quale fu il contributo della resistenza alla risoluzione del conflitto! Inesistente.
Comunque questa chiave di lettura è costata al regista la reprimenda dell'ANPI e di tutta la fanfara antifascista. Si attende la ferma, indignata presa di posizione di Gianfranco Fini contro questa inammissibile ingerenza storico-cinematografica e in difesa degli inalienabili valori della lotta di liberazione partigiana.
16 settembre 2008
Dalla parte sbagliata.
"Secolo d’Italia” 7 maggio 1992
La Storia sta dandoci una rivincita di cui siamo orgogliosi.
Ai combattenti della Decima riuniti alla Piccola Caprera il Segretario nazionale del MSI-DN Gianfranco Fini ha inviato un messaggio di saluto e di solidarietà, letto ai partecipanti dal Comandante Buttazzoni ed accolto con un grande applauso. Eccone il testo:
Ai combattenti della Decima, espressione più alta del valore dei nostri soldati, va il cameratesco saluto di tutto il Msi. A chi, come voi, difese l’onore e la dignità della Patria nel momento più tragico e doloroso della nostra storia nazionale, deve rendere omaggio ogni italiano: ognuno di voi e con voi tutti i combattenti delle Forze armate della Rsi, rappresenta la prova che chi è vinto dalle armi ma non dalla storia, è destinato, con il passare del tempo, a gustare il dolce sapore della rivincita.. I vostri ideali, raccolti idealmente dalle giovani generazioni, hanno già trionfato, ed i nemici di ieri, vincitori militari solo per la preponderanza delle forze in campo, sono i grandi sconfitti della fine secolo. Dopo quasi mezzo secolo il fascismo è idealmente vivo, dopo solo tre anni dalla caduta del muro di Berlino, il comunismo è definitivamente morto. Nessuno lo rimpiange, in milioni lo maledicono. E chi, come voi, ha sempre combattuto per un’ Italia migliore, non può non avere avuto un moto di spontaneo orgoglio. L’orgoglio di chi sa di essere nel giusto, il 25 aprile 1992, cioè il giorno in cui, per una imperscrutabile volontà del destino il Capo dello Stato ha sepolto la Repubblica nata dalla resistenza.
Molto c’è ancora da fare, comunque, specie per cancellare le leggi barbare della discriminazione e dell’odio istituzionalizzato. Soltanto dopo si potrà davvero parlare di pacificazione nazionale.
Come sempre, il Msi sarà al vostro fianco.
Gianfranco Fini
09 settembre 2008
Quando meno te lo aspetti.
Quando meno te lo aspetti qualche vecchio “camerata” ti sorprende. Avvezzi ormai come eravamo al quotidiano esercizio dell’abiura, tutto potevamo aspettarci tranne che ‘Gnazio regalasse due paroline quasi benevole ai combattenti di Salò. Certo, quella precisazione: “dal loro punto di vista”, ridimensiona fortemente la tesi che anche essi avessero combattuto per salvare la Patria.
Perché questo è il nostro punto di vista. Qualche anno fa era anche quello di ‘Gnazio, ma si sa, le cose sono mutevoli.
Viste comunque le reazioni isteriche non solo della sinistra antifà, ma anche del presidente della Camera, del sindaco di Roma e di altri insospettabili, bisogna riconoscere al ministro della Difesa di aver gettato un bel sasso nello stagno. Adesso aspettiamo le inevitabili rettifiche e precisazioni, magari con apparizione televisiva con tanto di kippah…
Perché questo è il nostro punto di vista. Qualche anno fa era anche quello di ‘Gnazio, ma si sa, le cose sono mutevoli.
Viste comunque le reazioni isteriche non solo della sinistra antifà, ma anche del presidente della Camera, del sindaco di Roma e di altri insospettabili, bisogna riconoscere al ministro della Difesa di aver gettato un bel sasso nello stagno. Adesso aspettiamo le inevitabili rettifiche e precisazioni, magari con apparizione televisiva con tanto di kippah…
06 agosto 2008
Giorgia, oh Giorgia...
Meloni. Ministro della Repubblica. La ricordiamo quando ancora in fasce Fini la impose vice-presidente della Camera, come uno sputo in faccia ai suoi colonnelli che per quella poltrona scalpitavano. Lei, pischella neo-eletta miracolata, la più giovane e la più sconosciuta della truppa parlamentare aennina. Oggi è diventata grande ma non ha ancora reciso i fili del suo grande manovratore, colui che la fece diventare presidentessa di Azione Giovani assicurandole un comodo avvenire e che oggi continua a manovrarla come un pupo. O una pupa. Si deve infatti al duo Gasparri-Meloni la polemica di questi caldi giorni di vigilia olimpica. “Gli atleti devono boicottare la cerimonia di apertura dei giochi di Pechino!” hanno tuonato all’unisono. “Occorre dare un segnale preciso!” dice la Ministra. Eja eja, alalà.
E questo segnale, ovviamente, lo devono dare gli atleti. Armiamoci e partite! Ragazzoni che corrono, saltano, lanciano oggetti, nuotano e sudano. E che se interrogati verosimilmente non saprebbero manco dire il perché di tante levate di scudi contro la perfida Cina. I diritti civili negati? L’inquinamento del globo? I cani cotti in fricassea? L’occupazione e l’oppressione del Tibet?
Noi preferiremmo che segnali e atti precisi fossero lanciati ed adottati dalle istituzioni, semmai. Quelle di cui fa parte la Ministra Meloni, per esempio. Quelle che avrebbero il potere e il dovere di contrastare l’aggressione economica sleale e letale della Cina. Quelle che avrebbero il potere e il dovere di stigmatizzare la carenza dei diritti civili e delle libertà dell’individuo nel più grande paese totalitario del pianeta. Quelle che avrebbero il potere e il dovere di reclamare la liberazione del Tibet dopo quasi sesssant’anni di occupazione. Ma sono, le nostre, istituzioni fatte di uomini, pupi e pupe, che si danno alla macchia pur di non incontrare il Dalai Lama e incorrere così nelle ire di Pechino. Allora, suvvia, lasciamo che a immolarsi per i diritti siano i nostri ragazzi in canottiera e mutanda azzurre. In fondo, “non è più tempo di santi e di eroi”…
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