06 agosto 2008

Giorgia, oh Giorgia...


Meloni. Ministro della Repubblica. La ricordiamo quando ancora in fasce Fini la impose vice-presidente della Camera, come uno sputo in faccia ai suoi colonnelli che per quella poltrona scalpitavano. Lei, pischella neo-eletta miracolata, la più giovane e la più sconosciuta della truppa parlamentare aennina. Oggi è diventata grande ma non ha ancora reciso i fili del suo grande manovratore, colui che la fece diventare presidentessa di Azione Giovani assicurandole un comodo avvenire e che oggi continua a manovrarla come un pupo. O una pupa. Si deve infatti al duo Gasparri-Meloni la polemica di questi caldi giorni di vigilia olimpica. “Gli atleti devono boicottare la cerimonia di apertura dei giochi di Pechino!” hanno tuonato all’unisono. “Occorre dare un segnale preciso!” dice la Ministra. Eja eja, alalà.
E questo segnale, ovviamente, lo devono dare gli atleti. Armiamoci e partite! Ragazzoni che corrono, saltano, lanciano oggetti, nuotano e sudano. E che se interrogati verosimilmente non saprebbero manco dire il perché di tante levate di scudi contro la perfida Cina. I diritti civili negati? L’inquinamento del globo? I cani cotti in fricassea? L’occupazione e l’oppressione del Tibet?
Noi preferiremmo che segnali e atti precisi fossero lanciati ed adottati dalle istituzioni, semmai. Quelle di cui fa parte la Ministra Meloni, per esempio. Quelle che avrebbero il potere e il dovere di contrastare l’aggressione economica sleale e letale della Cina. Quelle che avrebbero il potere e il dovere di stigmatizzare la carenza dei diritti civili e delle libertà dell’individuo nel più grande paese totalitario del pianeta. Quelle che avrebbero il potere e il dovere di reclamare la liberazione del Tibet dopo quasi sesssant’anni di occupazione. Ma sono, le nostre, istituzioni fatte di uomini, pupi e pupe, che si danno alla macchia pur di non incontrare il Dalai Lama e incorrere così nelle ire di Pechino. Allora, suvvia, lasciamo che a immolarsi per i diritti siano i nostri ragazzi in canottiera e mutanda azzurre. In fondo, “non è più tempo di santi e di eroi”…

08 luglio 2008

La strage di Bologna? Un incidente dei palestinesi.

Corriere della Sera
Aldo Cazzullo intervista Francesco Cossiga
8 Luglio 2008

(...)
D: Perché lei è certo dell'innocenza di Mambro e Fioravanti per la strage di Bologna? Dove vanno cercati i veri colpevoli?

R: «Lo dico perché di terrorismo me ne intendo. La strage di Bologna è un incidente accaduto agli amici della "resistenza palestinese" che, autorizzata dal "lodo Moro" a fare in Italia quel che voleva purché non contro il nostro Paese, si fecero saltare colpevolmente una o due valigie di esplosivo. Quanto agli innocenti condannati, in Italia i magistrati, salvo qualcuno, non sono mai stati eroi. E nella rossa Bologna la strage doveva essere fascista. In un primo tempo, gli imputati vennero assolti. Seguirono le manifestazioni politiche, e le sentenze politiche».

D: Scusi, i palestinesi trasportavano l'esplosivo sui treni delle Ferrovie dello Stato?

R: «Divenni presidente del Consiglio poco dopo, e fui informato dai carabinieri che le cose erano andate così. Anche le altre versioni che raccolsi collimavano. Se è per questo, i palestinesi trasportarono un missile sulla macchina di Pifano, il capo degli autonomi di via dei Volsci. Dopo il suo arresto ricevetti per vie traverse un telegramma di protesta da George Habbash, il capo del Fronte popolare per la liberazione della Palestina: "Quel missile è mio. State violando il nostro accordo. Liberate subito il povero Pifano"».
(...)

26 giugno 2008

Ma oggi la politica è una cosa seria...


"Si fa un gran parlare dell'assenteismo dei deputati dai lavori parlamentari. Sono dei «mangiapane a ufo», direbbero in Toscana. La nomenklatura di vertice intende, non è la prima volta, ricorrere ai ripari, e per il momento, le minacce si sprecano. Si va dalla espulsione dalle liste alla decurtazione dell'indennità. In nome di Sua Maestà il partito che, ricordiamolo, ci ha messi tutti in fila, deputati o no.

* * *
I partiti non sono più centri di vita associata, sono esclusivamente centri di potere mafioso. Se ci fate caso il cerimoniale partitico, nei comportamenti, nella scelta della propria classe dirigente, è tipicamente mafioso. Basta un dato: si è promossi, non perché si hanno qualità morali e professionali particolari, ma perché si è amici del clan che comanda, e il clan, spesso, gestisce il partito corrompendo il proprio corpo di militanti con i soprusi e le sopraffazioni che, tante volte, abbiamo visto denunciate: tessere fasulle, denaro, incarichi retribuiti, espulsione e peggio. Paradossalmente, davanti ad una sempre crescente diminuzione delle adesioni degli iscritti, si ha, da parte del partito, un sempre crescente aumento di potere. Diminuisce la fede, cresce il potere. Si veda il personale partitico: persone che non credono più in nulla, ma dipendono dal partito per lo stipendio che ricevono. Sempre più numerosi. Deputati di serie A, poi di serie B, poi di serie C (parlamento, regioni, comuni, province, USL banche, enti e via di seguito). Sono i cani da guardia del sistema, tenuti al guinzaglio dal 27 del mese o dalle varie indennità parlamentari, ministeriali, regionali, comunali, entocratiche.

* * *
Ed è Sua Maestà il Partito che ha reso le aule del Parlamento deserte, vuote. Perché? Perché le ha trasformate in una zona morta della vita italiana. L'affermazione del deputato Cuminetti: «siamo sottoimpiegati, il prodotto si fa altrove (nelle chiuse segreterie partitiche), a noi non resta che l'imballaggio del prodotto ...»

* * *
«Ha riflettuto sul livello delle persone che compongono la Camera dei Deputati? Sì? Allora si sarà accorto che sono tutti imbecilli».
(Massimo Severo Giannini, ex-membro dell'Assemblea Costituente, ex-ministro, insigne giurista, da «la Stampa», 23.10.88).

* * *
Non basta. Claudio Martelli, in replica a Pannella che accusa il PSI di avere aperto la campagna acquisti dei deputati che intendono lasciare il PSDI e confluire nel partito di Craxi: «Se Pannella iscrive al partito radicale camorristi e delinquenti e porta in Parlamento terroristi (Negri), ex-generali, e puttane (Cicciolina), siamo nella norma, mi pare giusto ...». Questo, il Parlamento. Se lo dicono loro, perché contraddirli?"


Beppe Niccolai
Rosso e Nero
1988

28 maggio 2008

Al peggio non c'è mai Fini!

Si, lui, Galeazzo Fini. Il "caghetta", il piagnucoloso di Rimini. Colui che si fece fascio per vedere John Wayne. Quello che voleva "portare il fascismo negli anni duemila". Quello che "Mussolini il più grande statista del novecento", anzi no, meglio De Gasperi!
Questa autentica merda umana non perde occasione, per ingraziarsi ulteriormente Tel Aviv, di sputare nel piatto dove ha abbondantemente mangiato.
Alla vigilia della presentazione dell'opera omnia parlamentare di Giorgio Almirante e in piena polemica sulla proposta avanzata dal sindaco di Roma di intotalargli una via cittadina, non trova di meglio che rilasciare una dichiarazione in cui definisce "vergognose" le parole espresse da Almirante (nel 1942!) su "La difesa della razza". Una posizione sulla quale, giova ricordare, lo stesso Almirante fece pubblicamente autocritica.
Come se noi dovessimo ricordare tutto quello che ha detto e scritto Fini quando era un pericoloso eversore. Ad esempio:
"Anche nel campo dello sport il Fascismo, quindi, ha lasciato un’impronta incancellabile: non solo per le tante vittorie, per i tanti stadi e impianti che ancora oggi accolgono gli atleti, per la sapiente e oculata strategia legislative che fu varata, ma soprattutto per quella ventata di giovinezza, di pulizia, di dedizione a una causa; di senso del dovere e di servizio, di lealtà che seppe infondere a tante generazioni di italiani che certamente si sono fatti uomini, nel senso più autentico del termine, nelle organizzazioni giovanili e nelle competizioni sportive del regime fascista."
(Gianfranco Fini - 1983 - atti del centenario della nascita di Benito Mussolini)

22 maggio 2008

22 Maggio 1988 - 22 Maggio 2008

“E che dire del Movimento Sociale Italiano? Di questo caro partito che è qui davanti a me? Che è nato tanti anni fa e che io riconosco nei volti degli anziani ed amo nei volti dei giovani. Che dire di questo Movimento Sociale Italiano, nostra Patria, nostro approdo, nostra cittadinanza morale, nostro rifugio, nostro riparo, nostra gloria, nostra famiglia? Che dire di questo Movimento Sociale Italiano che consentì nel 1948, nel nostro primo Congresso a Napoli, a colui che io definii a ragione il nostro vertice morale, Augusto De Marsanich, di lanciare una formula memorabile: non rinnegare e non restaurare?
Se non vi fosse stato all'inizio, se non vi fosse stato nel primo nostro Congresso, e mi permetto di dire: se non fosse stato in quell'ambiente napoletano di allora, il miracolo della resurrezione morale e spirituale, e l'ancor più memorabile miracolo della resurrezione politica, quale senso avrebbe avuto, da allora in poi, la nostra stessa esistenza? Avremmo vissuto, o per dire meglio vegetato, sotto il peso della rassegnazione. Saremmo stati per sempre i vinti dello spirito, gli orfani di noi stessi. La nostra vita sarebbe stata una permanente Caporetto, un otto settembre irreversibile.
Fu il Movimento Sociale Italiano, il Movimento-famiglia, il Movimento-onore, il Movimento-nostalgia e avvenire al tempo stesso, che ci salvò dalle pesanti tentazioni della resa. Fu - ed è ancora, dopo tanta forza di anni e di eventi - il Movimento Sociale Italiano a salvarci dal limbo, più ancora che dall'inferno, in cui correvamo il rischio di precipitare per sempre.
E adesso, superata definitivamente la lunga fase grigiastra delle incertezze e delle malinconie, adesso il Movimento Sociale Italiano è per tutti noi forza e garanzia di non estinguibile vitalità.
Se avessimo pensato, quando nascemmo, se alla fine del 1946 avessimo pensato, ci fossimo proposti, di giungere al momento in cui dal non rinnegare saremmo liberamente passati all'esaltare, al celebrare, al mitizzare, all'educare apertamente le giovani generazioni al senso della Storia, avremmo dato a noi stessi dei pazzi o degli illusi.
Adesso però non dobbiamo cedere alla tentazione opposta. Non dobbiamo gettare dietro le nostre spalle la esemplare umiltà che ci ha caratterizzati e che ha costruito un valido scudo, a difesa della nostra coscienza e anche della nostra intelligenza. Abbiamo certamente compiuto un buon tratto di strada, ma la meta è ancora molto lontana. I più anziani tra noi - e io lo sono certamente, quanto ad esperienze di questo quarantennio - debbono rendersi conto che è bello lottare per gli altri, molto più bello che lottare per sé o anche per sé.
In più chiari termini, non dobbiamo pensare possibile, per noi, di toccare con mano il momento conclusivo, il momento carnale della vittoria conquistata, accarezzata, toccata con le mani dello spirito e con quelle del corpo. La nostra generazione non è destinata a tanto, ma è destinata a qualche cosa di più: è destinata a fare il lavoro dell'ape virgiliana, dell'ape operosa e umile che lavora per gli altri e per sé nulla chiede se non la dolcezza del fato che si compie e che via via va riportando il sorriso sulle labbra di chi si riteneva votato al dolore, soltanto al dolore.
E' questa la funzione, rasserenatrice, rigeneratrice, della fiamma tricolore. Il calore della fiamma e la sua luce: calore di sentimento, luce di ragione e di verità. E' questo il sereno e umile testamento spirituale degli uomini della mia età, che guardano agli ancora anziani con infinito rispetto , ai più giovani con affetto infinito.”

Giorgio Almirante
29 Luglio 1984.

09 maggio 2008

La notte brucia ancora.

Aldo Cazzullo intervista Giampaolo Mattei.
Corriere della Sera

"I funerali di Almirante sono stati funerali anche per la nostra famiglia. Da allora siamo stati dimenticati. Più ancora dopo la nascita di An. Almirante era uno di casa. Venne alla mia comunione, alla mia cresima, ai miei compleanni, perfino alla festa quando rifacemmo il tetto di casa. Al mio matrimonio è venuta Donna Assunta. A casa c'erano spesso i dirigenti del Msi romano: Donato Lamorte, Giulio Maceratini. Cosi' come ricordo gli avvocati che fecero emergere la verità: Vittorio Battista, Michele Marchio, Raffaele Valensise. Da tempo, però, non vediamo più nessuno.
Gasparri, Alemanno, non uno di loro ha mai fatto una telefonata alla mamma, un 16 aprile. Chiami, e ti fanno parlare con il vice del portaborse. Fini disse che si sarebbe adoperato per l'estradizione di Lollo, poi non ne abbiamo saputo più niente, forse non era possibile, non so. Nessuno ha mai aiutato la mia associazione. In vita mia ho votato una volta solo, nel 2000: per Francesco Storace. Mi ha deluso pure lui. Il vecchio Msi era una comunità, di cui si sono perse le tracce. E' un isolamento che mi fa male, anche perchè sento cominciare nel paese una stagione difficile, vedo i segni dell'odio politico che ritorna. Per quel poco che posso fare, mi batterò perchè questo non accada, e per far vivere memoria e giustizia".

Giampaolo Mattei
La notte brucia ancora
Sperling & Kupfer

16 aprile 2008

Barra al centro.

Lo tsunami Berlusconi è passato e si è portato via gran parte del panorama politico italiano. Quelli che non erano bastevolmente forti da resistere all'onda. "Cespugli", "nanetti", in vario modo definiti e a più riprese accusati di essere il vero ostacolo alla governabilità, alla stabilità, alle riforme, al progresso. Ammettiamolo: fa un po' impressione questo parlamento repubblicano dove per la prima volta non saranno rappresentate la destra e la sinistra. Dove la rappresentanza identitaria, ideologica e quindi genuinamente "partitica" non ha trovato casa. Ed è incomprensibile la soddisfazione di chi, a destra, ha festeggiato (la signora Santanchè in testa) per la "scomparsa dei comunisti" dal parlamento nazionale. Non solo perché, vale la pena ricordarlo, contemporaneamente sono scomparsi anche i fascisti, o i post-fascisti, o, per dirla più esattamente, i post-missini. Ma soprattutto perché quel che resta, sopravvive e prospera è esattamente quel grande centro, indistinto e indistinguibile, che da anni paventavamo come il vero grande rischio che la destra stava correndo.
Una enorme massa, un corpaccione, un'entità omologatrice dalla quale è bandito ogni riferimento valoriale, culturale e ideale. Dove la misura del valore politico, sociale e personale la danno i successi economici, imprenditoriali e finanziari. Una holding, un cartello economico ancor prima che elettorale. Il consiglio di amministrazione dell'Italia SpA. E che a presiedere questo CdA ci sia Berlusconi anziché Veltroni non cambia sostanzialmente un tubo: è il definitivo suggello dei potentati economici e dei loro sodali sulla vita pubblica del nostro paese. Il primato dell'economia sulla politica. La vittoria dell'oro sul sangue.

04 aprile 2008

L'ora delle scelte.


Credo che domenica prossima, dopo qualche anno, tornerò a votare.
Intendiamoci: la cosa non mi procura nessun brivido di piacere ne tanto meno la sensazione di andare a compiere, da bravo cittadino, un atto di alto senso civico.
Tornerò a votare perché ho visto emergere dopo tanti anni qualcosa di nuovo eppur di antico...
E voterò La Destra di Storace, per l'occasione accompagnata da quella fiammettina tricolore che ne imita un'altra, più antica e più bella, che per la prima volta nella storia della repubblica mancherà sulle schede elettorali.
Perché ho rivisto nella emarginazione che sta subendo il partito di Storace, negli attacchi in odore di "arco costituzionale", nel livore razzista contro i suoi rappresentanti, una serie di manovre che il potere (una volta avremmo detto "il regime") sta mettendo in atto e che mi auguro, anche con il mio voto, di poter spezzare.
Perché sono stufo degli appelli al cosiddetto voto utile. Perché se devo impegnare il mio tempo per recarmi al seggio voglio avere il diritto di dare un voto anche inutile. Voglio votare col cuore. E non me ne frega niente se poi vince Veltroni. Sai che differenza col cavaliere! E mi fanno ridere tutti quegli anticomunisti dell'ultima ora che mi guardano come se avessi la peste e mi dicono: "ma così vince la sinistra"! E sai che problema. Cosa rischio? Di ritrovarmi un governo che faccia una maxi-sanatoria per i clandestini e che poi magari dia loro anche il diritto di voto? Come dite? Queste cose le fa il centro-destra? Appunto.

Voterò la Destra perché oggi è la cosa che più mi ricorda quello che fu il Movimento Sociale Italiano. Anche se non è la stessa cosa perché quella fu un'esperienza unica e irripetibile. Che nessuno ci potrà restituire. Soprattutto perché nessuno ci potrà restituire i nostri vent'anni e i nostri sogni.
Ma oggi, di fronte allo spettacolo infame che la casta ci propina tutti i giorni, un ricordo, anche se pallido, è pur sempre qualcosa.

10 marzo 2008

Antifascismo militante.



Adesso che è diventato il maggiordomo di Berlusconi il prode Galeazzo Fini trova il coraggio di criticare aspramente il suo datore di lavoro:
Come si è permesso Silvio di candidare nelle liste del PdL uno sporco fascista dichiarato e non pentito come Ciarrapico? Che tornino nelle fogne, perbacco! Che ne sarà adesso della mia reputazione a Tel Aviv?

E' proprio vero: al giorno d'oggi non ti puoi fidare più di nessuno.

05 marzo 2008

Troppo simili?



”Molto rumore per questa questione dei contrassegni significa solo una cosa: la vera Destra fa paura e i voti delle urne ce lo confermeranno. Stiamo gia’ modificando il simbolo, ma nulla mutera’ il senso politico di questo logo che dice identita’ e progetto. I valori non possono essere fermati da una misura amministrativa”. Lo dichiara Luca Romagnoli, segretario nazionale del Movimento Sociale Fiamma Tricolore, commentando la decisione del Viminale di modificare il simbolo de ‘La Destra'. Se An cerca soddisfazione in queste piccole vicende -attacca l’eurodeputato- dimostra ancora una volta di essere un partito privo di contenuti. Ormai a via della Scrofa si attaccano a tutto. Cambieremo i colori del contrassegno e la posizione della Fiamma -assicura Romagnoli- anche se a nostro giudizio questi elementi di confondibilita’ con il simbolo di An che ci sono stati contestati, appaiono strumentali. La ricusazione ci sembra roba da Corte di Giustizia europea -conclude l’eurodeputato- ma non abbiamo tempo da perdere: la vera Destra sara’ presente e distinguibile sulle schede elettorali, con la
sua Fiamma che e’ incontestabile. Ed e’ una storia immensa”.


"Lo sanno. Lo sanno bene che La Destra è un pericolo per la casta e per la politica degli inciuci. Così, hanno cercato di farci fuori, ma hanno sparato troppo presto. Hanno messo in campo il simbolo di un partito che non c’è più, perché Gianfranco Fini lo ha sciolto nel calderone del cosiddetto Partito del Popolo delle libertà, soltanto per creare confusione, per poter dare problemi al nostro simbolo, quel simbolo che non abbiamo venduto per qualche posto in Parlamento."
- Francesco Storace -


Da tempo manifestiamo la nostra perplessità sulle soluzioni grafiche che a destra vengono a varie riprese adottate. Poca lungimiranza e zero professionalità per quanto riguarda l'impatto dei simboli elettorali. Ma questo episodio ci fa un po' ridere: da una parte l'astuto Storace che presenta un clone nel tentativo di cuccarsi il voto di qualche sbadato orfano di AN, dall'altra il perfido Fini che non pago di tenere in ostaggio la fiamma (quella originale) pretende di attribuirsi l'esclusiva anche del colore azzurro e della posizione del "cerchio interno"...
In realtà gli elettori di Storace e Romagnoli non hanno bisogno di alcun trucchetto: per loro è importante la consapevolezza che la differenza fra laDestra e AN non sia un fattore puramente grafico, ma sostanziale.

21 febbraio 2008

Voto utile.


Galeazzo Fini fa appello agli elettori perché non disperdano i propri voti. Dice che solo i voti dati al PD e al PDL sono voti utilizzabili. (Forse perché l'uno e l'altro sono esattamente la stessa cosa?)
Amarcord: nella prima repubblica la DC diceva di non votare Movimento Sociale perché solo i voti dati allo scudo crociato erano "utili" alla costruzione di una solida diga anticomunista!
Ma tu guarda come va il mondo...

18 febbraio 2008

Coerenza.



"Se avessi buttato la mia storia
avrei ottenuto tutto, come Fini"

Cosa aveva messo sul piatto Berlusconi per entrare nel Pdl senza simbolo dell'Udc?

"E' ovvio che avevo capito da tempo che per me ci poteva essere spazio e grandi riconoscimenti. A condizione che si annullasse un'esperienza politica. E' quello che capiterà a Fini che avrà riconoscimenti, sarà presidente della Camera, ministro degli Esteri o quello che vuole. A patto che annulli la sua esperienza politica. Il problema è perfettamente legittimo, dal punto di vista di Berlusconi è anche coerente perché non vuole condizionamenti di altri partiti. Tranne la Lega perché probabilmente si fida. Anche se ha fatto il ribaltone, mentre io non l'ho mai fatto".

Deluso da Fini?

"L'unica persona di cui vorrei veramente non parlare in questa campagna elettorale è Fini, e credo che sia un grande vantaggio per tutti. Soprattutto per lui".
(la Repubblica)

Tanto di cappello onorevole Casini! Noi non l'abbiamo mai avuta in soverchia simpatia, ma al cospetto di tanti nani (e pigmalioni di ballerine...) della ex CdL oggi Lei giganteggia. Averla sentita dire a Berlusconi che "non tutti sono in vendita" ci ha procurato un brivido e una buona dose di nostalgia. Che poi i maligni si affrettino a obiettare che non vi siete trovati daccordo sul prezzo non cambia la sostanza delle cose: l'UDC ha messo a repentaglio la sua stessa sopravvivenza pur di non rinnegare la propria storia. Una scelta la sua, come quella di Storace in precedenza, che forse non sarà la più remunerativa in termini elettorali e di carriera personale, ma che fa sperare in un ritorno ad un'etica della politica che ormai è solo un pallido ricordo.

08 febbraio 2008

Berlusconi: FI e AN addio. Solo simbolo PdL

E così è successo. Il cavaliere porta a compimento la "strategia del predellino" e vara, per le prossime elezioni, la lista unica del centrodestra. La mancata adesione di Udc e Lega, l'uno impegnato nel progetto neo-centrista delle mani libere e l'altra rocciosamente decisa a salvaguardare la propria identità, anche territoriale, fa sembrare il tutto una vera e propria annessione di AN da parte di Forza Italia. Quel campione di coerenza che risponde al nome di Gianfranco Fini smobilita armi e bagagli dopo aver solennemente dichiarato che mai e poi mai avrebbe aderito al partito unico nato da cotale operazione di ingegneria politica. Da un punto di vista psicoanalitico è la conferma che Fini necessita di un tutore: prima Almirante, poi Tatarella infine Berlusconi. La dimostrazione provata del suo personalissimo "mito incapacitante". L'essersi circondato di yes-men, di grotteschi "colonnelli" (anche loro ormai in via di pensionamento) e di pseudo intellettuali adoranti, non è bastato, ovviamente, a fare di lui un vero leader, un capo, uno statista.
Da un punto di vista squisitamente tecnico il rifugiarsi sotto le comode insegne della lista di Berlusconi, vittorioso secondo tutti i sondaggi, rappresenta il tentativo di diluire e mimetizzare una eventuale débacle elettorale di AN che evidentemente Fini e i suoi consigliori non devono giudicare così "eventuale".
Infine, per noi che diamo importanza a queste cose, una riflessione: le prossime saranno le prime elezioni del dopoguerra in cui non sarà presente la fiamma tricolore del Movimento Sociale Italiano. Peccato. Perché anche così ridotta, inutilmente sovrastata, tenuta in ostaggio da proprietari immeritevoli, era pur sempre l'ultimo simbolico legame con le nostre radici, con la nostra giovinezza, i nostri sogni e con un mondo che avremmo voluto, che avrebbe potuto essere e purtroppo non è stato.

04 febbraio 2008

Sòr Tentenna.

Il sempre più patetico Gianfranco Fini gioca a fare lo statista. Scimmiotta Veltroni, al quale per altro dà del "Crozza" beccandosi in risposta una serie trasversale di frizzi lazzi e pernacchie, e cerca di presentarsi come politico serio e responsabile, che ha a cuore gli interessi degli italiani ancor prima di quelli della sua parte politica. Quindi se il Walter proclama che il PD correrà da solo alle prossime elezioni, anche Fini propone al Cavaliere di fare la prossima coalizione di centrodestra senza i "piccoli partiti". Che anima bella! Qualcuno gli può spiegare che Veltroni ha detto una cosa diversa? Che se Berlusconi dovesse fare altrettanto a competere in solitaria sarebbe Forza Italia (o Popolo delle Libertà) e tutti gli altri, AN compresa, si attaccano al tram?
Ma parliamoci chiaro: l'ultima pensata di Fini nasce esclusivamente dalla speranza di liberarsi della Destra di Storace, la cui prossima consistenza elettorale lo preoccupa più di un'eventuale vittoria della sinistra. Già perchè, dato per certo che si voterà con l'attuale legge elettorale, Fini è disposto a far perdere le elezioni a Berlusconi pur di consumare la propria, personale vendetta nei confronti dei suoi ex camerati che hanno avuto l'ardire di mandarlo gentilmente a quel paese.

25 gennaio 2008

Saluto Romano!



Il governo Prodi è caduto, con sollievo di tutti gli italiani.
Restiamo in trepidante attesa di sapere a quale altro democristiano affideranno le sorti del Paese.

16 gennaio 2008

Amate sponde.

Nel giro di pochi giorni gli osservatori esteri hanno potuto vedere, tra le tante magagne che affliggono il belpaese, tre vere e proprie perle: una regione completamente sommersa dalla spazzatura, una minoranza di zecche e intellettuali radical-chic che impediscono a un Pontefice e capo di Stato di parlare all'Università, la moglie del ministro della Giustizia arrestata per concussione. Grazie, grazie repubblica nata dalla resistenza e dall'ignominia dell'otto settembre per farci sentire così orgogliosamente fieri di essere italiani!

22 novembre 2007

Fini: “Andiamo al centro con l’Udc”



Quando quella sera dell'ottantanove guardavamo in tv le immagini del muro di Berlino che crollava, eravamo consapevoli che il mondo sarebbe cambiato. Che nulla sarebbe più stato come prima e che la nostra generazione aveva avuto il privilegio di vivere un passaggio epocale. Da quella sera anche in Italia tutto sembrava destinato a cambiare: come se la fine del comunismo praticato avesse spazzato via non solo tutte quante le ideologie del ventesimo secolo, ma anche il vecchio ordine politico e sociale. Così abbiamo visto dissolversi partiti-stato sotto i colpi di una magistratura che non sempre era migliore della politica. Abbiamo visto nascere partiti-azienda, un imprenditore diventare presidente del consiglio, ex-fascisti andare al governo. Credevamo di averle ormai viste tutte. Invece nell'attuale fermento caotico in cui nuovi partiti nascono, altri cambiano nome e alcuni defungono, ci mancava di vedere questa. Che poi, diciamocelo, è esattamente quello che tutti ci aspettavamo. La naturale (?) conclusione di un percorso iniziato alcuni anni orsono, quando Fini ha impresso la sua svolta centrista ad Alleanza Nazionale. Si, daccordo, se non fosse nato il Partito Democratico, se Berlusconi non avesse risposto da par suo con la incredibile "apparizione" del PdL, se, se, se...
Con AN relegata ai margini, Fini e soci sono costretti a gettare la maschera e ad accelerare sulle proprie scelte di campo. Forse è finito l'equivoco di un partito di centro che pretendeva di rappresentare la destra. Certamente è finito il sogno di Fini di essere il Sarkozy italiano.

16 novembre 2007

Fini ridisegna le alleanze?



Il proprietario di AN intima al Cavaliere di voltare pagina. Con una lettera aperta al Corrierone (mai il coraggio di dire le cose in faccia, eh Gianfra'?) pubblicata all'indomani dell'approvazione della finanziaria e quindi dettata prima che si conoscesse l'esito del voto in Senato, Fini apre agli appelli veltroniani al grande inciucio. Il pretesto è la nuova legge elettorale e già si accettano scommesse sulla "svolta" proporzionalista di AN. In realtà appare evidente il tentativo di mettersi di traverso sulla strada di Berlusconi reo di aver benedetto, urbi et orbi, il nuovo partito di Storace. Gli addetti ai lavori giurano che le velleità indipendentiste di Fini dureranno pochi minuti. Il tempo di essere come al solito ripreso con una tirata d'orecchi dal leader della CdL. Ma chissà: da un partito che ha fatto dell'otto settembre il suo faro ideale, c'è da aspettarsi di tutto.

07 novembre 2007

Il bel paese.


Il decreto sulla sicurezza che il governo sta varando in queste ore, sull'onda emotiva del barbaro omicidio della donna romana da parte di un rom, si traduce nell'ennesima presa per i fondelli. Ma quali procedure facilitate per le espulsioni? Ma quali controlli e selezioni sugli ingressi? Ma quali "sindaci sceriffi"? Meglio una decisa opera di contrasto dei nascenti rigurgiti di razzismo e xenofobia!
Come dire che l'allarme sociale in questo paese non è dovuto alla presenza massiccia di immigrati che scippano, rapinano, spacciano, stuprano e uccidono le nostre donne, ma a qualche italiano che si è rotto i coglioni e che sporadicamente li prende a sacrosante legnate.
Ma che razza di paese è quello in cui se si esprimono dubbi sull'olocausto si va in galera e ladri, spacciatori, omicidi e criminali vari godono di una sostanziale impunità?
Un paese di merda.

05 novembre 2007

I numeri di Fini.


Il povero Gianfranco non ne azzecca una! Dopo tutti questi anni passati ad accreditarsi come leader di un partito moderato, tollerante e antifascista, non ti capita che un rom violenta e ammazza una donna italiana? E lui, convinto di cavalcare la tigre di una protesta da cui da tempo ha preso le distanze, se ne esce con la frase:"bisogna espellere almeno duecentomila stranieri!". In cinque secondi di dichiarazione alla stampa ha fatto precipitare se stesso e il suo partito nell'abisso nero dell'intolleranza, della xenofobia, dello squadrismo dal quale con tanta fatica cerca di emergere. Una sola frase e agli occhi dell'opinione pubblica si rivela la destra bieca, oscurantista e reazionaria come è sempre stata e sempre sarà. Povero Gianfranco! E lui che si sognava già come il Veltroni de no'antri, buono e rassicurante. Tollerante e moderno. Due figli del dopoguerra. Mai stato comunista uno, mai stato fascista l'altro. E' proprio vero: questa stampa pignola e cattiva non perdona. Basta una parola messa male e devi ripartire da capo. Nessuno che si ricordi che proprio lui, il povero Gianfranco, ha fatto la più grande sanatoria di immigrati della storia dell'umanità: settecentomila extracomunitari. E che proprio lui a quegli immigrati voleva concedere il diritto di voto! Ma la riconoscenza in politica è cosa rara; quasi come la coerenza. E allora c'è da giurare che tra pochi giorni, quando l'effetto emotivo del delitto di Roma sarà svanito, tutto tornerà tranquillamente come prima: i clandestini a scorrazzare indisturbati per l'Italia, i rom a rubare e delinquere in vario modo e Fini a mostrare il volto buono e presentabile di una destra moderna, aperta, interetnica e solidaristica. Quelli che gridano "pena di morte" o "fuori i clandestini" sono solo elettori. Anche di Fini.

17 ottobre 2007

Contra omnes.

Non sappiamo se Francesco Storace avesse in animo, quando ha dato vita a LaDestra, di rifondare il vecchio MSI. Non crediamo. Anche perché, purtroppo, tutti i tentativi fino ad oggi esperiti sono naufragati sugli scogli di una evidente inadeguatezza di chi li proponeva e soprattutto su quelli dell'assoluta unicità di un'esperienza gloriosa e irripetibile.
Tuttavia le vicende che stanno caratterizzando la nascita della nuova formazione politica storaciana e il contesto che l'accompagna, ci ricordano per certi versi qualcosa del Movimento Sociale. Da tempo non si assisteva a una demonizzazione e al sistematico tentativo di isolamento e annientamento quali quelli che sta subendo l'ex governatore del Lazio. Compresi gli attacchi giudiziari per ipotesi di reato quanto meno risibili. Tutti contro Storace, Storace contro tutti. AN lo vede come il fumo negli occhi, un po' per la paura di erosione elettorale, un po' di più per aver -finalmente!- abbandonato il salotto finiano e reso evidente cosa siano ormai diventati gli altri cosiddetti colonnelli: delle marionette. Il sistema, invece, sembra piuttosto preoccupato dal ritorno dopo tanti anni di una destra parlamentare che voglia rompere i giochi e un po' anche i coglioni. Che se ne frega del politically correct e che dice pane al pane e vino al vino. Che non usa mezzi termini quando c'è da mandarne a dire ai potenti di turno, fosse anche il presidente della repubblica o qualsivoglia altro rappresentante della "casta".
Sarà poi questa la vocazione de LaDestra? Non lo sappiamo, ma probabilmente è questa l'aspettativa dei tanti che in questi giorni stanno guardando con fiducia al tentativo di Storace, un missino.

20 settembre 2007

Quando uno non capisce una Mazza...


L'ennesima prova dell'involuzione subita dalla destra politica italiana ce la fornisce il direttore aennino del TG2. Mauro Mazza di fronte al montante fenomeno di Beppe Grillo e della sua antipolitica, non trova di meglio da fare che autonominarsi difensore d'ufficio della partitocrazia. In completino grigio-democristiano e in perfetto linguaggio politically-correct, evoca precedenti di cattivi maestri, pazzi e pallottole. Come se il movimentismo del comico genovese fosse una fucina di fanatici estremisti e un pericolo per le istituzioni. Una visione, la sua, ridimensionata perfino dal suo datore di lavoro Gianfranco Fini, il quale, forse, si è ricordato di quando faceva parte di una forza politica che scelse fin dalla costituzione di non chiamarsi "partito" e che della lotta alla partitocrazia e alla degenerazione della politica fece la sua stessa ragione di essere.

13 settembre 2007

Il passo delle oche.

Alessandro Giuli, giornalista de "Il Foglio", ha pubblicato un impietoso pamphlet sulla classe dirigente di Alleanza Nazionale. Significativo ci sembra questo passo dedicato a Pinuccio Tatarella per la sorprendente analogia con quanto avevamo scritto noi del Cerchio nel maggio 2006. (clicca sul titolo per vedere)

“Tatarella ha rappresentato per Gianfranco Fini e i suoi seguaci più che una stella fissa. Basta dare un’occhiata alle fluttuazioni ideologiche e ai deragliamenti politici che hanno scandito la maratona finiana per il potere dacché Tatarella è morto nel febbraio del 1999. Con lui si è spento all’improvviso l’unico vero stratega postfascista, il grande tessitore di pratiche, il domatore dei cicisbei che contornavano e circondano ancora Fini. Soprattutto il solo politico ex missino capace di intuire per via quasi animale le giuste traiettorie per condurre una progenie d’impresentabili nel vestibolo dell’alta società di governo internazionale. Scomparso lui, hanno dovuto tutti navigare di notte, col cielo e le stelle coperte di nubi.”

Ci viene legittimamente il sospetto che Giuli frequenti il nostro blog...


Alessandro Giuli
Il passo delle oche.
Einaudi 2007

05 settembre 2007

Elogio della coerenza.

Berlusconi: «Legge elettorale, c'è l'accordo»
Si è concluso l'incontro tra il leader di Forza Italia, Bossi e Fini: sì a bipolarismo, indicazione alleanze e premier e sbarramento
Anche Fini ha ribadito, a proposito della riforma della legge elettorale, che «si può tranquillamente votare con quella che c'è, salvo qualche aggiustamento. Ma se la maggioranza di governo non la ritiene sufficiente siamo pronti a discutere a condizione che siano rispettati i tre punti illustrati da Berlusconi. Nei prossimi 15 giorni verificheremo se nella maggioranza c'è disponibilità a discutere»». (Corriere della Sera)

Che strano: a noi era sembrato nei mesi scorsi di vedere i dipendenti di AN dannarsi l'anima per raccogliere le firme per il referendum...
Le solite piroette dite? Può darsi. Ma il silenzio imbarazzato di tutta la truppa alleanzina di fronte all'ennesima giravolta del capo è sempre stupefacente.

27 luglio 2007

La grande fuga.


AN continua a perdere pezzi. Negli ultimi due anni oltre a un cospicuo numero di elettori hanno abbandonato il partito di Fini anche molti esponenti di primo piano. Chi per levarsi semplicemente di torno, chi per dar vita a nuovi partiti, chi, come Gustavo Selva, per rifugiarsi in Forza Italia. Ma tutti, sempre, in aperta rottura con il padre-padrone di via della Scrofa.
Noi vogliamo monitorare questo esodo citandone qualcuno (quasi tutti parlamentari e personaggi di spicco) e invitando gli utenti del forum a fornirci aggiornamenti e integrazioni.

Fisichella Domenico, Fiori Publio, Misserville Romano, Mussolini Alessandra, Storace Francesco, Buontempo Teodoro, Musumeci Nello, Trantino Enzo, Salerno Roberto, Arrighi Alberto, Danieli Paolo, Marri Italo, Cacciola Biagio, Proietti Livio, Sabbatani Schiuma Fabio, Agostinacchio Paolo, Limido Gabriele, Carrara Antonino.

18 luglio 2007

Dimissioni finte, buffoni veri.

La storia della politica italiana è costellata di clamorose dimissioni, annunciate con proclami roboanti e spirito fiero. Sdegnosamente rassegnate per alti e nobili motivi, a tutela di specchiate e riconosciute onorabilità. Ma anche prontamente ritirate nel superiore interesse del bene comune. Tutto finto, dunque. Come al circo, dove i clown cadono e muoiono ma poi si rialzano. Più vivi e pimpanti di prima.

"Un voto in meno del centrodestra al Senato è un giorno in più per il governo Prodi. Questo travolge ogni altro ragionamento che mi spingerebbe alle dimissioni. Per questo assumo su di me la responsabilità di ritirare le dimissioni". Lo ha detto il senatore di An Gustavo Selva nel suo intervento nell'aula del Senato chiamato a pronunciarsi dopo le polemiche sorte per l'uso di un'ambulanza lo scorso 9 giugno, spiegando che la decisione è dovuta anche ai cittadini che ora con "moltissimi messaggi mi invitano a restare". (Adnkronos)

Il vecchio democristiano si sacrifica dunque per il bene del Paese e dà vita ad un nuovo partito di centro-destra: Ambulanza Nazionale.
Ma al circo, ogni tanto, non arrivano i leoni?

03 luglio 2007

Storace: addio AN. Ecco il nuovo partito di destra.


"Vedo praticamente esaurita la funzione di Alleanza nazionale nella rappresentanza dei valori della Destra, con il suo leader molto impegnato nel tentare a tutti i costi, attraverso formule che si modificano quotidianamente e incomprensibilmente, di liberarsi di quello che appare sempre più un fardello ingombrante per i suoi disegni politici.
Credo che sia legittimo il tentativo dell’on. Fini di trasformare Alleanza nazionale nell’ennesimo partito di centro esistente in Italia, e conseguentemente ritengo di avere il diritto di non condividere questa prospettiva. Da un anno reclamo chiarezza, ma in Alleanza nazionale – salvo qualche rara e coraggiosa eccezione – non ho visto nessuno disponibile ad impegnarsi per pretendere coerenza rispetto alle idee con cui fondammo a Fiuggi la nuova destra italiana. Addirittura si rifiuta la celebrazione del congresso nazionale – cinque anni dopo l’ultimo! – con motivazioni assolutamente sconcertanti.
Evidentemente la coerenza e il primato della politica, oltre che il rispetto dello statuto, interessano solo me.
Preferisco lavorare alla strutturazione della Destra nel Paese per restituire una speranza a tantissimi militanti che da tutta Italia la rivendicano spaesati, disorientati, stanchi di svolte continue che ormai non fanno nemmeno piu’ notizia."

26 giugno 2007

Ma chi vogliono prendere per i fondelli?


Claudio Martini, sciaguratamente governatore di questa sciagurata Toscana, annuncia trionfante: “Siamo i primi in Italia a tagliare il numero dei consiglieri regionali!” E’ vero, c’è un disegno di legge in tal senso presentato dal comunista Ghelli. E’ altresì vero che il suddetto disegno è ancora ben lontano dall’essere, non dico approvato, ma finanche discusso. Ma ciò che è più vero di tutto è che Martini finge di scordare che la Toscana è stata l’unica regione italiana ad aumentare il numero dei consiglieri da cinquanta a sessantacinque. Più di due anni fa, grazie al patto scellerato tra i vertici di DS, Forza Italia e Alleanza Nazionale. Un aumento del trenta percento di poltrone che ha automaticamente significato un analogo aumento della spesa per i contribuenti. Un patto sottoscritto dai ras locali di quei partiti nel totale disprezzo della volontà dei rispettivi elettori e sovente anche contro le indicazioni di autorevoli esponenti nazionali. Un inciucio volgare, arrogante e dispendioso al quale, per sovraccarico, si volle aggiungere il colpo di grazia dell’abolizione della preferenza.
Ora, sull’onda emotiva dei mugugni del popolo suddito sempre più alle prese con l’insostenibilità dei costi della pubblica amministrazione, cercano di cavalcare la tigre di una ritrovata “etica della parsimonia”.
Noi pensiamo che sia ormai troppo tardi per recuperare un rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni logorato anche da simili episodi di malcostume. Ma se, per caso, si volesse dare un segnale in questa direzione suggeriamo che tutti i consiglieri che votarano per l’aumento dei seggi si dimettano all’indomani dell’approvazione del disegno di legge Ghelli. E che non si ripresentino alle future elezioni regionali: dal ritorno alle loro importanti occupazioni ne guadagnerebbero le istituzioni e l’intera società civile.

22 giugno 2007

Dietro un grande uomo c'è sempre una grande donna.

Sanità, Daniela Fini finisce sotto inchiesta
La vicenda che riguarda l'ex coniuge di Gianfranco Fini, che alcuni giorni fa ha annunciato con il marito la separazione consensuale, risale al febbraio di due anni fa ed era stata riportata nel marzo scorso da un settimanale. La deposizione di ieri è scaturita anche in seguito a quel servizio giornalistico sulla rapidità con la quale la «Panigea» -di cui Daniela Fini era socia- ottenne nel 2005, in sette giorni, la convenzione dalla Giunta regionale del Lazio allora retta dal governatore Francesco Storace, per la Tac e la risonanza magnetica. Due esami particolarmente costosi. Il coinvolgimento di Daniela Fini in questa parte dell'indagine sulla malasanità laziale deriva però dall'inchiesta della procura di Potenza, condotta dal pm Henry Woodcock, che portò in carcere anche Vittorio Emanuele di Savoia, e da un'intercettazione telefonica dell'aprile 2005 fra la stessa Di Sotto e l'ex segretario di Fini e senatore di An, Francesco Proietti Cosimi, all'epoca dei fatti anche lui socio della «Panigea».
La richiesta della convenzione a favore della «Panigea» è datata 11 febbraio 2005: la Asl Rm/C impiegò appena tre giorni per esaminare la pratica e dare parere positivo all'assessorato regionale alla Sanità. L'accreditamento arrivò il successivo 18 febbraio. Un lasso di tempo troppo breve, che ha insospettito gli inquirenti, visto che, in media, nel Lazio, per ottenere l'ok da parte della Regione ci vogliono sei mesi. Anche se, come è successivamente emerso dalle indagini, già dagli anni Novanta il poliambulatorio «Panigea» (che ha come socio di maggioranza Patrizia Pescatori, moglie di Massimo Fini, fratello del presidente di An e uno dei direttori sanitari del San Raffaele romano) godeva di altre convenzioni regionali per analisi cliniche, radiologia, cardiologia e riabilitazione.
(fonte: Corriere della Sera)

11 giugno 2007

Uomini e ambulanze.



ROMA - Bufera su Gustavo Selva, il senatore di An che sabato ha finto un malore per farsi trasportare da un'ambulanza negli studi de La7 superando così tutti gli ostacoli al traffico causati dalla visita di Bush a Roma. (ANSA)

Potrebbe sembrare una cosa da niente, una goliardata. Ma è sintomatico di cosa sia diventata oggi la politica con il suo carico di arroganza, di privilegi e di impunità. Per carità: di abusi se ne compiono ogni giorno e di ben più gravi, ma questo va segnalato per fantasia e dabbenaggine. Si, perché il prode senatore di AN non si è limitato a commetterlo ma ne ha fatto anche pubblico vanto. Da vecchio democristiano è tuttora convinto che lo Stato sia al suo servizio e non viceversa; da "alleanzino" si è trovato in buona compagnia visto che l'unica molla che muove il partito dei dipendenti di Fini è la ricerca spasmodica del privilegio, del potere fine a se stesso, della "sistemazione" personale. Una casta nella casta i cui accoliti, come è stato appropriatamente detto, dopo aver assaggiato il Sauternes difficilmente si accontenteranno di tornare a bere lo Zibibbo...

23 maggio 2007

La grande verità.

All’improvviso, nel 1989, il paradiso sovietico si è disfatto. Sono emersi la fragilità, l’inganno e le miserie del comunismo e del socialismo reale. Non soltanto nell’URSS, ma in tutti gli stati satelliti di Mosca. Anche il PCI è stato travolto dal crollo. I comunisti italiani sono stati obbligati a mettersi allo specchio e a scrutarsi con uno sguardo diverso rispetto al passato. Su questa famiglia rossa, in preda allo choc, si sono poi abbattute altre disgrazie impreviste. La scissione del 1991 e la nascita di Rifondazione Comunista. La perdita di forza elettorale. Una crisi di immagine profonda. Anche la conquista del governo del 1996 è avvenuta sotto la guida di un democristiano come Romano Prodi. Insomma una catastrofe ininterrotta. Bene, cosa restava a questi sinistrati? Di fatto soltanto l’orgoglio di aver sconfitto il fascismo con la guerra partigiana. Ma a quel punto sono spuntati i maledetti revisionisti. Questa razza malvagia ha cominciato a dar picconate anche a quella certezza. Affermando una serie di verità sgradevoli. Per esempio, che in Italia il fascismo era stato sconfitto non dai partigiani, ma dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti, due potenze capitalistiche. Poi ancora che lo scontro avvenuto fra il 1943 e il 1945 era stato una guerra civile. E che per raccontarla in modo completo era indispensabile occuparsi anche della Repubblica Sociale di Mussolini.


Da: "La grande bugia"
Giampaolo Pansa
Sperling & Kupfer 2006

24 aprile 2007

Complimenti Mr.Fini!

Sono 3 milioni e 35mila gli stranieri regolari in Italia, quasi il doppio rispetto a 5 anni fa.

''La modifica della Bossi-Fini si e' resa necessaria perche' i meccanismi adottati dalla stessa legge per l'immigrazione hanno favorito uno sproporzionato ingresso di immigrazione clandestina nei confronti dell'immigrazione legale''.
(Giuliano Amato, ministro dell'Interno)

Complimenti. Complimenti vivissimi! Ci volevano proprio cinque anni di governo di centro-destra per ottenere questi brillanti risultati.

16 febbraio 2007

Album di famiglia.



Sul blog di "Cuori Neri" si parla della presentazione del libro di Nicola Rao (La fiamma e la celtica - Ed. Sperling & Kupfer) in quel di Padova ad opera di alcuni esponenti di AN. Io sostengo che la storia del neofascismo italiano raccontata da Rao non possa essere considerata l'"album di famiglia" di Alleanza Nazionale. Non perché non esista una diretta discendenza del partito di Fini da quello che è stato per quasi cinquant'anni l'unico partito neofascista del dopoguerra, il MSI. Ma perché do per scontato che, salvo rare eccezioni, in AN si preferisca cancellare la memoria di questo recente passato. E' pur vero che in gran parte della base di AN (anche, devo dire, in quella di provenienza non-missina) il sentimento nei confronti del "partito che c'era prima" è benevolo e riconoscente, ma è altrettanto vero che le disposizioni "istituzionali" di Fini sono di tutt'altro genere. La svolta antifascista di AN impone, per calcolo o per viltà (o per tutte e due le cose), di stendere un velo di oblio sulla provenienza dei massimi dirigenti alleanzini. La mancata celebrazione del sessantennale della fondazione del MSI è più che eloquente.
Insomma, un passato che imbarazza, di cui ci si vergogna quando addirittura non ci si pente. Un passato che per noi ex missini rappresenta un imperituro motivo di orgoglio e che invece per tanti ambiziosi arrivisti uomini di AN potrebbe costituire un ostacolo alla frequentazione dei "salotti buoni" della politica.

13 febbraio 2007

Tanto di cappello, Presidente.




Lo ammettiamo: non ci aveva fatto fare salti di gioia l'elezione di Giorgio Napolitano a Presidente della Repubblica. Non tanto perché fosse il primo ex-comunista a salire sul colle più alto, cosa che semmai legittimerebbe anche gli ex-fascisti ad aspirare alla stessa carica (sempre che ve ne siano ancora in giro), ma perché non ci appassiona più di tanto la "dinasty" delle solite cariatidi della politica nostrana, riciclata e riciclona. Ma le parole usate in occasione della giornata del ricordo, in memoria degli italiani infoibati, ci hanno fatto ricredere. Nessuno, neanche il tanto osannato Ciampi, aveva parlato senza mezzi termini di pulizia etnica e di colpevole silenzio per bieco calcolo politico.
Come c'era da aspettarsi il Presidente Napolitano è stato oggetto di un rabbioso attacco da parte della Croazia che gli ha procurato l'unanime solidarietà del mondo politico. Cosa faranno, ci siamo chiesti, i conigli di Alleanza Nazionale? Prenderanno le sue difese o sull'argomento foibe si eclisseranno come hanno fatto in occasione delle celebrazioni?

07 febbraio 2007

La cultura della sconfitta.

"Vincere, vincere, vincere! E vinceremo, in terra cielo e mare..."

Dopo i tragici fatti di Catania sociologi, politici e tuttologi vari si sono affrettati a rammentarci che in Italia, nelle competizioni sportive, non abbiamo la cultura della sconfitta. Cultura che è invece patrimonio comune dei paesi europei ad alto tasso di "democrazia calcistica"!
In realtà, anche volendo solo per ipotesi considerare manifestazione sportiva le scene di guerriglia urbana viste venerdì scorso a Catania, la peculiarità di noi italiani è proprio quella di voler aggirare, con ogni mezzo, la possibilità di sconfitta. Ottosettembristi del pallone? Può darsi. Del resto cosa possiamo pretendere da un popolo che inizia sempre le proprie guerre a fianco di un alleato e le finisce puntualmente a fianco di quello che era il suo nemico? Tanto per rimanere in ambito calcistico: sei un tifoso, che so, del Milan? Niente paura: all'ultima di campionato mettiti a tifare Inter e giura che il tuo cuore ha sempre battuto per i nerazzurri. In Italia si fa così.

15 gennaio 2007

Un uomo di destra alla Farnesina.



"Nei nostri cinque anni di governo abbiamo dato vita a una politica estera leale nei confronti dell'alleanza atlantica. Al contrario questa Italia di Prodi, servendo l'asse fra Parigi e Madrid, insegue l'ambizione francese di una strategia euro-araba. Una strategia che mira ad escludere l'influenza americana e che ha come interlocutore, purtroppo, l'Iran di Ahmadinejad. Come conseguenza di ciò, l'America ci ha messo ormai nella lista dei paesi non affidabili."
Queste, in sintesi, le parole di Berlusconi.
Insomma, D'Alema è bravo solo a criticare gli stati uniti: per la guerra in Iraq e per i bombardamenti in Somalia. Invia i soldati italiani in Libano per difendere gli Hezbollah dalle rappresaglie israeliane, chiede la costituzione di uno stato palestinese, vuole escludere l'influenza americana dall'Europa e dal medio-oriente...
Qualcuno nota la differenza dal suo scialbo predecessore che scodinzolava di fronte alla Rice e faceva il pendolare a Tel Aviv?

12 gennaio 2007

Idealismo e pragmatismo.

Alcuni amici della cosiddetta destra radicale sostengono che non sia conciliabile la critica al sistema con l’accettazione dei rituali democratici e in particolar modo di quelli parlamentari. A sostegno di questa tesi portano l’esempio di Pino Rauti, un tempo icona nera dell’alternativa al sistema e oggi costretto, per ragioni di bottega, all’alleanza con Berlusconi, emblema vivente dell’odiato liberal-capitalismo e del sistema che lo sorregge.
Attendiamo come sempre le opinioni dei nostri utenti, limitandoci a una breve considerazione: il limite di certe forze politiche della destra “antagonista” è sicuramente quello di non aver saputo tenere su due piani separati l’idealismo dal pragmatismo. Perché le idee, anche le migliori, possano affermarsi devono reggere la prova dell’immersione nella realtà contemporanea. L’obbiettivo di lungo termine sarà senza dubbio quello della costruzione di una società migliore, ma nell’immediato questa è la società nella quale ci si trova ad agire. Per cui, massimo rispetto per chi sogna più o meno utopiche terze posizioni, ma nel frattempo il buon Rauti e tutti quelli che, bontà loro, si dilettano a fare attività politica che cosa dovrebbero fare?
Del resto se Mussolini non avesse dato prova di grande pragmatismo alleandosi con il capitale, con la chiesa, con la massoneria e via discorrendo, non avremmo avuto, nel secolo scorso, l’unica vera rivoluzione (quella si, autentica terza via) che l’Italia abbia mai conosciuto.

15 dicembre 2006

Che fine ha fatto la destra sociale?


Dopo le elezioni vinte dal centrosinistra sono letteralmente scomparsi gli ex capi-corrente del partito di Fini. Storace, prima trombato alle regionali e poi stroncato dall’”affaire Laziogate”, Alemanno annichilito dalla pessima figura fatta nella corsa al Campidoglio. E la comunità militante della cosiddetta destra identitaria? Andata. Mettiamoci una pietra sopra.
Eppure non sembrerebbero mancare gli argomenti di attualità per far sentire la voce di quella che un tempo veniva considerata l’ala “intellettuale” della destra italiana.
E invece no. Spariti tutti. Ci viene un dubbio: che siano in ritiro ad inventarsi una giustificazione plausibile per il prossimo ingresso nel PPE?

04 dicembre 2006

Come ti rovino la festa.


Non c’è dubbio: con la manifestazione di sabato 2 Dicembre a Roma i partiti del centrodestra hanno dato prova di una grande capacità di mobilitazione della propria base. Ancora maggiore se si considera che i due milioni di cittadini scesi in piazza non lo hanno fatto sulla base di una piattaforma programmatica e rivendicativa specifica. Hanno manifestato, sic et simpliciter, contro il governo Prodi. Dimostrando quindi una fidelizzazione quasi ideologica di cui gli organizzatori potranno sicuramente far tesoro.
Incredibile dunque come un evento che ha dato prova di grande forza dell’opposizione si sia tradotto, nei fatti, in una vera e propria disfatta per l’opposizione stessa. Una Caporetto che è tutta ascrivibile alla scelta dell’UDC di tenere altra e contemporanea manifestazione in quel di Palermo. Una rottura maturata probabilmente dalla consapevolezza di Casini di non essere lui il bolognese prescelto per la successione a Berlusconi…
Sta di fatto che l’attenzione degli addetti ai lavori è stata ad arte deviata dalla protesta romana ai dissidi interni alla ormai ex CdL. I riflettori della diretta televisiva si sono accesi, in una improbabile par-condicio, tanto sulla debordante folla di Roma quanto sul grottesco convegno di Palermo. Tot minuti per i due milioni di italiani, tot minuti per i diecimila vetero-democristiani.
Adesso l’UDC ha dichiarato che ormai ci sono due opposizioni e che il partito di Cesa intende seguire una propria strada per creare un’alternativa a Prodi. Convinti come siamo che Casini e soci siano abbastanza intelligenti da non coltivare, in epoca di bipolarismo, sogni di egemonie centriste destinati a infrangersi (Mariotto Segni docet), ci rimane un unico interrogativo: cosa faranno i senatori uddiccini quando la risicata maggioranza prodiana avrà bisogno di una mano? Mah…

13 novembre 2006

La fiamma e la celtica.

Sul blog di Luca Telese (che invitiamo a visitare) www.cuorineri.it si è aperta una ricca discussione sul libro di Nicola Rao "La fiamma e la celtica" edito da Sperling & Kupfer. Tra i vari interventi ci è sembrato particolarmente interessante questo di Gabriele Adinolfi che riportiamo di seguito.

l valore dell’ultimo libro di Rao che pur inserendosi in una linea di rivisitazione storica che vorrebbe relegarci in soffitta a vantaggio della DC e dell’Azione Cattolica stona magnificamente. Leggetelo!
Non tutte le ciambelle riescono con il buco. Sicché se per favorire la rinascente DC si commette l’errore di affidare ad un autore di cuore e coscienzioso il compito di parlare del neofascismo nell’intento di liquidarlo storicamente, può invece accadere che ne esca fuori un’opera bella e toccante.
È quanto è accaduto con “La fiamma e la celtica” di Nicola Rao edito dalla Sperling & Kupfer che giungerà di sicuro al grande pubblico più dei testi della Settimo Sigillo di Enzo Cipriano per la quale Rao aveva operato la sua prima stesura: “Neofascisti” e cui è opportuno rendere il dovuto onore.

In mezzo a mele marce

La Sperling & Kupfer va al sodo: volume rilegato male per risparmio di spesa con fogli che si sfilacciano immediatamente, collana diretta dal rampante Telese e, ciliegina sulla torta, nel retrocopertina quest’agghiacciante descrizione del libro: “tutto quello che è successo nella galassia della destra italiana da Il sangue dei vinti a Cuori Neri”. Come dire che le due operazioni commerciali in salsa democrista rappresenterebbero i suggelli narrativamente corretti di un mondo che certa gente vorrebbe far sparire e dimenticare.

E che il piano stia riuscendo fino ad attecchire in un’area che non ha più dirigenze adeguate lo comprovano tutte le piroette ideologiche e identitarie che vanno in scena ripetutamente. Non ci riferiamo solo ad AN ma soprattutto a chi si situa al suo fianco destro dove è vittima della progressiva avanzata di tesi controrivoluzionarie. A furia di abbassare la guardia di fronte agli ammiccamenti che da una ventina d’anni provengono da alcune confraternite, sempre più spesso qualcuno pressappochista o dalle idee confuse, pur ostentando paradossalmente una simbologia fascista, si propone invece come un’Azione Cattolica degli anni Cinquanta.

Che si sia in presenza di una libido di s-fascistizzazione è talmente chiaro che, come in genere avviene per tutto quel che è palese, solo in pochi se ne avvedono e ancor meno sono quelli che ne capiscono la portata.

Invece non solo bisognerebbe saper leggere gli slogan e capire il lessico politico (e quindi pretendere la correzione di ogni espressione d’estrema destra che vada nel senso della s-fascistizzazione) ma anche saper distinguere le letture, comprendere cosa muove gli autori, quali vanno sostenuti e quali no.

Se Telese e Pansa sono indiscutibilmente uomini che operano, oltre che per interesse personale, anche e soprattutto in una strategia democristiana, senza porsi minimamente il problema della mistificazione, Tassinari e Rao, pur provenendo da due percorsi diversi, sono invece spinti da attrazione reale per qualcosa che intendono esprimere com’era (e come in parte ancora è) e non invece per neutralizzarlo.

Il funerale del Comandante

La vita è buffa. Il libro di Rao inizia con il capitolo più toccante, travolgente, trascinante: quello dedicato al funerale di Peppe Dimitri. Ora, guarda caso, proprio il commento di quella vicenda fornì l’occasione per la peggior espressione di bassezza d’animo del curatore della collana, Telese.

Ma Rao non è sulla lunghezza d’onda del suo curatore, non è un borghese qualunque attratto dal piacere della mollezza e non scrive per esporre una tesi: entra nell’opera. In modo intero, assoluto, lo fa in quel capitolo che s’intitola “Un funerale per il neofascismo” ma che sarebbe stato più corretto denominare “Un funerale per una generazione guerriera” perché è quella generazione – la mia – che è stata sepolta in quel giorno con un rito vichingo.

Non aggiungerò altro su quel capitolo che è riuscito a farmi commuovere di nuovo: dico che, fosse anche solo per quelle pagine, il libro merita di essere letto.

Ma non è solo per questo che vale. Come in “Neofascisti” Rao ci ripropone sessant’anni di storie e di pulsioni. Lo fa ricorrendo a testimonianze dirette il che, ovviamente, non è esente da rischi, perché le memorie raccolte a posteriori sono spesso oggetto di possibili rivisitazioni soggettive anche inconsce.

Diverso è quando si riesce a fornire un documento d’epoca: è il caso, che si trova in appendice al capitolo dedicato all’ “autonomia nera”, del diario di Emanuela da cui scaturiscono con esattezza dei sentimenti che allora erano veramente condivisi fra cui anche l’esatta valutazione della lotta armata che la penna di una sedicenne riuscì a rendere semplice pur conservandone l’enorme complessità.

Oltre le soggettività

Rischi di soggettività? Ad esempio per la parte su Terza Posizione Rao si concentra su una vecchia testimonianza di Marcello De Angelis che però, qualche imprecisione a parte (ad esempio l’affermazione che vedessimo bene Gheddafi non è vera) e malgrado qualche interpretazione soggettiva (“non ci sentivamo più fascisti” non è di certo esatto) rende bene l’idea anche se indugia un po’ troppo su tratti d’amarcord intimistico.

Sempre riguardo TP Rao riporta estratti di articoli e di documenti politici che rendono in buona parte l’idea del Movimento. Anche se a mio avviso l’accento posto sul fattore internazionale ha fatto passare un po’ troppo in secondo piano l’altro pregio di TP: l’essere riuscita ad essere protagonista della rivolta generazionale e fortemente ancorata, in modo concreto, nel sociale. E non avrebbe guastato anche uno studio su quello che TP rappresentò poi nella maturazione ideologica della destra radicale.

Ma tutto sommato il capitolo va bene così e se tanto mi dà tanto è probabile che anche per i brani che riguardano il passato i percorsi a volo d’uccello siano globalmente riusciti.

Sessant’anni di storie parallele

Dal 1946 al 2006 si snoda la matassa di tante storie parallele: quella trasformista, quella reazionaria, quella intransigente, quella tradizionalista, quella social/rivoluzionaria. E si dipana il filo della vitalità fascista in neofascismo, feconda in particolare con il terzaforzismo e il Mito dell’Europa da Anfuso a Jeune Europe passando per il monumentale Adriano Romualdi fino ad esplorare gli avamposti più irrequieti: frediani e appunto terzaposizionisti.

Una storia sessantennale fatta di convivenze fra diverse istanze ma nella quale storia il gene più fertile non cessò di generare. Ed ora proprio quel gene si vorrebbe estirpare riducendo l’eredità di quel sessantennio soltanto al trasformismo e alla reazione. Persino del tradizionalismo viene proposta dai più esclusivamente la sua scimmia conformista moralista e in molti casi confessionale. Insomma il terreno sembra fertile e i tempi appaiono maturi perché quel che non riuscì neppure alla destra badogliana avvenga oggi per l’operato di individui tanto esterni che interni all’area che godono di un prestigio gonfiato e di notevoli appoggi proprio per l’operazione che stanno consumando

Ci troviamo insomma in presenza di una vera e propria mistificazione generalizzata.

L’Omega e l’Alfa

Questa compressione mortifera non è però l’intento di Rao e anzi, non sappiamo se consapevole o spinto da un’ispirazione irrazionale, egli si rifiuta di fare del suo libro un de profundis.

Tant’è che se “la fiamma e la celtica” inizia con un Omega (appunto “Il funerale del neofascismo”) si chiude inaspettatamente con un’Alfa (“I centri sociali di destra. Casa Pound e lo squadrismo mediatico”). Un capitolo nel quale Nicola Rao sottolinea come sia proprio il fascismo delle origini ad animare le componenti più dinamiche, innovatrici e d’impatto dei nostri giorni. Il gene, quindi, è vivo.

Anche per questa conclusione implicita vale la pena di leggere “La fiamma e la celtica” che, alla faccia di più d’uno, non rappresenta la storia di due simboli che stanno per essere inghiottiti, sia verso il centro che verso la destra, da scudi crociati di diverso stile. Sono simboli che vivono e che generano ancora dopo aver sventato per decenni sia il tentativo di mistificarli che quello di estirparli.

Il tentativo oggi si fa più serrato e viene da tutte le direzioni, ma noi, come ha potuto notare Nicola, siamo maledettamente testardi.

Gabriele Adinolfi

09 ottobre 2006

Dall’assemblea nazionale l’ennesima “svolta” di AN.

Oddio, non che l’assemblea in quanto tale abbia fatto gran ché. Dopo il consueto soliloquio del lider maximo i componenti del pletorico organo dirigente si sono limitati ad approvare entusiasticamente le tesi di Fini. Qualche membro più intraprendente si è spinto fino ad una iperbolica esegesi del Fini-pensiero, dal quale indubitabilmente scenderanno sul partito di via della Scrofa copiosi effetti salvifici. Tra costoro vogliamo citare, per amor di campanile, il coordinatore regionale della Toscana, on. Riccardo Migliori, vice presidente del gruppo parlamentare di Montecitorio, insomma uno che conta. “In Toscana - dice - la sinistra soffoca l’elettorato con il blocco delle classi dirigenti”. E’ vero, ma a parte il fatto che quando la destra va al potere fa delle meschine figure come ad Arezzo, Grosseto, Lucca, Montecatini, Pietrasanta e così via, il modello da seguire quale sarebbe? Quello offerto dai partiti di opposizione? Il naturale, gioioso, vivificante ricambio delle classi dirigenti attuato da Alleanza Nazionale?
Ancora Migliori: “Molti dicono: non possiamo morire democristiani. Ma il Ppe è un grande “contenente” che ha un contenuto essenziale: raccoglie tutte le forze che non si riconoscono nel socialismo europeo, insomma una CdL continentale più vasta.”
Non che la cosa ci interessi, ma siamo sicuri che questo sia ciò di cui necessita il Paese? Di una CdL più vasta? E per fare cosa? Per fare anche in Europa quello cha ha fatto in cinque anni in Italia?
A noi sembra che l’adesione al PPE serva soltanto a corroborare le ambizioni di Gianfranco Fini a succedere a Berlusconi. Una ulteriore “purga” imposta al capo degli ex neo-fascisti da lobbies, logge e poteri più o meno occulti.
E considerate le ormai note doti di coerenza di Fini e le coraggiose capacità di critica e di indipendenza intellettuale dei suoi fedeli adulatori, c’è solo da sperare che il Signore ci conservi il Cavaliere il più a lungo possibile.

02 ottobre 2006

Fatti, non parole.

Manifestare contro la legge finanziaria del governo Prodi, non solo con le solite esternazioni, ma con fatti concreti. Concretezza su cui si deve riconoscere non solo tutto il popolo di destra, ma anche tutti quelli che avevano preso sul serio il “nuovo governo” prodiano.
Lo scopo è semplice: far capire alla sinistra di Governo che i cittadini non sono disposti ad assecondare supinamente le nuove stangate, anche se presentate in forme ”illuminate”. La finanziaria che colpisce indistintamente “poveri e ricchi” deve essere modificata.
Dobbiamo prepararci a scendere in piazza per sostenere, ancora una volta, lo stato sociale di tutti i cittadini.
Il messaggio ai nostri politici deve essere chiaro: no a nuove e vecchie tasse. Insomma, tutti in piazza per dire basta con le stangate del professor “mortadella” e di tutti i suoi complici del centrosinistra.
Manifestare contro il “rapinatore Prodi” deve essere il tema portante della protesta.
Usiamo, senza paura, espressioni forti e chiare.
Il compito deve essere quello di non tradire elettori e cittadini che hanno voglia di fare una vera e sana battaglia politica in difesa dei propri ed altrui interessi.
L’obbiettivo può sembrare arduo, ma è anche da questo che si misura la vera forza del centro destra.

Patrizio Giugni

20 settembre 2006

E se qualcuno si decidesse a prenderli a pedate?

Nel consiglio regionale della Toscana si aggira un pagliaccio. Il capogruppo di AN, Maurizio Bianconi, ha detto di "essersi sbagliato" a votare insieme ai diesse l'aumento dei consiglieri da cinquanta a sessantacinque! Ora è tempo di vacche magre (ma quelle grasse chi l'ha mai viste?) e bisogna ridurre le spese. Sennò Martini aumenta il bollo auto e la benzina. Ecco allora che Bianconi, paladino della lotta agli sprechi di pubblico denaro, chiede di tornare al vecchio numero di consiglieri regionali. Ben venga questa ammissione di colpa, seppur tardiva e un tantino sospetta, ma chi sbaglia non dovrebbe, di solito, pagare? Come pensa Bianconi di risarcire i toscani che si vedranno aumentare le tasse a causa del depauperamento delle casse regionali dovuto anche alla sua personale "sistemazione"?
Dice, il pentito: "Quando ho iniziato a fare l'avvocato comprai dei divani di pelle, poi li ho dovuti sostituire con altri di sky". Poverino! E noi che eravamo convinti che i lussi se li fosse permessi dopo l'elezione e non prima! Ma già, tutti questi parassiti "sacrificano" le loro avviate e redditizie carriere professionali per "prestarsi" alla politica. Ma allora, di grazia, perché privare la società di tante brillanti menti? Prego, rompete le righe, il "servizio" è finito. Potete tornare alle vostre occupazioni. Prima che qualcuno si decida a calzare gli scarponi chiodati...

19 luglio 2006

Povera destra mia, perduta fra i carrieristi.

di Pietrangelo Buttafuoco

Adesso Alleanza nazionale si appresta a fare una nuova svolta. Francesco Storace ha riunito i suoi, sono «la destra di destra», Gianni Alemanno farà la sua convention separata nella mezza estate e sarà una stagione di convegni. Ci sta lavorando di fino Adolfo Urso, che è tipo da pensatoio. Ha avuto l'incarico da Gianfranco Fini che, invece, preferisce scacciarli i pensieri. In Sicilia dove la costituzione del governo Cuffaro ha dovuto attendere gli spasimi di An, il leader quasi non è più benvenuto: ha avuto problemi con Enzo Trantino, celebre penalista, cui aveva garantito il Csm, e con Fabio Fatuzzo, cui aveva promesso l'ingresso nel governo di Palazzo d'Orleans a Palermo. Ha fatto guerra a Raffaele Stancanelli, il vicepresidente dell'assemblea regionale, fra i campioni di raccolta del consenso, col rischio di ripetere un altro abbandono: quello di Nello Musumeci, il presidente della Pro vincia di Catania stravotato e però costretto a fare la sua scissione nell'arcipelago dell'autonomismo, in alleanza con Raffaele Lombardo. È la crisi dentro quello che fu il più importante deposito elettorale della destra, ma pare che dal Veneto a Lampedusa la regola fondamentale sia la stessa: cacciare (o far scappare) chiunque possa togliere spazio alla comitiva di dirigenti che con la politica ci campa. Tra credenti e carrieristi, non si è superata quella fase per cui, direbbe il filosofo Fatuzzo, la politica che amministra la realtà dal «è un cretino ma è un amico» deve passare a quella più responsabile del «è un amico, ma è un cretino», affinché ì consigli d'amministrazione poi non vengano sfasciati dai dilettanti allo sbaraglio. E gran sbaraglio di dilettantismo è stata An alla prova della realtà, sebbene il partito abbia attraversato una brutta mesata dopo le intercettazioni, le vergogne e gli arresti alla malasanità in Lazio, sebbene sia fin troppo chiaro che se si vota domani come niente An becca un 5 per cento, tanto è sfasciato il partito. Si spera che l'ennesima svolta di An non corrisponda poi alla caustica battuta di donna Assunta, la vedova di Giorgio Almirante: «AN svolta, e che diventa?, NA?». Prima di tutte le svolte ci fu un partito che di nome e cognome faceva Movimento sociale. Era quello con la base trapezoidale nel simbolo, ebbene si era quello della bara. Fiamma tricolore con dicitura «Destra nazionale» e poi la sigla, M.S.I., che sotto sotto significava questo: Mussolini Sei Immortale, ma anche, e si trattava di sottrarre voti alla Democrazia cristiana, Maria Santissima Immacolata. Perfino Padre Pio, in confessionale, ai penitenti arrivati a San Giovanni Rotondo che chiedevano il permesso di votare il partito di Almirante («Si commette peccato?») rispondeva: «Peccato è non votare l'Msi!». Ci fu dunque questo partito che pure nel dramma di un dopoguerra mai chiuso raccontò molto più di una nostalgia. Sarebbe stata nostalgia di modernità fra l'altro: l'urbanistica, la scienza di Guglielmo Marconi, l'organizzazione culturale, la letteratura di Luigi Pirandello, l'Enciclopedia italiana, l'avanguardia artistica di un pittore tra i massimi come Alberto Burri (rinchiuso in un campo di concentramento Usa nel Texas), oppure quell'Iri dove si sarebbe fatto le ossa Romano Prodi. Fu il partito della giustizia al servizio dello Stato. Fu, infatti, il partito di Paolo Borsellino e di un altro fascistone dell'antimafia, ovvero Mauro De Mauro, il cronista del quotidiano L'Ora cancellato in un pilone di cemento armato. Alleanza nazionale ha buttato via tutto questo mondo e cancellato tutta l'effervescenza di un dibattito splendido al punto dI ritrovare nel comitato editoriale del Borghese (e dopo, nel Giornale di Indro Montanelli) protagonisti come Ernst Jünger, Eugene Ionesco, Vintila Horia, Mircea Eliade in cambio di un Domenico Fisichella troppo ingrato per restare anche in tempi di magra, per meritarsi infine la benedizione dada di Maurizio Gasparri sull'Indipendente: «Ho preso 200 mila voti alle europee, sono schede dove hanno dovuto scrivere il mio cognome. Quanti libri avrà mai venduto Fisichella?». Più di Fisichella hanno venduto i “Fascisti immaginari” di Luciano Lanna e Filippo Rossi e i “Cuori neri” di Luca Telese, il cui blog, a dispetto di An dove non si discute, ma ci si scazza, è un agone a disposizione delle discussioni. Ma sarebbe perfino scontato aprire una questione sulla miseria culturale, An ormai al tramonto è puro trash. Alemanno, il più chic tra i dirigenti di An, comunque candidato sindaco di Roma fino a ieri, per umiltà di bottega ha dovuto sopportare i tassisti (non le quadrate legioni, ma i tassisti?) che lo celebravano al grido di «Du-ce, du-ce, du-ce!» come in una scena di “Caterina va in città”, o come nello spasso di “Vogliamo i colonnelli”. La caricatura: dalle inique sanzioni alle licenze taxi. Tanto valeva restare Msi. Fatta tara dell'antifascismo obbligatorio, religione civile dell'Italia democratica, fatta tara dell'inutilità politica (per quel che è valsa poi, l'utilità di An), la fiamma fu il marchio di uno stile familiare agli italiani pur educati a stare alla larga dalla destra. Un marchio perfino ammirato, se Andrea Camilleri, in un romanzo, affida al «missino del paese» un ruolo nobile quando invece nella Rai di stato, in tempi di recente guerra antiberlusconiana, in una celebre puntata del “Medico in famiglia”, l'orrido pedofilo stanato da Nonno Libero (lettore dell’“Unità”) è ovviamente un lettore del “Giornale”. II Msi non fu mai al potere e dunque non ebbe modo di sporcare le sue pulite mani, così si dice per riflesso condizionato, ma se non fu mai al governo fu però espressione di tutta un'umanità radicata nel territorio. I suoi militanti (gli aderenti, si sarebbe detto) come minimo non erano succubi dell'egemonia culturale della sinistra. Erano i lettori di Indro Montanelli e di Giovannino Guareschi, avevano i libri di Giuseppe Berto, gli album di Leo Longanesi e nel 1958, a Genova, quando dopo 12 anni d'internamento negli Usa tornò Ezra Pound, il sommo poeta salutò i giornalisti con il saluto romano dopo di che fu pronto a concedere un'intervista a Pier Paolo Pasolini; anche a nome di Franz Pagliani, l'ex federale del Pnf di Bologna, clinico di fama internazionale il quale, malgrado la sua condizione di recluso, veniva rispettosamente convocato in una sala operatoria antifascista per dare la sua scienza di chirurgo e poi riconsegnato ai secondini. Non erano cittadini di serie B. Da Fiuggi furono traghettati nella democrazia. Italiani che pensavano di essere speciali si sono svegliati in questa dura mesata appena scorsa per scoprirsi come gli altri. Anzi, peggiori.

19 giugno 2006

Rien ne va plus.




Fonte: ANSA

"Gli atti relativi alla cosiddetta "concussione sessuale" di cui è accusato Salvatore Sottile, il portavoce del leader di An Gianfranco Fini, saranno trasferiti a Roma. Lo ha stabilito il gip di Potenza Alberto Iannuzzi nella stessa ordinanza con cui ha disposto gli arresti, compreso quello - ai domiciliari - di Sottile. Il trasferimento degli atti è a cura della procura della repubblica di Potenza ed avverà materialmente nei prossimi giorni quando sarà stata completata la riproduzione degli allegati dell'ordinanza nella parte relativa alle accuse mosse a Sottile. Sarà comunque il gip di Potenza ad effettuare l'interrogatorio di garanzia di Sottile, dal momento che è stato Iannuzzi ad ordinarne l'arresto. Quando la posizione di Sottile sarà trasferita alla procura di Roma il gip della capitale dovrà decidere soltanto sulle misure cautelari e potrà non ripetere l' interrogatorio di garanzia.

Vittorio Emanuele prende in mano la situazione e affida la pratica al faccendiere Achille De Luca che riesce a fare il miracolo. Arriva ai Monopoli di Stato - passando per Salvatore Sottile e Francesco Proietti Cosimi, portavoce e segretario del leader di An - e promette generosità, parlando in "fumus meridional"

Il gip, Alberto Iannuzzi - che domani comincerà gli interrogatori di garanzia - ha ribadito anche oggi ai giornalisti di aver trovato "indizi gravissimi" e situazioni "raccapriccianti", quasi invitando gli innocentisti ad essere cauti nel giudizio.

Del resto, l' inchiesta e le duemila pagine dell' ordinanza presentano un quadro talmente vasto che non è impossibile credergli: è lo stesso gip, ad esempio, che ritiene indispensabile un approfondimento investigativo sui rapporti di affari esistenti fra Daniela Di Sotto - moglie dell' on. Gianfranco Fini - e Francesco Proietti Cosimi. Un altro scenario che potrebbe portare lontano."



CON QUESTA CLASSE DIRIGENTE ALLEANZA NAZIONALE E' DIVENTATA UN CASINO.
ANZI, UN CASINO' !

16 maggio 2006

La seconda svolta di AN.

Un utente ci ha chiesto quale è stato, secondo noi, il momento in cui Alleanza Nazionale ha effettuato quella che lui definisce "la seconda svolta in senso centrista, neo-liberista e antifascista del partito di Fini".
Siamo consapevoli di non poter fornire a tal riguardo una risposta esaustiva e quindi apriamo questo post per raccogliere opinioni e commenti dai nostri numerosi visitatori. Abbiamo però una nostra modestissima teoria.
Alleanza Nazionale nacque, come proposta politica ancor prima che come partito, nel 1994 sulla scorta di spinte e sollecitazioni esterne ed interne al MSI-DN.
Per quanto riguarda quelle esterne è ormai celebre il ruolo di "padre fondatore" di Domenico Fisichella al quale si deve anche lo stesso nome della nuova formazione politica. Meno celebrato ma invero assai più determinante il ruolo svolto da Silvio Berlusconi. Il futuro leader del centrodestra, con ammirabile lungimiranza, con il suo pubblico appoggio a Gianfranco Fini alle comunali di Roma del novembre 1993, contribuì a far ottenere il 47 percento dei voti al Movimento Sociale e contemporaneamente a far sdoganare tutto l'ambiente del neo-fascismo italiano. Berlusconi comprese subito che nel nuovo sistema maggioritario nessuno avrebbe più potuto tenere in frigorifero i voti dell'unico partito di destra, tanto più che questo sembrava attestarsi saldamente su percentuali a due cifre. Questo però comportava la necessità di dolorosi "strappi" ad una ortodossia e a certi rituali che, in verità, erano più nell'immaginario degli avversari che non nella pratica dei missini.
Ma anche dall'interno del MSI-DN arrivavano le spinte per la costruzione di una destra nuova, moderna e all'altezza delle nuove sfide che la caduta del muro di Berlino e la fine delle ideologie le ponevano di fronte. Il cuore pulsante - e anche il cervello - di questa esigenza di cambiamento ha un nome e un cognome: Pinuccio Tatarella. A lui e non certo agli omuncoli che gli scodinzolavano intorno si deve riconoscere la capacità di far navigare la nave di AN in acque aperte, su rotte che nessuno prima aveva osato esplorare. Oggi si direbbe un ideologo. Ma anche un personaggio che, unico, era in grado per autorevolezza e per carisma di "tenere a bada" un Gianfranco Fini ancora acerbo, come politico e come uomo.
L'otto febbraio 1999 Tatarella muore improvvisamente.
Fini si ritrova senza guida, senza la vera mente pensante e senza tutela. E da allora non ne ha più azzeccata una. E' vero che prima della repentina scomparsa di Tatarella si era celebrata la conferenza di Verona, con tutto il valore di svolta "liberal" che in quell'occasione si era affermato. Ma chissà che piega avrebbe preso in seguito se a guidarla ci fosse stato ancora il politico pugliese.
Fini da solo non ce la fa. E' stritolato all'interno dalla piovra delle correnti, all'esterno da situazioni più grandi di lui. Il primo appuntamento che gestisce senza la tutela di Tatarella sono le elezioni europee del 1999. Un disastro. Fini si fa infinocchiare persino da un politico da barzelletta come Mario Segni. Da allora in poi l'improvvisazione, la contraddizione, l'approssimazione diventano i suoi tratti caratteristici. Coinvolgendo in questo tutto il partito.
La nave adesso si trova, è vero, in mare aperto, ma al timone non c'è più nessuno.

04 maggio 2006

D'alema Presidente? Perché no?



Ci hanno invitati ad intervenire sull'argomento collegandoci ad un blog che riportiamo:


No D'alema Presidente della Repubblica

Dopo il rifiuto di Ciampi al secondo mandato, si prospetta un toto candidati da brividi. La coalizione di centrosinistra, guidata da Prodi, da più giorni fa trapelare la candidatura di Massimo D'alema alla Presidenza della Repubblica. L'attuale presidente dei Democratici di Sinistra, partito che a malapena raggiunge il 17% dei consensi in Italia, dovrebbe ricoprire la più alta carica dello Stato?
Quanto poco rispetto per le istituzioni c'è dietro a questa candidatura! Un vero e proprio ritorno al passato, quando nella prima repubblica la nomina a Capo dello Stato faceva parte degli accordi di Governo!
(www.nodalema.blogspot.com)


Vediamo di capirci.
Noi non nutriamo nessuna simpatia per il presidente diessino e in questo, crediamo, siamo in buona compagnia. Anche se condividiamo la felice analisi di Adornato: "D'alema appare molto antipatico ma anche molto capace. In realtà è molto meno antipatico e molto meno capace di quanto appare". Ma per quale motivo non potrebbe ambire al colle più alto? Perché è un ex comunista? E allora Gianfranco Fini, per dirne uno, dovrebbe essere escluso dalla corsa al Quirinale per ragioni identiche e contrarie? Andiamoci piano con le delegittimazioni: specialmente quando si è ancora sotto osservazione per la propria, di legittimazione.
Imbarazzante per il Paese un Presidente post-comunista? Questa repubblica da operetta, nata dalla resistenza e bla bla bla ha già avuto quello che si meritava. O forse per i moderati benpensanti di oggi il partigiano Sandro Pertini è stato meno imbarazzante del baffino nazionale? E quella vera e propria vergogna italica che rispondeva al nome di Oscar Luigi Scalfaro, ce la siamo già scordata?
No, ci dispiace, non siamo d'accordo. L'Italia, ahinoi, è una repubblica parlamentare: se D'alema in parlamento ha i voti necessari per essere eletto, che faccia pure il Presidente. In confronto allo scempio che farà il futuro governo (con tanti comunisti ancora in servizio) questo ci sembra proprio il male minore.

28 aprile 2006

Il rischio dell'immobilismo.

Abbiamo letto questo commento dell'utente "giordano bruno" al post precedente. Ci è sembrato che meritasse uno spazio tutto suo.
-il cerchio-



A cosa serve la politica oggi? A sentire parlare alcuni, si ha l'impressione che la politica oggi sia soprattutto una specie di gioco. Un gioco
in cui si può dire tutto, e il contrario di tutto.
in cui si può stare dentro, e chiamarsi fuori.
un gioco senza coerenza, senza responsabilità.
un gioco che non ha regole, e magari vince chi gioca peggio.

Ci si è forse allora dimenticati che la politica non è un gioco, ma è la base delle scelte di una comunità. E' la via con la quale una comunità decide di affrontare i problemi, e di costruire il futuro.

E con il nostro futuro, non dobbiamo giocare. Quello che più mi preoccupa oggi, è il sentimento che tutto possa essere detto senza doverne poi portare la responsabilità. La politica diventa allora una questione di "ricette", di slogan, di soluzioni semplici che non affrontano i problemi nella loro vera complessità. Ben sapendo che poi ci penseranno altri a trovare le soluzioni vere.

Che anche a Prato Alleanza Nazionale si troverà davanti a sfide importanti lo sappiamo. Nei prossimi anni, saremo chiamati a confrontarci su temi difficili e delicati in molti settori che determinano il nostro futuro: in materia di immigrazione, di sicurezza, di assicurazioni sociali e di sviluppo economico. Temi forti, che richiedono scelte forti , ma che suscitano anche forti emozioni, e generano insicurezza nei confronti dell’ attuale classe dirigente.

In questi anni, si è fatto avanti un modo di fare politica che fa leva su queste paure e insicurezze. In A.N. si sta così diffondendo una cultura politica negativa che mette l'accento solo sui rischi e sulle paure: Il rischio di "svendere" il nostro ruolo di vera opposizione, il rischio di perdere un po' della nostra identità, di perdere la nostra sicurezza a favore dei “pochi” che vogliono mantenere la loro prosperità economica raggiunta con l’inserimento nei posti del potere elargiti negli anni di Governo Nazionale.

Questo atteggiamento genera insicurezza, e l'insicurezza è cattiva consigliera. Paradossalmente, chi meglio coltiva queste paure, oggi sembra raccoglierne i frutti. Si tratta di un'evoluzione pericolosa. Perché se oggi Alleanza Nazionale corre un rischio, è il rischio di non cogliere le opportunità. E' il rischio dell' "immobilismo".

24 aprile 2006

E adesso, pover'uomo?

Alla fine pare proprio che avremo un Prodi-bis. Si mettano l'animo in pace quanti speravano in un riconteggio dei voti. Contestati, nulli, annullati. Ci sono sempre stati, è vero, ma mai come questa volta sono risultati determinanti. Del resto da questo punto di vista siamo una specie di repubblica delle banane, dal vizio antico. Se non ci fossero stati brogli e la conta fosse stata seria al referendum del 1946, oggi avremmo ancora un re Savoia. Sai che gaudio!
Ma tant'è, la sinistra governerà e gli altri vanno a casa. E allora noi vogliamo contribuire all'individuazione di un futuro praticabile per tutti gli sfrattati dai palazzi del potere. Ex ministri degradati a "semplici" parlamentari, sottosegretari trombati, portaborse in cassa integrazione, consulenti prezzolati e titolari di agenzie in via di smantellamento, protetti e leccaculi di ogni genere vittime del perfido spoil-system prodiano: cosa vogliamo farne?

20 aprile 2006

A destra della destra.

Osservando i risultati elettorali dei partiti che si sono posti alla destra di AN ci accorgiamo che, come costantemente è accaduto, chi se ne è andato dalla “casa madre” ne esce sonoramente sconfitto. Nella loro consapevolezza di erodere voti all’odiata formazione di Fini e soci, si sono proposti alla tornata elettorale con mentalità retrodatata, oppure post-datata. Da un lato usando esperienze passate, magari i ricordi della prima Repubblica, da un altro lato l’ottica di coloro che corrono sempre avanti, magari inneggiando contro il progressivismo di sinistra. In realtà la prima caratteristica di queste formazioni è quella di non lasciarsi facilmente catalogare. Esprimono una politica curva su se stessa, sui suoi problemi di società, via via passando da un tema all’altro: scuola, disoccupazione, immigrazione, razzismo, violenza e non violenza.
Un altro dato importante di queste formazioni è quello di non riuscire a portare a galla una società civile che sappia difendere i diritti dell’uomo al di fuori degli schieramenti tradizionali e conservatori, mettendo in chiaro che ormai esiste una generazione che accetta certo la fine delle ideologie, ma non la fine delle idee, dei valori che si collegano a certe idee. Ha scarsa importanza disquisire, dunque, come molti fanno, se le frange estreme nate dalle scissioni del vecchio MSI rivelino una stagione di nuove rivolte nel panorama politico italiano, magari collegandosi fra di loro. Fa parte di una vecchia mentalità anche questo, di voler scorgere in ogni sommovimento sociale un filo conduttore, come se fossero sparsi davanti a noi i frammenti di una potenziale rivoluzione che aspetta sotto la cenere. La gente ha seguito la cultura politica nelle sue grandi manovre degli ultimi anni. Ha condiviso revisioni, controrevisioni, riforme e controriforme. Ha gettato ideologie e controideologie. Ma pone la questione delle idee semplici e delle cose semplici: poter studiare, poter lavorare, mantenere ferma la frontiera dei diritti umani, compresi quelli ecologici. Non accetta che studio, lavoro, qualità della vita, siano disgiunti da certi valori. Non vogliono che la conquista delle cose (lo studio, il lavoro) avvenga attraverso la nuova utopia della Felicità Finale gestita dai Grandi Managers. Non sono infine ciò che vorrebbero i politici: cioè gli oggetti passivi di manipolazioni continue operate in nome di cucine elettorali perpetuamente oscillanti, alternanza dopo alternanza. Per quanto sia difficile capire cosa sono e cosa vogliono ce n’è abbastanza per concludere che, dietro ad essi, appare sempre più vasta la spaccatura che ormai divide in Italia la società civile dalla società politica. Quest’ultima ha gestito prima con troppe ideologie per passare poi alla pretesa che non fossero valide nemmeno le idee. Proclamata la fine delle idee, ha preteso poi che la gente vivesse di solo pane e pragmatismo, cioè di ciò che passa la bassa cucina politica, giorno per giorno, coalizione per coalizione, equilibrio per equilibrio, finto riformismo di destra che succede al finto riformismo di sinistra. Ma fatalmente qualcosa non funziona più in questo processo, cominciano a sollevarsi le ondate di ritorno, dato che non si vive di solo pane. Invece di schedare, classificare, archiviare i “movimenti“ è forse il momento di chiedersi se certe ondate non vogliano più attenzione, legate come sono a problemi che sono dell' intera società. Ciò non toglie che si possa essere convinti comunque del suo effetto scoraggiante e dunque agire di conseguenza. Ma è una scelta politica. Legittima quanto si vuole, ma politica.

Patrizio Giugni

12 aprile 2006

Tutto per un nome.

Attanagliati come siamo dall'angoscia per l'esito ancora incerto dei risultati elettorali, non ci siamo tuttavia dimenticati di trarre alcune conclusioni circa la recente moda in auge in quasi tutti i partiti del centrodestra: l'utilizzo del nome dei leader nei simboli elettorali.
Identiche, per tutti, le motivazioni, ma decisamente diversi i risultati ottenuti.
Berlusconi non aveva certamente bisogno di inserire il suo nome nel simbolo di Forza Italia, tanto è riconosciuta fin dall'origine l'identificazione del partito con il suo leader, ma all'associazione FI/Candidato Premier e, ancor più, al suo deciso e decisivo finale di campagna elettorale si deve la straordinaria rimonta del centrodestra che era dato ampiamente per spacciato.
Casini ha incassato il miglior risultato di ogni tempo per l'UDC, che ha più che raddoppiato i propri consensi.
Soltanto per Alleanza Nazionale l'inserimento del nome di Fini nel simbolo non ha prodotto alcun beneficio. Il partito di via della Scrofa ottiene, pari pari, le stesse percentuali delle precedenti elezioni. A dimostrazione, una volta per tutte, che il valore aggiunto del presidente Fini è pari a zero. O che comunque ogni ulteriore macchinazione per ridurre la presunta forbice tra il gradimento del leader e i voti di AN è del tutto inutile. Gianfranco Fini piace alle italiche massaie quando si tratta di eleggere il più affascinante,il più serio, il più affidabile, il più elegante tra gli uomini politici. Ossia quando la "gara" non serve a nulla. Quando deve prendere voti veri, in elezioni vere, a capo di un partito, prende quelli del suo partito.
Ma la palma del peggior uso del nome spetta a Mirko Tremaglia. Il vecchio leone dopo aver speso l'intera esistenza per dare il diritto di voto ai connazionali all'estero, impone al suo partito e a tutta la CdL la presentazione di liste separate, la non-presentazione del simbolo di AN e la corsa con una propria lista - Per l'Italia nel Mondo con Tremaglia - e porta a casa uno striminzito sette percento, zero eletti e il sorpasso dell'Unione al senato. Un amaro risveglio per il padre della legge che porta il suo nome e per tutte le patetiche imitazioni di tanti piccoli cesari che infestano la politica italiana.

07 aprile 2006

Dilettanti allo sbaraglio.

Pubblichiamo uno stralcio della famosa puntata di Report (8 Maggio 2005) sullo scandalo dei contributi assistenziali che da volontari diventarono misteriosamente obbligatori e nella quale fu intervistato il prode senatore Ulivi.

Per chi volesse la versione integrale questo è il link: www.report.rai.it/viewer.asp?c=n&q=49


VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
E’ vero, la quota che pagavano i sanitari dipendenti è calata, oggi tutti pagheranno in media 120 euro, e questo perché nelle tre righe della legge è scritto che la quota del contributo obbligatorio è stabilita dal consiglio di amministrazione della fondazione. Una legge passata velocemente e senza alcuna discussione in commissione sanità. Il senatore Ulivi, che è un farmacista, questa legge l’aveva votata senza accorgersene.


AUTORE
Lei avrebbe votato contro se l’avesse saputo.

ROBERTO ULIVI - Senatore
Mah se ci avessi riflettuto probabilmente sì, perché sennò non avrei presentato dopo la proposta di legge evidentemente.

AUTORE
Abrogativa?

ROBERTO ULIVI - Senatore
Eh!

GIORGIO NICOLA SIRI- Presidente Federfarma
Perché io ho visto la legge. E’ uscita con, io credo, un colpo di mano. L’hanno fatta passare e nessuno se ne accorto.

AUTORE
Non lo sa proprio chi l’ha proposta questa legge?

CARLO SCOTTI – Associazione Nazionale Veterinari Italiani
Purtroppo non ci è dato sapere. Ci piacerebbe, per le indagini che abbiamo fatto noi e per le ricerche che abbiamo potuto fare noi non si è venuto a sapere.

AUTORE
Chi l’ha presentata quest’emendamento?

ROBERTO ULIVI - Senatore
Mah io onestamente non..

AUTORE
Lei fa parte..

ROBERTO ULIVI - Senatore
Io faccio parte del Senato, ma onestamente non mi ricordo. Nella commissione anche sanità però non è passata. Almeno io ricordo che attraverso la commissione.. ma lei capisce che quando c’è..

AUTORE
Ma tecnicamente come succede?

ROBERTO ULIVI - Senatore
Tecnicamente succede che qualcuno ha presentato quest’emendamento..

AUTORE
Qualcuno chi?

ROBERTO ULIVI - Senatore
Non lo so. Di preciso non lo so.

AUTORE
Un senatore?

ROBERTO ULIVI - Senatore
Certamente.

AUTORE
Voi non siete riusciti a capire chi è stato?

GIORGIO NICOLA SIRI- Presidente Federfarma
No, guardi sono stati di una furbizia, adesso onestamente parlando, perché non è facile eh? Non è facile in finanziaria fare entrare un emendamento di cui non sappia niente nessuno. Quindi le amicizie sono alte. Eh, perché per entrare così guardi che le amicizie sono molto alte.

AUTORE
Senta, siete riusciti ad infilarla nella finanziaria, chi è il politico che vi ha aiutato?

ARISTIDE PACI - Presidente Onaosi
Non è un politico. Siamo riusciti, è il Parlamento italiano che c’è riuscito.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
Ma, come si dice, in amicizia qualcuno si sbottona…

AUTORE
L’unica cosa era questa cosa strana che non si sa chi..

ROBERTO ULIVI - Senatore
Io lo so chi, ma non l’ho voluto dire..

AUTORE
E chi è?

ROBERTO ULIVI - Senatore
Ma sembra, non si è mica in registrazione? Detto fra di noi, proprio in amicizia, non lo dica neanche, credo che sia partito tutto dal capogruppo di Forza Italia Schifani.