23 marzo 2018

Non è passato.


A due anni di distanza da “Cantavamo le nostre canzoni” è uscito, sempre per i tipi di Eclettica, il nuovo libro di Vincenzo Bellini sulla storia del Movimento Sociale Italiano di Prato. Una “indispensabile integrazione”, come la definisce l'autore, al racconto delle gesta dei personaggi che, in ambito locale, hanno reso possibile la vita di una comunità.
“Tramandare le storie di tutti quegli uomini che la storiografia ufficiale voleva destinati all'oblìo”, questo l'impegno che Bellini si è assunto nei confronti del partito nel quale ha militato fin da ragazzo, senza intenti agiografici e senza omettere niente di un passato nel quale a imprese “eroiche” spesso si accompagnavano azioni che oggi possono apparire censurabili.
L'ambientazione è quella delle piazze, degli innumerevoli comizi, spesso funestati da scontri con gli avversari, della attività militante sulle strade dove i ragazzi di destra scandivano lo slogan “il comunismo non passerà” che è quello che dà senso al titolo del libro: “Non è passato”. E in fin dei conti, forse anche grazie a quegli uomini e a quei ragazzi, il comunismo non è passato.
Ma non è passato neanche – ed è una ferita ancora aperta – il rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato. Non a caso anche stavolta Bellini riparte da lì, da quella Fiuggi così tragicamente amara per tanti militanti missini. L'autore ce la rappresenta come in un sogno, o meglio, un incubo dal quale si risveglierà “con la consapevolezza di aver ormai lasciato per sempre un'epoca fondamentale della nostra vita”.
Dal dopoguerra all'epilogo di AN, un “filo nero” unisce idealmente i reduci del fascismo ai ragazzi del post-sessantotto e li rende interpreti di un dramma corale irripetibile. Che tuttavia non chiude affatto le porte alla speranza, al domani. Quel domani che tanto tempo fa pareva dovesse appartenere di diritto a quei ragazzi.
Un altro testo indispensabile per conoscere nel dettaglio la storia troppo spesso trascurata di una parte fondamentale della politica italiana del dopoguerra.

28 ottobre 2016

28 Ottobre 1922.



SQUADRA “DISPERATA”
Alpo Bacci, Riccardo Bauci, Aldo Bernardi, Sirio Chilleri, Dafni Corbo, Giuseppe Corsi, Giorgio Denti, Tullio Fiorelli, Otello Gabbiani, Ferdinando Giorni, Carlo Guarducci, Corrado Guarducci, Metello Lombardi, Tebaldo Lombardi, Masciadro Masciadri, Paolo Mazzei, Ugo Mazzei, Romeo Meoni, Raffaello Monticelli, Armando Morelli, Ezio Morelli, Mariano Pacetti, Adolfo Pucci, Alfredo Querci, Corrado Querci, Giuseppe Ricceri, Carlo Silli, Domenico Simoncini, Pietro Tofani, Tommaso Vivaldi.

SQUADRA “ARDITI - FEDERIGO G. FLORIO”
Ermanno Amendrandoli, Giovanni Badiani, Carlo Banci Buonamici, Fioravante Benelli, Silla Bettazzi, Donatello Bresci, Rodolfo Briganti, Carlo Bruzzi, Ferriero Ceri, Otello Desii, Leonello Giorgi, Martino Giorgi, Vincenzo Giovannelli, Vincenzo Guarducci, Ettore Lucchesi, Ottorino Luconi, Giuseppe Magni, Alessandro Maranghi, Stefano Maselli, Arturo Massai, Donatello Meoni, Giuseppe Meoni, Lelio Moradei, Danilo Mungai, Giacomo Nuti, Cesare Parenti, Dino Parenti, Dino Petracchi, Tobia Ponzecchi, Umberto Pratesi, Gino Reali, Leopoldo Reali, Brunetto Sanesi, Duilio Sanesi, Iginio Sanesi, Nicola Sanesi, Sem Sanesi, Raffaello Sgrilli, Renzo Sturli, Guido Toldo, Silvano Vinattieri, Bruno Zipoli.

SQUADRA “LOTTINI E PUGGELLI”
Vittorio Amerini, Faliero Baldi, Gino Barni, Renato Becciani, Renato Bernocchi, Amos Bessi, Pietro Bigagli, Gino Brogi, Umberto Calamai, Alessandro Coronaro, Amilcare Corsi, Renato Fioravanti, Armando Franchi, Giuseppe Giannoni, Emilio Gori, Cesare Guarducci, Angelo Landini, Giovanni Landini, Antonio Lenzi, Arturo Livi, Francesco Lombardi, Amerigo Magheri, Edoardo Mannelli, Vittorio Mazzoni, Carlo Monti, Fosco Morelli, Giulio Morosi, Alvaro Nutini, Dino Orlandi, Evaristo Pambieri, Giulio Paoli, Umberto Pugi, Corrado Rapezzi, Giuseppe Sarti, Dino Sodini, Giovanni Storai, Brunetto Tani, Francesco Tanini, Alvaro Zipoli.

SEZIONE DI CAFAGGIO
Ruggero Alessi, Arturo Buzzegoli, Orazio Cianchi, Alimo Colzi, Demanio Donati, Niro Franchi, Filiberto Giovannelli, Jago Magnolfi, Giuseppe Mammoli, Giuseppe Mochi, Ivan Nardi, Tamar Rinaldi, Gino Vannini.

SEZIONE DI CASALE
Vasco Bessi, Ivan Bini, Alighiero Colzi, Aronne Giusti, Rizieri Giusti, Settimio Luchetti, Ubaldo Luchetti, Eliseo Mari, Azelio Ponzecchi.

SEZIONE DI COIANO
Guido Barni, Giulio Baroncelli, Bruno Becheri, Alighiero Bini, Ezio Bruschi, Orindo Calamai, Angiolo Fantaccini, Guido Fantaccini, Francesco Fiaschi, Brunetto Gensini, Alfredo Iandelli, Giulio Macchi, Onorato Magelli, Otello Mariotti, Fioravante Morucci, Francesco Peruzzi, Ovidio Zoppi.

SEZIONE DI FIGLINE
Pietro Giuseppe Bartolozzi, Goffredo Bertini, Guido Cipriani, Parisio Crocini, Quintilio Crocini, Gino Gabbiani, Alfredo Marconi, Carlo Marconi, Vittorio Melani, Vasco Montini,  Giuseppe Paoli, Pietro Signori.

SEZIONE DI GALCIANA
Amerigo Acciaioli, Silvio Balli, Filiberto Belli, Romualdo Bresci, Gino Carlesi, Primo Carlesi, Giulio Coppini, Duilio Magni, Elisir Nieri, Dino Piagini, Raffaello Tuci.

SEZIONE DI GRIGNANO
Urbano Ballerini, Onorato Bettazzi, Luigi Biagini, Dino Doni, Giovacchino Fabiani, Nello Salvetti, Tullio Santini, Torquato Tasselli, Adelmo Tesi.

SEZIONE DI JOLO
Italo Bernocchi, Santino Carlesi, Giulio Cecconi, Leonardo Cecconi, Gennaro Innocenti, Vasco Nistri, Marino Palloni, Angelo Vannucchi.

SEZIONE DI MEZZANA
Arturo Bacci, Quinto Giavi, Gironte Lomi.

SEZIONE DI NARNALI
Renato Bindi, Modesto Borsi, Amedeo Cecconi, Aladino Dali, Quirino Dali, Brunetto Innocenti, Osvaldo Innocenti, Antonio Mazzoni, Alieto Melani, Vitaliano Melani, Bruno Meoni, Tiberio Nesi, Dante Tempestini.

SEZIONE DI SAN GIORGIO
Alvaro Benelli, Filiberto Bernocchi, Pelio Bini, Alfonso Cecchi, Giacomo Ciofi, Oscar Colzi, Amilcare Ferrantini, Flaminio Ferrantini, Franco Frati, Oreste Guarducci, Dante Nuti, Olimpio Nuti, Alessandro Pagnini.

SEZIONE DI SAN GIUSTO
Primo Loffi, Virgilio Mari, Giovanni Montoffio, Tommaso Sanesi, Ugo Sanesi, Angelo Vaggi.

SEZIONE DI TOBBIANA
Gennaro Bertogi, Nello Lottini, Ferdinando Sborgi.

SEZIONE DI BACCHERETO
Piero Aldrovandi, Migliorino Bellini, Pietro Bellini, Corradino Fochi, Italo Gestri, Ugolino Innocenti, Graziano Lenzi, Ottavio Morosi, Mario Petrocchi, Donatello Rossi.

SEZIONE DI CARMIGNANO
Cesare Acciaioli, Dino Acciaioli, Gino Benelli, Venturino Benelli, Inigo Biancalani, Carlo Bocci, Venturino Bocci, Gino Borgioli, Adolfo Capaccioli, Amedeo Capaccioli, Azelio Cardini, Giulio Cardini, Gabriello Cartei, Lido Cecchi, Giustino Conti, Alberto Cosci, Aldo Cosci, Giuseppe Cosci, Orfeo Finocchi, Cesare Landi, Filiberto Lassi, Dario Manetti, Morando Mari, Ubaldo Montagnani, Alessandro Montagni, Amaretto Nunziati, Anchise Nunziati, Azelio Pagliai, Giovanni Panerai, Antonio Paolieri, Luigi Petracchi, Gino Pinferi, Giulio Raugei, Tullio Raugei, Ugo Rovai, Azelio Spinelli, Leopoldo Spinelli, Nello Spinelli, Giulio Tasselli, Gino Vinattieri

SEZIONE DI CARMIGNANELLO
Pietro Aldobrandi, Diego Santi, Cesare Targetti, Terzilio Targetti.

SEZIONE DI COMEANA
Bruno Bologni, Dante Bologni, Pirro Bologni, Gino Cirri, Carlo Cocchi, Arrigo Coppini, Giovanni Fiaschi, Siro Flori, Gino Maderi, Bertino Martini, Giuseppe Nesti, Paolino Paolieri, Oscar Piccini.

SEZIONE DI MONTEMURLO
Giovanni Becciani.

SEZIONE DI POGGIO A CAIANO
Dino Attucci, Guido Baldacci, Adelmo Cavalieri, Gaspero Cecchi, Sandalo Chiti, Giovanni Cioni, Pietro Cioni, Dino Donati, Vincislao Giorgetti, Lenzo Lenzi, Ugo Natali, Armido Pratesi.

SEZIONE DI POGGIO ALLA MALVA
Guitto Lippi, Serrano Lippi, Giotto Pucci.

SEZIONE DI VAIANO
Orlando Baldi, Guido Bardazzi, Amerigo Calamai, Nello Ciolini, Roberto Ciolini, Umberto Favi, Carlo Gucci, Alfredo Mascii, Emilio Milanesi, Milano Milanesi, Armindo Santoni, Pio Vignolini, Quintilio Zolfanelli.

SEZIONE DI VERNIO
Osea Baldini, Bianchi, Antonio Campiolo, Foresto Cangioli, Enrico Ceccarelli, Ugo Ceretelli, Federico Chiesi, Giulio Fleretti, Francesco Fortini, Nello Fronzoni, Raffaello Grazzini, Francesco Laganà, Brunetto Lilli, Guglielmo Matteoni, Sincero Mazzini, Primo Montanari, Aleardo Risaliti, Raffaello Tempestini, Michelangelo Tosi, Omero Vannucci.



25 ottobre 2016

Referendum pro-Renzi? NO, grazie.


Chiariamo subito  alcune cose: di salvaguardare la costituzione non me ne frega un tubo.
La costituzione di questa repubblica antifascista, nata dalla resistenza e bla bla bla, per quanto mi riguarda possono anche cambiarla, stravolgerla o tradirla. Anzi, per me possono anche pulircisi il culo. Non sarà certo per difenderla che mi sentirò mobilitato per il referendum del 4 dicembre.
Non credo nella maniera più assoluta che con la vittoria del “si” ci sarà una deriva autoritaria, come strillano certi leader politici che fino a pochi anni orsono questa deriva la sognavano per sé stessi. Del resto non ho mai disprezzato - chissà perché?- l’idea del “uomo solo al comando”, tutto dipende da chi sia quell’uomo! E oggigiorno, a dire il vero, non si vedono grandi condottieri all’orizzonte.
Non mi interessa il fatto che, passando questa riforma, il Senato sarebbe composto da membri non eletti, ma nominati dai vertici dei partiti. Ditemi: da quando in qua eleggiamo i nostri rappresentanti? Con le ultime leggi elettorali, tutte più o meno delle porcate, con l’abolizione delle preferenze, con le liste bloccate, con le cooptazioni dei capipartito, con la sistematica demolizione di ogni minimo criterio di selezione meritocratica della classe politica, quando mai il “popolo sovrano” sceglie liberamente i propri rappresentanti?
Mi annoia alquanto la polemica sulla superficialità e l’approssimazione della riforma costituzionale oggetto del referendum. Del resto, siamo seri, se avessero voluto una riforma di un certo livello, l’avrebbero fatta scrivere ad una nullità come la Boschi?
Non mi straccerò certo le vesti per la soppressione del CNEL: non è mica la Camera dei Fasci e delle Corporazioni! E poi, francamente, non ho mai capito a cosa servisse.
Per quanto riguarda invece il paventato ridimensionamento dei poteri e delle prerogative proprie delle Regioni, devo dire che la cosa mi fa anche un po’ piacere. Gli unici enti che andrebbero realmente soppressi - altro che le province! - carrozzoni dilapidatori di denaro pubblico e fucine di privilegi e corruzione in merito ai quali giova ricordare la storica e solitaria battaglia del MSI contro la loro istituzione.
Ma conoscendo la sfrontatezza e la mancanza di dignità, di onore e di coerenza di Matteo Renzi, so per certo che egli userebbe la vittoria del “si” per legittimare sé stesso e la sua scalcagnata compagine governativa, attribuendo all’esito referendario il significato di una investitura popolare che ad oggi non ha mai ricevuto. So anche, e non mi faccio illusioni al riguardo, che non si dimetterà in ogni caso, qualunque sia il risultato. Però non vorrei che un domani si dicesse che il grullo di Rignano governa con il consenso della maggioranza degli italiani, anche grazie al mio disamore per i “ludi cartacei” e quindi, non fosse altro per ribadire che non lo fa a nome mio, tirerò fuori dalla polvere la mia tessera elettorale, mi trascinerò al seggio in una giornata di fine autunno, prevedibilmente fredda e grigia, per votare un grande e convintissimo NO.

08 settembre 2016

8 Settembre. Il marchio dell'infamia.


Cos’altro potevamo aspettarci da questa ridicola e tragica repubblica? Nata per volere di una classe politica antifascista che tradì il proprio Paese durante una guerra, elemosinando una “alleanza” con quelli che erano stati i nemici fino al giorno prima, che avevano bombardato le nostre città facendo stragi fra la popolazione civile e che avrebbero continuato a farne, nonostante una “alleanza” non gradita e non richiesta, per altri diciotto mesi. Con quell’esempio i politici imboscati e traditori indicarono agli italiani la strada: stare sempre dalla parte dei vincitori, pensare al proprio miserabile interesse e cercare di barcamenarsi. Cosa potevamo aspettarci? Niente, se non la perdita nel popolo dei valori di lealtà, dignità e onore. E una condanna, terribile e perenne: gli italiani tradiscono, tradiscono sempre.

12 luglio 2016

Con fedeltà e vigore immortali.

Edizioni Soccorso Sociale 2015
In molti mi hanno chiesto quale è stata la molla che mi ha spinto a scrivere "Cantavamo le nostre canzoni" di getto, in poco più di un mese, dopo quasi vent'anni che ne coltivavo l'idea.
La risposta sta in questo passo finale del libro di Gabriele Adinolfi che, con grande delicatezza, ha tracciato il ritratto di un anonimo "vecchio" missino nel quale ho fatalmente rivisto tutti gli anziani della federazione pratese che mi hanno accompagnato nel corso della mia militanza e ai quali, con serena commozione, il mio libro è dedicato.


"Tarda primavera del 1971. Si sono appena concluse le elezioni amministrative. Non è ancora epoca di dirette, di internet, di exit poll. I primi risultati li forniscono le edizioni straordinarie dei quotidiani. Quella volta, dopo tanto calare, il Msi avrebbe registrato un piccolo successo, comunque molto incoraggiante.
All'edicola di piazza Colonna scorgo un vecchio con il bastone che ha appena comprato il Secolo d'Italia e si sta rendendo conto dei risultati. Esattamente come il Matusalemix di Asterix, il vecchietto arzillo, malgrado il bastone ed il peso degli anni, si mette a saltare di gioia e a gridare con voce strozzata dall'emozione: “Viva il Duce! Viva il Duce!”
Conosco la cattiveria vigliacca e il disonore di molti nostri nemici e mi dico che quell'uomo rischia di farsi aggredire. Conosco pure il pudore e l'orgoglio dei nostri e so che non posso offrirmi di proteggerlo. Così lo seguo con discrezione, lo scorto senza farmi notare. Lui è sconvolto dalla gioia, ogni sei o sette passi saltella di nuovo gridando: “Viva il Duce! Viva il Duce!”  Continuo a seguirlo finché, a una fermata, sale su un autobus. Vedo che si allontana e percepisco ancora i movimenti del vecchio che esulta. Nel mio immaginario sta ancora esultando, con fedeltà e vigore immortali.
Non ci siamo mai conosciuti ma se sono qui è anche per lui, anzi, se sono qui sono lui.
Lui ha preso quell’autobus e io ho mantenuto la linea."

20 maggio 2016

Cantavamo le nostre canzoni. La recensione di Alessandro Alberti per Fascinazione.

Spesso la storia, anche la più gloriosa e per molti versi meritoria, viene scritta citando i protagonisti principali. Quelli che sono stati gli statisti, i condottieri oppure determinanti agli occhi degli storici nelle sorti di una nazione, di una battaglia o di un evento particolare. Non si citano mai le seconde linee, i singoli soldati, nemmeno quelli più rappresentativi.
 Di loro spesso resta il nulla dell'ingratitudine, o un posto in quel ripostiglio chiamato dimenticatoio.
 Il testo di Vincenzo Bellini dal titolo "Cantavamo le nostre canzoni" edito da Eclettica, sintetizza soprattutto il ricordo di quanti hanno reso possibile la vita di una comunità. Nello specifico quella della Federazione Provinciale del MSI di Prato.
 L'autore inizia il suo saggio partendo dalla fine del MSI, cioè dal congresso di Fiuggi. Dal disappunto di molti militanti che videro nella nascente AN il principio della fine della destra italiana. Dalla necessità di non abbandonare la casa politica, per anni faticosamente costruita attraverso mille vicissitudini, alla determinazione di continuare la battaglia all'interno di Alleanza Nazionale.
 "Restammo perché quella era la nostra casa e non si lascia la casa degli avi agli ultimi arrivati....". Da qui il doveroso ricordo di quanto, uomini e donne, giovani e anziani, hanno dedicato affinché un partito, da subito osteggiato e represso sin dal primo dopoguerra, potesse resistere per poi affermarsi. Immediatamente dopo Fiuggi i militanti di via Santa Trinità, pronunciata dai Pratesi senza accento sulla a finale, daranno vita al circolo "Il cerchio interno" che, osservando il simbolo di AN dava subito l'idea del perché fosse stato scelto questo nome. Il cerchio interno infatti racchiudeva in se la fiamma tricolore. Quell'insieme di valori, identità e tradizioni patrimonio storico del MSI. Il libro risulta molto scorrevole nella sua semplicità narrativa, nel fluire dei ricordi e dei tanti episodi che Bellini ha vissuto o di cui è venuto a conoscenza. Un testo che nasce da una necessità storica più che editoriale.
 Quella di rivendicare la propria esistenza in risposta alla monumentale opera "Prato storia di una città" , edito da Le Monnier per conto del Comune; dove si affronta l'evoluzione dei partiti politici locali dal secondo dopoguerra al 1995. Nemmeno una riga dedicata al MSI. Come se non fosse mai esistito, come se il suo immenso archivio di attività di partito di opposizione con adesioni, tessere, iniziative, proposte, volantini, pubblicazioni non ci fosse mai stato.
 Merito dell'autore è aver saputo intrecciare momenti di oggettiva difficoltà se non pericolo e/o tragicità, con altri senz'altro più divertenti e goliardici. Un episodio che mi ha fatto particolarmente sorridere, è stato quello relativo al ricordo del federale Sileno Desideri, che ad una cena con un giovanissimo Gianfranco Fini, appena nominato segretario nazionale del Fronte della Gioventù, gli riempiva il piatto di cibo dicendogli:"Mangia! Lo vedi come tu se' secco? Come fai a far cazzotti co' compagni?" Come ammette Bellini " Chi poteva immaginare che non solo Fini non avrebbe fatto a botte con i compagni ma avrebbe distrutto il partito?" Ma l'elenco dei nomi è lunghissimo, perché tanti erano i militanti, ognuno con una sua peculiarità. Tanti gli episodi descritti, come partire per fare un comizio e non poter parlare o per farlo pagare un prezzo altissimo.
 Gli scontri fisici ma anche il rischio di essere colpiti da armi da fuoco. E poi i due bidoni di pozzo nero posti sul balcone a difesa della sede per gettarli sopra eventuali assalitori, i tanti volantini creati e stampati con il ciclostile, i periodici, l'attività di sezione e altro ancora. Un libro di memorie per ripristinare una storia che molti anche a destra hanno cercato di seppellire. Scritto con la disinvoltura del cronista e la passione di chi ha vissuto in prima persona parte di quella esperienza, rappresenta uno dei più interessanti spaccati di storia del MSI a livello provinciale. Un testo che non può mancare nella biblioteca di chi ha fatto quel percorso, ma anche di chi quel percorso vuole conoscere più nel dettaglio. Dopo Uber Alles un nuovo avvincente testo di Eclettica su tematiche inerenti l'area.

13 aprile 2016

Inaugurato a Carmignano il belvedere Arrigo Rigoli.

Ad oltre venticinque anni dalla scomparsa l'amministrazione comunale di Carmignano intitola la strada pedonale di accesso alla rocca al suo più illustre concittadino.
C'è voluta una giunta di sinistra per fare, anche se con un imbarazzante ritardo, quello che a Prato una irripetibile ed imbelle amministrazione che si definiva di centrodestra non ha saputo - o voluto - fare nei confronti di Danilo Michelacci, lo storico consigliere del MSI, che da tempo chiediamo venga doverosamente ricordato dalla città.
Significativo anche il fatto che il Sindaco di Carmignano, Doriano Cirri, abbia espressamente voluto far ricordare il Rigoli uomo politico a Mauro Scarpitta, consigliere comunale "missino" e rappresentante di quell'area politica a cui oggi anche Arrigo avrebbe fatto riferimento.
Arrigo studiò presso il Convitto Cicognini e successivamente si diplomò all’Istituto d’Arte di Firnze. In seguito frequentò la facoltà di architettura e fu allievo di Giovanni Michelucci.
Negli anni della formazione frequenta Oscar Gallo, Quinto Martini, Carlo Scarpa, Giovanni Papini e Ardengo Soffici.
Allo scoppio della seconda guerra mondiale si arruola come volontario e combatte in Jugoslavia e in Africa Settentrionale, dove partecipa alla battaglia di El Alamein. Catturato dagli alleati viene deportato negli Stati Uniti ed internato nel campo di concentramento di Hereford.
Al termine del conflitto fa ritorno in Patria, duramente provato dalla prigionia.
Dopo essersi ristabilito parte alla volta dell’America Latina, non riconoscendosi più nel paese che era nel frattempo diventata l’Italia. Soggiorna in Argentina e in Brasile. A San Paolo viene assunto nello studio dell’architetto Majorana, per il quale realizza il progetto del Grattacielo Italia.
Nel 1955 rientra in Italia, nella sua Carmignano dove, oltre ad aver ideato la Festa di San Michele, ricopre l’incarico di Presidente della Filarmonica Giuseppe Verdi, fonda la Pro Loco e diventa consigliere comunale per il Movimento Sociale Italiano.
Fascista convinto e stimatissimo dai suoi compaesani, conquistò il seggio in consiglio dove portò la sua solida preparazione culturale unita ad un inossidabile rigore amministrativo.
Fu in seguito ad una sua iniziativa che il sindaco socialista in carica dovette rassegnare le dimissioni con l'accusa di peculato. Arrigo possedeva la naturale lievità dei poeti d'altri tempi, ma all'occorrenza sapeva essere severo fustigatore del malcostume politico.
Si spense nella sua casa di Montalbiolo il 26 Settembre 1990.

17 novembre 2015

Venticinque anni di MSI pratese. Storie, fatti e personaggi.


Uomini, donne, tantissimi ragazzi che hanno condiviso un ideale e un'esperienza identitaria unica ed irripetibile. 


Il ricordo commosso e il doveroso tributo agli straordinari protagonisti di un partito che ha segnato oltre quattro decenni di vita cittadina.

Eclettica Edizioni 2015  -  euro 14

28 agosto 2015

Io fascista ricercato. Gabriele Adinolfi

Vent'anni di latitanza, quasi mezzo secolo nel Male Assoluto. Gabriele Adinolfi racconta le sue esperienze di vita e i suoi incontri con personaggi di ogni età: camerati degli anni di piombo, avversari politici, combattenti sul Fronte dell'Est. Tra epopea e ironia.
Prefazione di Mario Tuti.




Soccorso Sociale 2015
euro 20


soccorsosociale@outlook.it

06 luglio 2015

La rabbia e l'invidia.


Sono due gli stati d’animo che ci ha procurato il referendum greco ed il suo (quasi) scontato esito. La rabbia è quella relativa al fatto che, a meno di accordi a sorpresa fuori tempo massimo, la Grecia l’ha messo in saccoccia un po’ a tutti noi. Cari amici greci, facile dire non pago i debiti. Facile e anche comprensibile, almeno dal vostro punto di vista. Da anni denunciamo la colossale, epocale, manovra speculativa dell’internazionale mondialista-finanziaria ai danni dei paesi più deboli della cosiddetta unione europea. Da anni invochiamo una via d’uscita dalla trappola mortale della moneta unica. Ma fa un po’ rabbia – permettete? – pensare che il debito non onorato da voi lo dovrò giocoforza pagare in parte anche io. Di tasca mia.  Perché i miliardi che non restituirete all’Italia me li faranno cacciar fuori – e se lo faranno! – con nuove tasse, una tantum ad altre cosucce del genere. Fa un po’ rabbia – permettete? – pensare che per qualche anno la pensione ai sessantenni greci la pagheranno gli italiani costretti a lavorare fino ai settanta. Fa un po’ rabbia – permettete? – pensare che l’aumento dell’Iva che i greci hanno bocciato lo subiremo noi italiani con il conseguente aumento dei prezzi di beni e servizi.
Ma l’Italia, si sa, fa sempre tutto quello che le ordina l’Europa. Senza ovviamente sentire l’opinione degli italiani.
Per questo c’è anche tanta invidia. Per come i greci hanno potuto liberamente decidere il proprio destino. Perché hanno potuto usare, loro che sono gli inventori della democrazia, lo strumento più democratico che esista. Magari anche facendo scelte sbagliate, ma scegliendo, senza farsi indicare da oligarchie e poteri stranieri quale sia la strada da percorrere.
Una cosa impensabile nell’Italietta demoresistenziale. A noi rimane solo la speranza. Che la Grecia non si rimangi l’esito referendario e dimostri ai popoli che c’è vita fuori dalla zona euro. Che c’è ancora aria respirabile fuori dall’asfissiante unione economico-burocratica.
La speranza che le nazioni riconquistino la loro sovranità e che il popolo torni ad essere, come in Grecia, protagonista e non più suddito.

17 giugno 2015

Frontiere.


Per cominciare, smettiamola di chiamarli clandestini. I clandestini evocano immagini di gente che si imbarca di nascosto, che si sposta nottetempo, lontano dai posti di controllo, infrattata astutamente o magari stipata in mezzi e contenitori insospettabili. Il clandestino fa di tutto per evitare di farsi vedere e una volta raggiunta la mèta del suo viaggio si disperde silenzioso tra la folla.
Dal momento che, invece, queste migliaia di persone ce le andiamo a prendere direttamente in Libia, usando le navi della marina militare tristemente ridotte alla funzione di traghetti, sarebbe più giusto chiamarle ospiti. Ospiti a carico degli italiani ai quali, ovviamente, nessuno ha mai chiesto il parere su questa politica dell’”accoglienza” condotta dal governo e dai suoi interessati complici.
Poi, siccome siamo pur sempre italiani, cerchiamo di far condividere all’Europa intera il peso di questa nostra follia. Ma siccome gli altri paesi europei non sono cialtroni come noi, non ci resta che piagnucolare di fronte alla chiusura delle frontiere e alla presunta mancanza di solidarietà dei partners continentali.
Cosa dovrebbero fare Francia, Austria, Svizzera, Germania e via cantando, di fronte allo sciagurato atteggiamento italiano? Lasciarsi tranquillamente invadere come noi? Cosa c’è di strano se di fronte ad un pericolo reale e potenzialmente destabilizzante paesi seri adottano misure serie? Se usano le forze armate per impedire l’invasione anziché per favorirla?
Certo, noi italiani di invasioni ce ne intendiamo. In fondo noi siamo quelli cha hanno applaudito come liberatori coloro che ci avevano bombardato fino al giorno prima, facendo stragi tra la popolazione civile e distruggendo le nostre città. Siamo quelli che festeggiano come una grande vittoria l’anniversario di una catastrofica sconfitta e di un’infamante resa.
Settanta anni fa abbiamo perduto le nostre frontiere. E la dignità di popolo.

20 maggio 2015

Nota.



Lo confesso: a volte vengo preso dal dubbio. Saranno gli appelli di tanti vecchi e nuovi camerati; saranno le facce schifate che ti esibiscono quando ne parli; sarà l'età...
Come se sentissi nel sangue il ribollire di antiche consuetudini, una lontana eco di suoni, canti e clamori; un odore acre e familiare di carta, colla e lacrimogeni.
E’ in questi momenti che mi sfiora l’idea di trascinarmi, ancorché io non reputi nessun partito attuale degno delle mie cure, al seggio elettorale per compiervi, disciplinatamente, il mio civico dovere di bravo cittadino.
Poi, fatalmente, penso a tutta quella moltitudine di aventi diritto, intrisi di una grossolana ignoranza - e non solo politica - e di un’arroganza infinita. E medito sul fatto che il loro voto, nella giostra democratica dei ludi cartacei, conta esattamente quanto l’ipotetico mio. Un pensiero che mi fa inorridire. E allora mi esimo…

08 maggio 2015

Un'altra prova che a destra non è possibile un soggetto politico unitario.

E' chiaro adesso perché dalla diaspora ex-aennina ed ex missina non si potrà mai ricostruire qualcosa? Se non fosse  sufficiente il triste spettacolo del proliferare di sigle che alle prossime regionali si presentano, direttamente o in appoggio ad altri partiti o coalizioni, come eredi e depositarie del verbo, ci pensano certe prese di posizione, certe scelte di campo.
Un mondo variegato, quello post fascista, dove troviamo gli infatuati della Le Pen e gli alleati di Salvini; gli irriducibili berlusconiani e i nostalgici di Chirac.
Addirittura chi coltiva suggestioni impure arrivando a tifare più o meno apertamente un giorno per la Merkel e un altro per Tsipras.
Ma leggere sul sito del Secolo d'Italia, la testata che fu del MSI e che oggi fa l'occhiolino a FdI, che in Gran Bretagna con Cameron ha vinto la destra, mette una pietra tombale su ogni ipotesi di "réunion"!
Come dite? Il direttore del Secolo d'Italia è un certo Italo Bocchino? Vabbè, allora lasciamo perdere...

24 aprile 2015

Ora e sempre resistenza.

Prato, piazza delle Carceri 1977.

Esattamente di fronte alla rampa del castello dell’Imperatore, teatro della mattanza di civili compiuta da Tantana e altri partigiani comunisti il 7 settembre 1944.
Giusto per non dimenticare che ad oltre trent’anni dalla fine della guerra civile, i nuovi partigiani pratesi sognavano di riempirci, noi missini, del medesimo piombo resistenziale.

Dedicata a tutti i camerati del Movimento Sociale Italiano – con un pensiero particolare a quelli che non ci sono più – che per tutta la durata di quel formidabile e irripetibile partito hanno, loro si, tenacemente resistito.

03 marzo 2015

Marcello Veneziani lascia il Giornale.

Cari Lettori,
ora vi spiego. Siete in tanti a scrivermi e telefonarmi per sapere come mai non appare più il cucù sul Giornale. Non posso andar via come un clandestino. Il Giornale mi ha comunicato la decisione di chiudere il mio rapporto di lavoro. Subito o al più entro l'estate. La decisione dell'Editore è presa e finirà in modo consensuale. La motivazione formale è lo stato di crisi dei giornali e del Giornale stesso che impone tagli e prepensionamenti. Al Giornale, si sa, esprimevo una linea dissonante, la mia rubrica era un'isola. Cominciai a scrivere sul Giornale venticinque anni fa, chiamato da Indro Montanelli, ne uscì quando mi parve che la sua posizione non rappresentasse più i suoi lettori e la necessità di una svolta nel Paese; vi ritornai con Feltri per due volte. Lascio a ciascuno pensare al risvolto politico, giornalistico, ma anche umano e professionale, della vicenda in corso; vi risparmio il mio stato d'animo. 

Chi ha idee come le nostre non è facile che trovi tribune accoglienti. Tengo a farvi conoscere lo stato delle cose, senza polemiche, anche per rispondere a quanti in precedenza mi chiedevano come mai la rubrica quotidiana saltava così spesso negli ultimi tempi, non per mia negligenza. Ho un ruolo pubblico, rappresentativo di un'area d'opinione, la mia attività è esposta in vetrina ogni giorno. Dunque è giusto essere trasparenti fino alla fine e giustificare a voi lettori, che siete i miei veri editori, la futura assenza e la scomparsa della rubrica cucù, dopo quattro anni di vita. Ho già vissuto situazioni analoghe, alcuni ricordano precedenti esperienze, censure, licenziamenti, casi come l'Italia settimanale ma non solo. È il prezzo amaro della libertà e dell'incapacità di essere cortigiani, ruffiani e puttani. 

Non è un mistero che da tempo reputo conclusa la parabola politica di Berlusconi: da anni non esprime una posizione politica e non interpreta il sentire del suo popolo, perché è preso nelle proprie vicende e nella tutela, pur comprensibile, dei suoi interessi. Lo scrivo da tempo, in un crescendo di toni, da La rivoluzione conservatrice in Italia, ed. 2012 (“la fine del berlusconismo”), poi sul Giornale stesso e giorni fa sul Corriere della sera. Criticai pure la “pascalizzazione” di Berlusconi, i messaggi sulla famiglia, i trans, l'animalismo. Non ebbi esitazioni a criticare Fini quando era ancora in auge, perché ritenevo che stesse uccidendo la destra, e il tempo poi ci dette amaramente ragione. Per lo stesso motivo non ho esitato a dire che Berlusconi fu la causa principale del trionfo elettorale e poi della dissoluzione del centro-destra. Lo portò al governo e poi alla rovina, col concorso determinante di poteri ostili e alleati ottusi, giudici e media; aggregò forze diverse e poi le disgregò. Espulse pezzi uno dopo l'altro, fino al vuoto, farcito di quaquaraquà. 

Le mie idee saranno giuste o sbagliate, lo dirà la prova dei fatti, ma quei giudizi nascono da un ragionamento, privo di rancori o vantaggi personali, mosso da passione di verità e da una testimonianza di vita e di coerenza, costi quel che costi. Cercherò di non chiudere il rapporto con voi che mi seguite da tempo e siete abituati al gusto aspro della libera verità, anche quando è scomoda, per noi stessi o per chi abbiamo, in spirito di libertà, sostenuto. Finché ne avrò la possibilità, scriverò dove mi sarà permesso dire quel che penso, e non mancherò di far sentire la mia voce e anche i miei pensieri dell'anima, quelli meno legati all'attualità. 

Vi voglio bene, sul serio

Marcello Veneziani

12 febbraio 2015

Ma perché siamo così cattivi?

Ci risiamo. Vogliono di nuovo farci sentire in colpa. La nuova strage di clandestini nel canale di Sicilia - non accertata anche se probabile - ha scatenato le prefiche buoniste e sinistre in un coro di accuse preconfezionate nei confronti dell'occidente opulento ed insensibile. In particolare dell'Italia che, a loro dire, dovrebbe ancor di più impegnarsi per accogliere l'infinito esodo delle popolazioni africane e del medio oriente.
Non si rendono conto, invece, i custodi del pensiero-medio, che stanno ottenendo l'effetto contrario. Si sentono in giro commenti del tipo "meno male! trecento di meno! troppo pochi!"
Ma cosa ci stanno facendo diventare? A che punto di imbarbarimento vogliono condurci con la loro sciagurata politica dell'accoglienza? Sarebbe come se ci dovessimo sentire colpevoli perché un ladro muore cadendo dal balcone mentre cerca di entrare in casa nostra. Secondo il comune buonsenso la soluzione starebbe nel contrastare al massimo l'azione dei ladri; secondo invece questi nuovi manipolatori delle nostre vite e delle nostre coscienze l'unica soluzione consiste nell'eliminare i balconi e lasciare direttamente aperte le porte delle case.

26 novembre 2014

Registi, goleador e vecchie glorie.


Ancora lui. Lo si immaginava definitivamente a riposo, ai domiciliari, nella sua lussuosa dimora in compagnia di cagnolini e subrettine, intento a ricevere da tutta Italia le visite di altri bizzarri animaletti. O a intrattenere a suon di barzellette i suoi coetanei dell’ospizio. E invece siamo ancora a parlare dell’ex cavaliere. Della sua ormai molesta presenza sulla scena politica italiana. A tentare di ricoprire un ruolo che non ha più e che non potrà mai più avere alla luce delle percentuali ad una cifra che riscuote il suo moribondo partito. Curioso che sia l'unico a non guardare i risultati elettorali. O a non saperli leggere.
Pietosa evoluzione di questo Saturno della politica che, dopo aver divorato tutti i suoi figli (Fini, Fitto, Alfano, Toti…) ora cerca di divorare anche quelli altrui (Salvini).
Immaginandosi regista di una partita che non si giocherà e che comunque non lo vedrà in campo (vi dice niente la Severino?).
Nel frattempo trascina tutta FI nell’abbraccio mortale con Renzi, il bomba, accettando supinamente ogni riforma favorevole al PD nella vana speranza di ottenere per se stesso qualche contropartita. Che nel suo delirio si chiama Quirinale, non riflettendo sul fatto che il Presidente della repubblica è eletto dal parlamento riunito e che almeno l’ottanta percento dei parlamentari si farebbe tagliare le mani piuttosto che scrivere Berlusconi sulla scheda…
Intanto il centrodestra scompare dalla scena politica nazionale, mentre di quello che è stato un breve periodo carico di aspettative, di illusioni e di sogni di riscatto, rischia di scomparire anche il ricordo.